Diario dall’isola di Robinson, pagina 2. MICHEL TOURNIER, LA FINE DI ROBINSON CRUSOE

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Nonostante si cerchi di lavorare con la massima concentrazione, nelle prove si infiltrano pensieri e reminiscenze. Stiamo provando il nostro Robinson Crusoe e di tanto in tanto affiora il ritratto che del naufrago eroe ha fatto Michel Tournier: non nel romanzo “Venerdì o il limbo del Pacifico” ma nel breve racconto “La fine di Robinson Crusoe”. Affiora, ma non ha niente a che fare col nostro Robinson: semmai, è imparentato con il personaggio di De Foe così come lo raffiguriamo nel nostro spettacolo. Non ci addentriamo oltre, per il momento, e ci limitiamo a proporvi questo splendida riscrittura tournieriana, che sarà anche digressiva rispetto al nostro spettacolo ma che è assolutamente da leggere.

“Era là! Là, vedete, al largo della Trinità, a 9° 22′ di latitudine nord. Niente errore possibile!”
L’ubriacone batteva con il suo dito nero un brandello di carta geografica punteggiata di macchie di grasso, e ognuna di quelle sue affermazioni appassionate scatenava le risate dei pescatori e degli scaricatori che circondavano il nostro tavolo.
Lo conoscevano bene.
Quarant’anni prima era scomparso in mare com’era capitato a tanti altri ed era stato dimenticato. Un giorno era riapparso, irsuto e veemente, in compagnia di un negro. Stupefacente era la storia che tirava fuori in ogni occasione. Unico sopravvissuto del naufragio del suo legno, sarebbe rimasto solo su un’isola popolata da capre e pappagalli senza quel negro che lui aveva salvato, diceva, da un’orda di cannibali. Finalmente erano stati raccolti da una goletta inglese e se n’era tornato a casa, non senza aver avuto il tempo di mettere insieme un piccolo patrimonio grazie a certi traffici di varia natura che a quel tempo erano quanto mai facili nei Caraibi.
Tutti l’avevano festeggiato. Aveva sposato un fior di ragazza che avrebbe potuto essere sua figlia, e sembrava che l’esistenza quotidiana avesse ricoperto quella parentesi beante, incomprensibile, piena di lussureggiante verzura e di gridi d’uccelli che un capriccio del destino aveva aperto suo passato.
Sembrava, sì. Perché, a ben guardare, di anno in anno un sordo fermento cominciava a rosicchiare dall’interno la vita di Robinson. Il primo a scomparire era stato Venerdì, il servo negro. Dopo mesi di condotta irreprensibile si era messo a bere — sulle prime con discrezione, poi in modo sempre più clamoroso. Dopo c’era stata la storia delle due ragazze madri, accolte nell’ospizio del Santo Spirito, che quasi simultaneamente avevano messo al mondo due piccoli meticci di troppo evidente somiglianza. Il doppio crimine non era forse firmato? Ma Robinson aveva difeso Venerdì con singolare accanimento. Perché non lo licenziava? Quale segreto — inconfessabile forse — lo legava al negro?
Ecco che certe somme importanti, poi, erano state rubate in casa del vicino, e ancor prima che si potessero avanzare sospetti, Venerdì era scomparso.
Da quel giorno Robinson era stato visto trascinarsi, sempre più cupo, fra gli attracchi del porto mentre andava ripetendo:
— C’è ritornato, ne sono sicuro, a quest’ora il furfante è laggiù! —
Sì, un ineffabile segreto lo univa a Venerdì, e quel segreto consisteva in una piccola macchia verde che fin dal suo ritorno aveva fatto aggiungere da un cartografo del porto sull’azzurro dell’oceano dei Caraibi. E quell’isola non era forse la sua giovinezza, la sua bella avventura, il suo splendido giardino solitario! Che cosa aspettava lì, sotto quel cielo piovoso, nel vischio di quella città, fra quei mercanti e quei pensionati.
La sua giovane moglie fu la prima a indovinare la sua strana angoscia mortale.
— Non ne puoi più, lo vedo bene. Andiamo, confessa che la rimpiangi! —
— Io? Sei matta? Rimpiangerei chi, che cosa?
— Ma la tua isola deserta! E so bene che cosa ti trattiene dal partire già domattina, via, lo so! Sono io!
Lui protestava ad alta voce, ma più gridava, più lei era sicura di aver ragione.
Lo amava teneramente, lei, e non aveva mai saputo rifiutargli qualcosa. Morì. Immediatamente lui vendette la casa e il campo, e noleggiò un veliero per i Caraibi.
Passarono ancora anni. E cominciarono a dimenticarlo. Ma quando rispuntò di nuovo, pareva ancora più mutato di quanto non fosse dopo il primo viaggio.
Aveva fatto la traversate di ritorno come aiuto-cuoco a bordo di un vecchio cargo. Un uomo invecchiato, distrutto; mezzo annegato dall’alcool.
Ciò che disse aveva scatenato l’ilarità generale. In-tro-va-bi-le! Nonostante mesi di ricerca accanita, l’isola era rimasta introvabile. Si era esaurito in quella vana esplorazione condotta con rabbia disperata, aveva dilapidato le sue forze e i suoi soldi per ritrovare quella terra di felicità e di libertà che sembrava per sempre inghiottita.
— Eppure era qui! — ripeteva ancora una volta una certa sera colpendo la carta con il dito.
Allora un vecchio timoniere si staccò dagli altri e gli venne a toccare la spalla.
— Posso dirti una cosa, Robinson? Ma certo che è sempre là la tua isola deserta. Ti posso anzi assicurare che tu l’hai ritrovata benissimo.
— Ritrovata? — disse Robinson con il fiato mozzo. — Ma se ti sto dicendo…
— L’hai ritrovata! Si sarei passato una diecina di volte davanti. Ma non l’hai riconosciuta.
— Non l’ho riconosciuta?
— No, perché ha fatto come te, la tua isola: è invecchiata! Eh, sì, pensaci: i fiori diventano frutti e i frutti diventano legno, e il legno verde diventa legno secco. Tutto va molto in fretta sotto i tropici. E tu? Guardati in uno specchio, idiota! E dimmi se ti ha riconosciuto, la tua isola, quando tu ci sei passato davanti?
Robinson non si è guardato in uno specchio, il consiglio era superfluo. Ha fatto passare su tutti quegli uomini un viso così triste e così torvo che l’ondata delle risate che stava di nuovo per scatenarsi si è fermata di colpo, e un gran silenzio si è fatto nell’osteria.

