Molti anni fa, una volonterosa intervistatrice, pose a Luca Ronconi la canonica domanda: “Lei pensa che fra televisione e teatro sarebbe augurabile un rapporto virtuoso? La televisione potrebbe essere utile al teatro per diffonderlo presso un pubblico più vasto, per avvicinare i giovani, ecc…”Alla quale Ronconi rispose: “Non saprei, mi sembra che ci sia già tanta televisione nel nostro teatro”.
Questa frase mi è tornata in mente, poco fa, mentre ascoltavo un’intervista di Alessandra Tedesco a Massimo Bisotti nel corso della trasmissione “Il cacciatore di libri” (Radio 24). Alessandra Tedesco è una giovane conduttrice sorretta da una vitalità inossidabile; le sue interviste sono animate da un entusiasmo interiore e misterioso che non si può spiegare se non con una ammirazione stupefatta e commossa nei confronti di tutto ciò che è stampato, simile a quella che dovette cogliere Gutenberg di fronte alla nascita della sua prima e ancor umida Bibbia. Alessandra interpreta il suo ruolo di cacciatrice di libri con uno scrupolo che non le consente discriminazioni riguardo alla selvaggina, così subito dopo Jonathan Coe questa mattina ha incontrato Massimo Bisotti che, lo confesso, non conoscevo – e credo di essere uno dei pochi, visto che si tratta di un blogger che conta centinaia di migliaia di fan e che di conseguenza è approdato in casa Mondadori. Durante l’intervista Alessandra ci informa che Bisotti ha fatto breccia nel cuore dei suoi lettori in rete con gli aforismi (“Così come una volta si leggevano gli aforismi di Oscar Wilde, oggi si leggono quelli di Massimo Bisotti”), e non c’è da meravigliarsene perché l’aforisma è la forma aurea, il piccolo Sublime a cui tende la rete; non a caso aprendo la schermata di Facebook la prima cosa che si legge è la domanda “a che cosa pensi?”. Le ragioni per cui i pensieri di Bisotti trovino tante risonanze in tanti lettori sorpassano le mie capacità di analisi, quindi mi affido all’interpretazione che ne dà la rete: “Bisotti riesce a scavare dentro il suo cuore e quello del lettore e metterli in comunicazione, creando un contatto di anime che si mettono a nudo”. Poteva resistere Mondadori a questo consesso di anime nude danzanti?
Ritornando a Ronconi che ricordavo all’inizio, c’è sempre più Facebook nella nostra editoria, e non solo per quanto riguarda Bisotti.
Io, te e quella macchiolina di caffè

Per quanto ne so, ed è un sapere malfermo, le macchie di fango sono meno rognose di quelle di caffè; se non ci si lascia prendere dal panico, il fango, una volta seccato, lo si può lavare o anche solo tranquillamente spazzolar via; l’anima del caffè è, invece, maligna: hai voglia a strofinarlo col sapone prima di mettere il capo in lavatrice, rimane sempre quell’alone marroncino che magari a prima vista non si vede ma che spunta fuori sul vestito candido nel momento meno opportuno – poniamo, ad esempio, mentre una sindaca che ama giustamente le vesti candide che fanno risaltare la chioma bruna e gli occhi lucenti, si presenta sotto i riflettori della passerella mediatica. Il movimento 5 stelle lamenta di essere stato attaccato dal fango durante la sua galoppata trionfale dei ballottaggi, ma era inevitabile, direi: il fango sta alla galoppata (specie se impetuosa) come come gli escrementi stanno al cavallo: sono ingredienti che impreziosiscono l’impresa – tanto che risulterebbe poco credibile o addirittura sospetto il cavaliere che portasse a compimento la missione senza nemmeno un filo di polvere addosso (i malfidati incomincerebbero a sussurrare: “Non avrà mica preso il taxi, quello? E dire che l’ho votato”). La macchiolina di caffè, invece, non ha nulla di eroico, rinvia a una dimensione domestica, borghese, magari al gesto di un marito sbadato che inciampa e le imbratta il vestito proprio mentre lei sta per uscire, ed è tardi, perché il popolo e le telecamere aspettano, e l’altro vestito bianco è in tintoria; non cade il mondo, certo, se lei mette quello acquamarina, ma quello bianco aveva tutt’altro significato simbolico, mannaggia! “Io l’ammzzerebbe, quello!”, pensa lei, ma non ne ha il tempo, la festa è incominciata e non può essere rovinata da una stupida macchiolina. Dunque va, perché non si può ritardare agli appuntamenti con la Storia, ma il retropensiero mordicchia. Fuor di metafora, la lettera pubblica del marito di Virginia Raggi rappresenta quel privato che pretende di fare capolino nel pubblico, e non è una macchinazione dei poteri forti ma un fuoco amico (per così dire) che rivela le insidie di un rasoio mediatico a doppio filo. A meno che non diventi il primo capitolo di una soap opera rétro: pericolosa per un movimento post-ideologico ma non ancora postmoderno.
