Claudio Giunta, Come scrivono le aziende. Noi della Rolex (Le parole e le cose)

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“Nel maggio del 2015 ci sono state delle proteste, a Milano, in occasione dell’apertura della Expo, e alcuni edifici della città sono stati danneggiati. Il giorno dopo i giornali hanno pubblicato una fotografia in cui si vede una ragazza che – sciarpa sul viso e cappuccio in testa – imbratta delle vetrine con una bomboletta spray. Al polso, la ragazza ha un orologio, probabilmente un Rolex. L’allora Ministro degli Interni Alfano ha commentato: «Ieri in piazza ho visto farabutti con il cappuccio e figli di papà col rolex». E l’allora Presidente del Consiglio Renzi ha elogiato i manifestanti che hanno saputo mantenere la calma, «mentre quelli col rolex andavano a distruggere le vetrine».
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La commozione della commozione

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http://www.raiplay.it/video/2018/02/Sanremo-2018-finale-Pierfrancesco-Favino-monologo-la-notte-8b642d5c-8db6-4ae4-a036-e61ca1cd4e77.html

Favino è bravo? Certo che è bravo. Koltès è uno degli autori più significativi della scena europea? Non c’è dubbio. Quindi dobbiamo salutare con favore il suo ingresso nel vecchiume di Sanremo? Salutiamolo. Ma le lacrime lasciamole da parte. La commozione del pubblico per le lacrime dell’interprete, voglio dire. Per un attore, le lacrime sono uno strumento espressivo come altri. Recentemente, un’attrice con la quale lavoravo ha fatto galleggiare le lacrime a fior di ciglio per venti giorni di prove – un po’ di più o un po’ di meno. secondo la richiesta del regista. Che il pubblico si commuova per la commozione dell’interprete fa parte del gioco, ma la critica potrebbe essere un po’ più smaliziata. A meno che critica e pubblico non siano un unico magma indistinto. 

Bandiere

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La prima t shirt costa 22,99 euro, un po’ più dell’altra (18, 99), ma si può capire perché su di essa si è posata la polvere delle battaglie politiche recenti: come un gagliardetto napoleonico che ha sventolato ad Austerlitz, ha il suo prezzo. La seconda è un po’ più da marciapiede e per ora non ha rappresentanza in Parlamento, ma non si può escludere che un domani i ditaioli, persa la loro giovanile baldanza (già fin d’ora, ingrati, hanno riposto quel vessillo così fortunato), verranno sfidati da un nuovo partito che li affronterà a muso duro. Si può già prevedere l’incipit del primo faccia a faccia televisivo fra i due futuri leader:
– Vaffanculo!
– Che cazzo vuoi?
Quest’ultima locuzione ha una base di consenso non meno ampia di quella del Vaffanculo. Non sono necessari dei sondaggi, lo sappiamo per esperienza personale: basta chiedere a un gruppo di schiamazzatori notturni di abbassare il volume oppure a un automobilista di non occupare un parcheggio per disabili. A Pisa, nel pomeriggio di ieri, le parole si sono trasformate in atti quando gli abitanti di un quartiere hanno chiesto a un tizio di non scorrazzare a duecento all’ora. Il centauro, sprovvisto di maglietta e forse anche di un linguaggio articolato (questi esseri mitologici sono ancora tutti da studiare), è andato a casa, ha preso una pistola, è tornato e ha ferito quattro persone. Erano i primi anni ’90 quando Umberto Bossi evocava valligiani armati e pallottole per i magistrati, e tutti (forse non proprio tutti, ma molti, troppi) si affannavano a dire che era un linguaggio figurato derivante da un eccesso di temperamento. Le parole viaggiano nel tempo e le t shirt non sono un argine di contenimento, anzi.

Galleria. Il maggiolino

ragazza posseduta da maggiolino VW

“Sei una cretina!”, le ripeteva la madre, “Comprare un’automobile con lo stipendio che ti ritrovi! Andarsi a impiccare così con cinque anni di rate! Alla tua età, io lo trovavo sempre qualcuno che mi portava in collina a far l’amore”. “Altri tempi”, rispondeva la figlia, e la finiva lì – sua madre non avrebbe mai capito quella liaison così diversa da tutte le altre. 

