
Oggi, ore 18, al Polo del ‘900, un classico del teatro del ‘900. Ionesco, La lezione. Ingresso libero


La mia azienda è tutta sulle mie spalle. Due signorine con la macchina per scrivere e i libri contabili nell’anticamera, la mia stanza con la scrivania, la cassa e il telefono: ecco tutto l’occorrente per il mio lavoro.
Da capodanno a questa parte un giovane ha preso in affitto l’appartamentino accanto che era vuoto e che io, maldestro come sono, avevo tanto esitato a prendere. Anche lì una stanza e un’anticamera, ma oltre a ciò una cucina. La stanza e l’anticamera mi avrebbero fatto comodo, ma che ne avrei fatto della cucina? Per questo meschino scrupolo mi sono lasciato portar via l’appartamento. Sulla porta c’è scritto: “Studio Harras”. Ho chiesto informazioni e mi hanno detto che ha un’azienda simile alla mia.
Il mio telefono è contro la parete che mi separa dal vicino. Lo faccio notare solo come fatto particolarmente ironico. Se anche fosse attaccato alla parete opposta, nell’appartamento attiguo si udirebbe tutto lo stesso. Mi sono assuefatto a non dire al telefono il nome dei clienti, ma non ci vuole molta astuzia per indovinarli da qualche frase caratteristica e inevitabile.
Se volessi esagerare potrei dire: Harras non ha bisogno di telefono, si serve del mio, ha accostato il divano alla parete e sta a sentire, mentre io quando il telefono squilla devo correre all’apparecchio, sentire i desideri dei clienti, prendere gravi decisioni e svolgere lunghi convincenti discorsi – ma soprattutto dare involontariamente notizia di ogni cosa a Harras attraverso la parete.
Può anche darsi che non aspetti nemmeno la fine del colloquio, ma che si alzi non appena il caso gli è chiaro, scivoli come usa per la città e prima che io appenda il ricevitore stia già lavorando contro di me.
Franz Kafka, Il vicino, “Tutti i racconti”, Mondadori, traduzione Ervino Pocar

Sala Principi d’Acaja – Rettorato dell’Università degli Studi di Torino
Via Po 17, Torino, ore 18 – Ingresso gratuito
I manuali di conversazione sono un buon terreno di caccia per gli umoristi; la banalità che li caratterizza necessita solo di una piccola spinta per rotolare o degenerare nel comico (due esempi: Ennio Flaiano, e Jerome K. Jerome). Ma Ionesco non è un umorista, bensì un tragico travestito, capace di assorbire nei suoi dialoghi la follia del mondo restituendola allo spettatore con un montaggio tanto abile da risultare quasi invisibile. A volte, il prestigiatore Ionesco lascia balenare rapide profondità, come la battuta che dà il titolo al nostro spettacolo: “Se io fossi, sarei, ma chi?”; sembra un koan tratto dalla pratica zen, ma è solo uno degli innumerevoli specchietti del caleidoscopio che ci accingiamo a mettere in moto nel nostro piccolo spettacolo.

Il programma era più variegato di un serpente a sonagli. Succedè senza carità d’intervallo, – dopo una semplice detersione di sudore frontale da parte del Bartholdi stesso – gli succedè l’ineffabile e dondolante Foroposo, (che gli intimi chiamano Fofò) (probabilmente Hector Villa-Lobos, N.d.R.), un brasiliano: giovanissimo, e pure già donno dell’arte. Dopo alcune mossucce tipicamente foroposane, venne senz’altro al fatto: impiastratosi a menare e a stiragliare per dodici minuti buoni un suo caramellone equivoco di accordi di settima, tutto mandorlato dai confettini del triangolo. Tantochè, suasore un romanticone di quelli, l’epa tesa dei timpani principiò ad averne abbastanza: e fu, dapprincipio, un mugugno sordo, opaco, un fremere come di sotterra, quasi per la spinta di gas interni (alla terra) che non potessero estrinsecarsi naturaliter: trombe sincere e chiare, allora, presero il coraggio a due mani; e si diedero a roboare dalla disperazione. Le inseguì precipitatamente lo sfinctere mefistofelico dei contrabbassi, il susurro sfatto delle vecchie viole ottantenni: spernacchiando e sbravazzando inturgiditi violoncelli, in un pizzicato, all’unisono con le lor nonne in vapore: nel sussiego e nel fasto inopinato di quel purgante aprilano, che affettava omai, era chiaro, tutta la tribù dell’orchestra. In chiusura, l’immancabile cataclisma di violini, ottoni, piatti e timpani, coribanti della liquidazione.
Carlo Emilio Gadda, Un “concerto di centoventi professori”, L’Adalgisa: Disegni milanesi, Adelphi.