Michel Tournier, La fine di Robinson Crusoe, “Il gallo cedrone e altri racconti”, Garzanti
Traduzione di Maria Luisa Spaziani

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QUANDO L’ESSERE DIVENTA INSOSTENIBILE. MILAN KUNDERA

unnamedL’insostenibile leggerezza dell’essere è il romanzo in cui Milan Kundera struttura su più livelli un’analisi profonda e disincantata dell’esistenza: la vita, la morte, l’amore, la necessità e la scelta, la libertà, la leggerezza e la pesantezza, la menzogna e la verità dell’essere. L’autore scava nell’animo umano, decostruisce la coscienza collettiva, così nella sezione sesta del suo romanzo, intitolata La Grande Marcia, ci svela la dinamica di un potere che non si manifesta più nel fanatismo di un’ideologia o nel delirio di onnipotenza, ma si insinua e si radica sul conformismo delle persone:
“Dietro tutte le fedi europee, religiose e politiche, c’è il primo capitolo della Genesi dal quale risulta che il mondo è stato creato in maniera giusta, che l’essere è buono e che è quindi giusto moltiplicarsi. Chiamiamo questa fede fondamentale accordo categorico con l’essere. Se ancora fino a poco tempo fa nei libri la parola merda era sostituita dai puntini, ciò non avveniva per ragioni morali, […] il disaccordo con la merda è metafisico [..] l’ideale estetico dell’accordo categorico con l’essere è un mondo dove la merda è negata e dove tutti si comportano come se non esistesse. Questo ideale estetico si chiama Kitsch. […] Il Kitsch è la negazione assoluta della merda, in senso tanto letterale quanto figurato: il Kitsch elimina dal proprio campo visivo tutto ciò che nell’esistenza umana è essenzialmente inaccettabile.” (M. Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, p. 268)
Dunque l’imperativo diventa seguire la norma esterna e l’arte che glorifica il potere non può ritrarre ciò che non si conforma, deve cantare la bellezza di ciò che il potere rappresenta, è l’accordo categorico con l’essere. Ma il Kitsch non è solo gusto artistico, diventa pervasivo, assume una prospettiva politica ed etica poiché è la volontà del bello e dell’armonia a tutti costi e offusca il bene; è un potere che indossa una maschera di bellezza e si esercita attraverso il male conforme alla legge:
“Il Kitsch comunista. Il suo modello è la cerimonia detta del primo maggio. […] Quando il corteo si avvicinava alla tribuna centrale, anche i visi più annoiati si illuminavano di un sorriso, come a voler dimostrare di essere doverosamente contenti o meglio di essere doverosamente d’accordo.” (Ivi, p.269)
Il Kitsch impone il proprio senso di armonia nei confronti del mondo come universalmente condiviso, il potere, specie se totalitario, vuole un soggetto che non ha dubbi, che non pone domande: ogni espressione di individualismo, di ironia, è bandita dalla vita e il Kitsch assume così il carattere di una scelta ontologica perché è un modo di pensare all’essere come negazione della realtà, un paravento che nasconde la morte. Kundera “smonta” le figure negative e smaschera la vera funzione del Kitsch:
“La parola d’ordine non scritta e tacita non era -Viva il comunismo!- bensì -Viva la vita!-. La forza e l’astuzia della politica comunista consistevano nel suo essersi appropriata di quella parola d’ordine. Era appunto quella stupida tautologia a trascinare nel corteo comunista anche coloro che alle tesi del comunismo erano indifferenti”. (Ibidem, p.269).
La più banale delle tautologie toglie dal campo del giudizio ciò che ha di inaccettabile la vita.
Come lottare contro il Kitsch? Per Kundera la dissidenza non basta, perché spesso chiude una ferita che invece deve rimanere aperta tra le uniche due istanze autentiche: nascere e morire, allora è la costante e difficile, poiché pesante, disidentificazione da quelle variabili che caratterizzano l’identità che ci permette di giungere alla verità.

