Azar Nafisi, Camminare a Teheran

Pensiamo a una qualsiasi delle ragazze, Sanaz ad esempio, mentre esce da casa mia, e seguiamola fino a destinazione. Saluta, si rimette la veste nera sopra i jeans e la maglietta arancione, e si avvolge il velo attorno al collo per coprire gli orecchini d’oro. Fa sparire le ciocche ribelli, ripone gli appunti nella borsa, se la mette in spalla ed esce,. Si ferma un attimo sul pianerottolo e si infila i guanti di pizzo nero per nascondere le unghie smaltate.

Osserviamola scendere le scale e arrivare in strada. Forse vi sarete accorti che i suoi gesti, la sua andatura sono già cambiati. È meglio per lei se nessuno la nota, la sente, la vede. Non cammina ben eretta, procede a testa bassa senza guardare nessuno negli occhi. Il suo passo è svelto, deciso. Le strade di Teheran e delle altre città iraniane sono pattugliate da miliziani armati, drappelli di quattro uomini e donne, su fuoristrada Toyota bianchi, a volte seguiti da un minibus. Lo chiamano il Sandue di Dio. Loro compito è quello di accertarsi che le donne come Sanaz si vestano in maniera consona, non si trucchino, non si mostrino in pubblico in compagnia di uomini che non siano i rispettivi padri, fratelli o mariti. Sanaz passerà sicuramente davanti a muri ricoperti di scritte, citazioni da Khomeini o dao Partito di Dio: CHI PORTA LA CRAVATTA È UN lacchè DEGLI STATI UNITI . IL VELO PROTEGGE LA DONNA. Accanto, lo schizzo a carboncino di una figura femminile, un volto privo di lineamenti incorniciato da chador scuro: SORELLA, BADA AL TUO VELO. FRATELLO, ATTENTO A DOVE GUARDI.

Azar Nafisi, Leggere Lolita a Teheran, Adelphi

Anna Foglietta fermata dai carabinieri dopo il flash mob per Global Sumud Flotilla

https://www.ildolomiti.it/video/cultura/2025/il-video-venezia-82-carabinieri-fermano-la-lancia-con-anna-foglietta-e-laika

La polizia ha fermato al Lido la barca con l’artista Laika e Anna Foglietta, che presentavano l’opera “We are coming” a sostegno della Global Sumud Flotilla, secondo quanto riferisce il portavoce della street artist. “O si sta dalla parte degli oppressi, o si è complici. Anche il silenzio è complicità”, dichiara l’artista Laika in una nota. “L’arte oggi è un’azione pacifica e non violenta di sostegno alla Flotilla”, commenta l’attrice Anna Foglietta. Video di Davide Bosco.

Le figurine di Radiospazio. Miracoli del freddo

«Aprite, signor Holker» disse il notaio. «Sono impaziente di assistere alla risurrezione di quei due uomini.» Fecero il giro della piccola costruzione, finché scoprirono una porticina di ferro. Holker introdusse la chiave nella serratura ed aprì facilmente. Subito una corrente estremamente fredda investì i tre uomini, costringendoli a retrocedere rapidamente. «Vi è un banco di ghiaccio là dentro!» esclamò il sindaco. «Che cosa contiene quel vaso per produrre un simile gelo?»
Attesero alcuni minuti, poi, quando la corrente fredda diminuì, uno alla volta s’introdussero nel sepolcreto. Si trovarono in una stanza circolare, colle pareti coperte da lastre di vetro. Nel mezzo vi era un letto abbastanza largo e su di esso, avvolti in grosse coperte di feltro, si scorgevano due esseri umani coricati l’uno presso l’altro. I loro volti erano gialli, gli occhi chiusi, e le loro braccia, che tenevano sotto le coperte, parevano irrigidite. Non si riscontrava su di loro alcun indizio di corruzione delle carni. Il signor Holker si accostò rapidamente a loro e sollevò le coperte. «È incredibile!» esclamò. «Come si possono essere conservati così questi due uomini, dopo cent’anni? Possibile che siano ancora vivi?»
I suoi compagni si erano anche essi accostati e guardavano con una specie di terrore quei due uomini, chiedendosi ansiosamente se si trovavano dinanzi a due cadaveri o a due addormentati. Quello che si trovava a destra era un bel giovane di venticinque o trent’anni, coi capelli di color biondo rossiccio, di statura alta e slanciata; l’altro invece dimostrava cinquanta o sessant’anni, aveva i capelli brizzolati, ed era più basso di statura. Sia l’uno che l’altro erano meravigliosamente conservati: solo la pelle del viso, come abbiamo detto, aveva assunto una tinta giallastra, simile a quella delle razze mongoliche.
«Sono medico», disse Holker, «So come si deve operare. Non si tratta che di far due iniezioni.»

