ore 9. Inizio lavori. Puntamenti dei riflettori. L’ampiezza del raggio di luce. Le ombre proiettate dai corpi. Che fare delle ombre, ucciderle? Ogni corpo, illuminato da un fascio di luce, produce un’ombra. Ogni parola lascia la sua impronta su chi ascolta. E’ una buona ragione per tacere? Tornando alle luci, direi di tenere le ombre anche se “sporcano” il fondale. Qualcuno dice: “Sono espressive”. Meno male, dico io.
ore 12. Prove della fonica. Il rapporto voce/musica. Le musiche sovrastano le voci, se non microfonate, degli attori. Abbassiamole. Una volta abbassate, le musiche diventano flebili cri cri di una radiolina ma non si può chiedere agli attori di strillare. Troviamo un compromesso. Ecco fatto: è un buon compromesso? Diciamo di sì.
ore 13. Pausa.
ore 14. Prove tecniche. Perplessità sul significato del termine. Ripassare velocemente, come in un film accelerato tutte le entrare e le uscite degli attori. Lo spettacolo si mostra nella sua nudità, anzi come un signore che discinto vedi per la prima volta in mutande in cucina mentre si fa il caffè. Verrebbe voglia di dirgli: “Rivestiti”, ma non c’è tempo.
Ore 18. Fine delle prove. Un’ora di concentrazione, diciamo così, perché lo spettacolo è alle 19. Stupefazione, ogni volta, per la varietà dei metodi di concentrazione.