Monica Daccò

I tormenti di un grande fotografo, NADAR E I FACCIONI ELETTORALI

bakunin giorgioneQuelle faccione giganti che spuntano in città in periodo di campagna elettorale, e poi per ringraziare gli elettori se si è vinto e rassicurarli se si è perso, e a Natale per fare gli auguri e ricordare che a breve la campagna ricomincia, e poi ancora in periodi non sospetti, ecco tutte quelle facce ugualmente tondette, lucide di trucco e filtri in ugual abbondanza, tutte quelle facce su mezzibusti-bellimbusti incravattati che ti guardano sorridenti e mansuete mentre sei in coda al semaforo, ecco quelle facce lì, con il loro bel logo del partito in basso a destra, a me hanno sempre, indiscriminatamente, fatto pensare a Gerry Scotti che mostra orgoglioso il suo chilo di risochenonscuoce.
Che poi questa storia del “metterci la faccia” è cosa vecchia come la fotografia stessa visto che già Nadar, più di un secolo fa, si scandalizzava nel trovarsi sulla scrivania, tra una lettera di Monet e un qualche esperimento sul quale lavorare, il volto di un politico che lo fissava. E dire che lui ha ritratto figure di tutto spessore come Bakunin ma anche re, principi e ministri, personaggi che dietro ai baffoni avevano un contegno tutto loro, un rigore un po’ impettito, al massimo affettatamente altero: chissà se davvero lui e Niepce, a immaginare le facce tonde e inceronate che sarebbero seguite, si sarebbero rifiutati di progettare un’arma pericolosa come la fotografia.

Roberta Sapino

Volete uno straordinario esempio d’infatuazione maschile spinta alla follia? Quale dimostrazione più esplicita, dell’inspiegabile incoscienza di certi candidati, politici di professione che hanno escogitato, come supremo, decisivo mezzo per il successo, di inviare agli elettori la loro fotografia, la loro immagine di mercanti di parole? Quale potere attrattivo possono sperare di avere questi individui nei loro volti vergognosi, che esibiscono tutte le bassezze, tutte le porcherie umane, da cui trasudano la turpitudine, l’ignominiosa menzogna, e tutti i tratti fisiognostici della doppiezza, della cupidigia, del peculato, della depredazione?
[…]
E se avesse previsto l’ultimo colpo di coda di questa applicazione, Niepce non avrebbe fatto marcia indietro?

 Maurice Nadar, Quand j’étais photographe, Actes Sud

Diario dall’isola di Robinson. pagina 1 l’approdo

diario completo di marchiCari amici del blog, ritorniamo al teatro, ed era ora, direi, dopo un’assenza di troppi mesi.  Lo spettacolo che stiamo provando in questi giorni s’intitola Robinson Crusoe, il best seller: ancora una riscrittura, dopo quelle della scorsa stagione (Schnitzler e Pirandello). Bisogna dire che noi arriviamo buoni ultimi, con la nostra riscrittura; lo stesso De Foe, dopo il successo del suo romanzo, tentando di placare il suo inestinguibile bisogno di denaro, scrisse a caldo due sequel ma fu punito, il gioco mostrava la corda e il pubblico se ne accorse. Comunque la moda (il mito) di Robinson dilagò subito e alla fine del XVIII secolo il romanzo originale poteva vantare, come la Settimana enigmistica, alcune centinaia di imitazioni e rielaborazioni. Venendo ai tempi nostri, le riscritture robinsoniane sono illustri e portano le firme di Michel Tournier, John Maxwell Coetzee, Saint-John Perse, per citarne solo alcuni – un posto a parte merita La vita sessuale di Robinson Crusoe, di Michel Gall, che si chiede: ma in tutti quegli anni di solitudine come si regolò il nostro naufrago con certe faccende? Il suo libro fornisce una gamma sorprendente di risposte, e non tutte peregrine. Dunque, dicevamo, arriviamo buoni ultimi con la nostra riscrittura ma un mito, come una favola, lo si può ripercorrere innumerevoli volte. Prossimamente cercheremo di condividere con voi su questo blog il nostro lavoro di allestimento e il nostro racconto.

