Fra le piccole, polverose superstizioni che ingombrano la pratica del teatro c’è anche quella della prova generale che non deve andare troppo bene, se si vuole che lo spettacolo sia un successo (ma neanche così male da preoccuparsi): insomma, la questione è scivolosa e ricorda i dubbi ingenerati dal catechismo riguardo ai peccati veniali e a quelli mortali: sull’omicidio non ci pioveva, così come riguardo agli atti impuri, ma per i peccati che sulla carta potevano apparire minori, come il quarto (“Onora il padre e la madre”), tutto dipendeva dalle circostanze specifiche (e così spuntava, nella palude della coscienza, la coda velenosa del relativismo): una risposta sgarbata alla mamma ce la si poteva concedere, ma rivendersi il televisore dei due genitori, anziani e ormai comunicanti da decenni soltanto a monosillabi, era un peccato da mettere in cima alla top ten. Tornando alla prova generale di ieri, si può dire che è andata bene. “Ma”, preciserebbe Achille Campanile, “Bene nel senso che è andata male così da far presumere che lo spettacolo andrà bene, oppure bene nel senso che è andata bene e si teme che lo spettacolo andrà male?”
Come si vede, la spirale che s’innesca dopo una generale è di quelle che non hanno fine. Anzi, no, una fine ci sarà, questa sera.