Bertolt Brecht, Domande di un lettore operaio

Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?
Ci sono i nomi dei re, dentro i libri.
Son stati i re a strascicarli, quei blocchi di pietra?
Babilonia, distrutta tante volte,
chi altrettante la riedificò? In quale case
di Lima lucente d’oro abitavano i costruttori?
Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia,
i muratori? Roma la grande
è piena d’archi di trionfo. Su chi
trionfarono i Cesari? La celebrata Bisanzio
aveva solo palazzi per i suoi abitanti? Anche nella favolosa Atlantide
la notte che il mare li inghiottì, affogavano urlando
aiuto ai loro schiavi.

Il giovane Alessandro conquistò l’india,
Da solo?
Cesare sconfisse i Galli.
Non aveva con sé nemmeno un cuoco?
Filippo di Spagna pianse, quando la flotta
gli fu affondata. Nessun altro pianse?
Federico II vinse la guerra dei Sette Anni. Chi,
oltre a lui, l’ha vinta?

Una vittoria ogni pagina,
Chi cucinò la cena della vittoria?
Ogni dieci anni un grand’uomo.
Chi ne pagò le spese?

Quante vicende,
tante domande.

Bertolt Brecht, Poesie, Einaudi, Traduzione di Franco Fortini

Le figurine di Radiospazio. Rivelazioni

Di tanto in tanto gli lanciavo un’occhiata: stava disteso con gli occhi chiusi, le ciglia luccicanti, il corpo quasi completamente nudo. Non lo avevo mai visto così, e mi sembrò di non aver mai guardato prima il corpo di un uomo con l’attenzione con cui adesso guardavo il suo – furtivamente, però, solo per brevi istanti. Mi sembrava, mi sembra, di non avere i vocaboli per descriverlo, come se parole come coscia, petto, ombelico, capezzolo, fossero eroticamente femminili, e non potessero essere impiegate in quel caso. Tanto per cominciare, ciascuna delle sue parti anatomiche era coperta da una folta peluria bionda, che tendeva al rossiccio nella zona appena sopra il costume e sul petto. Mi resi conto che mentre lo guardavo sottraevo mentalmente la peluria, ogni traccia di muscolo, il profilo dell’uccello fra le gambe, la barba che gli luccicava sulle guance. Smisi di compiere quest’operazione. Lo guardai. Era tutto sudato, lo stomaco era piatto; il dorso della lunga mano umida era peloso. Guardai anche l’inguine, quella specie di pugno – rasato – avvolto in lucido lycra azzurro. Ma la cosa più strana, e quella da cui più mi era difficile distogliere gli occhi, era la pelle; era tutta ombreggiata da piccole chiazze, che le davano un aspetto allo stesso tempo morbido e ruvido, come il camoscio o la sabbia fine; e tesa com’era su ossa e muscoli, sembrava che, a differenza di quella di una donna, non avrebbe mai ceduto sotto la pressione della mia mano. Lui si tirò su a sedere di colpo, appoggiandosi sui gomiti, con il viso arrossato, gli occhi come l’acqua rilucente della piscina, e colse il mio sguardo. Scoprii con timore che stavo pensando quello che per tutta l’estate mi ero impedito di pensare: ero innamorato di Arthur Lecomte. Lo desideravo.

Michael Chabon, I misteri di Pittsburgh, BUR

Corrado Govoni (1884-1965), Clinica di tristezza

Un missionario mentre mangia degli erbaggi

viene assalito da una turba di selvaggi

che lo spogliano nudo e gli fan mille oltraggi.

 Su e giù per il suo castello diroccato

passeggia con un giustacuore di broccato

un vecchissimo principe diseredato.

 La prima settimana della primavera

si celebrano delle nozze verso sera

in un paese devastato dal colera.

 Tre ciechi, al sole, contro un muro, in una via,

suonano un’aria della Cavalleria,

nelle attitudini della Malinconia.

 Degli amanti si baciano sopra una salma

presso una lampada che sboccia la sua palma

di luce pallida per l’ombra che si calma.

 Con una paglia, nell’ora di ricreazione

un pazzo sotto un albero in germogliazione

batte il solfeggio, lento, con ostentazione.

 Un meriggio una bianca squadra d’Orsoline

sfinite da una passeggiata senza fine

siedono silenziose tra de le ruine.

 Un collegiale nell’infermeria tossisce

con la fronte appoggiata a un vetro che gualcisce

un ricamo di gelo delicato che appassisce.

