Il gatto del Ferragosto

C’era un gatto che compariva per qualche giorno a cavallo del 15 d’agosto e che per questo veniva chiamato “il gatto del ferragosto”.
Un certo anno, il gatto del ferragosto non si fece vivo.
« Chissà perché?», chiese qualcuno.
«L’avranno venduto a un ristorante spacciandolo per lepre», disse uno spirito brillante.
Colui, senza saperlo, aveva ragione – era infatti arrivata la Crisi dalle dita voraci e si taroccava ogni cosa, anche il cibo, come durante il primo dopoguerra.

La donna che ha vinto una durissima gara mista di ciclismo (Il Post)

“La Transcontinental Race è una gara di ciclismo endurance, cioè di estrema resistenza. Prevede un’unica lunga tappa che da sola è più lunga di tutte le ventuno tappe del Tour de France, la più importante competizione di ciclismo professionistico al mondo. La Transcontinental Race è arrivata alla sua settima edizione ed è la prima volta che la vince una donna. Kolbinger va in bici per passione: la maggior parte del suo tempo la occupa studiando per diventare oncologa pediatrica. Questa era tra l’altro la sua prima partecipazione a una gara endurance.”

Leggi l’articolo:
https://www.ilpost.it/2019/08/09/transcontinental-race-fiona-kolbinger/?fbclid=IwAR0s0sdamb_nz6nLLyBStQZ62IZWkcF0UHavUqUa5R7pKwmPhURpZzdvbzw Leggi l’articolo:

Mattia Madonia, È finito il governo più incompetente della nostra storia… (The Vision)

“Con tutti i principali indicatori economici che mostrano una flessione si può dire ufficialmente che il governo del cambiamento è riuscito a peggiorare le condizioni dell’economia italiana. Nei prossimi mesi il M5S farà l’impossibile per dimostrare il contrario, ma i dati parlano più chiaro di qualsiasi discorso da comizio. Salvini, invece, non farà nulla per smentire queste cifre, e ne addosserà tutta la responsabilità al Ministero del Lavoro e dello Sviluppo economico dell’ex alleato di governo.”

Leggi l’intero articolo: https://thevision.com/politica/crisi-governo-incompetente/?sez=all&ix=1

Il video della domenica. Performance di un maestro, Mimmo Cuticchio

Teatro del racconto, teatro nudo, teatro del ritmo, teatro della fusione di gesto e parola. Teatro della compiuta perfezione.

Bence Haidu, Gli addii

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L’artista ungherese Bence Hajdu ha re-immaginato famosi dipinti classici cancellando persone e personaggi in modo da lasciare intatta solo l’architettura deserta e silenziosa.
Il lavoro è un risultato dell’interesse di Hajdu per le prospettive pure disegnate nei dipinti classici. Da questa sottrazione viene rivelato un ambiente insolito e spazi prospettici inquietanti. Lo spirito delle opere d’arte è completamente trasformato.

Leggi il resto dell’articolo: https://www.collater.al/bence-hajdu-abandoned-paintings/

Carmelo Bene, Ci sono dei cretini che hanno visto la Madonna (da “Nostra Signora dei Turchi”)


Ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna.Io sono un cretino che la Madonna non l’ha vista mai.

Tutto consiste in questo, vedere la Madonna o non vederla.

San Giuseppe da Copertino, guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando.

I cretini che vedono la Madonna hanno ali improvvise, sanno anche volare e riposare a terra come una piuma. I cretini che la Madonna non la vedono, non hanno le ali, negati al volo eppure volano lo stesso, e invece di posare ricadono come se un tale, avendo i piombi alle caviglie e volendo disfarsene, decide di tagliarsi i piedi e si trascina verso la salvezza, tra lo scherno dei guardiani, fidenti a ragione dell’emorragia imminente che lo fermerà. Ma quelli che vedono non vedono quello che vedono, quelli che volano sono essi stessi il volo. Chi vola non si sa.

Un siffatto miracolo li annienta: più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono. È l’estasi questa paradossale identità demenziale che svuota l’orante del suo soggetto e in cambio lo illude nella oggettivazione di sè, dentro un altro oggetto.