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EUGÈNE IONESCO, PERCHÉ SCRIVO? (2)

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Assecondando la richiesta di alcuni amici del blog, pubblichiamo una seconda tranche del “Perché scrivo?”, di Eugène Ionesco, sperando di fare cosa gradita a molti altri.

Quando ero alla scuola comunale, i “grandi” del corso medio mi dicevano che si davano loro da fare compiti strani, e difficilissimi: alcuni temi da svolgere. Si chiedeva loro di scrivere racconti e qualche volta di trattare argomenti liberi. Rimasi turbato e mi dicevo che in effetti doveva essere molto duro, ma molto bello. Avevo fretta di poter provare. Per la maggior parte dei miei compagni, questa era la fatica peggiore. Per me aveva qualcosa di misterioso. Finalmente, l’anno dopo, essendo passato dalle elementari alle medie, fui messo alla prova del tema. C’era appena stata la festa del villaggio. Ci venne chiesto di raccontarla. Io raccontai la festa di un villaggio immaginavo, con alcuni dialoghi. Ebbi il miglior voto e il maestro lesse il mio tema ad alta voce davanti a tutta la classe. E lo impressionava sopra tutto il fatto che il racconto era dialogato, contrariamente a quello di tutti gli altri. Il maestro si congratulò con me per avere inventato il dialogo, che, mi disse, del resto era già stato inventato da tempo. Feci molti temi in seguito, con la stessa gioia. Siccome a scuola non ce ne davano da fare abbastanza, scritti qualche storia per me stesso. Posso dire ci essere scrittore dall’età di nove anni, cioè da sempre. Scrittore nato. Ma non sono mai stato capace di fare  una cosa differente dalla letteratura. La letteratura mi ha dato molto piacere, il mio e quello degli altri. Mi sono messo ad amare anche i quadri e amo ancora i quadri aneddotici, per esempio, quelli di Brueghel, in cui ci sono delle kermesse con molta gente, quelli di Canaletto, in cui anche si vede molta gente che passeggia, irreale, nella irreale città di Venezia, tutta una vita, tutto un universo preso nella realtà e diventato immaginavo, e poi gli interni olandesi, e poi i ritratti antichi, in cui la quantità della pittura si accompagna alla qualità documentaria, umana. Sì, sì, c’è tutto un mondo di cui non si sa se è vero o falso, un mondo che mi dava quasi una sorta di grandissima nostalgia per le cose che sarebbero potute essere o che sono state e che non sono più, come universi proposti o defunti. E io facevo letteratura per proporre a mia volta altri mondi possibili. Proprio nell’infanzia dunque ho avuto il piacere più puro di scrivere e la mia vocazione si è manifestata. Il miracolo del mondo era tale che non solo ne ero abbagliato, come vi ho detto, ma volevo imitare il miracolo e fare altri piccoli miracoli. Fare creazione.

Eugène Ionesco, in “Antidoti”, Traduzione Isabella Facco e Sonia Ferro

 

Il video della domenica. La coppia sottosopra. TIMOTHY RECKART, HEAD OVER HEELS

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 a cura di Francesco Ghisi

Lui se ne sta coi piedi per terra, lei li tiene ben saldi sul soffitto, a testa in giù. E’ inutile aggiungere che non ci sono molti contatti fra i due coniugi. Ma un giorno… un giorno l’incomunicabilità esce da questa pur trasparente metafora e succede qualcosa. 

