Questi ricordi che saltano fuori dalla scatola a molla sono sempre stonati, fuori tempo, come certi coatti estroversi. Dice: “E’ un algoritmo, cosa credi? Non esiste un tizio che tutte le mattine si sveglia con il proposito di perseguitarti”. La cosa non cambia. Una volta aperta la scatola, sei inchiodato al ricordo di giornata: in questo caso, di quattro anni fa. Non è un ricordo brutto, ma certo faticoso. Radiospazio era appena stato cacciato (diciamo allontanato, dissuaso dal proseguire i suoi spettacoli) dalla biblioteca della Facoltà di Lettere dell’Università di Torino (per eccesso di pubblico: un caso stravagante, per non dire unico). Il nostro spettacolo su Flaiano era quasi pronto e non avevamo un teatro in cui debuttare. Ma dovevamo. Chissà poi perché “dovevamo”: non si poteva rimandare, non ricordo la ragione, ma non si poteva – le urgenze di quattro anni fa erano evidentemente improrogabili. Ci venne in soccorso il gallerista Allegretti (al quale sono e siamo ancora grati) che ci ospitò generosamente nei suoi locali. Lo spettacolo scorreva anche se in un alveo del tutto inedito come quello di una galleria d’arte: nella bella sala quadrata recitavamo davanti a un’opera fotografica che rappresentava frammenti di giardini. Affascinante, ma poco in sintonia con la Roma flaianea degli anni Sessanta; le luci erano spot sparati negli occhi degli attori. Il pavimento, a listoni, scricchiolava. Sempre. Era un vecchio e nobile pavimento piemontese che avrebbe figurato benissimo in un thriller. Piemontese e fantasmatico, perché si faceva sentire anche durante lo spettacolo, mentre gli spettatori erano fermi e ben ordinati sulle loro sedie (d’epoca? forse sì). L’impressione era quella di recitare nel salotto di una zia tanto affabile quanto lontana da tutto ciò che assomiglia al teatro. Fu l’ultima replica di Radiospazio in un ambiente così estraneo: gli spettacoli seguenti approdarono al palcoscenico. Con svariate disavventure ma senza scricchiolii (almeno del pavimento).
