Da quando Visconti utilizzò il famoso “Adagietto” in Morte a Venezia, su Mahler si proiettano le ombre del kitsch le quali diventano sempre più impalpabili, e di conseguenza più insidiose, quando il discorso s’innalza alle regioni del Sublime come nel caso di questo movie cult di lungo corso; nel finale, il professor Aschenbach, seduto su una sdraio con capelli e i baffi tinti in un patetico tentativo di mascherarsi da giovane, muore contemplando l’agognata e impossibile figuretta dell’adolescente Tadzio inquadrato in mezzo controluce mentre l’”Adagietto” lavora gli animi induriti degli spettatori e li frolla sino a farli diventare una pasta morbidina, pronta per essere fecondata dalle immagini. È un lavoro di squadra perfetto, quello che svolgono la musica e le immagini in Morte a Venezia e forse il sospetto di kitsch nasce proprio da una simile perfezione che produce una sorta di eccesso di buon gusto.
Questo film di Visconti mi è tornato in mente durante il montaggio musicale di Occhi di tonno quando il mio pensiero è andato alla “Marcia funebre” della prima sinfonia in re maggiore di Mahler. Si trattava di sonorizzare una situazione scenica piuttosto lugubre, ambientata nei sotterranei di massima sicurezza dell’imprenditore Broz che si commuove (?) davanti alle foto di una casalinga uccisa (come al solito, mi scuso di non poter dire di più sulla trama). In un primo momento ho pensato, appunto, all’effetto ridondanza che avrebbe potuto produrre l’abbinamento “Marcia funebre”/fotografie di casalinga uccisa ma mi sono ben presto tranquillizzato quando mi sono reso conto che nel mare del kitsch e nella ridondanza lo spettacolo ci stava nuotando fin dall’inizio.