Un fortino teatrale degli anni Sessanta.

belsiana

C’era un bel giro, là sotto, di convenuti da varie regioni: non convocati ma semplicemente arrivati per caso o per passaparola. Il sotto era una cantina romana che sarebbe diventata il Teatro di Via Belsiana, nel cuore elegante di Roma. Gli anni? I primi Sessanta, o il 64 o il 65, chissà. L’assortimento, tenero e prezioso, proponeva registi, attori, pittori, drammaturghi (ma il termine era poco usato a quel tempo), tutti ancora in boccio o quasi; alcuni appassirono presto, altri sono ancora in attesa di fiorire, qualcuno ha compiuto la sua parabola di vita. Facciamo qualche nome, ma sì, altrimenti che razza di racconto sarebbe? I lettori più giovani potranno andare a cercarli in rete. Dunque, Giacomo (Jimmy) Piperno, attore e doppiatore che aveva affittato la cantina insieme a Claudio Camaso (nome d’arte di Claudio Volonté, fratello di Giammaria); Tano Marcellino, brillante regista siciliano; Gianni Macchia, attore brunissimo e bellissimo che sarebbe diventano un’icona porno soft degli anni Settanta (memorabili i suoi film con Anna Moffo, soprano lirico sexy); Vettor Pisani, pittore inquieto e introverso che nel decennio successivo avrebbe realizzato le sue opere più provocatorie. Sul piatto c’era una questione vitale, quella di sempre: che cosa facciamo di questo teatro? Di conseguenza, discussioni e divisioni: sperimentazione vs/ impegno, ricerca vs/ teatro politico, le solite di quegli anni, condite da ingenui tentativi di manovre sotterranee per trovare alleati sulla propria linea, proprio come facevano i grandi. Fin qui, tutto regolare. Ma chi avesse sceso la scala di quella cantina si sarebbe trovato di fronte a uno spettacolo sorprendente: le discussioni della platea erano contrappuntate da uno sbattere ritmato di piedi, anzi direi di scarponi che andavano avanti e indietro sul palcoscenico. Era Carlo Cecchi che al comando di una sua piccola truppa riproduceva le marce allucinate di The brig, la prigione dei marines indisciplinati così come l’aveva rappresentato nel suo spettacolo il Living Theatre. Marciavano con l’imperturbabilità dei monaci zen (“La via non porta da nessuna parte ma non si può fare a meno di percorrerla) e, come si addice ai monaci, tacevano, preferendo l’operosità al dibattito. L’anno seguente, al teatro di Via Belsiana andò in scena, ad opera di Giammaria Volonté e del giovanissimo Cecchi, Il Vicario, lo “scandaloso” dramma di Hochuth sui rapporti fra Pio XII e il Nazismo. Ci fu un’unica replica con un contorno di polizia. Il prefetto vietò lo spettacolo, gli attori resistettero alcuni giorni in teatro ma furono costretti alla resa. Cessarono le discussioni e quel primo nucleo si sciolse. Ma una stagione era incominciata.

1 commento su “Un fortino teatrale degli anni Sessanta.”

  1. Era l’autunno/inverno del 1966 quando m’aggiravo dentro e fuori del teatro di via Belsiana fornendo aiuto regia, allestimento scenico, prestazioni attoriali. Facevo parte della Compagnia del Porcospino, una della prima sociali di giovani attori, tecnici, drammaturghi che con la regia di Roberto Guicciardini portò in scena rarità elisabettiane, teatro contemporaneo europeo ma anche testi teatrali appositamente scritti da Siciliano, Maraini, Moravia. Durò poco la Compagnia ma ancora oggi che è l’autunno/inverno del 2025 ritrovo nel cuore l’allegria di quel nostro fare. Sergio Ciulli

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