https://www.youtube.com/watch?v=rmOwX1xTAak
Ci fu un tempo in cui le famiglie benpensanti guardavano i fumetti con l’occhio critico con cui le madri valutano le fidanzate che fumano, dormono fino alle due del pomeriggio e saltano al collo con troppo entusiasmo a ogni maschio che si presenti in scena. Poi venne un enfant prodige chiamato Umberto Eco che, dopo aver prodotto una tesi sapiente sull’estetica di San Tommaso, scrisse (fra i tanti altri) un saggio su Superman facendolo assurgere alla dignità di oggetto semiotico che si poteva (si doveva) analizzare con lo stesso rigore riservato a un Padre della Chiesa. I periferici campi del fumetto furono in seguito dissodati e coltivati da un intellettuale versatile come Oreste Del Buono che, con la rivista “Linus”, li trasformò in orti urbani frequentati settimanalmente da lettori che scoprivano il piacere di perdersi in discussioni sul pop raffinato: il grottesco paradossale di Andy Capp che aveva inventato Slobbovia, un paese rusticissimo e tagliato fuori dal mondo o la leggerezza di George Herriman con la sua svagata, surreale Krazy Kat, appassionata di tè di tigre? (Nel frattempo i bambini continuavano a leggere Topolino).
Nel riscatto del fumetto che caratterizzò gli anni Sessanta e Settanta, spicca il pezzo di bravura di una grande cantante, Cathy Berberian, un mezzosoprano capace di passare con sorprendente leggerezza da Monteverdi, a Berio, ai Beatles. E’ rimasta memorabile (e sorprendente, per quegli anni) questa Stripsody (1966) che vi proponiamo, un piccolo gioiello di teatro musicale che assembla in un collage verbale le onomatopee del fumetto: è un tessuto etero, impalpabile, che la grande Cathy drappeggia perfettamente sulle sue qualità interpretative.
