Milo De Angelis, Cosa è la poesia (Doppiozero)

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“Non si scrive ciò che sai ma cominci a saperlo scrivendo. Non si scrive ciò che si ricorda ma si comincia a camminare nella memoria attraverso i sentieri della parola, che ci conducono in luoghi inattesi e insperati.”
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Il video della domenica. STEVE CUTTS, HAPPINES

Esercitazione sul tema della civiltà di massa che deforma, stritola, uccide. Niente di nuovo, ma i topolini e i panorami urbani pastellati fanno da malizioso contrappunto alle sequenze da incubo che dilatano il nostro quotidiano (complice anche l’uso gastronomico della Carmen di Bizet e del Mattino di Grieg).

Nunzio La Fauci, “Stucchevole” e “melenso” (“Doppiozero”)

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“Tra le parole che oggi non ricorrono tanto quanto dovrebbero o che non ricorrono abbastanza dove forse dovrebbero, ci sono gli aggettivi “stucchevole” e “melenso”. Il secondo specificamente in quel suo valore, venuto alla luce, a quanto pare, ora è poco più di un secolo, che lo avvicina, senza renderlo identico, a “lezioso”, “sdolcinato”, “caramelloso”, “svenevole”.”

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Galleria. Un ménage

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Per loro, il Bagno Hawaii era l’unico frequentabile di tutto il litorale, ne erano innamorati da più di trent’anni. Solo qualche commercialista ladro e tamarro poteva farsi abbagliare dal confinante Copacabana, con quei barman brasiliani che schizzavano aperitivi , la musica a palla, le ragazze nude che sognavano Donnavventura, e i prezzi spudorati come la sua clientela. All’anziano gestore dell’Hawaii, che ormai teneva aperto solo per loro due, rivolgevano sempre il solito flebile conforto: “Non se la prenda, passerà anche la loro stagione”. E così fu. Il Copacabana e tutti gli altri locali furono spazzati via dai pensionati cinesi che invasero l’intera costa con le loro villette unifamiliari di carta velina; i pensionati cinesi furono sloggiati dai mostri marini che, respinti  dagli oceani, vennero a consumare la loro interminabile agonia sulla terra ferma; le carcasse dei mostri furono inghiottite, insieme alle coste, da un mare sempre più acido e vendicativo. Ma i due vecchi clienti del Bagno Hawaii erano tipi adattabili e non si scomposero. I più li avevano sempre considerati una coppia chiusa, impermeabile al mondo e anche un po’ noiosa; forse per questo, all’ora dell’aperitivo continuavano a guardarsi negli occhi con il loro sorriso inalterabile  e dicevano: “Nonostante tutto, questo è sempre un gran bel posticino”.

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Giulio Mozzi, Fantasmi e fughe, un libro di storie (prezioso omaggio dell’autore)

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Per scaricare il libro:
https://raccontareilpaesaggio.files.wordpress.com/2018/03/giuliomozzi_fantasmiefughe.pdf

“Uno scrittore viaggia a piedi per mezza Italia, nell’estate più calda del secolo. Incontra persone, osserva luoghi, sta giorni interi senza parlare con nessuno, vive piccole avventure di inospitalità. Poi torna a casa e racconta la piattezza dell’Emilia, l’orrore della circonvallazione di Bologna, l’interminabilità della costa marchigiana. E, curiosamente, dal racconto di questo viaggio nascono racconti di altri viaggi, sempre a piedi, attraverso città, paesi, stanze, bar, uffici pubblici, corridoi di treno.”

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Laurie Penny, Il mondo vuole delle donne trasparenti (Internazionale)

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Una questione politica
Sono furiosa per la tranquillità con la quale la società sembra guardare alle ragazze che puniscono e trascurano i loro stessi corpi, anche e soprattutto in nome dell’ossessione per la salute.

Sono arrabbiata per tutto il tempo e tutta l’energia che le ultime e intelligentissime generazioni sembrano ancora sprecare per odiarsi e danneggiare i loro corpi, come facevamo noi solamente in maniera leggermente più efficiente. Non sono arrabbiata con loro. Lo sono con il resto di noi perché non ci prendiamo più cura di loro. E più di tutto sono furiosa per la maniera in cui tutto questo è diventato normale.”