https://www.youtube.com/watch?v=gmwveUXf9Ac
La popolazione di Düsseldorf è terrorizzata da un maniaco che ha adescato e ucciso otto bambine. La polizia è messa sotto pressione dall’opinione pubblica quando il Mostro uccide un’altra bambina, e si impegna a fondo nella ricerca, ma non dispone di nessun indizio.
I poliziotti organizzano numerose retate nei quartieri frequentati dalla malavita, creando gravi problemi alle associazioni criminali della città. Le maggiori organizzazioni criminali decidono quindi, per ridurre la pressione della polizia nella città.
Polizia e criminali giungono quasi contemporaneamente a scoprire l’identità del criminale, ma questi ultimi lo scovano prima e lo processano.

Vicino a lei risuona una voce maschile furba, acuta, che non si sa da dove venga: Signorina? Signorina? Nemmeno il tempo di voltarsi, e accanto a lei si materializza un sorriso così largo da risultare spaventoso. La nuca di Violette si irrigidisce come sull’orlo di un abisso. Signorina, ehi, signorina! L’uomo è così giovane, appena vent’anni, e ha una schiumetta agli angoli delle labbra. Se si analizzasse questa bava densa e cremosa si saprebbe il nome della specie che la produce. Si saprebbe così che l’uomo, ahimè, tanto giovane, appartiene alla famiglia dei molestatori, una sorta di maschio convinto che il suo modo di fare prima o poi pagherà perché è un cacciatore.
Per quanti metri dura la battuta di caccia? Dozzine e dozzine e dozzine. Violette percorre tutto il corridoio centrale oltre il Punto Informazioni senza che l’uomo desista, lasci la traccia. Violette cammina in fretta, i suoi occhi cercano l’uscita, cerca di mantenere la calma. Su, soltanto un caffè, non preoccuparti, pago io. Sono arrivati in fondo al grande corridoio. Le porte sono sprangate, le serrande delle boutique chiuse, non c’è nessun passaggio. Violette accenna a un mezzo giro. Potremmo conoscerci meglio. Stremata dal pedinamento, Violette sente che i suoi nervi si stanno sfilacciando uno a uno e che fra poco non potrà più controllarsi. Le sue labbra scandiscono un No acido, senza appello: Non m’interessa. Adesso lasciami in pace. Il giovane uomo sembra sorpreso, come se il no di Violette fosse assurdo, impensabile. Ma i molestatori prevedono di essere mandati a quel paese dalle loro prede, negano l’evidenza, rimuovono ogni smacco per mantenere la loro autostima. Così questo campione sbarra improvvisamente la strada a Violette e sorride: Ok, ma potremmo comunque prendere un caffè. Così dicendo, accenna a prendere Violette per un braccio. Violette arretra così bruscamente che fa stridere le suole delle sue Dr Martens: Non mi toccare, smettila! Il viso dell’uomo s’indurisce: non sopporta che Violette gli resista, lo respinga. Chi credi di essere, puttana? Ogni essere umano ha un suo limite, Violette soccombe alla sua interna eruzione. Tenta di contenersi, di arginare la furia che s’impadronisce di lei e le brucia i visceri, ma la febbre è troppo alta, lottare è impossibile. Sono uno di fronte all’altro, il molestatore le si avvicina ancor di più, convinto del suo buon diritto, perché è un cacciatore. Perché così funziona il suo mondo, un mondo in cui non si può provare la frustrazione. Così funzione. Un mondo in cui si può disporre di ogni corpo, coperti dall’impunità e armati delle proprie pulsioni. Non tutti sono così, naturalmente, non tutti. Ma stiamo parlando di questa minoranza di maschi. Questa è una storia, uno studio. Non è del maschio gestire le proprie emozioni; la frustrazione e la collera lo portano all’aggressione, che si manifesta già quando sono piccoli con calci alle porte e alle tibie delle loro madri. La violenza cresce all’ombra del totem della fallocrazia. La mascolinità è fatalmente tossica fino a quando la società si inginocchierà davanti al suo cazzo, simbolo di ogni onnipotenza che deve lasciare a bocca aperta e chinare la schiena. Il fallo santificato, la coda che sempre si erge a organo dominante.
Chloé Delaume, Phallers, Point