E a pranzo e a cena, una zaffata di fogna

Schermata 2015-04-25 alle 19.48.24https://www.youtube.com/watch?v=NZw6FqqgxEk

Une delle regole che governavano la vita quotidiana delle oneste famiglie di un tempo era: A pranzo e a cena non si guarda la tv. Sembrava che il precetto mirasse solamente a salvaguardare l’integrità del desco, la condivisione, il dialogo fra le generazioni: nel tempo, esso si rivela più che mai attuale e salvifico, soprattutto se, come capita da alcuni giorni, esattamente all’ora di pranzo e di cena (13.30 e 20.30) si viene aggrediti, mentre si sta per affrontare la pastasciutta o la zuppa, da uno spot mefitico. La scena rappresenta, un studio arredato con mobili lignei, solidi, illuminate da luci calde. Seduto in poltrona, una sorta di amico di famiglia, in giacca e panciotto tricottato all’anglosassone. Il personaggio, suo malgrado, non è del tutto limpido: i capelli grigiastri, lunghetti e accuratamente trasandati, i baffi troppo lunghi che coprono il labbro superiore e che non si può fare a meno di immaginare fluttuanti nel bicchiere mentre l’uomo beve un sorso di vino, parlano di un tipo che potrebbe tentar di esorcizzare la vecchiaia ricorrendo a pratiche anche inquietanti. Il signore in poltrona impersona uno psicologo, lo si dovrebbe desumere dal fatto che parlando si accarezza le labbra con una stanghetta degli occhiali. Le prime battute ci immettono nel cuore del problema, si tratta di una crisi matrimoniale per la quale il terapeuta ha già pronta la diagnosi: non si tratta di affiatamento ma di fiato, sì, di  zaffate disgustose che emanano dalle bocche-cloaca dei due coniugi. Lo psicologo si trasforma in nutrizionista: è colpa della cattiva alimentazione, con la dieta giusta, l’armonia tornerà a regnare fra marito e moglie. Colpo di scena con uno stacco sulla coppia in crisi: sono un cane e un gatto. Il cane uggiola, in preda allo scoramento. Stacco. Il terapeuta, improvvisamente simile a Mefistofele (provate a soffermarvi sul fotogramma), impugna due sacchetti di alimenti che, ristabilendo un’alimentazione corretta, depureranno anche l’alito mefitico dei due coniugi animali.
Venendo a noi umani che sconsideratamente ignoriamo le regole dei genitori e consumiamo il nostro monopiatto solitario davanti al televisore, queste disgustose fiatate che il dottor Satanello evoca, rovinano anche quei pochi bocconi che avevamo messo in preventivo: giusta punizione per chi ha dimenticato le regole dell’epoca prototelevisiva, ma forse la pena è sproporzionata all’infrazione.

Ritratto dell’Orco da vicino. SERGIO TOFANO, IL ROMANZO DELLE MIE DELUSIONI

bonaventuraBambina ciarliera e gran contafrottole, quando le mie verbose divagazioni diventavano un tormento mia nonna mi placava declamando: “E qui finisce l’avventura del Signor Bonaventura”. All’epoca mica lo sapevo, ma quel Signor Bonaventura che veniva a interrompere il mio sproloquiare altri non era che il personaggio creato da Sergio Tofano, l’ometto spilungo dalla bombetta rossa per il quale ogni sventura finiva sempre con il guadagno di un biglietto da “un milione” e che dalle pagine del Corriere dei Piccoli aveva incantato generazioni di bambini per tutta la prima metà del Novecento.
In quegli stessi anni, il suo creatore Tofano incantava anche i grandi con i suoi talenti di attore e capocomico, scriveva teatro e di teatro, osservava con acume la vita culturale, disegnava, inventava.
E siccome con quel Signor Bonaventura ho un po’ di conti in sospeso, il passo che propongo non parla di lui ma del protagonista de “Il romanzo delle mie delusioni” – titolo serissimo che nasconde le avventure buffissime di Benvenuto, zuccone eccezionale scampato alla “scuola municipale degli allievi spazzaturai” alle prese con un mondo di favole al contrario in cui gli orchi sono vegetariani, la Bella Addormentata è insonne, Barbablù gestisce un’agenzia matrioniale e Cappuccetto Rosso si fa servire e riverire da un lupo con tanto di grembiulino.
(Dettaglio delizioso, la dedica di Tofano: “A Simonetta e Oliviero, in acconto sull’eredità. Lo zio.”)
Roberta Sapino

– Adesso è completamente innocuo! Dal giorno che prese una terribile indigestione di scaloppine di neonati al madera, perché era rimasto senza denti e non poteva masticare, da quel giorno fece voto di non mangiare più carne, neanche di maiale. […]
Un orco vegetariano, che ha paura delle indigestioni e soffre di inappetenza (perché, sissignore, soffriva anche di inappetenza)…un orco sdentato… un orco che ride sempre e non fa mai gli occhiacci e, non dice mai: – Ucci, Ucci…che puzzi di cristianucci… – un orco che non è più orco insomma… un orco ammansato, un orco spodestato, un orco fallito… un orco liquidato… Dio! Che delusione, che amara delusione!… […] Quell’orco addomesticato mi sembrava un imbroglione. Sentivo che, se fossi rimasto ancora in casa sua, avrei finito col mancargli di rispetto a quel povero orco ridicolo e decaduto. Meglio scappare subito.

