Natura inquieta. CARLO EMILIO GADDA, I PASSERI

Nell’universo linguistico di Gadda, questa favola mi sembra una tessera chepassero piccolo racchiude un concentrato di poetica. Si apre con un’immagine ieratica e leziosa, quella di un improbabile monsignor Taopapagòpuli arcivescovo di Laodicea (Lele Luzzati ne avrebbe fatto uno splendido pupazzo per la scena), racconsolato dallo spettacolo dei passeri che si addormentano nell’imminenza del tramonto. Raggiunto il climax linguistico, la macchina da presa, con uno stacco brusco, s’infila tra le foglie dell’albero dove i pensieri edificanti del porporato trovano una sorprendente smentita quando scopriamo (noi, non l’eminenza ignara) che quegli innocenti esserini sono in realtà una comunità di energumeni più trucidi di quelli che infestano le curve sud degli stadi. Entrate in questa ridda di dialetti che altercano, è un microscopico spaccato dell’Italia e dei suoi sgangherati abitanti.

Il passero, venuta la sera, appiccò lite a’ compagni da eleggere ognuno la su’ fronda, e ‘l rametto, ove posar potessi. Un pigolio furibondo, per tanto, fumava fuori dall’olmo: ch’era linguacciuto da mille lingue a dire per mille voci una sol rabbia.
Da un’aperta finestra dell’episcopio com’ebbe udito quel diavolìo, mosignor Basilio
imagesTaopapagòpuli arcivescovo di Laodicea se ne piacque assaissimo: e dacché scriveva l’omelìa, gli venne ancor da scrivere: «Insino a’ minimi augellini, con el vanir de’ raggi, da sera, ei rendono grazie all’Onnipotente, e implorando con le loro flebili voci il Suo celeste riparo contro la paurosa notte sopravvenente, richinano il capetto sotto l’ala, e beati e puri s’addormono»
Ma i glottologi del miscredente Ottocento sostengono che quel così rabbioso e irriverente schiamazzo che vapora fuor da ogni fronda dell’olmo non è se non:
– di sò, al mi barbazzàgn, fatt bèin in là…
– ditt con me?
–  propri con te, la mia fazzòta da cul!
– mo fatt in là te, caragna d’un stoppid…

– t’avei da vgnir premma, non siamo mica all’opera qui.
– sto toco de porseo…
– va a remengo te e i to morti…

– quel beco de to pare…
– e po’ taja, se no al mak el grogn, … tel digh me…, a te stiand la faza…
– levate ‘a ‘lloco, magnapane a tradimento!…
– né, Tettì, un fa o’ bruttone…
– puozze sculà

– ‘sta suzzimma, ‘e tutte  ‘e suzzimme!
– piane fforte  ‘e loffie!
– a tte te puzza ‘u campà!
– lèati, porco, ‘e cc’ero prima io…

– … sciu’  ‘a faccia tua…
– chiàveco!…
– sfacimme!
– recchio’, te ne metti scuorno o no!

– è ‘ttrasuta donn’Alfunsina!
– e cc’ero io, maledetta befana, costassù costì l’è la mi casa!

E altre finezze del trobàr cortese.

Carlo Emilio GaddaIl primo libro delle favole, Garzanti

A proposito di gufi, ma di tutt’altro genere. AUGUSTO MONTERROSO, IL GUFO CHE VOLEVA SALVARE L’UMANITA’

gufo con luna grande

Prima di essere esibiti, spintonati e strattonati sulla passerella del lessico politico, dove rimediano solo sberleffi e polemiche, gli animali hanno soggiornato dignitosamente nel dipartimento dell’allegoria e, quando volevano sgranchirsi le gambe, se ne andavano a fare quattro passi nel giardino della favola dove trovavano autori di tutto rispetto che li trattavano con garbo e affettuosa ironia. Uno dei più recenti, nostro contemporaneo, è il guatemalteco Augusto Monterroso, (di cui abbiamo pubblicato un racconto, alcuni mesi fa), che si inserisce sulla più limpida tradizione della favola con questo gufo (del tutto estraneo, per sua fortuna, ai suoi sfortunati colleghi che vengono continuamente evocati nei talk show).

Nel più profondo della Foresta visse in tempi lontani un Gufo che cominciò a preoccuparsi per gli altri.
Di conseguenza prese a meditare sulle manifeste malvagità che commetteva il Leone con il suo potere; sulla debolezza della Formica, che veniva schiacciata tutti i giorni; sul riso della Iena, che non cadeva mai a proposito; sul Ragno che cattura la Mosca e sulla Mosca che si lascia catturare dal Ragno, su tutti i difetti, infine, che rendevano l’Umanità disgraziata, e cominciò a pensare al modo di porvi rimedio.
Ben presto prese l’abitudine di vegliare e di andare in strada ad osservare il comportamento della gente.
Dimodoché alcuni anni dopo acquisì una grande capacità di classificare, e sapeva con sicurezza quando il Leone avrebbe ruggito e quando la Iena avrebbe riso, e cosa avrebbe fatto il Topo di campagna quando fosse andato a visitare quello di città, e quel che avrebbe fatto il Corvo quando gli avessero detto che cantava così bene.
E infine concludeva:
«Se il Leone non facesse quello che fa ma piuttosto quello che fa il Cavallo, ed il Cavallo non facesse quello che fa ma piuttosto quello che fa il Leone; e se il Boa non facesse quello che fa ma piuttosto quello che fa il Vitello ed il Vitello non facesse quello che fa ma piuttosto quello che fa il Boa, e così via fino all’infinito, l’Umanità si salverebbe e tutti vivrebbero il pace».
Ma gli altri animali non apprezzavano gli sforzi del Gufo, per quanto egli credesse che lo credessero saggio; mentre invece pensavano che fosse stupido, non si rendevano conto della profondità del suo pensiero, e continuavano a mangiarsi gli uni con gli altri, tranne il Gufo, che non era mangiato da nessuno e non mangiava nessuno.

Augusto Monterroso, Il gufo che voleva salvare l’Umanità, “La pecora nera e altre favole”, Sellerio, Traduzione Maria Teresa Marzilla