https://www.youtube.com/watch?v=_nWp3tG2DvA
Finale stropicciato e annebbiato dopo una notte in bianco, passata fra spogliarelli con pretese trasgressive, alcol, e nevicate artificiali con le piume dei cuscini. Il film sta franando magistralmente verso il vuoto (o il nulla, se si preferisce). Sulla spiaggia, dove è stata pescata una manta gigante (“il Mostro!”), Marcello rivede una ragazzina (Valeria Ciangottini) che aveva incontrato in una trattoria e che gli aveva espresso il desiderio di fare la dattilografa – un’aspirazione che spicca per la sua modestia nella grande giostra delle velleità fasulle del film. I due sono separati da un canale. Il rumore della risacca è forte. Marcello, frastornato dalla lunga notte, non capisce la mimica della fanciulla, che forse potrebbe aiutare. Niente di fatto, dunque, per la piccola aspirante dattilografa, ma molto importante il non-detto di questo epilogo sospeso.

1913
Oggi, nel corridoio: a Hélène viene un’idea. Hélène si mette all’opera, e il fratellino la osserva, ammirando come sempre la sua energia, le smorfiette che gli fa spesso quand’è concentrata e incrocia il suo sguardo, i bacetti che gli dà quando lui va a rannicchiarsi tra le sue braccia, una coccola che la madre non è del tutto capace di dargli – oggi a Hélène viene l’idea di prendere il treppiede regolabile e i 5,8 chili della cinepresa, di metterli nella carrozzina di famiglia e di spingere la carrozzina nel corridoio girando la manovella: filmando. In realtà sta inventando il travelling, o carrellata, mettere la cinepresa su un carrello per filmare in movimento, lo inventa come un bambino inventa un mondo, senza pensare che sia difficile: è solo un mondo, dopotutto – solo un mondo. Hélène, metodica, ha accorciato le gambe del treppiede perché la cinepresa non sia troppo alta; ha fatto una prova in corridoio, prima nel lato corto della L, chissà se riuscirò a girare la manovella e a spingere la carrozzina contemporaneamente, il padre le permette di filmare al massimo un metro al giorno, c’è un contatore meccanico che riparte da zero a ogni bobina, siccome Hélène non filma da quattro giorni oggi ha diritto a quattro metri, poco più di un minuto, non è il caso di sprecarlo filmando le prove: si faranno senza girare. Pensa di chiedere a Gabriel di spingere la carrozzina mentre lei gira la manovella, ma è un po’ rischioso, e poi soprattutto vuole filmare il fratellino: è lui il soggetto del film nel corridoio, del movimento di macchina, filmare il fratello che cammina nel corridoio. Filmare un movimento in movimento. Deve presto rinunciare all’idea di percorrere l’intero corridoio, l’angolo è troppo stretto per far passare sia la carrozzina che lei intenta a girare la manovella; il lato lungo della L basterà, è sufficiente per mostrare la camminata di Gabriel, Hélène è tutta contenta, Gabriel si merita un bacio e ascolta con attenzione quello che la sorella gli chiede di fare: camminare lentamente, molto lentamente, nel corridoio, e alla fine, una volta arrivato in fondo, girarsi e guardare in camera. Per Hélène, è ovviamente più complicato: deve camminare alla stessa velocità del fratello (la cinepresa ha la messa a fuoco fissa; il diaframma è regolato sulla luce fioca ma sufficiente del corridoio, Hélène ha imparato a farlo, i valori vanno da 1 a 8, si sceglie a seconda delle condizioni di luce dell’ambiente), spingere la carrozzina con la mano sinistra e con la destra girare la manovella che si trova nella parte anteriore della cinepresa, un grosso blocco nero con sopra un piccolo rettangolo che fa da mirino, ma Hélène non ci guarderà dentro, l’angolo è sufficientemente ampio perché suo fratello venga ripreso per intero. Fanno una prova. Va abbastanza bene, Gabriel cammina molto lentamente, Hélène lo aiuta dicendogli di rallentare ancora, di pensare a una lumaca, a una tartaruga, gli parla e contemporaneamente conta i secondi e quando Gabriel arriva in fondo si gira e fa quel sorrisino timido che ripeterà, quasi allo stesso modo, durante ogni prova, fino al momento di girare: quaranta secondi di camminata nel corridoio, Gabriel si gira e sorride – e subito torna indietro verso la cinepresa ed Hélène si arrabbia perché stava ancora girando dovevi aspettare scricciolo sei troppo impaziente. Devi aspettare che dica stop Gaby. Insomma! Nonostante tutto, Hélène è contenta: non vede l’ora di raccontare ai genitori quello che ha fatto e soprattutto di vedere il film, restano ancora sei o sette metri di pellicola, con un po’ di fortuna Adrien filmerà Claire in giardino o una passeggiata nel bosco e così svilupperanno la pellicola prima di partire per Honfleur.
Ma Hélène non vedrà il film. La settimana successiva, mentre corre per strada, impaziente, gioiosa, inciampa, batte la testa, commozione cerebrale.
Ha avuto un incidente ed è morta. Capisci tesoro?
È morta.
Aveva undici anni.
Raphaël Meltz, 24 volte la verità, Prehistorica editore, Traduzione Alice Laverda

