Galleria. Tribù

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La prima volta che si erano incontrati, l’anziana signora si era lasciata andare sulla panchina senza nemmeno far caso a lui. Imprecava fra sé e sé contro non si sa chi, era proprio arrabbiata. Alan aveva evitato di darle corda perché le vecchie non erano il suo genere. Poi lei si era girata e se lo era studiato per bene: «Di che tribù sei?», aveva chiesto. Con chiunque altro Alan l’avrebbe presa storta ma era chiaro che la nonna non ci stava proprio con la testa, era fuori di suo, senza additivi. Straparlava di cinema, soprattutto di film western perché, diceva, era stata fidanzata con un tizio che faceva lo stuntman a Cinecittà; conosceva a memoria tutti i suoi film e durante i caroselli intorno alla diligenza rovesciata lo riconosceva sempre, anche in mezzo a una cinquantina di altri indiani. Nessuno montava come lui: «Anche a letto, sai?, mica solo sul set! Che bastardo!» Era scoppiata a ridere e gli aveva dato una manata sulla coscia: «Non ho mai più trovato un altro come quello!.» Alan non poté fare a meno di vederla che si rotolava nel letto col suo stuntman, carnosa, fiorente e al tempo stesso già un po’ morta com’era adesso. Quel pensiero gli metteva paura ma ne era attratto come da uno strapiombo di cui non conosceva la profondità.

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Il video della domenica. Tableaux vivants. Caravaggio in 13 flash, 4′

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https://www.youtube.com/watch?v=nIeyulbiB0A

C’è qualcosa di candido e al tempo stesso di spregiudicato in questo aggirarsi nella grande pittura per impadronirsene e in certo modo sceneggiarla, privandola del suo alone e della sua materia prima per ricondurla a un pronto uso tutto terrestre. Viene in mente quel vecchio gioco nel quale un estratto a sorte chiudeva gli occhi e, dopo una breve pausa, si voltava repentinamente per sorprendere gli altri giocatori che dovevano mostrarsi immobili, pietrificati, pena la squalifica (come si chiamava?, non ricordo). Ma in questi tableaux vivants il gioco mira in alto, anzi mira al Sublime, ben sapendo che lo potrà soltanto riecheggiare, magari in una sorta di involontaria parodia – la sorte comune a quasi tutti temerari che pretendono di misurarsi con l’arte.

01 – Il santo sepolcro
02 – Maria Maddalena in estasi
03 – Martirio di san Pietro
04 – La decapitazione di San Giovanni Battista
05 – Giuditta e Oloferne
06 – Flagellazione di Cristo
07 – Martirio di san Matteo
08 – Annunciazione
09 – Il riposo durante la fuga in Egitto
10 – Narciso
11 – La resurrezione di Lazzaro
12 – Estasi di san Francesco d’Assisi
13 – Bacco

Galleria. Lo stress del mattino

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«La vita è già così complicata», pensava Elisabetta, «che è proprio da stupidi guastarsi l’umore con certe piccolezze.» Anche quella mattina, poco prima di uscire, si ripeteva la solita tragedia: Teddy pretendeva di andarsene fuori così com’era nonostante il rigore invernale. Era incominciato un estenuante patteggiamento: del cappottino nemmeno parlarne perché secondo lui faceva vecchio bacucco, così Elisabetta aveva ripiegato su un giubbotto, ma Teddy l’aveva liquidato subito in quanto troppo tamarro; l’unico indumento che sembrava disposto a indossare era il coordinato di cotone con la maglietta e righe e i pantaloncini blu. Elisabetta aveva gridato: «Ma sei scemo? È il 18 gennaio!», ed erano partite due sculacciate. Poi gli inevitabili sensi di colpa e il tentativo di un compromesso: «Passi per il coordinato – è una follia, speriamo che non mi arrestino – ma se vuoi uscire devi metterti anche il cappuccio di pelo.» Come tutta risposta, Teddy si era denudato sostenendo che i due capi non erano compatibili. Ed eccoli lì, in entrata, impegnati in un deprimente braccio di ferro. Il temperamento autocritico di Elisabetta la portava a dirsi che in fondo la colpa era sua: una volta aveva letto su una rivista che è un errore molto diffuso diventare amici dei propri figli. Una madre deve fare la madre e basta.

