Di Paolo Poli (1) e, di passaggio, anche degli Orazi e dei Curiazi

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Coerenti con la nostra tendenza ad aspettare che la cronaca si depositi, abbiamo lasciato passare un paio di mesi dalla scomparsa di Paolo Poli prima di scrivere questa testimonianza. Il testimone è un personaggio toccato da una grazia che non sempre merita, ma questo è il bello, che essa si posa su questo o quell’eletto secondo un capriccio tutto suo – oppure, secondo altri, seguendo sentieri indecifrabili, almeno agli occhi del prescelto. Ogni spettatore è sempre, potenzialmente, un testimone, anche se non lo sa, e tutto sommato è bene che sia così perché se oltre alla fatica di procurarsi il biglietto, uscire di casa e trovare un parcheggio dovesse anche sentirsi gravato da un ruolo così impegnativo, deciderebbe il più delle volte di cedere alla pigrizia e di restare a casa. Col passare del tempo, può capitare che lo spettatore si trasformi a sua insaputa in testimone, cioè si renda conto di aver assistito a un evento che all’epoca era routine ma che adesso gli appare di un certo rilievo; come chi avesse deciso, in una certa mattina del VII secolo a.C., di fare una passeggiata fuori Roma e si fosse imbattuto in tre ragazzi sanguinolenti che con le spade sguainate ne rincorrevano un quarto diretto verso il centro della città. Forse il passeggiatore mattutino avrebbe pensato che ci fosse di mezzo una qualche ragazza della Suburra; se gli fosse toccato in sorte di vivere ancora qualche secolo, avrebbe scoperto, leggendo Tito Livio, che quella scaramuccia non aveva niente a che fare con le faccende di cuore, ma che si trattava del duello fra gli Orazi e i Curiazi, un pezzo forte – credo ancora oggi – dei libri scolastici, anche in quelli delle elementari. Continua a leggere “Di Paolo Poli (1) e, di passaggio, anche degli Orazi e dei Curiazi”

Paolo Poli.Teatro Carignano. Aquiloni.

paolo-poli-giovane-237457Nell’ “Intervista impossibile” con l’uomo di Neanderthal (scritta da Calvino per radio due nel 1974) il nostro progenitore polemizzava con l’azzimato giornalista che lo intervistava: “Ma cosa dici? Ma cosa parli? Non c’eri mica te! Io c’ero”. Probabilmente non è un merito “esserci stato”, cioè essere vecchi, così come non lo è, al contrario, essere giovani. Ma Paolo Poli, curiosamente, dava l’idea di esserci sempre stato anche da giovane, come un minerale fino a quel momento sconosciuto che il caso fa rinvenire a un gruppo di boy scout durante una passeggiata in montagna. A me è capitato di vedere i primi suoi spettacoli che risalgono alla fine degli anni Cinquanta nei quali egli era il mattatore ma che nascevano da una brillantissima idea di Aldo Trionfo. Insieme a Lele Luzzati, il grande regista genovese aveva dato vita a un’agile formazione teatrale, “La borsa di Arlecchino”. La formula era semplice e nuova: la prima parte era dedicata a un bouquet di poesie messe in musica (da Palazzeschi, a Penna ai classici della letteratura italiana), la seconda proponeva autori che in quegli anni erano del tutto sconosciuti o riservati a un’élite: Ionesco, Adamov, Beckett, Brecht, Genet, De Obaldia. Paolo Poli passava dal Tasso (memorabile un combattimento Clorinda/Tancredi insieme a Claudia Lawrence con cavalli e spade di cartapesta) alla prigione di Sorveglianza speciale con lo scafandro del grande attore che contrariamente al luogo comune non è un camaleonte, non ha bisogno di trasformarsi, gli basta solo esserci, anzi, nel caso di Poli, continuare ad esserci.