Questi ricordi che saltano fuori dalla scatola a molla sono sempre stonati, fuori tempo, come certi coatti estroversi. Dice: “E’ un algoritmo, cosa credi? Non esiste un tizio che tutte le mattine si sveglia con il proposito di perseguitarti”. La cosa non cambia. Una volta aperta la scatola, sei inchiodato al ricordo di giornata: in questo caso, di quattro anni fa. Non è un ricordo brutto, ma certo faticoso. Radiospazio era appena stato cacciato (diciamo allontanato, dissuaso dal proseguire i suoi spettacoli) dalla biblioteca della Facoltà di Lettere dell’Università di Torino (per eccesso di pubblico: un caso stravagante, per non dire unico). Il nostro spettacolo su Flaiano era quasi pronto e non avevamo un teatro in cui debuttare. Ma dovevamo. Chissà poi perché “dovevamo”: non si poteva rimandare, non ricordo la ragione, ma non si poteva – le urgenze di quattro anni fa erano evidentemente improrogabili. Ci venne in soccorso il gallerista Allegretti (al quale sono e siamo ancora grati) che ci ospitò generosamente nei suoi locali. Lo spettacolo scorreva anche se in un alveo del tutto inedito come quello di una galleria d’arte: nella bella sala quadrata recitavamo davanti a un’opera fotografica che rappresentava frammenti di giardini. Affascinante, ma poco in sintonia con la Roma flaianea degli anni Sessanta; le luci erano spot sparati negli occhi degli attori. Il pavimento, a listoni, scricchiolava. Sempre. Era un vecchio e nobile pavimento piemontese che avrebbe figurato benissimo in un thriller. Piemontese e fantasmatico, perché si faceva sentire anche durante lo spettacolo, mentre gli spettatori erano fermi e ben ordinati sulle loro sedie (d’epoca? forse sì). L’impressione era quella di recitare nel salotto di una zia tanto affabile quanto lontana da tutto ciò che assomiglia al teatro. Fu l’ultima replica di Radiospazio in un ambiente così estraneo: gli spettacoli seguenti approdarono al palcoscenico. Con svariate disavventure ma senza scricchiolii (almeno del pavimento).
SCIE CINICHE. La carica dei genitori
Sarà vero? Non può essere vero. Forse è vero. E se fosse vero?
SCIE CINICHE. 21 marzo, GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA
Non era cinico, Leopardi, ma questo frammento dello Zibaldone figura benissimo, oggi, nelle nostre scie. Prepariamoci perché stiamo per essere assaliti da ostentazioni che confinano con la sfrontatezza. La programmazione di radio tre sarà contrappuntata, gr dopo gr, da letture di versi; qualche giornalista, in vena rapsodica, si abbandonerà a divagazioni sulla poesia come redenzione del mondo; attori in libera uscita verranno posti davanti a un microfono e con voci nasalizzanti leggeranno tutti i versi leggibili e illeggibili, da Saffo al recente vincitore del Premio PoetiKanten. Si evocherà Alda Merini. Si riaccenderà il match “Con la cultura si mangia/non si mangia”. Per un giorno, a dispetto del monito leopardiano, la Bellezza (del Verso) s’imprimerà, come la decalcomania di un chewing gum, su innumerevoli fronti analfabete. A mezzanotte, con lo spirare degli ultimi rantoli poetici, tutti a letto, bisogna recuperare le forze per la prossima Giornata Mondiale.
A proposito, il prossimo appuntamento è con la Giornata Mondiale della Lotta coi Cuscini.
Ecco quanto scrivono gli organizzatori: Come ad Amsterdam inizia a Napoli l’appuntamento con la giornata mondiale della lotta dei cuscini in programma il giorno sabato 2 aprile a piazza Bellini. Sarà Vincenzo Bellini (proprio lui! N.d.R.) a fare da teatro alla battaglia a suon di cuscinate. Per partecipare alla lotta basterà osservare poche semplici regole: chiamare il maggior numero di amici e conoscenti, non indossare occhiali e oggetti di valore, portare il proprio cuscino da casa, combattere lealmente. Siete pronti a partecipare alla lotta più divertente dell’anno?