Tutto quanto è diverso, è Dio.

Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu.

Se vuoi stringere sei tu l’amplesso, quando baci la bocca sei tu.

Divina è l’illusione. Questo è un santo. Così è di tutti i santi, fondamentalmente impreparati, anzi negati. Gli altari muovono verso di loro, macchinati dall’ebetismo della loro psicosi o da forze telluriche equilibranti – ma questo è escluso -. È così che un santo perde se stesso, tramite l’idiozia incontrollata. Un altare comincia dove finisce la misura. Essere santi è perdere il controllo, rinunciare al peso, e il peso è organizzare la propria dimensione. Dove è passata una strega passerà una fata.

Se a frate Asino avessero regalato una mela metà verde e metà rossa, per metà avvelenata, lui che aveva le mani di burro, l’avrebbe perduta di mano. Lui non poteva perdersi o salvarsi, perché senza intenzione,inetto.

Chi non ha mai pensato alla morte è forse immortale. È così che si vede la Madonna.

Ma i cretini che vedono la Madonna, non la vedono, come due occhi che fissano due occhi attraverso un muro: un miracolo è la trasparenza. Sacramento è questa demenza, perchè una fede accecante li ha sbarrati, questi occhi, ha mutato gli strati – erano di pietra gli strati – li ha mutati in veli. E gli occhi hanno visto la vista. Uno sguardo. O l’uomo è così cieco, oppure Dio è oggettivo.

I cretini che vedono, vedono in una visione se stessi, con le varianti che la fede apporta: se vermi, si rivedono farfalle, se pozzanghere nuvole, se mare cielo. E davanti a questo alter ego si inginocchiano come davanti a Dio. Si confessano a un secondo peccato. Divino è tutto quanto hanno inconsciamente imparato di se. Hanno visto la Madonna. Santi.

I cretini che non hanno visto la madonna, hanno orrore di sè, cercano altrove, nel prossimo, nelle donne – in convenevoli del quotidiano fatti preghiere – e questo porta a miriadi di altari. Passionisti della comunicativa, non portano Dio agli altri per ricavare se stessi, ma se stessi agli altri per ricavare Dio. L’umiltà è conditio prima.

I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare. Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all’assoluto comunque. Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino.

Religione è una parola antica.

Al momento chiamiamola educazione.

Lettera della Madonna a Salvini (tramite Selvaggia Lucarelli)

madonna e salvini

Caro Matteo, mi presento: sono la Beata Vergine Maria, colei che ieri hai ringraziato in un tweet. Di solito non mi scomodo a rispondere ai tanti che mi invocano, ma visto che Papa Francesco mi ha definita l’influencer di Dio e tu sei l’influencer di una buona fetta di italiani che credono nel tuo verbo (nello specifico il verbo ruspare), scendo momentaneamente sulla Terra e ti spiego un paio di cose.
Ti sei definito felice che il decreto Sicurezza bis sia passato proprio “il 5 agosto che per chi è stato a Medjugorje rappresenta il compleanno della Vergine Maria”. Tanto per cominciare: grazie per il pensiero, Matteo, ma come certi mariti distratti hai toppato la data. Io sono nata l’8 settembre. Il 5 agosto è nata la Madonna di Medjugorje, nello specifico una collega che non esiste, una che definirei la Mark Caltagirone delle apparizioni mariane.
Guarda, te la faccio più semplice ancora: l’apparizione della Madonna di Medjugorje non è mai avvenuta, la sparizione dei 49 milioni della Lega invece sì.
Giuseppe doveva partecipare a un censimento, tipo quello che vuoi tu per i rom, quindi eravamo in viaggio. Mio figlio è nato e siamo dovuti scappare in Egitto perché Erode lo voleva uccidere. Ecco, se ci fossero stati i tuoi decreti sicurezza, l’egiziano alla frontiera ci avrebbe detto: “Tornate in dietro in Giudea, è un posto sicuro!”. Non avevamo moto d’acqua per fuggire via mare, non avevamo cibo con cui fare selfie.
A proposito di soprannomi, i miei sono Beata Vergine Maria del Soccorso, Ausiliatrice, Nostra Signora della Misericordia e anche Stella Maris, ovvero stella polare e guida per chi viaggia per mare. Ora capisci bene, caro Matteo, che ringraziare ME per un decreto che stabilisce che gli ultimi della Terra possono pure essere ingoiati dai flutti, mi ha fatto drizzare il velo.
Ringrazia Schettino, se proprio cerchi un modello ispiratore. Infine, prima che suoni l’Ave Maria di Schubert al Papeete, ti chiedo di riporre i rosari e di lasciarmi fuori dalla tua propaganda.
Ah. Solo un’ultima cosa: sai la storia che avrei pianto sangue, di tanto in tanto? Ecco. Era una bufala pure quella. Ma solo fino a ieri.  Poi ho letto il tuo tweet.