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QUOTIDIANA. Sottovoce in platea

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La platea è assorta. Eros Pagni, nel ruolo del Padre, conduce la navigazione del primo atto di Sei personaggi in cerca d’autore con quella sua dizione che col tempo sta diventando una sfida virtuosistica: più il volume si abbassa, più cresce la nitidezza concettuale e testuale (nonché l’eleganza, e non è un particolare ornamentale). Gaia Aprea (la figliastra) interrompe il flusso del racconto/monologo/discussione (sul teatrare, sulla possibilità di raccontare teatrando) con una fisicità vocale plebea e sapiente. Molto assorto a mia volta, mi viene da pensare che da qualche tempo non mi trovavo in una platea così attenta. Una voce maritale alle mie spalle sussurra alla moglie, riferendosi a Pagni: “Ma quello lì non ride mai?”

in Quotidiana leggi anche:

Due ragazzi al tavolino di un bar
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/01/30/quotidiana-due-ragazzi-al-tavolino-di-un-bar/

Persone che raccontano
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/13/quotidiana-persone-che-raccontano/

Il metodo Pinter
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/20/quotidiana-il-metodo-pinter/

L’opera
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/27/quotidiana-lopera/

L’ippopotamo Pippo
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/03/07/quotidiana-lippopotamo-pippo/

 

Raccontare l’arte: “Magritte, le thérapeute” (ROA)

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Mi dicevano che vivevo d’espedienti, che ero un fannullone.
Io che di notte camminavo per sentieri di ciottoli e terra, con il mio bastone che mi sorreggeva durante le folate di vento d’inverno…………
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Il video della domenica. GIORGIO MORANDI, Non vi è nulla di più astratto e surreale del reale. 4′

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https://www.youtube.com/watch?v=JPwqVWdB0l8

“È vero, ho fatto più nature morte che paesaggi, ma i paesaggi li amavo di più. Ma bisognava viaggiare, e soffermarsi in un posto e nell’altro, e ritornarvi per completare il lavoro.

Se c’era in Italia un giovane pittore che seguiva con passione i nuovi sviluppi dell’arte francese, quello ero io. Nei primi vent’anni di questo secolo, pochissimi italiani erano interessati quanto ero io all’opera di Monet, Cézanne e Seurat.

Il più bel paesaggio del mondo lo so io qual è. È andando su verso Grizzana. A un certo punto c’è una curva, e lì, quando si esce dalla curva, c’è il più bel paesaggio del mondo.

Sappiamo che tutto quanto riusciamo a vedere nel mondo oggettivo come esseri umani, in realtà non esiste così come lo vediamo e lo percepiamo. Per me non vi è nulla di astratto. Peraltro ritengo che non vi sia nulla di più surreale e di più astratto del reale.”

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In questi giorni il nostro blog ha pubblicato il suo post numero mille: molti, anche se riferiti a quasi cinque anni di attività. Probabilmente troppi, ma poche cose tendono a permanere come le piccole manie che si ripetono giorno dopo giorno. Com’è naturale, un certo numero di frequentatori ha cambiato indirizzo, proprio come succede con i bar: li si frequenta tutti i giorni per un anno, poi improvvisamente si sente il desiderio di cambiare, per amore di novità, oppure perché una mattina il caffè ci è sembrato meno buono del solito; ogni tanto qualche antico frequentatore si riaffaccia, come per dire: “Ah, siete sempre lì?”. Nel frattempo altri sono subentrati. Anche loro cambieranno bar quando si accorgeranno che facciamo il caffè più o meno allo stesso modo: dipende dai giorni e da chissà quante altre cose.

 

GALLERIA. Il bacio rubato

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Si sarebbero poi sposati, molti anni più tardi, dopo essersi persi di vista per un bel po’. Tramite una comune amica, lei aveva sempre seguito le vicende di lui: che era emigrato in Germania; che si era fatto la moglie del suo datore di lavoro (piena di soldi, teneva le redini dell’impresa); che lei gli aveva messo in piedi una bella attività di import export; che poi si erano lasciati quando lui aveva conosciuto una pornostar d’origine italiana molto nota in Germania; che lui era diventato impresario e aveva ingaggiato una dozzina di ragazze con le quali andava in giro; che la pornostar si era incazzata di brutto perché lui si dava da fare con tutte e dodici e l’aveva piantato dopo averlo riempito di botte (perché, contrariamente a quanto lui pensava, le pornostar non sono di larghe vedute nella vita privata); che era tornato in Italia facendo il bodyguard di una cantante con la quale aveva avuto una storia tumultuosa finita anche sui giornali; che la manager della cantante lo aveva tolto dai guai perché era sempre stata innamorata di lui, così come la madre della cantante stessa; che fra le tre donne era scoppiata una rissa furibonda in una discoteca per il possesso di lui; che lui ne aveva avuto abbastanza ed era tornato al paese per cercare un po’ di tranquillità. 
Così, ventisette anni dopo quel bacio contro il muro che lui le aveva rubato, si erano sposati. Uscendo dalla chiesa, lei ripercorse rapidamente all’esistenza da talpa che aveva condotto fino a quel momento: l’impiego, rare uscire con qualche collega – tutti sul punto di divorziare – storie di pizza e birra con epiloghi frettolosi. Poco altro, già dimenticato o da dimenticare. Temeva di essere inadeguata quell’esuberante che aveva appena sposato, ma aveva la camminata di chi ha vinto il primo premio a una lotteria. Improvvisamente vedeva le amiche come quelle torpide trote che i ristoratori ingrassano negli stagni per prelevarle con la reticella all’ora del pranzo. Gettando il bouquet alle invitate (un gesto puramente rituale, perché erano tutte sposate), rabbrividì d’orgoglio e fu percorsa da un presentimento di piacere che di lì a poco si sarebbe rivelato del tutto immotivato.