Il randello post-ideologico e il gioco del “Zò bòt!”

A Bologna, tanti anni fa, lo chiamavano “Zò Bòt!”. Era il gioco della leadership nell’interpretazione dei monelli di strada, che le famiglie perbene inibivano ai loro figlioli – i quali, dal canto loro, se ne astenevano ben volentieri perché, nonostante fossero un po’ abbienti e un po’ tonti, non erano mica scemi e preferivano guadagnare a sottomuro con le palline o le figurine senza farsi caricare di botte. Il gioco non era tanto diverso da quello che si pratica negli odierni ballottaggi: assai meno strutturato, esso sorgeva spontaneo ogni volta che due leader (di una squadra di calcio improvvisata, di un gruppo di ciclisti estemporanei) dovevano dirimere una questione. All’inizio, i due aprivano una trattativa, breve, diretta, senza tante diplomazie, poi, quando era chiaro che non si approdava a niente, uno dei due diceva: “E alàura, csa staggna d asptèr? Zò bot!”. (“E allora, cosa stiamo ad aspettare? Giù botte!”). Naturalmente, ciascuno dei due leader aveva i suoi supporter sui quali contare nella rissa imminente, ma poiché erano monelli esperti e temprati dalla vita di marciapiede, conoscevano gli umori mutevoli del loro adepti e pur senza aver letto Machiavelli intuivano che gli esclusi dalla leadership avrebbero potuto cambiare bandiera: non per diventare loro stessi leader, che non ne avevano i requisiti, ma per il gusto di sferrare qualche calcio negli stinchi a chi se la tirava troppo. Così, per sicurezza, appena risuonava il grido “Zò bòt!” i piccoli leader incominciavano a tirar schiaffi e calci ai primi che capitavano a tiro. L’ho detto, il gioco del “Zò Bòt!” era infinitamente meno raffinato di quello dei ballottaggi: diciamo che, senza saperlo, quei monelli rappresentavano gli embrioni di quel post-ideologico che oggi viene mostrato come il diamante di una nuova postmodernità nell’astuccio del gioielliere; peccato che nessun osservatore dell’epoca abbia mai perso tempo a scrivere qualcosa su questo antico gioco, oggi ne sapremmo di più e forse ne saremmo vaccinati.
Dall’immigrato al rifugiato, una vertigine di venticinque anni. MARIO FORTUNATO, SALAH METHNANI, “IMMIGRATO”
Oramai è scritto che ogni cosa debba sempre finire in food (teatro, musica, convegni di filosofi e di matematici, tutti contrappuntati dalla sinfonietta dei piatti e dei bicchieri, dal gorgoglio dei vini, dallo schiocco delle lingue avide di acquisire chissà quale status sociale e dal tirar su dei nasi convinti che la ricerca dell’organolettico conduca dritto dritto al paradiso dell’aristocratico ). Non sarà tanto facile liberarsi di questa falsa ideologia del cibo: vigliacca e proteiforme come un’anguilla malvissuta, quando t’illudi di averla afferrata e di poterla finalmente finire contro il primo masso a portata di mano, essa trova sempre qualcuno che la coniuga fantasiosamente, rigenerandola: in questi giorni, sul paradigma del rifugiato, un soggetto così tragico e forte da inibire, comprensibilmente, qualunque critica o perplessità.