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La Lega in palcoscenico

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https://ilnuovolevante.it/attualita/aida-al-carlo-felice-un-migrante-africano-ospitato-a-recco-interpreta-un-africano-e-la-lega-si-lamenta/

“Quando è troppo, è troppo!”, si deve essere detto il consigliere regionale della Lega Franco Senarega. “Non basta che questi migranti ci sottraggano la raccolta dei pomodori, adesso vengono a occupare anche i nostri palcoscenici, sia pure come comparse!”. Il caso è scoppiato intorno a Frank Amoah, originario del Gambia, scritturato dal Teatro Carlo Felice di Genova come guerriero per la messa in scena dell’Aida, insieme ad altri quattordici africani. Fanno quindici posti di lavoro sottratti agli italiani. Il consigliere Franco Senarega, prima di impugnare la bandiera con su scritto “A chi l’opera lirica? A noi!” (e in nota: gli italiani), ha sfogliato Leggere lo spettacolo, di Anne Ubersfeld (è uno dei suoi testi più essenziali, ma non c’era tempo da perdere) ricavandone un ammaestramento utile e anche di pronto uso politico: il teatro è finzione. Di qui, la proposta del consigliere neoregista: prendere quindici robusti giovanotti bianchi e dipingerli adeguatamente. L’idea non è originale,  ma segna l’ingresso della Lega nel vivo della creazione artistica teatrale, quindi è in qualche modo storica. Purtroppo, come accade a molti teorici, anche il Senarega cade sul terreno produttivo; agli attuali prezzi di mercato, una confezione di make up marrone da 20 milligrammi costa 4, 50 euro. Ora, dipende da quanto intensamente si vogliano colorare i quindici ragazzi bianchi, ma almeno un paio di scatolette di “Aqua make up” a testa bisogna metterle in conto solo per il viso. E poi ci sono quindici toraci (presumibilmente importanti, visto che si tratta di guerrieri) da pennellare, per non parlare delle gambe. Insomma, rispetto agli africani autentici, ci sarebbe un sovrapprezzo di un migliaio di euro, a dir poco. Ci sarebbe un’altra soluzione a costo zero, alla quale il Senarega non ha pensato, per africanizzare le comparse bianche: si potrebbero ripescare nel magazzino costumi della rai, della quale la Lega conosce i meandri, le calzamaglie che indossavano le soubrette (Kessler comprese) ai tempi di Bernabei; basterebbe immergerle nel tè per qualche ora e si otterrebbe un perfetto colore egizio. La calzamaglia agli italiani.

Galleria. Un addio

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Non era facile far stare tutto in centoquaranta caratteri. Ci sarebbero volute almeno dieci pagine per ricapitolare tutti i lamenti di lui, le sue gelosie, la sua tetraggine. La prima cosa che le venne in mente di scrivere fu: “Basta. Mi hai rotto le palle.” Ventotto caratteri. C’era spazio per aggiungere altro. Ad esempio: “Narcisista, impotente, pallone gonfiato”. Fece il conto: Sessantanove. Si fermò un attimo prima di schiacciare invio. Sabrina era una di quelle ragazze moderne che lodevolmente tengono ancora alle forme, ma le forme purtroppo richiedono spazio, come quei vecchi mobili monumentali e funerei che i nonni lasciano in eredità per rendere la vita dei discendenti non meno triste della loro. Prese tempo e ordinò un caffè. Doveva esistere un passepartout, una di quelle frasi collaudate che paralizzano con eleganza l’avversario (ormai poteva chiamarlo così). Il ragazzo portò un espresso ristretto come l’aveva chiesto. Lo bevve d’un sorso, amarissimo, e subito la formula le apparve nella sua irenica classicità. “In questo periodo ho bisogno di stare sola con me stessa.” Poi precisò: “A tempo indeterminato.” E per ammorbidire l’enunciato che poteva sembrare un po’ asciutto dopo un rapporto di quattro anni, aggiunse: “Un bacio”. Ci ripensò: e se il tipo si fosse appigliato a quel bacio per rifarsi vivo? (Perché era piuttosto appiccicoso). Decise infine di correre il rischio e il bacio rimase: un cioccolatino deve sempre avere la sua carta dorata, a maggior ragione se è avvelenato.
Rilesse: il messaggio era elegante, funzionale, ma ancora un po’ troppo asettico. Aggiunse: “Stronzo”. Così personalizzato, era perfetto. Inviò e ordinò un frizzantino.