 

 

 

 

 

Mattia Madonia, L’unica vittoria che lascerete nella storia sarà il vostro odio (The Vision)

“La reale vittoria di Salvini è stata quella di aver creato un esercito di Salvini: alcuni erano dei Salvini in sonno, altri dei Salvini inconsapevoli, altri ignorano semplicemente il meccanismo che hanno autorizzato con il loro voto e appoggio alla Lega.” Leggi l’articolo:  https://thevision.com/politica/impronta-storia-odio/

Maurice de Guérin, Macareo

La mia giovinezza fu traboccante di rapidità e di agitazione. Vivevo di moto, e non conoscevo limiti ai passi. Un giorno, mentre percorrevo una valle, scopersi un uomo che procedeva lungo l’altra sponda del fiume. E subito l’ebbi in dispregio: «Com’è breve il suo passo, e nel proceder maldestro! Come tristi sembrano misurare lo spazio i suoi sguardi! Senza dubbio è un centauro che gli Dei hanno abbattuto, per ridurlo a trascinarsi così».
Sovente, dopo le lunghe giornate di corsa, io cercavo un po’ di refrigerio nel letto dei fiumi. Una metà di me stesso, immersa, s’agitava per rimanere a fior dell’onde, mentre l’altra si ergeva a portare le braccia oziose al di sopra dell’onde.
«O Macareo» mi disse un giorno il grande Chirone, «noi siamo entrambi centauri delle montagne, ma tu assomigli ai mortali che raccolsero sulle acque o nei boschi qualche frammento del flauto spezzato di Pan e se lo portarono, per provarlo, alle labbra. Ma avendo sorbito da quelle reliquie del Nume un fluido selvaggio, come contagiati da un segreto furore, irrompono per i deserti, si tuffano nelle foreste, corrono lungo le sponde dei fiumi, perennemente inquieti, travolti dietro un arcano miraggio. E tu, cosa cerchi, Macareo? Gli Dei? L’origine degli animali e degli uomini? La cosmica sorgente del fuoco? Io sono certo che i Numi, gelosi dei loro privilegi, hanno nascoste le reliquie comprovanti l’origine delle cose. Ma chissà in riva a quale oceano avranno rotolato la pietra che le ricopre».
Ho ripensato tante volte a queste parole di Chirone; e mi tornano in mente anche adesso che vado scemando: mi dissolvo rapido come neve fluttuante sull’acque, e certo tra breve andrò a confondermi anch’io con i fiumi volgenti nel vasto grembo della terra.

Maurice de Guérin, Macareo, il vecchio centauro, rievoca la propria vita, in “Orfeo”, Sansoni, Traduzione Vincenzo Errante

Édouard Louis, Cosa fa la vita alla politica (Le parole e le cose)

“Per molto tempo ho creduto che la politica fosse il nome di una maledizione. Una maledizione che si abbatteva sui poveri, sui deboli, come si diceva nella mia famiglia, generazione dopo generazione, un po’ sul modello delle tragedie di Sofocle o Euripide che ho letto più tardi nel mio percorso e nelle quali gli individui di uno stesso lignaggio sono perseguitati a turno, uno dopo l’altro, e appunto senza potervi scampare, senza poter fuggire poiché non esiste un altrove o un fuori dalla maledizione, poiché la resistenza o la sottomissione più totale conducono alle stesse conseguenze sulle loro vite; credevo che la politica non si accanisse che sui poveri nella misura in cui, semplicemente per contrasto, non riguardava mai i ricchi, era questa l’impressione che avevo guardandoli: diciamo la borghesia, i dominanti, non importa il termine.” Leggi l’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=35142

Edward Lear, L’alfabeto di papà

A era un aquilone
che Papà dal balcone
guardava trasvolare
oltre i monti, oltre il mare.

