Thomas Bernhard, Esagerazione, fallimento, pazzia senile

Spesso ci addentriamo a tal punto in un’esagerazione che finiamo per considerare quell’esagerazione il solo fatto coerente, e non percepiamo neanche più il fatto reale, ma solo l’esagerazione smisuratamente spinta all’estremo. Quel giorno ho detto a Gambetti che l’arte dell’esagerazione è un’arte del superare, superare l’esistenza così come l’ho in mente io, ho detto a Gambetti. Sopportare l’esistenza, ho detto a Gambetti, renderla possibile con l’esagerazione, infine con l’arte dell’esagerazione. E la mia arte dell’esagerazione io l’ho sviluppata fino a vette incredibili, avevo detto a Gambetti. Per rendere comprensibile una cosa dobbiamo esagerare, gli avevo detto, solo l’esagerazione dà alle cose forma visibile, anche il pericolo di essere presi per pazzi non ci disturba più, a una certa età. Non c’è nulla di meglio, a una certa età, che essere dichiarati pazzi. l segreto della grande opera d’arte è l’esagerazione, ho detto a Gambetti, il segreto del grande pensiero filosofico altrettanto, l’arte dell’esagerazione è, in assoluto, il segreto dello spirito, ho detto a Gambetti, ma poi abbandonai quel pensiero, senza dubbio assurdo, che a un esame ancora più attento, senza dubbio, doveva per forza rivelarsi il solo giusto, mi allontanai dalla casa dei cacciatori in direzione della fattoria, e mi avviai verso la villa dei bambini, pensando intanto che era stata la villa dei bambini a farmi venire in mente quegli assurdi pensieri. Estinzione, ho pensato mentre dalla villa dei bambini tornavo alla fattoria, perché no…Subito dopo pensai che quel che avevo appena pensato erano invece tutte sciocchezze, o almeno una pazzia che non porta a nulla, un fallimento del pensiero. Da solo ho fallito in quel pensiero come in tanti pensieri da me pensati, vittima di un ragionamento fallace, di un’insolenza del pensiero, come pensai. Ma dobbiamo sempre tener conto del fallimento, altrimenti finiamo bruscamente nell’inazione, pensai, così come non c’è nulla, fuori della nostra testa, contro cui dobbiamo procedere con risolutezza maggiore che contro la nostra inazione, anche dentro la nostra testa dobbiamo procedere nella stessa maniera contro l’inazione, più o meno con la brutalità che ci è congeniale. Dobbiamo permetterci il pensiero, averne il coraggio, anche a rischio di fallire presto perché d’improvviso ci è impossibile mettere ordine nei nostri pensieri, falliamo sempre, com’è naturale, perché, quando pensiamo, dobbiamo sempre tener conto di tutti i pensieri che esistono e che sono possibili; in fondo abbiamo sempre fallito, e anche tutti gli altri, poco importa come si chiamassero, poco importa che fossero gli spiriti più grandi, d’un tratto, su un qualche punto, hanno fallito e il loro sistema è crollato, come dimostrano i loro scritti, che ammiriamo perché sono quelli che più si sono spinti dentro il fallimento. Pensare significa fallire, pensai. Agire significa fallire. Ma, com’è naturale, noi non agiamo per fallire, così come non pensiamo per fallire, pensai. Nietzsche è un buon esempio di un pensiero che si è addentrato nel fallimento a un punto tale da non poter essere ormai definito altrimenti che folle. Non c’è di meglio a una certa età, che essere dichiarati pazzi. La maggior felicità, che io conosca è quella del vecchio pazzo che può dedicarsi alla sua pazzia in perfetta indipendenza. Se ne abbiamo la possibilità, dovremmo proclamarci vecchi pazzi a quaran’anni al massimo e tentare di portare la nostra pazzia all’esasperazione. E’ la pazzia che ci rende felici.

Thomas Bernhard, Estinzione, Adelphi, Traduzione Andreina Lavagetto

Come raccontare la Shoah? / Jojo Rabbit: il nazismo spiegato ai bambini (Doppiozero)

È arrivato in questi giorni nelle sale Jojo Rabbit del regista neozelandese Taika Waititi a coprire una lacuna del discorso sulla Shoah, quella di film e racconti semplificati, rivolti a un pubblico di più piccoli a cui pure il discorso della memoria vorrebbe giustamente rivolgersi. Un tale uditorio, incarnato dai bambini delle elementari, è, infatti, di norma ritenuto non all’altezza della complessità degli eventi. I bimbi sarebbero troppo giovani per comprendere le questioni storiche alla base della tragedia del nazismo e troppo sensibili per essere messi di fronte alla crudezza dei fatti e delle circostanze dello sterminio. Jojo Rabbit prova a dimostrare che non è così, che si può proficuamente rivolgersi proprio ai più piccoli per passare loro il testimone della memoria.