 In un albergo di Norvegia un re in esiglio

guarda stando ad una finestra suo figlio

ch’è intento nel giardino a distaccare un giglio.

 Dentro la chiesa d’un convento di clausura

nella gran fiaccola d’una capellatura

una forbice lunga stride con paura.

 In un macello, quando l’alba rosea langue

sopra una seggiola un tubercoloso esangue

beve chiudendo gli occhi un calice di sangue.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet

Le figurine di Radiospazio. Nablus

Là succede di tutto, ma il tempo non passa mai. Sembra così, fermo da duemila anni, sembra sacro, sa di grano e di polvere. È facile pregare e morire tra un’intifada e l’altra. La chiamano “Terra Promessa”, ma da vicino è un cimitero. Qui a Nablus il tempo è fermo, ma succede di tutto: i ragazzi si sposano giovani per guadagnare istanti preziosi, i vecchi hanno gli occhi sempre più piccoli a forza di fissare il destino, i turisti solidali scattano istantanee e regalano sorrisi. Al mercato della città vecchia Mustafà ti vende un chilo di limoni e ti regala un pollo vivo, l’amico Omar ti offre un litro di yogurt e ti frega il portafoglio. Abu Samir, per via della ferita alla gamba destra causata da una pallottola vagante, fa il disoccupato e gira per le bancarelle, non cerca pietà, non cerca lavoro, passa il suo tempo a contare polli, portafogli e a maledire i soldati. Là succede di tutto, ma il tempo non passa mai, sembra così, una bandiera bianca ferma come un segnalibro tra due attimi: libertà e filo spinato, prigionieri e fuggitivi.

Muin Masri, Vendesi croce, Nautilus

Cinema. Scene indimenticabili. Chaplin, Luci della città (3′)

https://www.youtube.com/watch?v=IlPNNHzL5TI

Charlot, povero e sensibile vagabondo, acquista una rosa da una giovane fioraia cieca che per un equivoco lo scambia per un milionario. Vagabondando per la città, Charlot arriva sul molo dove salva dal suicidio un vero milionario, in vena di generosità solo quando è ubriaco. Deciso ad aiutare la fioraia di cui si è innamorato, bisognosa di una costosa operazione chirurgica che le potrebbe restituire la vista, Charlot fa mille  mestieri prima di incontrare nuovamente  il milionario da cui riceve finalmente il denaro sufficiente per l’operazione. Condannato ingiustamente a un anno di prigione, Charlot esce e incontra nuovamente    la ragazza, guarita e ora proprietaria di un negozio di fiori.

Thomas Bernhard, Esagerazione, fallimento, pazzia senile

Spesso ci addentriamo a tal punto in un’esagerazione che finiamo per considerare quell’esagerazione il solo fatto coerente, e non percepiamo neanche più il fatto reale, ma solo l’esagerazione smisuratamente spinta all’estremo. Quel giorno ho detto a Gambetti che l’arte dell’esagerazione è un’arte del superare, superare l’esistenza così come l’ho in mente io, ho detto a Gambetti. Sopportare l’esistenza, ho detto a Gambetti, renderla possibile con l’esagerazione, infine con l’arte dell’esagerazione. E la mia arte dell’esagerazione io l’ho sviluppata fino a vette incredibili, avevo detto a Gambetti. Per rendere comprensibile una cosa dobbiamo esagerare, gli avevo detto, solo l’esagerazione dà alle cose forma visibile, anche il pericolo di essere presi per pazzi non ci disturba più, a una certa età. Non c’è nulla di meglio, a una certa età, che essere dichiarati pazzi. l segreto della grande opera d’arte è l’esagerazione, ho detto a Gambetti, il segreto del grande pensiero filosofico altrettanto, l’arte dell’esagerazione è, in assoluto, il segreto dello spirito, ho detto a Gambetti, ma poi abbandonai quel pensiero, senza dubbio assurdo, che a un esame ancora più attento, senza dubbio, doveva per forza rivelarsi il solo giusto, mi allontanai dalla casa dei cacciatori in direzione della fattoria, e mi avviai verso la villa dei bambini, pensando intanto che era stata la villa dei bambini a farmi venire in mente quegli assurdi pensieri. Estinzione, ho pensato mentre dalla villa dei bambini tornavo alla fattoria, perché no…Subito dopo pensai che quel che avevo appena pensato erano invece tutte sciocchezze, o almeno una pazzia che non porta a nulla, un fallimento del pensiero. Da solo ho fallito in quel pensiero come in tanti pensieri da me pensati, vittima di un ragionamento fallace, di un’insolenza del pensiero, come pensai. Ma dobbiamo sempre tener conto del fallimento, altrimenti finiamo bruscamente nell’inazione, pensai, così come non c’è nulla, fuori della nostra testa, contro cui dobbiamo procedere con risolutezza maggiore che contro la nostra inazione, anche dentro la nostra testa dobbiamo procedere nella stessa maniera contro l’inazione, più o meno con la brutalità che ci è congeniale. Dobbiamo permetterci il pensiero, averne il coraggio, anche a rischio di fallire presto perché d’improvviso ci è impossibile mettere ordine nei nostri pensieri, falliamo sempre, com’è naturale, perché, quando pensiamo, dobbiamo sempre tener conto di tutti i pensieri che esistono e che sono possibili; in fondo abbiamo sempre fallito, e anche tutti gli altri, poco importa come si chiamassero, poco importa che fossero gli spiriti più grandi, d’un tratto, su un qualche punto, hanno fallito e il loro sistema è crollato, come dimostrano i loro scritti, che ammiriamo perché sono quelli che più si sono spinti dentro il fallimento. Pensare significa fallire, pensai. Agire significa fallire. Ma, com’è naturale, noi non agiamo per fallire, così come non pensiamo per fallire, pensai. Nietzsche è un buon esempio di un pensiero che si è addentrato nel fallimento a un punto tale da non poter essere ormai definito altrimenti che folle. Non c’è di meglio a una certa età, che essere dichiarati pazzi. La maggior felicità, che io conosca è quella del vecchio pazzo che può dedicarsi alla sua pazzia in perfetta indipendenza. Se ne abbiamo la possibilità, dovremmo proclamarci vecchi pazzi a quaran’anni al massimo e tentare di portare la nostra pazzia all’esasperazione. E’ la pazzia che ci rende felici.