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Simone Paliaga, Big data. Ecco perché le discipline umanistiche governeranno il digitale (L’Avvenire)

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“Un mondo ad altezza di algoritmi, pensiero computazionale e big data non potrebbe essere che un mondo a senso unico. Se ne avvede anche la prestigiosa rivista di management di una delle università faro del liberismo. A sottrarci a questa deriva sarebbero, secondo Oleajarz, filosofia, letteratura e poesia. Oggi in effetti non c’è azione o comportamento che non sia guidato da un algoritmo o tradotto in una serie di istruzioni meccanicisticamente risolvibili. In una realtà dove tutto è codificato, declinato in protocolli e interpretabile da algoritmi cosa resterebbe dell’uomo?” Continua a leggere:
https://www.avvenire.it/agora/pagine/algoritm-c69cd26cfb864b589e128b2611bc932f

Il linguaggio dell’odio. Nazione indiana

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Le parole di odio, lo abbiamo visto chiaramente, possono tradursi in atti di violenza omicida. Azioni che, acclamate e imitate, rischiano seriamente di innescare una spirale di violenza. Per noi è evidente che il nodo mediatico ha contribuito a produrre e legittimare lo scatenarsi delle pulsioni peggiori. Per questo chiediamo ai media di non prestare più il fianco alla propaganda d’odio, ma di compiere anzi uno sforzo nel contrastarla. Intere fette di società (per esempio i migranti e i figli di migranti) nella rappresentazione mediatica esistono pressoché solo come stereotipo o nei peggiori dei casi come bersaglio dell’odio, contraltare utile a chi fa di una propaganda scellerata il suo lavoro principale.
Sappiamo che nei media lavorano seri professionisti che come noi sono molto preoccupati per la piega degli eventi. Servono contenuti nuovi, modalità diverse, linguaggi aperti e trasparenti. Non possiamo permettere che nel 2018, ad 80 anni dalle leggi razziali, ritornino quelle parole (e quegli atti) della vergogna. Dobbiamo cambiare ora e dobbiamo farlo tutti insieme. Ne va della nostra convivenza e della nostra tenuta democratica.
Quello che chiediamo non è un superficiale politically correct. Chiediamo invece una presa in carico di un mondo nuovo, il nostro, che ha bisogno di conoscersi e non odiarsi.
Antonio Gramsci scriveva: Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri. Dipende da noi non lasciar nascere questi mostri. Dipende da noi evitare che torni lo spettro del fascismo nelle nostre vite. Per farlo però dobbiamo lavorare in sinergia e cambiare i mezzi di comunicazione. E dobbiamo farlo ora, prima che sia troppo tardi.

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https://www.nazioneindiana.com/2018/02/05/ai-direttori-delle-reti-televisive-delle-testate-giornalistiche/

Galleria. La coiffure

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Sarebbe andata allo scontro, era ormai necessario. Ma non in uno di quei piccoli bar semideserti e con le luci al neon dove lui le dava appuntamento; questa volta lo avrebbe affrontato in discoteca, sotto gli occhi di tutti, anche di quelle shampiste coscione con le quali gli piaceva tanto tradirla. Lei sarebbe comparsa piuttosto sul tardi, avrebbe  agganciato uno di quei bestioni del suo entourage (a quell’ora erano tutti  strafatti) e gli sarebbe passata davanti al naso senza guardarlo, come una Cleopatra. Gli avrebbe soltanto sibilato: “Metamorfosi” – e subito via, appesa al braccio di quel manzo alto due metri, come colei che ha deciso di farselo in serata.

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Il video della domenica. Eugène Ionesco, “L’irrealismo del reale, la realtà del teatro” (1958, doppiaggio italiano) 3’20”

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“Credo che la realtà non sia realista. Il realismo e’ una maniera come un’altra di esprimere la realtà. I realisti hanno una visione ristretta e parziale della realtà, perciò il realismo e’ diventato accademico, freddo, dogmatico, morto e, quindi addirittura una forma di irrealismo”.

http://www.teche.rai.it/2017/11/eugene-ionesco-lirrealismo-del-reale-la-realta-del-teatro/

 

Sulla sponda serena del drammatico. Horowitz suona la Sonata in F major N° 23. Adagio di Haydn. 4′

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Vladimir Horowitz nel 1936, Carnegie Hall

https://www.youtube.com/watch?v=co1ILwL607o

 

 