Buone finanze, buona politica. Volete conoscere lo stato di un paese? guardate le sue finanze. Le sole condizioni finanziarie fanno le rivoluzioni. Oggidì (1870) in Italia non si vogliono economie, e si crede di cancellare il deficit imponendo nuove tasse – rubando il pane del povero col tassare le lire 600 di reddito, mentre si lasciano le spese di rappresentanza ai prefetti per far ballare gli aristocratici che possono ballare benissimo a casa loro. Ma il signor Sella pensa di riempire i vuoti crescendo le tasse, senza riflettere che la forza di un paese dà fino a un certo segno, come, nell’agricoltura, la fruttibilità di un terreno; e, in conclusione, facendo come chi chiudesse una fossa colla terra tolta da un’altra.

…”Qual è la frase per la luna? E la frase per l’amore? Che nome daremo alla morte? Non lo so. Avrei bisogno della lingua speciale degli amanti, dei monosillabi che usano i bambini quando entrano in una stanza e trovano la madre che cuce e raccolgono da terra un avanzo di lana colorata, una piuma, una striscia di chintz. Ci vuole un urlo, un grido. Quando la tempesta traversa la palude e mi raggiunge nel fosso in cui giaccio abbandonato, non mi servono le parole. Niente di preciso. Niente che poggi con tutti e quattro i piedi per terra. Nessuna di quelle risonanze, di quegli echi che irrompono e rintoccano di nervo in nervo e ne esce una musica sfrenata, frasi false.Ho chiuso con le frasi. Quant’è meglio il silenzio: la tazzina del caffè, il tavolo. Quanto sto meglio seduto da solo come l’uccello solitario che allarga le ali sul palo. Lasciatemi per sempre qui tra questi semplici oggetti, la tazzina del caffè, il coltello, la forchetta, cose che sono se stesse, come io sono io. Non venite a infastidirmi coi vostri cenni per farmi capire che è l’ora di chiudere e andarsene. Volentieri darei tutto il denaro che ho purché non mi disturbiate; lasciatemi seduto da solo, in silenzio.
Virginia Woolf, Le Onde, Einaudi, Traduzione Nadia Fusini

In questa vita terrena il padre fisico comunica al figlio la natura, ma non gli dà la propria vita né il suo proprio essere, giacché il figlio ha una vita e un essere diversi da quelli del padre. Lo si capisce da quanto segue: il padre può morire e il figlio vivere, oppure il figlio può morire e il padre vivere. Se avessero entrambi una sola vita e un solo essere, dovrebbero necessariamente vivere o morire insieme, dato che la vita e l’essere di entrambi sarebbero uno solo. Ma non è così. Perciò ciascuno di essi è estraneo all’altro, sono separati l’un l’altro nella vita e nell’essere.
Meister Eckhart, I sermoni tedeschi, Adelphi

https://www.youtube.com/watch?v=7IIOpG0PZrQ
Nell’Europa medievale imperversa la peste. Il nobile cavaliere Antonius Block sta tornando a casa, in Svezia, dopo aver partecipato alla Crociata in Terra Santa per dieci anni, accompagnato dal suo scudiero. Fermatosi a riposare su una spiaggia, il cavaliere trova ad attenderlo la Morte, È giunto il suo momento, deve morire. La Morte accetta una dilazione, il tempo di una partita a scacchi.
La partita si dipana durante le peregrinazioni di Antonius Block e del suo scudiero in un mondo devastato dalla peste, fra processioni di flagellanti, spettacoli teatrali, streghe al rogo, ladri di cadaveri.
Block si imbatte in una famigliola di saltimbanchi teatranti in fuga, ignari che stanno per essere ghermiti dalla morte. Il cavaliere accetta il suo destino, e per salvarli distrae la Morte giocando un’ultima manche. La Morte gli dà scacco matto, ma la famigliola è salva.
Il film si chiude con una visione del saltimbanco Jof.