
Di notte, il buio dei vicoli innumerevoli viene interrotto dal brillare dei giunti delle impalcature. La scena rappresenta una foresta, anzi sono cento, forse duecento le foreste di un unico allestimento immobile per l’assenza di un copione e di una drammaturgia. Gli attori ci sono, ci sarebbero: questi aquilani che si aggirano fra le impalcature, che si siedono ai tavolini di caffè e ristoranti appoggiati sul nulla, che ascoltano musiche a palla risonanti nel vuoto. Anche durante la guerra la gente andava a teatro e al ristorante, ben vestita e desiderante, poi suonava la sirena, gli spettacoli si interrompevano, i camerieri riportavano in cucina i secondi e tutti via, di corsa, al rifugio. Era la regola del gioco: ogni felicità dura poco. E poi le guerre finiscono, lo si studia anche sui libri di scuola: ci metteranno uno, due, tre, cinque anni, ma finiscono, quando il nemico avrà distrutto tutto quello che c’è da distruggere, sarà finita e inizierà un dopo. Qui, invece, niente dopo; gli attori che si aggirano fra queste scenografie sanno che lo spettacolo non avrà luogo; qualcuno, per ingannare il tempo che non passa, ricorda gli spettacoli passati ma la Storia diventa un ferrovecchio arrugginito se non esistono ponti che collegano il passato al futuro.Questo mi pareva fino a qualche giorno fa.
Invece.
Invece l’amico Giancarlo Gentilucci mi ha fatto scoprire un teatro. Non la facciata di un teatro ma il dentro di un teatro che sta nascendo, anzi rinascendo. Un dentro che fra un mese incomincerà ad ospitare spettacoli. Quando vi sono entrato, mi ha colpito il legno del palcoscenico. E’ normale che il palco di un teatro perbene sia di legno ma raffrontandolo all’orgia insensata de ferro che ingabbia L’Aquila mi è parso un piccolo miracolo. “Il legno è vivo”, dicevano i vecchi falegnami; neppure l’imprenditore più alienato può dire altrettanto dei tubi innocenti. E ancor di più mi ha colpito la platea, ancora in via di allestimento: una montagna di poltrone (anch’esse di legno) un po’ sgangherate ma possiamo essere certi che fra un mese saranno a posto e accoglieranno un pubblico. Vero: di umani, dico, non di fantasmi aggirantisi fra scenografie spettrali. E’ un inizio, è un dopo che contiene futuro. Il teatro si chiama “Nobel per la pace”, un nome che contiene, evidentemente una storia. Spero che un giorno Giancarlo Gentilucci voglia raccontarla così come l’ha raccontata a me