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QUOTIDIANA. L’ippopotamo Pippo

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In quegli anni (Sessanta), ero appena arrivato a Torino e incominciavo a muovermi negli ambienti. Si diceva “gli ambienti” gettando via la parola come il pittore lascia andare una pennellata distratta, di prova. «Chi è quello?», «Non lo so, è uno che gira negli ambienti…». Si evitava di dire “cultura” perché sapeva di vecchio, e poi perché gli ambienti erano entità fluide e composite, nelle quali confluivano un po’ di editoria, di pittura, di mondanità, di spettacolo, e soprattutto una certa ansia di esserci, ma ingenua, non troppo sgomitante come sarebbe diventata in seguito, e anche rassegnata a stare in secondo piano, come certe ragazze di quegli anni che si vestivano tutte carine pur sapendo che avrebbero fatto da tappezzeria. Negli ambienti si affacciava anche la pubblicità, che allora a Torino voleva dire lo Studio Testa. Poiché “gli ambienti” erano venati di un certo snobismo, la pubblicità veniva guardata con sufficienza: troppo ricca, troppo televisiva, con quel suo Carosello intasato di frigoriferi, di famiglie, di bambini bagnati, quindi si ergevano degli steccati e si riservava un sorriso di compatimento agli attori che avevano tradito la Prosa per pubblicizzare detersivi. Ma i capillari lunghi e insidiosi di Carosello s’infiltravano. Toccai con mano la contaminazione fra pubblicità e  spettacolo quando conobbi un giovane e promettente attore molto impegnato in certi piccoli spettacoli ambiziosi “di ricerca” e contemporaneamente nel teatro ufficiale – aveva addirittura recitato nel “Bruto Secondo”, di Alfieri, una prova di crudele disciplina per un attore scalpitante come lui.
Una volta mi salutò in fretta:
«Sono in ritardo, devo andare!…»
«In teatro?»
«No, oggi devo andare dall’ippopotamo.»
L’Ippopotamo si chiamava Pippo, era una creatura blu tondeggiante (in vetroresina, credo) che pubblicizzava pannolini saltellando goffamente dondolando il testone.
«Dall’ippopotamo a fare cosa?»
«Ci vado dentro. Siamo in diversi…» e mi nominò altri giovani e promettenti attori che animavano quell’idolo televisivo di tanti bambini.
Forse mi prendeva in giro (era il tipo), ma non ho mai voluto verificare, ho preferito mantenere intatta l’immagine di quel guscio pieno di attori sgambettanti su e giù per le colline di una televisione che si pretendeva umana.

in Quotidiana leggi anche:

Due ragazzi al tavolino di un bar
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/01/30/quotidiana-due-ragazzi-al-tavolino-di-un-bar/

Persone che raccontano
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/13/quotidiana-persone-che-raccontano/

Il metodo Pinter
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/20/quotidiana-il-metodo-pinter/

L’opera
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/02/27/quotidiana-lopera/

 

 

 

La Striscia. ALBERTO ARBASINO

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Michelangelo Antonioni 

Il “caso Antonioni” è un prodotto della Stagione dell’Alienazione, spiacevole tema che com’è noto ha portato male a tanti che l’hanno toccato o sfiorato. E’ quindi imbarazzante occuparsene, ormai, tanto più volendone parlar male, perché il regista è uomo assai permaloso: subito si fa vivo per protestare se non condivide i giudizi espressi; non li tollera se non dall’entusiasmo in su; prende come stroncature totali qualsiasi giudizio “misto”; non raccoglie le intenzioni ironiche perché non le vede, però al contrario esige che vengano raccolte talune intenzioni ironiche sue, che nessuno riesce a vedere tranne lui. Come se non bastasse pretende poi (e non di rado le ottiene) due o più recensioni a ciascuna delle sue opere, la seconda sempre molto migliore della prima, e contrassegnata dall’abbandono d’ogni rigore critico. Quindi, tutto difficile, tanto più che occorre difendersi dal tono vagamente ricattatorio dei corifei: il tono del “chi non capisce, è stupido”, “chi non applaude, è un ignorante”, “se non gli piace, peggio per lui”, “chi dice una parola contro, da oggi in poi è squalificato”, che forse involontariamente si è venuto creando intorno ai suoi film. 

Alberto Arbasino, “Ritratti italiani”, Adelphi