Thomas Bernhard, Estinzione, Adelphi, Traduzione Andreina Lavagetto

Come raccontare la Shoah? / Jojo Rabbit: il nazismo spiegato ai bambini (Doppiozero)

È arrivato in questi giorni nelle sale Jojo Rabbit del regista neozelandese Taika Waititi a coprire una lacuna del discorso sulla Shoah, quella di film e racconti semplificati, rivolti a un pubblico di più piccoli a cui pure il discorso della memoria vorrebbe giustamente rivolgersi. Un tale uditorio, incarnato dai bambini delle elementari, è, infatti, di norma ritenuto non all’altezza della complessità degli eventi. I bimbi sarebbero troppo giovani per comprendere le questioni storiche alla base della tragedia del nazismo e troppo sensibili per essere messi di fronte alla crudezza dei fatti e delle circostanze dello sterminio. Jojo Rabbit prova a dimostrare che non è così, che si può proficuamente rivolgersi proprio ai più piccoli per passare loro il testimone della memoria.

Leggi l’intero articolo: https://www.doppiozero.com/jojo-rabbit-il-nazismo-spiegato-ai-bambini

Le figurine di Radiospazio. La memoria

Cara L., non è che sono smemorato. Anche se, con l’età, lo vedi, vado sensibilmente peggiorando. Impallidiscono, in me, i ricordi, come certe vecchie fotocopie. Diventano gialle o brune, con il tempo, e alla fine sono illeggibili. Ma, con il tempo, è come se, nella fotocopiatrice, la cartuccia si svuotasse, e poiché è un modello superato, di vecchia generazione, non fosse più sostituibile. Non c’è ricambio. E non c’è più niente, così, che rimane impresso in maniera leggibile. Da un’eternità, infatti, sta lì, quell’arnese, inoperoso, in quella vecchia madia che proviene dalla casa di mio padre, e che abbiamo sistemato in camera da letto. Ho cercato di rimetterla in funzione, la fotocopiatrice, proprio per farmi una copia di queste pagine che ti sto scrivendo. Sui fogli, però, c’è un’ombra, appena, della mia scrittura. Si vedono bene, appena, ormai, le mie cancellature. È quasi un’allegoria, no? Hai ragione tu, quando dici che bisogna buttarlo via, quell’arnese, e che ci ruba spazio, soltanto. Possiamo metterla nella camera del gatto. Anche perché, anche se non fotografa più niente, in pratica, puzza sempre di inchiostri velenosi. A proposito di mio padre, che lavorava in una tipografia, non voleva che si utilizzasse mai, mi ricordo, nemmeno al cesso, la carta dei giornali. Gli inchiostri, diceva, sono tutti velenosi. Anche la memoria, probabilmente, è tutta un veleno. E puzza. Ormai, mi sto ripulendo, io, in testa, tutto.