Dunque ce ne asteniamo e assecondiamo, invece, un’associazione mentale. Che ci porta a un libro pubblicato nel 1991, Immigrato. Il protagonista è Salah Methnani, un giovane tunisino immigrato in Italia per cercare lavoro e una migliore condizione di vita. Tornato in Tunisia per una breve vacanza, dopo una serie di vicissitudini trascorse nel nostro paese, ritrova i luoghi della sua infanzia calati in un’atmosfera nuova, per molti aspetti estranea alla sua nuova condizione, che gli impedisce di recuperare completamente la sua identità precedente e gli fa prendere coscienza, invece, della sua nuova e complessa condizione di emigrante. Il suo racconto viene raccolto da un giornalista de L’Espresso, Mario Fortunato, e pubblicato da Theoria nel 1991. Quando lo lessi, appena uscito, mi parve che quel viaggio andata/ritorno del giovane tunisino, pendolare fra l’Italia e la sua terra d’origine, fosse una porta che, socchiudendosi, lasciava intravedere mondi e pensieri liberamente comunicanti; non potevo certo immaginare che il giovane Salah fosse il primo e l’ultimo esempio di un’individualità ancora raccontabile e che nei decenni seguenti i suoi successori sarebbero diventati numeri di una macabra contabilità.
Per un anno, rimasi in collegio. Avevo nove anni, più o meno. Mio padre e mia madre erano già separati da parecchio. Lui viveva ancora a Tunisi, appena fuori città: aveva una villa e un’amante, credo. Mia madre invece abitava nel quartiere in cui sono nato: a Beb El Djazira. Avevano passato la vita a litigare, non so perché, e così, poco prima che io venissi in questo mondo, lui era andato a vivere da un’altra parte. Lo vidi la prima volta durante la causa di divorzio. Il collegio era a Mateur, a una sessantina di chilometri da Tunisi, nell’interno. Con me c’era anche mia sorella. Ci sentivamo in una specie di esilio, in un limbo. Mio padre veniva a prenderci ogni sabato. Ci portava in città per il fine settimana. Ricordo che aveva una Simca Ariane celeste e che in quell’anno, per la prima volta, sentii parlare dell’Italia. A dire la verità, non sentii parlare proprio dell’Italia: sentii l’italiano. In macchina, mio padre parlava e parlava. Io stavo sempre seduto davanti, accanto a lui; mia sorella dietro. Lui parlava quasi soltanto con me perché io ero il figlio maschio, benché più giovane. Ascoltandolo appena, mi incantavo a guardarmi intorno: mi piaceva fissare quel paesaggio, piatto, ininterrotto: un susseguirsi di vigneti con qualche raro albero. La luce era vuota, pulita. Faceva caldo ma, con il finestrino abbassato, il vento mi scompigliava i capelli dandomi l’illusione di compiere un viaggio lunghissimo. Un viaggio in un Paese lontano, perfino un po’ esotico. Mia sorella a un certo punto si addormentava, o almeno così ci sembrava. E allora mio padre cominciava a farmi grandi discorsi sulla vita e il destino e la responsabilità di essere uomini e cose del genere. Diceva: « Devi essere forte, non devi chiedere niente a nessuno. Devi farti una cultura, studiare, imparare a stare nel mondo ». Poi di colpo balbettava qualche parola in altre lingue. Parlava in francese e anche in inglese. Se la cavava con le altre lingue perché, a quel tempo, lui lavorava spesso con imprese straniere. Era una specie di geometra. Un giorno, su quella strada stretta e piena di buche, mio padre mi insegnò a contare in italiano. Ripeteva: « Uno, due, tre, quattro, cinque… ». Arrivava fino a dieci, si interrompeva un attimo e subito riprendeva. In realtà, credo che non conoscesse altre parole italiane, se non, forse « Grazie» e «Arrivederci ». Ma quel giorno continuava a dire « Uno, due, tre, quattro, cinque… ». Io ripetevo, e ogni volta, ricordo, inciampavo nel dieci. Dicevo: « Diaci ». Proprio non ci riuscivo a pronunciare quella “e”. Non so se davvero quel pomeriggio sia nata in me la voglia di conoscere l’Italia. Non so se un episodio cosi minuto possa servire da spiegazione a scelte e azioni di molti anni dopo. Certo è che da quel giorno, chissà perché, ho cominciato a pensare all’Italia come a un Paese incantato, felice. E ogni volta che, ancora bambino, volevo dimostrare la mia forza e superiorità a un coetaneo, mi mettevo a ripetere quel magico abracadabra: «Uno, due, tre, quattro, cinque…», puntualmente inciampando in quel maledetto «diaci».