 Sergio Tofano, Il romanzo delle mie delusioni, Einaudi

La pratica del male. WILLIAM BURROUGHS, LA MACCHINA MORBIDA

burroughsColpevolmente, non riesco a ricostruire chi scrisse, a proposito del Viaggio al termine della notte, di Céline, che solo chi era stato dalla parte sbagliata poteva raccontare l’orrore abissale di una guerra. Questa citazione mi è tornata in mente (diciamo così) qualche giorno fa, quando è scoppiato il caso di Fabio Tortosa, l’agente che in un primo tempo aveva rivendicato con fierezza la sua partecipazione alla “macelleria messicana” della Diaz per poi correggerla e attenuarla, se non proprio ritrattarla, quando il vento dei media si era fatto impetuoso – trattandosi di un’esternazione pubblicata su facebook la meraviglia dell’estensore risulta, a sua volta, sorprendente: è un po’ come pubblicare sulla propria bacheca l’intenzione di fare una piccola strage per poi meravigliarsi quando, in capo a qualche ora, si riceve la visita di tre signori dalla faccia di pietra che fanno domande indiscrete.
Precipitare in uno dei tanti abissi di cui è pieno il catalogo degli orrori quotidiani non è un’esperienza rara – lo testimoniano quotidianamente, sui giornali e sui media, le vittime e i carnefici che accompagnano le nostre giornate; scrivere la propria caduta nell’abisso è un tragico privilegio di pochi autori. Fra questi, William Burroughs, secondo Norman Mailer “L’unico scrittore americano che può meritare l’appellativo di genio”. Nell’immaginario di molti suoi lettori (e anche non lettori) l’icona di Burroughs è circonfusa da una luce tutta letteraria che rende accattivante il suo viaggio attraverso la droga e il crimine ma è la sua stessa scrittura a rivendicare la crudezza di una vita immersa nell’oscenità del male.

Così sono un agente pubblico e non so per chi lavoro, ricevo le istruzioni della segnaletica, dai quotidiani e da brandelli di conversazione che afferro nell’aria come fa un avvoltoio quando strappa le interiora dalla bocca di un altro animale. Comunque non riesco mai a stare alla pari con i casi arretrati e attualmente mi hanno assegnato all’intercettazione dei film porno girati da James Dean prima di arrivare a quei finocchi assuefatti a lui. Ma fin tanto che questo agente riesce a farsi strada tra barbieri, gabinetti della metropolitana, cinema a luci rosse e Bagni Turchi, non sarà mai legale né tollerato.
Inchiodai il primo della giornata in un pissoir del metrò: «Checca di merda!» urlai. «Ti insegno io ad attaccare la mia carne, ti insegno!». Lo pestai con il guanto di ferro e la sua faccia si spaccò come un finocchio marcio. Poi lo colpii ai polmoni e il sangue gli sgorgò da bocca, naso e occhi, schizzando su tre pendolari rannicchiati dall’altra parte della stanza dentro i soprabiti di gabardine e nei sottostanti completi di flanella grigia. Il finocchio spaccato giaceva vicino alla sua testa e bloccava il rivolo di piscio che gli colava sulla faccia e tutto il trogolo era rosa chiaro per via del sangue. Strizzai l’occhio ai pendolari. «Riesco a fiutarli a metri di distanza questi froci di merda» dissi tirando su col naso in segno di ammonimento. «E ancora più squallido di un finocchio è uno che spinella erba del casso. Dunque boi tre non mi sembrate i tipi che voltano la schiena a un amico e gli staccano le palle giusto?». I tre presero posto sul pavimento come le tre scimmiette: Non Vedo. Non Sento, Non Parlo.
Vedo che siete dei nostri» dissi con calore e imboccai il corridoio dove gli scolari si rincorrevano con i machete, tra gioiose grida fanciulleschi e colpi sparati da pistole rudimentali che riecheggiavano nelle spelonche con i mosaici. Entrai di corsa in un Bagno Turco dove sorpresi un ricchione che brandiva un’erezione deforme nella sala piena di vapore e lo strangolai su due piedi con un asciugamani insaponato. Dovevo rientrare alla base. Ero smagrito, esausto ormai, e nella carne prosciugata avevo a malapena la forza di finire quel ricchione rammollito. Fra tremori e sbadigli rientrai nei miei vestiti e m’infilai nel drugstore del terminal. Mancavano cinque minuti alle dodici. Cinque minuti al rifornimento Mi avvicinai all’impiegato del turno di notte e gli gettai il distintivo.

William Burroughs, Agente pubblico, “La macchina morbida”, Adelphi, Traduzione Katia Bagnoli

ISAAC ASIMOV, IL PIANETA GANIMEDE. Radiospazio/Audio. durata 13′

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http://www.spreaker.com/user/7367339/isaac-asimov-il-pianeta-ganimede_1

Rappresentato al Piccolo Regio di Torino nel dicembre del 2012
Roberto Accornero, Arianna Abbruzzese, Francesco Gargiulo, Eleni Molos, Carlo Nigra, Annalisa Usai
regia di Alberto Gozzi

Asimov, uno dei padri della fantascienza moderna, è conosciuto per i grandi romanzi, La fine dell’eternità, Viaggio allucinante, Il figlio del tempo… Questo breve racconto rivela una vocazione insospettabile al comico-parodistico, felicemente coniugato con la fantascienza d’avventura. 