Edoardo Sanguineti, L’orologio astronomico, Feltrinelli

Video. Baci fatali. Billy Wilder, La fiamma del peccato. 1944 (3′)

https://www.youtube.com/watch?v=IZXkjYLl5Nc

L’assicuratore Walter Neff (Fred MacMurray) conosce Phyllis Dietrichson (Barbara Stanwyck), moglie di un cliente, la cui sensualità lo affascinerà a tal punto da farlo diventare prima il suo amante e poi complice nell’assassinio di suo marito. Sceneggiatura di Raymond Chandler

Eugène Ionesco, L’agenzia di viaggi.

CLIENTE             Buongiorno, signora. Vorrei due biglietti del treno, uno per me, l’altro per mia moglie che mi accompagna nel viaggio.

IMPIEGATA        Bene, signore,  Posso venderle centinaia e centinaia di biglietti del treno. Seconda classe? Prima classe? Cuccette? Le prenoto due posti al ristorante?

CLIENTE             Sì, prima classe e vagone letto. Dobbiamo andare a Cannes, col diretto di domani mattina.

IMPIEGATA        Ah… per Cannes? Ecco, avrei potuto darle facilmente dei biglietti, quanti ne voleva,  per ogni direzione in generale. Ma nel momento in cui viene precisata la destinazione e la data, così come il treno che si vuol prendere, la faccenda si complica.

CLIENTE             Mi meraviglio, signora. Ci sono dei treni in Francia. Ce ne sono per Cannes. Io stesso l’ho preso una volta.

IMPIEGATA        L’ha preso forse venti, trent’anni fa, quando era giovane. Io non dico che non ci siano più treni, ma sono strapieni, non c’è posto.

CLIENTE             Posso partire la settimana prossima.

IMPIEGATA        Tutto prenotato.

CLIENTE             Fra sei settimane.

IMPIEGATA        Tutto prenotato.

CLIENTE             Ma la gente non sa fare altro che andare a Nizza?

IMPIEGATA        Non necessariamente.

CLIENTE             Pazienza. Mi dia allora due biglietti per Bayonne.

IMPIEGATA        Tutto prenotato fino all’anno prossimo. Come vede, signore, non tutti vanno a Nizza.

CLIENTE             Allora,  prenoti due posti sul treno che va a Chamonix.

IMPIEGATA        Tutto prenotato, fino al 1980.

CLIENTE             Per Strasburgo…

IMPIEGATA        Prenotato.

CLIENTE             Per Orléans, Lione, Tolosa, Avignone, Lille…

IMPIEGATA        Tutto prenotato, prenotato, prenotato con dieci anni di anticipo.

CLIENTE             Allora mi dia due biglietti di aereo.

IMPIEGATA        Non ci sono più posto sugli aerei.

CLIENTE             Posso noleggiare, in questo caso, un’automobile, con autista o senza?

IMPIEGATA        Le patenti di guida sono state tutte ritirate, allo scopo di non avere le strade ingombre.

CLIENTE             Vorrei prendere in affitto due cavalli.

IMPIEGATA        Non ci sono più cavalli.

CLIENTE             (alla Donna) Vuoi che ci andiamo a piedi, a Nizza?

LA DONNA         Sì, caro. Quando sarò stanca mi prenderai sulle spalle. E viceversa.

CLIENTE             Bene, ci dia due biglietti per andare a Nizza a piedi.

IMPIEGATA        Sente questo rumore? La terra trema. In mezzo al paese un immenso lago, un mare interno sta per formarsi, Approfittatene subito,  sbrigatevi prima che ci pensino altri viaggiatori. Vi consiglio una cabina a due posti per la prima nave che va a Nizza.

Eugène Ionesco, Manuale di conversazione per principianti.

Le figurine di Radiospazio. Burocrazia austroungarica

Egli teneva in mano una matita d’oro, con la quale aveva già scritto in calce a ogni lettera la formula magica «procr.». Questa abbreviazione usata negli uffici di Cacania* voleva dire «procrastinato» e cioè, in linguaggio comprensibile «da decidersi piú tardi»; ed era un esempio di cautela, per cui nulla si lascia perdere e nulla si precipita. Procrastinate venivano ad esempio le istanze dei piccoli impiegati per un soccorso straordinario alla moglie in puerperio, finché il bambino era cresciuto e capace di guadagnarsi la vita da sé, per il motivo che forse nel frattempo sarebbero state emanate leggi in proposito, e il buon cuore dei superiori non voleva respingere previamente la domanda; ma si procrastinava anche la richiesta di personaggi o uffici influenti che non si poteva offendere con un rifiuto, pur sapendo che un altro ufficio influente si opponeva alla loro richiesta; e per principio tutti i casi che si presentavano per la prima volta venivano procrastinati finché non si presentasse un caso analogo.

Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi
Traduzione” Adolf Frisé, Anita Rho, Laura Castoldi, Gabriella Benedetti

  • Con Cacania l’autore indica la duplicità dell’Austria-Ungheria, imperiale e regia (k.u.k. cioè kaiserliche und königliche, da cui la Cacania.

Sequenze memorabili. Valentina e la porta impossibile, in “Effetto notte” di Truffaut (1973) 5′

https://www.youtube.com/watch?v=fRLaC9TAQpI

Effetto notte (La nuit américaine) è uno straordinario film sul cinema; i rapporti fra i personaggi della troupe si combinano con i lavori sul set, dando vita a un organismo complesso nel quale il privato e il pubblico sono complementari . A mio parere, tuttavia, il divenire del film, con le sue defaillance, le sue minuzie tecniche, i suoi errori (tutti sapientemente studiati) sviluppano un racconto più affascinante degli intrecci degli umani, che ci appaiono come strumenti di un discorso più grande di loro. Lo smarrimento di Valentina Cortese alle prese con una porta sbagliata esalta non solo e non tanto la bravura dell’interprete, ma soprattutto la potenza di quello strumento comico (elementare e implacabile) che è l’iterazione.

Robert Musil, Platone giornalista

Per qualche motivo imponderabile i giornali non sono istituti di ricerche e laboratori dello spirito, come potrebbero essere con vantaggio generale, ma soltanto magazzini e borse. Platone, per esempio andrebbe certo in visibilio davanti a un’organizzazione giornalistica dove ogni giorno si può creare, trasformare, raffinare una nuova idea, dove le notizie affluiscono da tutti gli estremi confini del mondo con una velocità mai vista, e uno stato maggiore di demiurghi è pronto ad analizzarne immediatamente il contenuto spirituale e reale. Egli riconoscerebbe in una redazione di giornale quel topos uranios, la patria celeste delle idee, da lui tanto efficacemente descritta che ancor oggi tutte le persone perbene quando parlano coi loro figli o subordinati, sono idealisti. E certo se si presentasse improvvisamente alla sede d’un giornale e dimostrasse di essere per davvero quel grande scrittore morto piú di duemila anni fa, desterebbe un clamore enorme e gli verrebbero fatte tutte le offerte piú vantaggiose. Se poi riuscisse a scrivere in tre settimane un epistolario filosofico e turistico, e a far filmare qualche migliaio delle sue famose favolette brevi, e magari l’una o l’altra delle sue opere piú antiche, per un certo tempo se la passerebbe proprio bene. Ma appena esaurita l’attualità del suo ritorno, se il signor Platone volesse tradurre in atto una delle sue ben note idee che mai hanno potuto veramente trionfare, il redattore-capo lo inviterebbe tutt’al piú a scrivere sull’argomento qualche bell’articolo per la pagina letteraria della domenica (ma una cosetta agile e svelta, niente pesantezze di stile, bisogna andare incontro ai gusti dei lettori) e il redattore letterario aggiungerebbe che quella collaborazione dovrebbe limitarsi purtroppo a un articolo ogni mese, perché vi sono altri scrittori d’ingegno da accontentare.

Robert Musil, L’uomo difficile, Einaudi
Traduzione Adolf Frisé, Anita Rho, Laura Castoldi, Gabriella Benedetti

Le figurine di Radiospazio. La trama dei romanzi

Dunque, se voi signori, che state per leggere siete di quelli che nei racconti dei fatti contemporanei amano i babau della sospensione romantica e si compiacciono di non tirare il fiato se non dopo d’essersi bene assicurati che il fratello del figlio, del nipote, della cognata, del protagonista è appunto il padre dello zio, del genero del cugino, dell’eroina, e vogliono che l’intreccio incominci, si complichi e si sciolga col finale trionfo di tutte quante le virtù e col suo bravo castigo di tutte quante le colpe, se voi, dico, avete di queste fisime, felice notte.

Cletto Arrighi, Nanà a Milano