Leggi l’intero articolo: https://www.doppiozero.com/jojo-rabbit-il-nazismo-spiegato-ai-bambini

Le figurine di Radiospazio. La memoria

Cara L., non è che sono smemorato. Anche se, con l’età, lo vedi, vado sensibilmente peggiorando. Impallidiscono, in me, i ricordi, come certe vecchie fotocopie. Diventano gialle o brune, con il tempo, e alla fine sono illeggibili. Ma, con il tempo, è come se, nella fotocopiatrice, la cartuccia si svuotasse, e poiché è un modello superato, di vecchia generazione, non fosse più sostituibile. Non c’è ricambio. E non c’è più niente, così, che rimane impresso in maniera leggibile. Da un’eternità, infatti, sta lì, quell’arnese, inoperoso, in quella vecchia madia che proviene dalla casa di mio padre, e che abbiamo sistemato in camera da letto. Ho cercato di rimetterla in funzione, la fotocopiatrice, proprio per farmi una copia di queste pagine che ti sto scrivendo. Sui fogli, però, c’è un’ombra, appena, della mia scrittura. Si vedono bene, appena, ormai, le mie cancellature. È quasi un’allegoria, no? Hai ragione tu, quando dici che bisogna buttarlo via, quell’arnese, e che ci ruba spazio, soltanto. Possiamo metterla nella camera del gatto. Anche perché, anche se non fotografa più niente, in pratica, puzza sempre di inchiostri velenosi. A proposito di mio padre, che lavorava in una tipografia, non voleva che si utilizzasse mai, mi ricordo, nemmeno al cesso, la carta dei giornali. Gli inchiostri, diceva, sono tutti velenosi. Anche la memoria, probabilmente, è tutta un veleno. E puzza. Ormai, mi sto ripulendo, io, in testa, tutto.

Edoardo Sanguineti, L’orologio astronomico, Feltrinelli

Video. Baci fatali. Billy Wilder, La fiamma del peccato. 1944 (3′)

https://www.youtube.com/watch?v=IZXkjYLl5Nc

L’assicuratore Walter Neff (Fred MacMurray) conosce Phyllis Dietrichson (Barbara Stanwyck), moglie di un cliente, la cui sensualità lo affascinerà a tal punto da farlo diventare prima il suo amante e poi complice nell’assassinio di suo marito. Sceneggiatura di Raymond Chandler

Eugène Ionesco, L’agenzia di viaggi.

CLIENTE             Buongiorno, signora. Vorrei due biglietti del treno, uno per me, l’altro per mia moglie che mi accompagna nel viaggio.

IMPIEGATA        Bene, signore,  Posso venderle centinaia e centinaia di biglietti del treno. Seconda classe? Prima classe? Cuccette? Le prenoto due posti al ristorante?

CLIENTE             Sì, prima classe e vagone letto. Dobbiamo andare a Cannes, col diretto di domani mattina.

IMPIEGATA        Ah… per Cannes? Ecco, avrei potuto darle facilmente dei biglietti, quanti ne voleva,  per ogni direzione in generale. Ma nel momento in cui viene precisata la destinazione e la data, così come il treno che si vuol prendere, la faccenda si complica.

CLIENTE             Mi meraviglio, signora. Ci sono dei treni in Francia. Ce ne sono per Cannes. Io stesso l’ho preso una volta.

IMPIEGATA        L’ha preso forse venti, trent’anni fa, quando era giovane. Io non dico che non ci siano più treni, ma sono strapieni, non c’è posto.

CLIENTE             Posso partire la settimana prossima.

IMPIEGATA        Tutto prenotato.

CLIENTE             Fra sei settimane.

IMPIEGATA        Tutto prenotato.

CLIENTE             Ma la gente non sa fare altro che andare a Nizza?

IMPIEGATA        Non necessariamente.

CLIENTE             Pazienza. Mi dia allora due biglietti per Bayonne.