Il video della domenica. TONY RICHARDSON, TOM JONES (in taverna con la lussuria)
https://www.youtube.com/watch?v=oWEx40H3Qu8
Dal 1958 al 1962, Tony Richardson realizza quattro film di culto che diventano altrettante pietre miliari del nuovo cinema inglese e che al tempo stesso rappresentano una cerniera fra il linguaggio teatrale e quello cinematografico. Qualche titolo: I giovani arrabbiati, ispirato al famoso Look Back in Anger, di Osborne; Il grande peccato, riscrittura cinematografica di Santuario, di Faulkner; Sapore di miele, rielaborazione del dramma omonimo di Shelagh Delaney; Gioventù, amore e rabbia, scritto da Alan Sillitoe. Forse oggi alcuni di questi nomi dicono poco ai più giovani, ma Osborne, Delaney, Sillitoe, erano i drammaturghi bandiera di quella generazione che venne definita “degli arrabbiati” e il loro passaggio dal palcoscenico al set cinematografico fu un ingresso davvero fastoso negli anni Sessanta.
Nel 1963 (qui arriviamo al nostro video), Richardson volta pagina e si dedica a uno dei grandi romanzi della letteratura inglese del XVIII secolo, Tom Jones, di Fielding; la sceneggiatura di Osborne garantisce la continuità con la drammaturgia del nuovo teatro inglese. Da un capolavoro letterario nasce – caso molto raro – un capolavoro cinematografico. (A qualche cosa la scrittura serve – sembra un’osservazione lapalissiana ma non guasta ricordarlo a qualche attore presuntuoso). La chiave di lettura di cui si serve la coppia Richardson/Osborne è l’ironia – ma non quella a cui potrebbe pensare l’attore presuntuoso di cui sopra, fatta di ammiccamenti al pubblico – l’ironia, qui, nasce da un preliminare, metodologico distacco critico da cui il regista prende le mosse per imprimere alla narrazione minuscoli slittamenti, impercettibili sovratoni, piccole parentesi stranianti, lievi esagerazioni del trucco… La scrittura cinematografica poggia su un sistema di segni calibrati e leggermente devianti che l’attore in questione non coglierebbe mai (infatti la visione di questo film gli è sconsigliata).
Veniamo alla nostra sequenza, perché ci siamo troppo dilungati. Ma prima, una brevissima silloge sul romanzo di Fielding nel quale si racconta, con ritmo picaresco, l’educazione sentimentale del giovane Tom, trovatello accolto da una ricca famiglia inglese e poi cacciato di casa quando il suo ambiguo benefattore si accorge dell’amore del ragazzo per l’aristocratica Sophie destinata a un adeguato matrimonio.
La virtuosistica sequenza che vi proponiamo è interpretata dal grande Albert Finney e da una non meno brava Joyce Redman nei panni di una ninfa boschereccia raccolta da Tom durante le sue peregrinazioni e condotta a banchettare in taverna.
Chi l’avrebbe detto?

C’è chi ha fatto meglio, molto meglio, ma noi non gestiamo un movimento politico, non seguiamo l’evolversi dei media, non suggeriamo ricette di cucina. Tutto sommato, va bene così. Anzi, per non essere troppo compassati, diciamolo: proprio non ce lo aspettavamo che un giorno i nostri amici iscritti al blog sarebbero stati novemila (non c’erano aspettative di nessun genere, per la verità). Ma le cifre, come si sa, danno alla testa, soprattutto agli astemi, e adesso di fronte a noi si erge un cattivo pensiero: e se un giorno arrivassimo alla cifra tonda di diecimila? Sempre senza accorgercene.
After Shakespeare. LIA TOMATIS, IL SOGNO DI BOTTOM. Teatro Astra – Sala prove 18 e 19 marzo
http://www.vivaticket.it/index.php?nvpg[evento]&id_show=74456
Bottom e Quince stanno provando lo spettacolo che dovranno recitare al matrimonio del Duca di Atene. Finita la prova, Bottom si addormenta e per uno strano sortilegio si risveglia quattro secoli dopo davanti a un giovane regista che sta faticosamente cercando di mettere in piedi un “progetto produttivo” capace di ottenere qualche finanziamento pubblico. Un arido presente, nel quale le ragioni dell’arte e della cultura sono bandite, atterrisce Bottom che finalmente, dopo essersi di nuovo addormentato, si risveglia davanti al vecchio Quince: al quale racconta il suo sogno.
