La mia azienda è tutta sulle mie spalle. Due signorine con la macchina per scrivere e i libri contabili nell’anticamera, la mia stanza con la scrivania, la cassa e il telefono: ecco tutto l’occorrente per il mio lavoro.
Da capodanno a questa parte un giovane ha preso in affitto l’appartamentino accanto che era vuoto e che io, maldestro come sono, avevo tanto esitato a prendere. Anche lì una stanza e un’anticamera, ma oltre a ciò una cucina. La stanza e l’anticamera mi avrebbero fatto comodo, ma che ne avrei fatto della cucina? Per questo meschino scrupolo mi sono lasciato portar via l’appartamento. Sulla porta c’è scritto: “Studio Harras”. Ho chiesto informazioni e mi hanno detto che ha un’azienda simile alla mia.
Il mio telefono è contro la parete che mi separa dal vicino. Lo faccio notare solo come fatto particolarmente ironico. Se anche fosse attaccato alla parete opposta, nell’appartamento attiguo si udirebbe tutto lo stesso. Mi sono assuefatto a non dire al telefono il nome dei clienti, ma non ci vuole molta astuzia per indovinarli da qualche frase caratteristica e inevitabile.
Se volessi esagerare potrei dire: Harras non ha bisogno di telefono, si serve del mio, ha accostato il divano alla parete e sta a sentire, mentre io quando il telefono squilla devo correre all’apparecchio, sentire i desideri dei clienti, prendere gravi decisioni e svolgere lunghi convincenti discorsi – ma soprattutto dare involontariamente notizia di ogni cosa a Harras attraverso la parete.
Può anche darsi che non aspetti nemmeno la fine del colloquio, ma che si alzi non appena il caso gli è chiaro, scivoli come usa per la città e prima che io appenda il ricevitore stia già lavorando contro di me.
Franz Kafka, Il vicino, “Tutti i racconti”, Mondadori, traduzione Ervino Pocar