Il gioco delle parole che non ritornano più. PRIMO LEVI, IL PRIMO ATLANTE

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Ci sono svariati Primo Levi che apparentemente sembrano scissi da quello che, secondo le sue parole, “era entrato (inopinatamente) nel mondo dello scrivere con due libri sui campi di concentramento”. C’è un Levi ironico e pudico che, sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila, scrive Storie naturali, quindici divertimenti su un futuro prossimo nel quale c’è qualcosa che non va, un vizio che lo rende leggermente mostruoso; e c’è ancora un altro Levi, ancora più sorprendente, che lavora nell’orto della poesia. Va ricordato, e non soltanto per gusto dell’aneddoto, che Primo Levi fu tra i primi scrittori italiani a usare il computer. Erano gli anni ’80, e a un pubblico analfabeta informatico e ancora in preda a vaghe reminiscenze medioevali quella pratica appariva se non proprio come stregonesca, almeno poco chiara, forse truffaldina: (“E’ comodo farsi scrivere romanzi e poesie da un computer!”). In questo Atlante c’è il Levi che si abbandona al gioco delle assonanze e delle libere associazioni nelle quali rivive quella libertà del bambino che la vita gli avrebbe irrimediabilmente tolto.
(Tanti anni fa, una piccola bambina mi disse con aria saputa: “Per imparare il latino bisogna bere molto latte”)

Abissinia abissale, Irlanda iridata adirata,
Svezia d’acciaio azzurro,
Finlandia ultima fine d’ogni landa,
Polonia presso al polo, dal pallido color di neve.
Angolosa Mongolia mongoloide,
Corsica corsa di corsa, dito indice puntato
Contro il retratto addome corsaro della Liguria.
Argentina sonante di sonagli
Appesi al collo di mille vacche argentate,
Brasile cotto dalla brace dei tropici,
Angariata Ungheria, bolo bruniccio di gulasch.
Italia buffo stivale dal tacco spropositato,
Ancona ascesso nero a metà polpaccio.u
Bolivia rossoscura, terra di francobolli,
Germania terra turchina di germi e di germogli,
Grecia sfrangiata, pendula tetta di mucca
Cinta da innumerevoli schizzi di latte rosa.
Inghilterra imperterrita, austera lepida lady
Sciancata e fulva, fiera del suo cappellino a pennacchio.
Mar Nero gatta che cova, mar d’Azov il suo gattino,
Mar Baltico in preghiera, inginocchiato sul ghiaccio,
Mar Caspio orso che balla sul fango delle paludi.
Toscana attossicata, pentola capovolta,
Il manico infilato nel bruno d’un mezzotoscano.
Cinica Cina obliqua stampata su seta gialla
Rinchiusa nella muraglia di nitido inchiostro di china,
Panama di pagliette bene incollate e ritorte.
Uruguai Paraguai pappagallini gemelli,
Africa e Sudamerica brutti ferri di lancia
Librati a minacciare l’Antartide di nessuno.

Nessuna delle terre scritte nel tuo destino
Ti parlerà il linguaggio di quel tuo primo Atlante.

 Primo Levi, Il primo Atlante, “Ad ora incerta”, Garzanti

 

Il racconto dell’immagine. PAOLO BRUNATI, IL LEPRE E LA LUNA

Ogni immagine contiene infinite storie possibili. Abbiamo sottoposto a Paolo Brunati questa foto di autore anonimo, ed ecco il racconto che ne ha tratto. 

bimbe e coniglio

 

Avevano dimenticato di toglierseli dai capelli. Quei nastri hanno ora la stessa innocenza, la stessa estraneità ingigantite di un oggetto personale dimenticato da un colpevole sul luogo del delitto.
I due nastri hanno dunque assistito! Assistito a quei nuovissimi giochi delle bambine nel letto, incominciati per scherzo e progressivamente diventati seri, sorprendentemente diventati feroci. Due nastri come quelli delle uova portate in dono per Pasqua da una cugina venuta da lontano. Ippolita le cede la sua stanza e va a dormire nel letto con la sorella.
Lei aveva quindici anni, la sorella sedici.
Soltanto ora, rindossate le camicine che s’erano sfilate, si accorgono con trasalimento che il Lepre era saltato nella luce della Luna dalla finestra aperta. Anche lui dunque aveva assistito!, dentro questo primo plenilunio di primavera, alla loro nuova celebrazione. Lui ed i nastri, bende innocentissime.
Come l’Asino e il Bove, il Lepre e la Luna. Accorsi a vegliare un altro Figlio, nato dalla Vergine corrotta dell’infanzia: il desiderio sessuale. A vegliarlo nel punto che ancora conserva l’incontrollabile innocenza dell’infanzia. L’uomo in un secondo momento, raggiunta l’età adulta, ne ha soggezione e lo teme e il Lepre sarà soltanto una figura che alcuni, si dice, credono di vedere nella Luna.


