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ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Ancora 4 repliche
ROBINSON CRUSOE, IL BEST SELLER. Ancora 5 repliche
Dal 26 al 31 maggio appuntamento con Robinson. Offerta esclusiva agli amici del blog
Per gli amici del blog, appuntamento a teatro dal 26 al 31 maggio
Robinson Crusoe, il best seller. Birrificio Metzger, Torino. dal 26 al 31 maggio
Al mercato delle mitologie, il prequel ha conquistato uno spazio rilevante: si assume un’opera di finzione, per lo più con un protagonista famoso, come punto di partenza per un viaggio ipotetico che va a frugare (fantasticare) su ciò che sarebbe potuto accadere prima. Anche il nostro Robinson teatrale ha qualche tratto del prequel. Si prende spunto da un Defoe acciaccato che – bisognoso di denaro, come spesso gli accadde – cerca di vendere all’editore Taylor il suo nuovo romanzo del quale esiste, al momento, solo una sinossi. Si può (sensatamente) raccontare un racconto che non ancora non esiste? La pratica è molto diffusa, appartiene alla nostra quotidiana esperienza di lettori; è un gettone che spendiamo quando raccontiamo un libro che abbiamo letto e operiamo, in tal modo, una sorta di riscrittura orale della quale siamo più o meno consapevoli. Nella nostra rappresentazione, la sinossi che Defoe si affanna a sviluppare sulla scena si presenta in forma di film: un piccolo film girato alla buona, in bianco e nero, con un Robinson fuori ruolo, naufragato sulla riva di un mare domestico, nel quale solo una volonterosa fantasia può vedere un’isola dell’arcipelago Juan Fernandez. Il piccolo film, insomma, non è un’opera abbastanza affascinante per sedurre l’editore Taylor che, giustamente, tiene d’occhio anzitutto il mercato; Defoe, di conseguenza, deve spiegare, motivare, giustificare e soprattutto integrare il racconto filmico col suo racconto orale (che strazio, quando un autore deve promuovere il progetto di una sua opera!). Inoltre, il mito del più famoso dei naufraghi, approdando ai nostri giorni, non può sottrarsi al contagio del dubbio che permea genere del romanzo da più di un secolo; la storia si sfilaccia e nel racconto drammatico viene a insinuarsi la commedia.
A.G.
LA STRISCIA IN VERSI. NELO RISI
Il diario di un uomo che guarda. JULES RENARD, PER NON SCRIVERE UN ROMANZO
Toulouse-Lautrec, Il divano
Vittima di un suo stesso romanzo, Pel di carota, molto noto ma considerato ingiustamente per ragazzi, quindi proposto per lo più in una versione scioccamente edulcorata – Jules Renard si nutrì di una quotidiana perplessità nei confronti delle sue qualità letterarie; di conseguenza, l’opera che più gli corrisponde è il suo Journal nel quale annota incontri, spettacoli, letture e soprattutto il suo rapporto con gli altri. Entra a far parte di cenacoli letterari importanti ai quali si sente sempre leggermente estraneo: molto spesso tace e guarda, annota, sempre misurando il suo essere leggermente eccentrico, un passo a lato alle cose e alle persone. In questa pagina del Journal lo ritroviamo, insieme all’amico scrittore Tristan Bernard, nello studio di Toulouse-Lautrec, tanto carnale e dedito agli eccessi quanto Renard è sorvegliato. Qualcosa, tuttavia, li accomuna: il rovello sullo status di artista, che appare sempre incerto e aleatorio.’
9 dicembre 1894
Ieri sono stato da Lautrec con Tristan Bernard. Dalla strada, dove pioveva a dirotto, siamo passati in un studio caldissimo. Lautrec ci venne ad aprire. Era in camicia, i pantaloni a penzoloni, un berretto da fornaio in testa. Nel fondo, sopra un sofà, vedo due donne nude: una mostrava il ventre, l’altra il sedere. Bernard va a salutarle e dice: «Buongiorno, signorine!» Io, imbarazzato, non oso guardarle. Cerco un posto ove posare il cappello e l’ombrello che gocciola.
«Non vorremmo interrompere il vostro lavoro», dice Bernard.
«Abbiamo finito», risponde Lautrec. «Vestitevi, signorine». E va a prendere una moneta da dieci franchi che posa sulla tavola. Le donne si vestono, riparandosi dietro il quadro. Di tanto in tanto, butto un occhio senza riuscire a vedere bene. Mi sembra di aver sempre addosso il loro sguardo di sfida. Finalmente, le donne se ne vanno. Ho fatto in tempo a intravvedere delle natiche biancastre, delle cosce cascanti, dei capelli rossi, dei peli gialli.
Lautrec ci mostra i suoi schizzi “di casino”, le sue opere giovanili: fin d’allora si era messo a dipingere il brutto con coraggio. Non saprei dire se ciò che dipinge ha valore, ma so che gli piace quel che non è comune e che è un artista. Questo ometto che chiama la sua mazza “mio caro bastoncino”, e certamente soffre del suo fisico, merita, per la sua sensibilità, di essere un uomo di talento.
Jules Renard, Per non scrivere un romanzo, Serra e Riva, Traduzione Orio Vergani