IMPIEGATA        Tutto prenotato fino all’anno prossimo. Come vede, signore, non tutti vanno a Nizza.

CLIENTE             Allora,  prenoti due posti sul treno che va a Chamonix.

IMPIEGATA        Tutto prenotato, fino al 1980.

CLIENTE             Per Strasburgo…

IMPIEGATA        Prenotato.

CLIENTE             Per Orléans, Lione, Tolosa, Avignone, Lille…

IMPIEGATA        Tutto prenotato, prenotato, prenotato con dieci anni di anticipo.

CLIENTE             Allora mi dia due biglietti di aereo.

IMPIEGATA        Non ci sono più posto sugli aerei.

CLIENTE             Posso noleggiare, in questo caso, un’automobile, con autista o senza?

IMPIEGATA        Le patenti di guida sono state tutte ritirate, allo scopo di non avere le strade ingombre.

CLIENTE             Vorrei prendere in affitto due cavalli.

IMPIEGATA        Non ci sono più cavalli.

CLIENTE             (alla Donna) Vuoi che ci andiamo a piedi, a Nizza?

LA DONNA         Sì, caro. Quando sarò stanca mi prenderai sulle spalle. E viceversa.

CLIENTE             Bene, ci dia due biglietti per andare a Nizza a piedi.

IMPIEGATA        Sente questo rumore? La terra trema. In mezzo al paese un immenso lago, un mare interno sta per formarsi, Approfittatene subito,  sbrigatevi prima che ci pensino altri viaggiatori. Vi consiglio una cabina a due posti per la prima nave che va a Nizza.

Eugène Ionesco, Manuale di conversazione per principianti.

Le figurine di Radiospazio. Burocrazia austroungarica

Egli teneva in mano una matita d’oro, con la quale aveva già scritto in calce a ogni lettera la formula magica «procr.». Questa abbreviazione usata negli uffici di Cacania* voleva dire «procrastinato» e cioè, in linguaggio comprensibile «da decidersi piú tardi»; ed era un esempio di cautela, per cui nulla si lascia perdere e nulla si precipita. Procrastinate venivano ad esempio le istanze dei piccoli impiegati per un soccorso straordinario alla moglie in puerperio, finché il bambino era cresciuto e capace di guadagnarsi la vita da sé, per il motivo che forse nel frattempo sarebbero state emanate leggi in proposito, e il buon cuore dei superiori non voleva respingere previamente la domanda; ma si procrastinava anche la richiesta di personaggi o uffici influenti che non si poteva offendere con un rifiuto, pur sapendo che un altro ufficio influente si opponeva alla loro richiesta; e per principio tutti i casi che si presentavano per la prima volta venivano procrastinati finché non si presentasse un caso analogo.

Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi
Traduzione” Adolf Frisé, Anita Rho, Laura Castoldi, Gabriella Benedetti

  • Con Cacania l’autore indica la duplicità dell’Austria-Ungheria, imperiale e regia (k.u.k. cioè kaiserliche und königliche, da cui la Cacania.

Sequenze memorabili. Valentina e la porta impossibile, in “Effetto notte” di Truffaut (1973) 5′

https://www.youtube.com/watch?v=fRLaC9TAQpI

Effetto notte (La nuit américaine) è uno straordinario film sul cinema; i rapporti fra i personaggi della troupe si combinano con i lavori sul set, dando vita a un organismo complesso nel quale il privato e il pubblico sono complementari . A mio parere, tuttavia, il divenire del film, con le sue defaillance, le sue minuzie tecniche, i suoi errori (tutti sapientemente studiati) sviluppano un racconto più affascinante degli intrecci degli umani, che ci appaiono come strumenti di un discorso più grande di loro. Lo smarrimento di Valentina Cortese alle prese con una porta sbagliata esalta non solo e non tanto la bravura dell’interprete, ma soprattutto la potenza di quello strumento comico (elementare e implacabile) che è l’iterazione.