Paolo Brunati

 

Chiaroscuri ‘900 (IV). Francesco Cangiullo, Non c’è un cane

 

piazza caneQualcosa si è logorato negli anni, sfilacciandosi progressivamente. La nostra capacità di attenzione, dico. Il luogo comune ne individua la causa nella frammentazione (e nella conseguente contrazione) che caratterizza gli spot televisivi (trionfalistico enunciato: “Raccontare una storia in quindici secondi!”); può darsi ma il demone della sintesi si è insinuato fra noi più di un secolo fa, almeno ufficialmente, quando i futuristi presero a pubblicare i loro manifesti. Quello riguardante il teatro – di Marinetti, Settimelli e Corra – era, come gli altri, perentorio: “E’ stupido scrivere cento pagine dove ne basterebbe una, solo perché il pubblico per abitudine vuol vedere il carattere di un personaggio risultare da una serie di fatti”… “E’ stupido voler spiegare con una logica minuziosa tutto ciò che si rappresenta, quando anche nella vita non ci accade mai di afferrare un avvenimento interamente”. Francesco Cangiullo – pittore, scrittore e poeta di talento nonché militante futurista – passa dalla teoria alla pratica con questo atto unico di rigore integrale. Forse ci aggiunge anche una punta di ironia? L’interrogativo è d’obbligo: al lettore, se crede, la risposta.

NON C’È UN CANE
Sintesi della notte

Personaggi:
 QUELLO CHE NON C’È
Via di notte, fredda, deserta.

Un cane attraversa la via.

 Tela

Francesco Cangiullo

 

Meno di un pesce rosso. LA COMPIACIUTA DOMENICA DEI MOSTRI

strageComplimenti, Elenora, hai fatto la spaccata. In una bella domenica di sole sei uscita dal tran tran anonimo e sonnolento di twitter; ora anche l’Huffington si occupa di te, e anche noi, nel nostro piccolo blog. Nella tua mini bio ti definisci “pensionata curiosa”, e uno pensa, che so?, che tu ti sia iscritta all’Università della terza età o a un corso di ceramica, o di egittologia… Invece la tua curiosità ha bisogno d’altro, di qualcosa di forte, e questa domenica finalmente è stata soddisfatta: una bella strage di 700 poveracci rallegra il tuo cuore come un dono inaspettato e “troppo bello per essere vero”. Peccato che tu sia un po’ pigra, altrimenti potresti fare un salto fin sul canale di Sicilia: vedresti da vicino il gonfiore dei corpi recuperati e, curiosa come sei, li ispezioneresti con l’occhialino per non perderti nemmeno un particolare di quello strazio. Ma forse no, tu preferisci godertelo, questo dono, senza scartare la confezione; te lo tieni stretto stretto come il bambino che apprezza più il gesto del donatore che il regalo stesso, felice che qualcuno abbia pensato a lui. La Sorte (già scritta) ha pensato a te, ti ha liberato di settecento esseri umani che sul nostro suolo ti avrebbero infastidito: meglio in fondo al mare, vero?, come i rifiuti tossici scaricati abusivamente. Goditi gli spot puntati su di te in questa domenica di sole, Eleonora, da domani tornerai nella tua miseria quotidiana un po’ più povera, consolata da altri squallidi tweetteriani che la pensano come te (per un attimo sei quasi una leader, ma è appena un attimo, credimi).
Visto che sei curiosa, dai un’occhiata a questo video:  ritrae un bimbo che bacia il suo amico pesce rosso appena morto prima di seppellirlo nel water e scoppiare in pianto. Non è tuo parente, credo.

bimbo pesce

http://www.huffingtonpost.it/2015/04/11/funerale-pesce-rosso_n_7045588.html

Il video della domenica. Accadde in metro. PHILIPPE ORREINDY J’ATTENDRAI LE SUIVANT (I’LL WAIT FOR THE NEXT ONE)‬

Schermata 2015-04-14 alle 15.44.36https://www.youtube.com/watch?v=VqwgeZooUmQ

a cura di Francesco Ghisi

Il ragazzo si presenta bene, ha l’aria mite, parla con sincerità – percepisce, per di più, uno stipendio che di questi tempi è interessante (2600 euro al mese). Espone il suo caso ai viaggiatori del metro: single e non rassegnato a passare le serate davanti alla tv o a trafficare sui social, cerca una compagna di età compresa fra i diciotto e i cinquantacinque anni. Se fra le presenti c’è una candidata, non ha che da scendere alla fermata successiva, lui la raggiungerà. La candidata c’è ma il finale non ve lo sveliamo, naturalmente.