SCIE CINICHE. Il trasparente mistero del risciò

http://www.nextquotidiano.it/giachetti-riscio-renzi/
E’ almeno dagli anni Settanta, dunque infinitamente prima di Photoshop, che si pasticcia con i fotomontaggi. Si incominciava da bambini, quando le mamme cercavano di sopravvivere alle giornate di pioggia fornendo i loro bambini di forbicine di sicurezza, colla e vecchi rotocalchi; alcuni continuano da grandi smontando e rimontando teste e corpi con o senza malizia, non aveva importanza, tanto il trucco sarebbe stato scoperto, prima o poi. Ma non da tutti. Dunque, qualcuno si è divertito a dare forma a una presunta sudditanza di Giachetti, candidato del PD alle elezioni comunali di Roma, nei confronti di Renzi. Secondo i giornali, Giachetti è “l’uomo di Renzi”, ma proprio per questo sembra molto improbabile che un candidato operi un harakiri facendosi ritrarre come cavallo umano del suo sponsor. Invece i burloni che hanno fatto il sommario trapianto sono stati inaspettatamente gratificati da Massimo D’Alema che li ha presi sul serio rilasciando una dichiarazione angosciata: “Giachetti si è fotografato su Internet mentre traina un risciò su cui è seduto Renzi.” La dichiarazione, se autentica, ingenera una certa tenerezza: non è possibile, tecnicamente, “farsi fotografare su internet” perché l’enunciato denota una disarmante distanza dal mondo informatico. Il più gelido e astuto (per alcuni addirittura sulfureo) giocatore di scacchi della politica italiana si smarrisce di fronte a un trucchetto da due soldi come un nonno che guarda confuso la nipotina volteggiante sull’ipad. Personaggi come questo sono rari; vanno conservati, fatti sedere sulla poltrona più comoda e spolverati con la cura che si riserva alle tazze da tè liberty della bisnonna (peccato, era un bel servizio da sei e ormai ne sono rimaste solo due).
PUCK E L’ALLODOLA. Recensione di Maria Dolores Pesce. dramma.it
PUCK E L’ALLODOLA. Taccuino dalla prima. “Com’è andata ieri sera?”
La domanda non è sempre di pura cortesia, spesso è sentita, talvolta nasce addirittura da una sollecitudine affettuosa: “Com’è andata ieri sera?”.
E’ andata bene. Immancabilmente bene. Da molti anni non si verificano quei teneri disastri scenici come nel film di Marcel Carné Les enfants du Paradis (crolli rovinosi delle quinte, improvvise amnesie degli attori, ecc.), dunque va sempre bene. Il clima che avvolge l’evento teatrale è sempre un ottimo clima: temperato, riscaldato da un sole mite, con qualche pioggia tiepida ma tanto impalpabile che sembra spruzzata da una bomboletta. In questo ambiente immutabile da vacanza garantita alle Seychelles viene da rimpiangere gli acquazzoni guastavacanze che squassavano l’Adriatico del dopoguerra sradicando i picchetti delle tende e costringendo mamme e bambini a correre via inciampando fra le pozzanghere con gli zoccoloni di legno.
Ci potrebbe essere solo un elemento perturbante, in questo clima eternamente uguale a se stesso: il critico, il buon vecchio critico tremolante e magari incazzoso, biascicante e rammemorante le grandi stagioni defunte che giammai ritorneranno. Sì, perché il teatro senza una goccia di morte è come certi cocktail senza angostura, come un battesimo senza una fata cattiva. Purtroppo, quei critici vagamente sinistri se ne sono andati con le loro grisaglie lise, e i loro successori sono impegnati altrove – ma bisogna dire che non è sempre un male.
PUCK E L’ALLODOLA, questa sera seconda (e ultima) replica. TRAILER, I FIORI DELL’ALLODOLA
PUCK E L’ALLODOLA. Taccuino dalle prove 6. La febbricola della generale
Mino Maccari
La Sala prove dell’Astra ha creato un suo pubblico, e direi che è riuscita a crearlo in un tempo piuttosto breve. Sarà il cartellone, certamente, ma anche la collocazione, un po’ vaga, lassù al quarto piano, una sorta di nicchia alla quale gli eletti, in senso stretto, approdano dopo una breve ascensione… Fra gli eletti, alcuni spiccano per assiduità e partecipazione, come ad esempio le due gentilissime signore che ieri si sono presentate alla prova generale. Una di esse ha subito precisato che sarebbero intervenute anche alla prima dello spettacolo; la generale era, per così dire, solo una prima lettura dell’opera.
Ci sono svariati modelli di prova generale: mondano, istituzionale, liquido e pallido come un brodo di dado con qualche attore galleggiante nella platea, amicale (e di conseguenza rumoroso), quartieristico, con i fornitori quasi sempre delusi perché si aspettavano una cosetta meno impegnativa, eccetera. La generale di ieri era, direi, molto sobria, quasi spoglia, riservata a pochi addetti ai lavori, e la presenza di due spettatrici autentiche e sinceramente curiose alzava di qualche grado la temperatura, portandola alle soglie di quella febbricola che è necessaria a una prima rappresentazione.