Jules Verne, Le meraviglie del 2000, Il Formichiere

Don DeLillo, Il Paradiso

Suor Hermann Marie ha dato gli ultimi tocchi alla mia ferita da arma da fuoco. Dalla mia sedia vedevo molto bene l’immagine di Kennedy e del papa in paradiso. Sotto sotto quel quadro mi piaceva. Mi faceva sentire bene, sentimentalmente confortato. Il presidente ancora vigoroso dopo la morte. La semplicità del papa aveva qualcosa di radioso. Perché non poteva essere vero? Perché non avrebbero potuto incontrarsi da qualche parte, in un tempo futuro, sullo sfondo di morbidi cumuli, per stringersi le mani? Perché non potevamo incontrarci tutti, come in un racconto epico di divinità proteiformi e gente comune, da qualche parte lassú, con corpi ben proporzionati e luminosi?

Ho chiesto alla mia suora: – Che cosa dice oggi la Chiesa a proposito del paradiso? È sempre il vecchio paradiso di una volta, nel cielo? Lei si è girata per lanciare una fuggevole occhiata al quadro.

– Ci fa cosí stupidi? – ha detto.

La veemenza della sua risposta mi ha lasciato esterrefatto.

– E allora cos’è il paradiso, secondo la Chiesa, se non è la dimora di Dio, degli angeli e delle anime di quelli che si salvano?

 – Quelli che si salvano? Ma salvarsi da cosa? Certo bisogna essere proprio degli zucconi per venirsene qui a parlare di angeli. Me lo faccia vedere, un angelo. Gliene sarei grata. Vorrei tanto vederlo.

– Ma lei è una suora. Le suore credono a queste cose. Quando vediamo una suora ci rallegriamo, è qualcosa di simpatico e divertente, perché pensiamo che c’è ancora qualcuno che crede negli angeli, nei santi, e in tutte le cose tradizionali.

– E lei è davvero cosí zuccone da crederci?

– Ma non è quello in cui credo io a contare. È quello in cui crede lei. – È vero, – ha detto la suora.

– I non credenti hanno bisogno dei credenti. Desiderano disperatamente che esista qualcuno che crede. Ma mi faccia vedere un santo. Mi porti qui il pelo del corpo di un santo.

Si è chinata verso di me, con quel viso severo incorniciato dal velo nero. Cominciavo a preoccuparmi.

– Siamo qui per prenderci cura dei malati e dei feriti. Questo e basta. Se vuole parlare del paradiso deve cercarsi un altro posto.

Don DeLillo, Rumore bianco, Einaudi, Traduzione di Federica Aceto

Le figurine di Radiospazio. La scoperta dell’Utile

La natura e l’esperienza, dopo matura riflessione, mi insegnarono che tutte le buone cose di questo mondo sono buone per noi solamente in quanto ci sono utili; e che, per quanto ne accumuliamo per darle agli altri, noi stessi ne possiamo godere appena quel tanto che possiamo usare e non di più. L’avaro più avido e rapace del mondo, sarebbe guarito due volte del suo vizio se si fosse trovato nei miei panni, possedendo infinitamente di più di quello che avrebbe potuto usare. Non avevo ragione di desiderare nulla, tranne cose che non avevo e queste non erano che piccolezze, sebbene molto utili per me. Avevo, come ho accennato prima, un mucchietto di danaro, in oro e argento, circa trentasei lire sterline. Ahimè! quella robaccia vana ed inutile era stata buttata da una parte; non sapevo che farne; e spesso dicevo fra me che ne avrei data una manciata in cambio di una grossa di pipe o di un mulino a mano per macinare il mio grano; anzi, l’avrei data tutta per pochi centesimi di semi di rapa o di carota inglese o per un pugno di piselli e di fagioli e una bottiglia d’inchiostro. Così com’era, non me ne veniva il minimo vantaggio, né il minimo beneficio; giaceva in fondo a una cassetta e durante la stagione delle piogge l’umidità della grotta vi faceva crescere sopra la muffa; se la cassetta fosse stata piena di diamanti sarebbe stata la stessa cosa per me; non avrebbero avuto nessun valore, perché non mi sarebbero stati di nessuna utilità.