Mario Fortunato e Salah Methnani, Immigrato, Theoria
Il video della domenica. DINO RISI, UNA VITA DIFFICILE
Senza voler troppo enfatizzare l’importanza dei ballottaggi in alcune città italiane. Tuttavia.
Interno 900. Appunti per uno spettacolo in costruzione – 2. Il teatro d’arredamento e i tarli

Aggiornamento della bacheca. L’interno incomincia a delinearsi sommariamente. https://padlet.com/alber_gozzi/o3audxefwcsv
Martedì 14 giugno, un aperitivo e la storia di MARIA D’BERLÒC
Questi e molti altri personaggi potrete ascoltare da
Eleni Molos
Martedì 14 giugno
all’aperitivo con Ida Bassignano
Libreria Binaria Book, via Sestriere 34, Torino

Maria d’Berlòc
Una sera d’inverno che andava a prendere la razione di latte alla fattoria di mare Giuàna, ed era già buio, quel buio che ingoia il profilo conosciuto delle cose, qualcuno l’aveva tirata dentro le stalle tenendole la mano chiusa sulla bocca perché non potesse gridare. Lei era come morta, le avevano sbattuto la testa contro la mangiatoia, forse era svenuta. Quando si era ripresa era sola e sentiva male in tutto il corpo, soprattutto in mezzo alle gambe.
Güstu ciòt
Un omino, dalla testa grossa, gobbo e con le gambe quasi incrociate, che cammina dondolando e spostando a fatica il peso da un’anca all’altra: questi muta l’espressione della faccia schiacciata e rugosa, tesa in un largo sorriso, quasi una smorfia, e diventa di colpo maligno, minacciando con il suo bastone corto e nodoso la bam-bina che corre via urlando.«Güstu ciòt! Güstu ciòt» esplodono gli uomini e gli offrono da bere con l’aria di difendere un loro diritto contro le donne, che, invece, con le facce scure, hanno già cominciato a insultare lo storpio e a cercare di cacciarlo via.
Lola
No: si può andare dai Pès, i contadini che abitano alle spalle del muretto di recinzione degli orti, si può giocare con i cani da pastore e i gatti rachitici dentro il loro cortile, ma a Berlòc non si va. «È lontano» dice vagamente la nonna.
Dopo vari tentativi il tabù si è impresso nella coscienza di Lola: Berlòc resta un luogo indistinto: un bosco, una casa, un mistero, il cui pensiero dà un po’ di malessere: «C’è gente cattiva laggiù» si è lasciata sfuggire una volta la nonna.
E per Lola da allora a Berlòc c’è la casa delle masche.