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Nube di parole, ridefinire la pratica culturale con la co-scrittura (Minima et Moralia)

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“Il grande linguista danese Louis Hjemlsev diceva che il compito del linguaggio era quello di proiettare una rete di relazioni e di correlazioni sulla nuvola amorfa del pensiero. Ma che cosa succede quando le parole stesse assomigliano pericolosamente a quella stessa nube senza forma che dovrebbero aiutare a precisare e articolare?”

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http://www.minimaetmoralia.it/wp/nube-parole-scrittura-collettiva/

L’affare Halloween

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Dalle “Locande delle streghe” all’agenzia di viaggi Halloween, alla pasticceria “Dolcetto o scherzetto”: sono oltre 150 in Italia le imprese che si ispirano in vari modi alla festa di Halloween. I settori interessati, tra bar, ristoranti, locali, parchi divertimento, organizzatori di feste, commercio di giocattoli sono però 330 mila con un giro d’affari annuale di circa 29 miliardi di euro.
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https://www.ildenaro.it/halloween-affari-29-mld-euro-interessate-oltre-300-mila-imprese-16-mila-napoli/

 

Intervista impossibile a Umberto Eco. Sessant’anni di televisione (e di società) (Doppiozero)

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“Mi scusi, professor Eco: vorrei proporle un’intervista; ho visto che è uscita una grossa raccolta di suoi scritti sulla televisione, ci sono dentro cose molto belle; e, poi, è uno spaccato di storia italiana e non solo italiana…
Mio Dio, non bastavano le centinaia di interviste che ho rilasciato in vita, adesso anche le interviste impossibili… che fra l’altro, ho inventato io, con Manganelli, Arbasino e gli altri… Ci divertivamo moltissimo. E adesso mi vuole sottoporre a una specie di contrappasso!”

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https://www.doppiozero.com/materiali/intervista-impossibile-umberto-eco

Il video della domenica. Andrea Pennacchi, Ciao terroni… 4′

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https://www.gazzettadiparma.it/video/news/546771/quando-i-neri-erano-i-meridionali-il-monologo-sui-terroni-di-pennacchi.html