Daniel Defoe, Robinson Crusoe, Garzanti, Traduzione di Margherita Botto

Jan Švankmajer, TVE2 METRÓPOLIS 1993: “Dimensions of dialogue” 1982: “Factual Conversation” (0036tel05). 3’30”

https://www.youtube.com/watch?v=rCfSpF-QQz0&list=PL1a4bt-z5IaF7PmzDPS6DhPvOPbXJ2vIe&index=39

Le figurine di Radiospazio. L’atto inconscio

EDIPO: – Se sinistra luce poi m’avvolse — ah, sinistra, sì — e alzai le mani su mio padre, e l’ammazzai, senza decifrare la vittima chi era, tu tenti d’addossarmi l’atto inconscio? Sarebbe razionale? Mia madre! Non hai coscienza, non hai pudore ad artigliarmi parole sugli amori con la donna, sangue del tuo sangue? Dirò tutto. Non seppellirò le cose: hai superato il limite, tu, lingua oscena. Fui nel suo ventre. Ventre — nooh, la mia vergogna! — cieco d’uomo cieco. Ventre che, dopo me, fruttò nati a me, e scandaloso nome a lei. Io so profondamente questo: tu premediti l’insulto osceno contro me, e lei. In quello sposalizio non ci fu volere mio: e non c’è volere nel suoni che scandisco. Non temo scandalo, io, per le mie nozze, e per il sangue di mio padre ucciso, che mi sputi in faccia, tu, ossessivo, duro, velenoso. Controbattimi su un punto solo. Basta questo. Se a te, a te che sei morale, adesso, qui, s’affianca uno, e ti colpisce a morte, tu che fai, l’inchiesta se è tuo padre, l’assassino, o scatta il tuo colpo di difesa? Io non ho dubbi. Se senti tua la vita, rispondi al primo colpo, non indaghi la traccia di un diritto. Precipitai in questo abisso anch’io.

Sofocle, Edipo a Colono, Garzanti, Traduzione di Ezio Savinio

Le figurine di Radiospazio. L’orizzonte

Bel: – Il tuo nuovo orizzonte è la morte.
Andy: – Questo può essere. Questo può essere. Ma il grosso problema è: attraverserò l’orizzonte mentre muoio o dopo morto? Magari non lo attraverserò affatto. Magari rimarrò incastrato a metà orizzonte. E se così fosse riuscirò a vedere oltre, riuscirò a vedere l’altra faccia? O l’orizzonte è davvero infinito? E come sarà il clima? Incerto, con qualche rovescio, o soleggiato con bachi di nebbia? O ci sarà un chiaro di luna perenne e senza nuvole? O sarà buio pesto per sempre? Puoi anche rispondermi che non hai il benché minimo cazzo di idea, e avresti ragione. Ma io personalmente non posso credere che possa essere buio pesto per sempre, che senso avrebbe anche solo cominciare a porsi questo insopportabile indovinello? Ci deve essere una scappatoia. Ma è che non riesco a trovarla. Se solo riuscissi a trovarla potrei infilarmici dentro e incontrare e stesso mentre ne esco fuori. È come urlare di paura alla vista di un estraneo e poi rendersi conto che ci si stava guardando allo specchio.

