Un altro buio, L’Aquila. HABITAT di Emiliano Dante al Torino Film Festival

l'aquila torino ffhttp://ilmanifesto.info/habitat-in-un-film-testimonianza-la-fine-della-speranza-allaquila/

Come video della domenica abbiamo pubblicato un corto del 1969 di Piero Bargellini: magmatico viaggio nelle tenebre, rischiarate appena dalla figura di una inconoscibile donna, Nelda.
La cronaca (non solo cinematografica) ci propone un altro buio, tragico e collettivo, quello de L’Aquila, raccontato da “Habitat”, il documentario di Emiliano Dante proiettato ieri al Torino Film Festival. Non abbiamo avuto occasione di vederlo ma vi proponiamo un articolo di Mauro Avarino sul “Manifesto”.

L’Aquila. Il blog di Radiospazio in trasferta

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Per definizione, un blog non risiede da nessuna parte, se non in un punto imprecisato di quella che viene definita la rete; capita tuttavia che l’estensore di un blog, non potendo usufruire della immateriale vaghezza di cui gode la sua creatura, si venga a trovare talvolta in un luogo preciso, individuabile, reale, come è accaduto in questi giorni a chi scrive. Il luogo è L’Aquila ed era, non dico inevitabile ma probabile che l’estensore si sentisse sollecitato a scrivere almeno una nota su questa città che in passato fu laboratorio di molte imprese culturali, per essere in seguito depauperata dalla noncuranza di alcuni (pochi, ma ampiamente sufficienti) e infine distrutta da una “calamità naturale”, come scrivono asetticamente i giornali, favorita dalla noncuranza di altri uomini – ma chissà, forse i noncuranti erano sempre gli stessi. Gli amici aquilani hanno accolto con affettuoso interesse l’articolo di ieri e molti hanno scoperto in questa occasione il blog di Radiospazio del quale si è parlato in modo fruttuoso. Fra l’altro si è risolto un piccolo mistero riguardante gli audio dell’archivio che pubblichiamo settimanalmente e che destano meno interesse degli articoli e dei materiali letterari. La spiegazione l’ha fornita, con lucido realismo, un’amica che non nominerò per non metterla nei guai: i materiali letterari si possono leggere durante l’orario di lavoro mentre sarebbe imbarazzante ascoltare in ufficio l’audio di uno sceneggiato tratto da un racconto di Moravia. L’idea che i frammenti di Cheever, di Queneau, di Scott Fitzgerald del nostro blog vadano a rasserenare le lunghe ore di lavoro davanti al computer, lo confesso, mi ha procurato una piccola vertigine e una visione olivettiana di qualche secondo nella quale il lavoro d’ufficio s’intersecava armoniosamente con la letteratura.
E’ molto utile che i blog vadano ogni tanto a fare quattro passi con gli amici.

L’Aquila. Il fuori e il dentro.

imageimageDi notte, il buio dei vicoli innumerevoli viene interrotto dal brillare dei giunti delle impalcature. La scena rappresenta una foresta, anzi sono cento, forse duecento le foreste di un unico allestimento immobile per l’assenza di un copione e di una drammaturgia. Gli attori ci sono, ci sarebbero: questi aquilani che si aggirano fra le impalcature, che si siedono ai tavolini di caffè e ristoranti appoggiati sul nulla, che ascoltano musiche a palla risonanti nel vuoto. Anche durante la guerra la gente andava a teatro e al ristorante, ben vestita e desiderante, poi suonava la sirena, gli spettacoli si interrompevano, i camerieri riportavano in cucina i secondi e tutti via, di corsa, al rifugio. Era la regola del gioco: ogni felicità dura poco. E poi le guerre finiscono, lo si studia anche sui libri di scuola: ci metteranno uno, due, tre, cinque anni, ma finiscono, quando il nemico avrà distrutto tutto quello che c’è da distruggere, sarà finita e inizierà un dopo. Qui, invece, niente dopo; gli attori che si aggirano fra queste scenografie sanno che lo spettacolo non avrà luogo; qualcuno, per ingannare il tempo che non passa, ricorda gli spettacoli passati ma la Storia diventa un ferrovecchio arrugginito se non esistono ponti che collegano il passato al futuro.Questo mi pareva fino a qualche giorno fa.
Invece.
Invece l’amico Giancarlo Gentilucci mi ha fatto scoprire un teatro. Non la facciata di un teatro ma il dentro di un teatro che sta nascendo, anzi rinascendo. Un dentro che fra un mese incomincerà ad ospitare spettacoli. Quando vi sono entrato, mi ha colpito il legno del palcoscenico. E’ normale che il palco di un teatro perbene sia di legno ma raffrontandolo all’orgia insensata de ferro che ingabbia L’Aquila mi è parso un piccolo miracolo. “Il legno è vivo”, dicevano i vecchi falegnami; neppure l’imprenditore più alienato può dire altrettanto dei tubi innocenti. E ancor di più mi ha colpito la platea, ancora in via di allestimento: una montagna di poltrone (anch’esse di legno) un po’ sgangherate ma possiamo essere certi che fra un mese saranno a posto e accoglieranno un pubblico. Vero: di umani, dico, non di fantasmi aggirantisi fra scenografie spettrali. E’ un inizio, è un dopo che contiene futuro. Il teatro si chiama “Nobel per la pace”, un nome che contiene, evidentemente una storia. Spero che un giorno Giancarlo Gentilucci voglia raccontarla così come l’ha raccontata a me