Robert Musil, Platone giornalista

Per qualche motivo imponderabile i giornali non sono istituti di ricerche e laboratori dello spirito, come potrebbero essere con vantaggio generale, ma soltanto magazzini e borse. Platone, per esempio andrebbe certo in visibilio davanti a un’organizzazione giornalistica dove ogni giorno si può creare, trasformare, raffinare una nuova idea, dove le notizie affluiscono da tutti gli estremi confini del mondo con una velocità mai vista, e uno stato maggiore di demiurghi è pronto ad analizzarne immediatamente il contenuto spirituale e reale. Egli riconoscerebbe in una redazione di giornale quel topos uranios, la patria celeste delle idee, da lui tanto efficacemente descritta che ancor oggi tutte le persone perbene quando parlano coi loro figli o subordinati, sono idealisti. E certo se si presentasse improvvisamente alla sede d’un giornale e dimostrasse di essere per davvero quel grande scrittore morto piú di duemila anni fa, desterebbe un clamore enorme e gli verrebbero fatte tutte le offerte piú vantaggiose. Se poi riuscisse a scrivere in tre settimane un epistolario filosofico e turistico, e a far filmare qualche migliaio delle sue famose favolette brevi, e magari l’una o l’altra delle sue opere piú antiche, per un certo tempo se la passerebbe proprio bene. Ma appena esaurita l’attualità del suo ritorno, se il signor Platone volesse tradurre in atto una delle sue ben note idee che mai hanno potuto veramente trionfare, il redattore-capo lo inviterebbe tutt’al piú a scrivere sull’argomento qualche bell’articolo per la pagina letteraria della domenica (ma una cosetta agile e svelta, niente pesantezze di stile, bisogna andare incontro ai gusti dei lettori) e il redattore letterario aggiungerebbe che quella collaborazione dovrebbe limitarsi purtroppo a un articolo ogni mese, perché vi sono altri scrittori d’ingegno da accontentare.

Robert Musil, L’uomo difficile, Einaudi
Traduzione Adolf Frisé, Anita Rho, Laura Castoldi, Gabriella Benedetti

Le figurine di Radiospazio. La trama dei romanzi

Dunque, se voi signori, che state per leggere siete di quelli che nei racconti dei fatti contemporanei amano i babau della sospensione romantica e si compiacciono di non tirare il fiato se non dopo d’essersi bene assicurati che il fratello del figlio, del nipote, della cognata, del protagonista è appunto il padre dello zio, del genero del cugino, dell’eroina, e vogliono che l’intreccio incominci, si complichi e si sciolga col finale trionfo di tutte quante le virtù e col suo bravo castigo di tutte quante le colpe, se voi, dico, avete di queste fisime, felice notte.

Cletto Arrighi, Nanà a Milano

Alessandro Carrera, Trump e Musk: in principio è l’azione (Doppiozero)

Trump e Musk: in principio è l’azione

Alessandro Carrera

28 Gennaio 2025

Nel film Un volto nella folla (Elia Kazan, 1957) assistiamo all’inarrestabile ascesa di Larry “Lonesome” Rhodes, ex cantante country interpretato da Andy Griffith che, scoperto dalla conduttrice di una trasmissione radio, diventa presto un idolo delle folle, un influencer (allora si diceva testimonial), nonché un aspirante politico. Ma quando Marcia, la produttrice che purtroppo si è innamorata di lui, decide di punirlo dei suoi tradimenti, non deve far altro che lasciare acceso il microfono alla fine di un programma televisivo e poi diffondere la registrazione in cui Lonesome Rhodes, il campione del popolo, dà degli idioti a coloro che lo seguono. Il suo indice di gradimento crolla e la sua carriera politica è finita.

Questo nel 1957, ma oggi non è più così. Il nuovo populista non teme affatto di far sapere al suo elettorato quello che pensa di loro. Quando Trump ha detto: “Amo gli ignoranti” (“I love the uneducated”) non ha perso voti, anzi ne ha guadagnati. Il populista che disprezza il popolo viene osannato da un popolo che a quanto pare disprezza soprattutto se stesso. Ma è proprio così?

Michael Sandel, filosofo della politica e autore di La tirannia del merito (2020), ha argomentato che i recenti movimenti populisti, negli Stati Uniti e altrove, sono una rivolta delle masse contro le élites di coloro che si ritengono, per nascita e censo, “la metà migliore” (è un’espressione che userò ancora, in un contesto più preciso). Ma non sono sicuro che questo sia ancora vero. Il 20 gennaio 2025, durante l’inaugurazione della sua seconda presidenza, accanto a Trump non c’erano gli ex minatori della Pennsylvania o gli operai del Michigan; c’erano gli amministratori delegati delle grandi tech companies, gli uomini più ricchi e potenti del pianeta, nessuno dei quali ha mai nascosto la propria politica antisindacale e l’assunto in base al quale il miglior amministratore è quello che licenzia di più. Come si è realizzata questa unholy alliance, questo matrimonio osceno di populismo, tecnocrazia e sovranismo?