Harold Pinter, Chiaro di luna, Einaudi

Jan Švankmajer, Prezit svuj zivot (Vivi la tua vita), Frammento 1. 1’10”

https://www.youtube.com/watch?v=SXFLSBEWUaU&list=PL1a4bt-z5IaF7PmzDPS6DhPvOPbXJ2vIe&index=3

A Montesole, il cardinal Zuppi legge i nomi di 12mila bambini morti nel conflitto in Medio Oriente

https://www.rainews.it/articoli/2025/08/il-cardinale-zuppi-legge-per-ore-i-nomi-di-12mila-bambini-morti-nel-conflitto-in-medio-oriente-8bf1a132-0f34-4c7c-9c5a-21b2f91551af.html

Le figurine di Radiospazio. L’ultimo treno a Nablus

La vita è un viaggio. A volte lungo, a volte storto, a volte  strano, a volte bello, a volte solitario, a volte brutto, a volte  triste, a volte indimenticabile, ma senza il treno tutto ciò  sarebbe stato più lento e meno affascinante.  A Ivrea il treno c’è, ma funziona a singhiozzo e con tutti i  rischi del caso perché viaggia su un binario solo. Ogni tanto  qualcuno ne promette il raddoppio, poi non se ne fa niente.  A Nablus per un certo aspetto siamo più fortunati, abbiamo  il doppio binario e il rischio di incidenti è praticamente zero.  La Stazione Centrale si trova nella periferia nord della città  e fa parte della mitica linea ferroviaria dell’Hijaz costruita  dai turchi ottomani con tecnologia e finanziamenti tedeschi  tra la fine dell’800 e l’inizio del’900; da Ankara attraversa  Damasco, la Giordania, la Palestina e il nord dell’Arabia  Saudita.  La vita è come un treno, a volte lenta, a volte romantica,  ma a Nablus non lo sapranno mai. L’ultimo treno è passato  nel 1948 e poi più niente. Ci sono ancora le tracce del doppio  binario e la sagoma della Stazione, non si sa mai.

Muin Masri, Vendesi Croce, Edizioni Nautilus

Il video della domenica. Jan Švankmajer  Atlas Volt – Dreamweaver of the Dreamscape (2015). 6′

https://www.youtube.com/watch?v=9mqOCHNWOrs&list=PL1a4bt-z5IaF7PmzDPS6DhPvOPbXJ2vIe&index=24

Bob Wilson, il pacificatore di Avanguardie (Pangea)

Dalla multidisciplinarietà del Futurismo e del Suprematismo – nei suoni, nella danza, nell’impiego radente delle luci – alla dissacrazione sistematica del Dadaismo, dalle deformazioni grottesche del Surrealismo alla controcultura alternativa della Beat/Pop dei suoi anni. Wilson è stato un attento coagulatore di avanguardie, mixate sapientemente facendo attenzione allo spirito del tempo, combinate in modo che il risultato finale non fosse dirompente – come per loro natura – ma bensì permeato dalla distanza, da una lontananza spaesante, da una lentezza penetrante, quasi proveniente da altri mondi, là dov’è l’attenzione a dominare il fare dell’uomo. Un mondo contrastato, fragoroso e violento, nella riduzione pacificatoria del silenzio e della lentezza.

Lentezza quasi cerimoniale che domina la scena nei suoi progetti teatrali, pressoché in assenza di testo, immersa in un silenzio diffuso, arricchita da un’illuminazione sapiente – si potrebbe dire “mentale” – evocando una sequenza di tempi vuoti, di attimi dilatati da riempire di gesti, di allusioni rallentate, di movimenti sapienti. Un teatro che vuol raccontare per sensazioni, pur senza dire, senza esporsi, quasi nell’ombra o – al contrario – percorrendo l’aura luminosa del suo contorno, così padroneggiando entrambe le zone estreme: Dove non potevo parlare, ho cominciato a costruire immaginiIl teatro di Wilson è ipnotico, senza regole prestabilite quasi fosse d’improvvisazione, ma in realtà messo in scena seguendo sensazioni rabdomantiche dominate dalla lentezza, dove ogni attimo, ogni piccola variazione appare intenzionale, ogni dettaglio si carica di significato, trasformando le difficoltà in risorsa scenica, in guizzo creativo spontaneo, generativo. 

Leggi l’intero articolo: https://www.pangea.news/bob-wilson-roberto-floreani/