Galleria. Il romanzo del professore

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Nel locale lo chiamavano professore perché portava sempre con sé qualche pubblicazione. I camerieri più sfrontati sostenevano che non leggesse davvero: «Non si capisce, è capace di stare davanti alla stessa pagina per mezz’ora. Mio figlio che fa la seconda elementare e che è anche un po’ ciuco va molto più spedito.» La padrona strillava che i ciuchi erano loro: «Cosa volete saperne di quel che passa nella testa di un professore! Loro leggono in un modo tutto speciale, mica come voi che non andate oltre i titoli della Gazzetta dello sport!» I camerieri non replicavano perché la padrona aveva un debole per lui, lo serviva personalmente e intanto ne approfittava per dare una sbirciata a quelle pagine, per lo più senza ricavarne nulla. Qualche volta, invece di un libro o di un giornale, il professore si portava certe lettere scritte con inequivocabile calligrafia femminile; in quelle occasioni la curiosità della padrona si faceva più forte, e non potendo essere soddisfatta generava delle fantasticherie che col tempo erano diventate un embrione di romanzo. Si trattava di un grande amore infelice, ne era sicura, perché quando gli chiedeva: «Professore, ci vuole il cacao sul cappuccino?» lui s’immalinconiva, come se il cappuccino (oppure il cacao) evocassero un momento molto doloroso. Dal che la padrona deduceva che quella storia doveva essere stata tristissima, in quanto esclusivamente epistolare: erano sentimentalmente impegnati?; vivevano in città irrimediabilmente lontane? Questo e tanto altro, sperava, sarebbe stato rivelato dal seguito del romanzo. La padrona Narratrice era arrivata alla conclusione che i due si erano incontrati una sola volta, per una crudele mezz’ora, al bar della stazione di Piacenza durante un cambio di treno (lei diretta al nord, lui al sud); consapevoli che quel rendez vous sarebbe stato, oltre che il primo, anche l’ultimo, erano entrambi dominati da un forte imbarazzo che nel professore aveva assunto le proporzioni di un marasma. Di qui l’incidente, forse generato da un banale cappuccino. Ma qual era stata la dinamica? Nonostante la Narratrice avesse una bella fantasia, le era impossibile immaginare quel che può combinare un professore in preda a una tempesta emotiva, eppure qualcosa di fatale doveva essere accaduto, perché la signora dopo dieci minuti si era alzata e aveva salutato freddamente dicendo che temeva di perdere il treno.
È il mistero che nutre i romanzi popolari, e questo col tempo era diventato popolarissimo perché la padrona non mancava di diffonderlo oralmente fra i suoi dipendenti – ai quali, per la verità, il professore sembrava più un vecchio attaccapanni che un eroe romanzesco.
Un giorno, senza che nulla lo lasciasse prevedere, il professore non si presentò. La padrona ci rimase male, non tanto per lui, che non era particolarmente interessante, quanto per il romanzo che rimaneva fastidiosamente incompiuto. Col tempo, la figura, già evanescente, del vecchio evaporò del tutto. Ogni tanto, tornava ad aleggiare nel locale quell’odore di muffa tipico dei romanzi non risolti, ma la padrona, che non era donna incline alle nostalgie, diceva ai sottoposti: «Su, apriamo un po’ le finestre!»

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La scomparsa di Keiichiro Kimura, il creatore de L’Uomo Tigre (da Artribune)

 

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“Kimura ha realizzato 3 serie per un totale di 105 puntate, in cui viene raccontata la storia di Naoto Date, un bambino cresciuto in un orfanotrofio dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Un giorno, visitando uno zoo, Naoto si imbatte in una gabbia di felini, e in questo momento capisce di voler diventare forte come una tigre per combattere le ingiustizie del mondo. Scappa dall’orfanotrofio ed entra a fare parte della Tana delle Tigri…”

leggi il resto dell’articolo:
https://www.artribune.com/dal-mondo/2018/10/morto-tokyo-disegnatore-keiichiro-kimura-uomo-tigre/

Poeti morti di vecchiaia, racconto di Gian Marco Griffi (Argo)

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Ci sono solo due categorie di poeti, quelli morti suicidi e quelli no.
Solo i morti suicidi potevano essere considerati poeti, ha detto, quelli non morti suicidi “hanno solo scritto poesie”.
Gli ho chiesto in quale categoria rientrasse lui, e mi ha risposto che rientrava nella categoria di quelli che sono in attesa di entrare a far parte di una delle due categorie.
I poeti viventi, ha detto, non sono poeti propriamente detti, scrivono poesie in attesa che la Storia della Poesia possa incasellarli in una delle due categorie.
(…)
Naturalmente, ha detto, tra quelli che non sono morti suicidi esistono numerose sottocategorie, come peraltro tra quelli che sono morti suicidi.

Leggi il racconto:
http://www.argonline.it/poeti-morti-di-vecchiaia-racconto-di-gian-marco-griffi/

 

Cinque poesie di Durs Grünbein. Traduzione di Valentina Di Rosa (Le parole e le cose)

[Questi cinque testi sono tratti dalla raccolta Zündkerzen. Gedichte (Suhrkamp 2017). Si ringrazia la casa editrice per aver gentilmente concesso i diritti].

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Uno dei maggiori poeti tedeschi contemporanei.

Domenica, rintocco di campane – non ti vergogni
delle tante messe che hai marinato? Invece:
lettura del Maldoror, polipi alati nel cielo. (…)
leggi il resto:
https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox/FMfcgxvzLDxjHRVpbdBWVdpShBwPSRZB