 B era una bottiglia
tesoro di famiglia.
Papà, sempre assetato,
la tracannò d’un fiato.

C era un cappello
di Papà, tanto bello!
Tutto nero di fuori
e foderato a fiori.

D eran le donne
dalle bizzarre gonne,
che di Papà felice
lavavan le camicie.

E non era che un’eco:
eppure dal suo speco
ciò che Papà diceva
sfacciata ribatteva.

F era un fucile,
d’ultramoderno stile;
Papà, dopo sparato;
mi comprava il gelato.

G  era un gufo antico,
di Papà poco amico.
Gli domandava duro:
«Perché voli allo scuro?»

H  era un po’ di fiato;
sottile e delicato.
Papà, quando gelava,
per vederlo soffiava.

I  era l’inchiostro,
del calamaio nostro.
Quando Papà l’usava
neppur lo domandava.

L  era un lume acceso,
regalo di un obeso.
Papà, quando leggeva,
quasi non ci vedeva.

M  era un micio furbo,
che mai diede disturbo.
Ma Papà digiunava
se la carne rubava.

N  era una nocciola,
in vetta al ramo, sola.
Papà non ci arrivava…
dalla rabbia gridava.

O  era un orologio
che Papà mogio mogio,
senza mai ritardare
mandava a lavorare.

P  era un pesciolino
guizzante e birichino.
Papà per cucinarlo
dovette infarinarlo.

Q  era una quaglia,
che stava nella paglia;
vederla in una gabbia
a Papà faceva rabbia.

R  era il Re Serse.
Papà, quando scoperse
che era un tipo brutale,
ci rimase assai male.

S  era uno sconosciuto.
Papà osservò, da astuto,
quando rubò un bel quadro:
«Lo sconosciuto è un ladro!»

T era un tappeto.
Papà con volto lieto
se ne fasciò la testa
un giorno di tempesta.

U  era un uovo fresco.
«Papà, non ci riesco,»
feci, «dopo mangiato,
a bermelo in un fiato!»

V  era un valletto
dal contegno scorretto.
Ma quando blaterava
Papà lo biasimava.

Z  era una zebra pazza.
«Che destriero di razza,»
fece Papà pensoso,
col tempo tanto afoso!

Edward Lear, L’alfabeto di papà, in “Umoristi dell’800”, Garzanti, traduzione G. Cusatelli

Christopher Isherwood, Sul set

«Non le vendo le violette di ieri, appassiscono…»
«… Stooop!»
Il regista si alza di scatto dalla sua sedia e mi si avvicina: «Mi permetta di dirle una cosa, madame. Il modo con cui lei spalanca quella porta è troppo ampio. Conferisce a quel gesto troppa importanza drammatica.»
«Sì, lo so, sentivo che non andava.»
«Mi permetta di mostrarglielo ancora una volta.»
Il regista è ritto presso il tavolo. Le sue labbra tremano, i suoi occhi luccicano; ormai si è trasformato in una bella ragazza sul punto di scoppiare in lacrime.
«Non le vendo, le violette di ieri, appassiscono».
…E scappa, la faccia voltata da un’altra parte, fuori della stanza. Si sente un tonfo dietro le scene e un’imprecazione smozzicata fra i denti. Dev’essere inciampato in uno dei cavi.  Un istante dopo riappare, sogghignando, il respiro un po’ mozzo.
«Ha capito quello che voglio? Con una certa scioltezza. Senza stra­fare.»
« Credo di aver capito»,  annuisco, mentre tutti e due sappiamo che rifarò la scena solamente per lui.
«Molto bene, mia cara. Giriamola subito.»
«Un momento, dov’è Timmy?… Timmy!» Accorre immediata­mente il truccatore.
«Com’è la faccia, a posto?»; ormai sono abituata ad affidargli la mia faccia con la stessa indifferenza con cui si allunga uno stivale al lustrascarpe. Timmy sfiora il mio viso con piccoli tocchi esperti e delicati: sa bene che questa maschera è il mio pane, la mia carriera, il mio strumento di la­voro. Quando il truccatore ha finito, l’aiuto operatore misura la distanza dall’obiettivo della macchina da presa al mio naso con un nastro.
Infine, si gira di nuovo. Mentre recitiamo, vediamo il regista accanto alla macchina da presa: le sue labbra si muovono, il suo volto si distende e si contrae, le sue mani si contraggono ner­vosamente. Quando è tutto finito, sospira, come chi si desti da un sonno profondo. Dolcemente, amorosamente esala la parola: «Riposo.»

         Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Mondadori, traduzione. G. Monicelli

Alfred De Musset, La confessione di un figlio del secolo (frammento)

Devo raccontare in quale occasione fui colpito per la prima volta dalla malattia del secolo.

Ero a tavola, a una grande cena, dopo una mascherata. Attorno a me i miei amici riccamente travestiti, da ogni lato giovani e donne, tutti scintillanti di bellezza e di gioia; a destra e a sinistra piatti squisiti, bottiglie, lampadari, fiori; al di sopra della mia testa un’orchestra chiassosa e di fronte a me la mia amante, creatura superba che idolatravo. Avevo allora diciannove anni; non avevo sperimentato nessuna disgrazia e nessuna malattia; avevo un carattere allo stesso tempo altero e aperto, pieno di tutte le speranze di un cuore traboccante. I vapori del vino fermentavano nelle mie vene; era uno di quei momenti di ebbrezza in cui tutto quello che vedete, tutto quello che sentite vi parla della vostra amata. La natura intera appare allora come una pietra preziosa dalle mille sfaccettature, sulla quale è inciso il nome misterioso. Si abbraccerebbero volentieri tutti quelli che si vedono sorridere, e ci si sente fratelli di tutto ciò che esiste. La mia amante mi aveva dato appuntamento per la notte, e guardandola portavo lentamente il bicchiere alle labbra. Mentre mi voltavo per prendere un piatto, mi cadde la forchetta. Mi chinai per raccoglierla e, non trovandola in un primo momento, sollevai la tovaglia per vedere dove fosse caduta. Intravvidi allora sotto la tavola il piede della mia amante posato su quello di un giovane seduto al suo fianco; le loro gambe erano incrociate e allacciate, ed essi di tanto in tanto le stringevano dolcemente. Mi rialzai perfettamente calmo, chiesi un’altra forchetta e continuai a cenare. La mia amante e il suo vicino erano, da parte loro, anch’essi perfettamente tranquilli, si parlavano appena e non si guardavano. Il giovane aveva i gomiti sulla tavola e scherzava con un’altra donna che gli mostrava la sua collana e i suoi braccialetti. La mia amante era immobile, gli occhi fissi e pieni di languore. Li osservai tutti e due finché durò il pasto, e non vidi, né nei loro gesti né sui loro volti, niente che potesse tradirli. Alla fine, quando fummo al dolce, feci scivolare a terra il tovagliolo e, chinatomi di nuovo, li ritrovai nella stessa posizione, strettamente legati l’uno all’altra. Avevo promesso alla mia amante di riaccompagnarla a casa quella sera. Era vedova e di conseguenza molto libera, grazie a un vecchio parente che l’accompagnava e le serviva da chaperon. Mentre attraversavo il peristilio, mi chiamò. «Andiamo, Octave», mi disse, «usciamo, eccomi qua». Mi misi a ridere e uscii senza rispondere.

Alfred De Musset, La confessione di un figlio del secolo, Traduzione Alessandra Terni, Fazi editori