Galleria. A sipario chiuso

il professore, di sera

Terminato lo spettacolo rimane a lungo immobile davanti al sipario chiuso, anche quando la piccola società, compiuto il sacrificio, si è rintanata, chi in trattoria, chi subito a casa di corsa per togliersi di dosso i vestiti impregnati di teatro – come l’odore del fritto di certe trattorie, s’insinua tra le fibre dei tessuti e non va più via, ma col fritto ti diverti di più. Gli spettacoli del Professore sono la mazza periodica e irreale che si abbatte sulla piccola società all’improvviso: «Tu lo sai che è per questa sera, vero?», «No! Avevo letto ad aprile»; «Macché, a fine aprile, c’è il prossimo, Visi noti, sentimenti confusi, di un tedesco; questa sera va in scena il suo, del Professore, Antigone in soggiorno, quello scritto proprio da lui. Unica replica, come sempre.»  «Allora non c’è scampo, ci tocca.» Sospeso fra la speranza (di avere qualcuno in sala) e il timore (di percepire nella penombra il tormento degli spettatori), il Professore si chiede: «Ma perché ci vengono?» e subito dopo, con una peristalsi ansiosa: «Verranno?».
Sì, certo che andranno: tutte le volte (due, ma anche tre all’anno) la piccola società indossa i vestiti da teatro e, come i necrofori obbligati a tirare la carretta per campare la famiglia, i genitori salutano i figli sprofondati nel caldo della televisione. Andranno perché sono comandati da un sentimento oscuro: il Professore è il nano tedoforo di una Cultura che ha sede non si sa dove ma che di tanto in tanto invia tramite quel suo  subagente un messaggio perentorio al quale il borgo non può sottrarsi – peccato, si vivrebbe così bene entro quelle mura medioevali, senza messaggeri e perfino senza professori. Mentre rabbrividisce nell’estraneità del suo vestito lungo, la moglie fa un ultimo tentativo: «E se per questa volta…?».  «Non si può, non possiamo passare per dei selvaggi», tronca il marito mentre cerca di avviare l’auto refrattaria nonostante l’antigelo. La moglie annuisce. Un fremito nervoso le risale lungo la coda.

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Nunzio La Fauci, “Gettonato, la parola e le cose” (da Le parole e le cose)

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“Come quello di un primitivo robot dal movimento a scatti, il braccio prelevava il disco dalla teca. Lo sollevava, in genere ancora in posizione verticale. Lo deponeva finalmente in posizione orizzontale, sopra il piatto che frattanto aveva cominciato a ruotare. La traccia era così pronta a essere percorsa dalla testina, che un altro braccio meccanico aveva posto nella corretta linea di tangenza e aveva infine abbassato.”

QUOTIDIANA. Due ragazzi al tavolino di un bar

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Esco a fumare. Nonostante il freddo, due ragazzi sui vent’anni chiacchierano seduti a un tavolino senza far caso a me. Vestono sobriamente e si esprimono con una certa proprietà di linguaggio; uno dei due, parlando di non so chi, usa una litote (“Non è certo un genio”). Improvvisamente, non so come, la chiacchiera scivola nel racconto.:
– … Minchia, si vede che non l’avevo inquadrato…
– E l’hai tirato sotto?
– Sì, ma non mi sono mica fermato, ho tirato dritto … ho visto che si era rialzato…
– E’ capitato anche a B., ma poi è venuto fuori uno con una mazza da baseball… minchia… una vera mazza… e lui non è mica sceso… in questi casi stare chiusi dentro è l’unica…
– Non è detto… se uno sa come fare…
– Ma scherzi? Una mazza… A meno che tu non sia alto due metri e grosso così…
– Non è solo questione di fisico, se ci sai fare, stai tranquillo che gliela levi di mano, quella mazza, ci vuole la tecnica… bisogna essere preparati… Io sono preparato.

 

 

Il video della domenica. Rota e Fellini. 5′

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http://www.teche.rai.it/2016/12/nino-rota-tutti-i-film-di-fellini/

“Federico mi dà qualche indicazione, molto precisa ma anche molto contraddittoria: magari dice: “Fa’ un motivo allegro ma che sia triste… un motivo vecchiotto ma che sia nuovo… un motivo spensierato ma che sia patetico… Eravamo stati tutta una giornata a cercare, cincischiare… non usciva niente… Al momento di andar via, suono un motivo (il tema della Dolce vita, N.d.R.)… Federico mi dice: Questo va bene, con questo ci facciamo tutto il film”