Berciare, “strillare in modo sguaiato”, deriva curiosamente dal tardo latino berbex, pecora. Riesce difficile ricostruire (ma per un filologo sarebbe uno scherzo) la traslazione di significato di questo termine che all’origine indica un suono tutto sommato dimesso come il belare, e che oggi è diventato il mood dei talk show televisivi. Ma forse la contraddizione è meno clamorosa di quanto appaia a prima vista: nel bercio, ogni voce si appiattisce, ogni individualità si torce mostruosamente come una bottiglia di plastica nel fuoco finché non si trasforma, spossata, in una poltiglia combusta e indecifrabile; così, nel branco delle pecore inquiete è impossibile distinguere la fonazione del singolo (che potrebbe perfino essere portatrice di un’istanza originale) dal gemito collettivo – giustamente ignorata dal pastore, per il quale quell’enunciato clamante/berciante rientra nella routine di un’Arcadia rovesciata e del tutto priva di interesse. Continua a leggere “Il bercio, il gesto e tutto il resto. LUCIANO FABRO, L’ITALIA CAPOVOLTA”