Una risposta non effimera, anzi seriamente filosofica, la troviamo in un recente libro di Rocco Ronchi, Populismo / Sovranismo. Una illustre genealogia (pp. 164, Castelvecchi 2024). È un testo dal peso specifico troppo alto per essere semplicemente recensito; un breve riassunto delle sue tesi non gli farebbe giustizia. Di fatto, ogni capitolo potrebbe essere l’inizio di un libro a sé. Entrerò quindi in discussione con Ronchi cercando di esporre le sue idee principali e avvertendo il lettore dove aggiungerò del mio. Mi riferirò alla realtà americana perché è quella che conosco meglio, anche se il testo di Ronchi si rivolge soprattutto ai sovranismi/populismi europei.

La tesi iniziale è che populismo e sovranismo hanno la stessa genealogia, la quale non è poi così lontana da quella della democrazia. Ciò che i tre regimi hanno in comune è che non mettono mai in discussione la sovranità del “popolo”. Come poi articolano questa sovranità e che cosa intendono per “popolo” resta da vedere, ma la loro comune genesi sta nella “metafisica moderna della libertà” (p. 8) che li tiene insieme più di quanto sembri.

Innanzitutto, sostiene Ronchi, la critica della sinistra al populismo manca il suo obiettivo nel momento in cui “semplifica” il successo che il populismo sta avendo su scala planetaria, riducendolo ad un inganno di cui le masse sarebbero vittime. È un errore già commesso in passato, quando liberali, socialisti e comunisti avevano sottovalutato la portata “filosofica” del fascismo, che non era un’aberrazione del liberalismo bensì una vera e propria metafisica.

Una metafisica del potere? Dello Stato? Mi azzarderei a dire: dell’azione. Ronchi fa entrare qui la categoria del mito, o la politica del mito, che riprende da Georges Sorel (il pensatore le cui tesi potevano essere piegate a destra come a sinistra, e che forse più di ogni altro ha influenzato il giovane Mussolini). È il “mito dell’azione” a costituire allora la metafisica del fascismo, e troverei la sua prima radice nell’interpretazione che il Faust di Goethe dà del primo verso del Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo”. No, dice Faust: “In principio era l’azione!”.

Leggi l’intero articolo:   https://www.doppiozero.com/trump-e-musk-in-principio-e-lazione

Le figurine di Radiospazio. Buffoni

I buffoni della cultura moderna. I buffoni delle corti medievali corrispondono ai nostri scrittori d’appendice; è la stessa categoria di uomini, ragionevoli a metà, spiritosi, esagerati, sciocchi, fatti talvolta solo per mitigare con trovate e con chiacchiere il pathos di uno stato d’animo e per impedire, con il loro chiasso, di sentire la troppo grave e solenne campana dei grandi avvenimenti; una volta al servizio dei prìncipi e dei nobili, oggi al servizio dei partiti (così come nel senso di partito o nella disciplina di partito sopravvive ancora oggi una buona parte del vecchio servilismo nei rapporti fra il popolo e il principe). Ma tutta la categoria dei letterati moderni è molto vicina agli scrittori d’appendice, essi sono i «buffoni della cultura moderna», che si giudicano più mitemente quando non li si ritiene del tutto responsabili. Considerare lo scrivere una professione per la vita, dovrebbe giustamente essere reputato una specie di follia.

Friedrich Nietzsche, Umano, troppo umano, Adelphi, Traduzione Sossio Giametta

Primo Levi, SE QUESTO E’ UN UOMO riscritto per la radio dall’autore. Prix Italia 1964. Imperdibile


Non prendete alla lettera la didascalia di Youtube: questa non è “una riduzione radiofonica recitata a più voci”, ma una vera e propria riscrittura del romanzo operata dallo stesso Primo Levi per la radio, nel 1964. La messa in scena sonora fu affidata a Giorgio Bandini, uno dei grandi registi che molto sperimentarono in quegli anni. La voce del Narratore è di Nanni Bertorelli, un giovane e promettentissimo attore scomparso in troppo giovane età.

Video. DK Walchman e Hugh Welchman, La nostra terra. La magia delle pitture animate arriva al cinema (2′)

https://tv.exibart.com/la-nostra-terra-la-magia-delle-pitture-animate-arriva-al-cinema/cc