A parte alcune fisiologiche imprecisioni, tutto è andato bene, ma il breve dopoteatro ci ha riservato un brivido inatteso quando una delle due signore accomiatandosi mi ha detto, con un bel sorriso: “Ci rivediamo domani. (pausa) Avrò due o tre cosette da chiederle”.
PUCK E L’ALLODOLA. TRAILER, Un frammento della partita a due che si gioca questa sera
PUCK E L’ALLODOLA. Questa sera la prima. Ore 19
PUCK E L’ALLODOLA. Taccuino dalle prove 5. Storia di un retropalco
http://fondazionetpe.it/evento/puck-e-lallodola/2016-03-11/
Così, ma solo durante alcuni passaggi sporadici, appare il retropalco abitato da Puck, che solitamente non è così tenebroso. Questo retropalco ha una piccola storia. Fino a qualche giorno fa, se ne stava in piedi rigido, impettito e disadorno; quella nera armatura da cavaliere nero e spocchioso venata di catinelle chiare mi aveva tratto in inganno: ingenuamente, avevo scambiato quella nudità per rigore. Il rigore delle linee. La purezza delle nervature. L’asciuttezza della struttura. Stupidaggini (anzi mi verrebbe da dire: stupidaggini ideologiche) che fortunatamente sono state spazzate via dalla ramazza pragmatica del nostro omnitecnico Mauro Panizza il quale, dopo aver costruito quel piccolo monumento, mi disse, di passaggio: “Secondo me, un paio di luci da retropalco ci starebbero bene”. Da quel momento le cose precipitarono: una volta piazzate due luci che diffondevano la tristezza avvincente dei retropalchi, entrò in azione la nostra scenografa Barbara Tomada e arrivarono i costumi e le corde, poi gli ordini del giorni meticolosi e i costumi dimenticati da chissà chi, e tutto il resto.
Il retropalco, ora, appare un contenitore di storie, e quella di Puck sembra solo una scelta fra le tante che si potrebbero rappresentare.
PUCK E L’ALLODOLA. Taccuino dalle prove 4. Il mistero è nell’Allodola
Eleni Molos, L’Allodola
http://fondazionetpe.it/evento/puck-e-lallodola/2016-03-11/
Dice: «Ci sono ancora dei posti liberi». Non si sarebbe niente di male se non lo dicesse in orario di prove. C’è una contraddizione in termini fra le prove e la promozione: una specie di strangolamento: questo discorso scenico è ancora pieno di refusi, di pause che non sai se sono dovute alla memoria debole o all’esuberanza istrionica dell’attore, costellato di passeggiatine gratuite verso un invisibile chiosco di granite, e già qualcuno ti materializza il pubblico in platea, pronto, impaziente, che batte i piedi. Anzi, non il pubblico, tutte le teste del pubblico, ma le teste che spiccano per la loro assenza nel mare di teste. I sedili vuoti, dei quali tu sei ritenuto il responsabile. «Dov’è finito tutto il tuo pubblico di Eva futura?» «Non lo so, se ne starà rintanato nelle case, dopo mesi, ancora stravolto». La promotrice non ama l’ironia: «Bisogna stanarlo. La colpa è del titolo, io l’avevo detto: Puck e l’Allodola. Chi vuoi che alzi il culo per un’abbinata del genere? Forse Puck qualcuno lo conosce, ma dell’Allodola non gliene frega niente a nessuno. Bisogna che ci lavoriamo un po’, su questo uccello. Anzitutto: che personaggio è?»
«È una donna»
«Questo è già un casino che alla gente non piace. O è una donna o è un uccello. Avrà almeno un costume con le piume e il becco?»
«No, una tuta rosa e un paio di pantaloni.»
«Andiamo bene, siamo al Top. È almeno figa?»
«Non nel senso tradizionale…»
«Ho capito, è un cesso. Tiriamo avanti. Com’è il personaggio? Che cosa fa in scena?»
«Niente… sta in casa…»
«Sempre?»
«Sempre. Non esce nemmeno per fare la spesa. Sta in casa e parla.»
«Travolgente.»
«A volte parla in versi.»
«E allora non lamentiamoci, ce la siamo andata a cercare.»
«Però qualche volta dialoga con Puck»
«Meglio di niente. I due scopano?»
«In un certo senso, sì»
«Cosa vuol dire in un certo senso? O lo fanno o non lo fanno.»
«Lo fanno, ma fuori scena.»
«E allora chi se ne frega. Per me possono anche andare al bar, quando sono fuori scena. Senti, è inutile lavorare su questa Allodola, lasciamola lì in cucina dove si trova.»
«In cucina? Nel mistero, vorrai dire»