Carmen la bella
Così, quando Ernesto tornò davvero, Carmen precipitò nelle sue braccia e il percorso biologico si compì fino in fondo: lei rimase incinta. Combattuta tra il sentimento di sfida e la vergogna, fu presentata alla famiglia di lui, in vista delle nozze riparatrici. Della gravidanza non si parlò mai, ma il senso di colpa rimase per sempre annidato al fondo della coscienza di Carmen.
Con Ida Bassignano, Cristina Bracchi e Alberto Gozzi
Il video della domenica. VITA DA FORMICHE
Sarebbe troppo facile approfittare di questo video amatoriale per improvvisare un apologo che, in quanto troppo trasparente, risulterebbe barboso e moraleggiante. Forse qualcuno ne apprezzerà gli impliciti riferimenti allo zen, altri, più pragmaticamente, alla propria ansia quotidiana e alla propria capacità di affrontare le situazioni.
Capita, a volte, che un libro… IDA BASSIGNANO, MARIA D’BERLÒC

Capita, a volte, che un libro veda la luce un po’ tardi, come certi bimbetti non pianificati che vengono a mettere sottosopra una casa tranquilla, assestata nel tempo e magari anche priva di una stanza attrezzata in cui comprimere tutta quella infantile invadenza. Questo è accaduto a una cara amica, Ida Bassignano, che dopo molti anni passati fra teatro e radio (con qualche distrazione televisiva) ha tirato fuori questo piccolo romanzo che col teatro non ha apparentemente a che fare. Dico apparentemente perché nel lavoro di Ida (di regia e di scrittura) il racconto c’entra invece molto; le sue drammaturgie e le sue messe in scena tendono a una narrazione che sviluppa una galleria di figure femminili disegnate con una leggerezza attenta e anche un po’ beffarda, collage di donne che ricordano attrici lontane, parenti sbiadite, ipertrofiche signore di una certa (a volte presunta) buona società verso la quale Ida ha un rapporto di attrazione/repulsione molto fertile. Qui, in questo romanzo, quella sua attenzione prende sottobraccio la memoria e le due imboccano in buona armonia la strada della scrittura sulla pagina anziché quella della scrittura scenica. Quando Ida mi accennò a questa impresa, me ne stupii: per una sorta di orgoglio altezzoso e un po’ snobistico di categoria, mi è cara l’idea che un drammaturgo si astenga dal mescolarsi alla turba indifferenziata di chi scrive romanzi, e che come l’ascetico e aristocratico scudiero di Lazzarillo de Tormes debba delibare con un certo sdegno, giorno per giorno, la sua faticosa condizione. Oggi devo dire che, a parte i miei sussiegosi pregiudizi, Ida ha fatto bene a scrivere questo libro e l’editore Iacobelli a pubblicarlo.
Ve ne proponiamo un piccolo frammento, ma sull’argomento torneremo presto, prima del 14 giugno, in occasione della presentazione del libro a Torino, alla quale siete fin d’ora invitati.
La portina verde.
Bruchi. Mai più visti così. Bruchi sgargianti, verde o azzurro intenso, con i peduncoli gialli o rosso fuoco.
‘Gatte pelose’ striscianti su un ramo come un pezzo di pelliccia nera che si muove.
Oleandri rosa e bianchi nei mastelli di legno, che la nonna d’inverno fa trasportare in cantina dai contadini più robusti.
I fiori carnosi e inebrianti della vecchia magnolia e le ortensie azzurre e rosa vicino al fosso (la bialèra).
Le lunghe siepi di bosso verde scuro, sagomate a muretto e a pagoda, limiti tra i giardini e gli orti.
Gatti, gatte, gattini, che saltellano, si strusciano o dormono nelle aiuole di portulache arancioni, o dentro le siepi, su un incrocio di rami, o sulla panchina di pietra calda di sole… e i cani, che li annusano o li cacciano, legati a corda lunga sotto il pino.
E la finestra dipinta sulla facciata, con le persiane verde stinto chiuse, a nascondere sicuramente una stanza segreta.
E la cucina con la stufa economica sempre accesa, dove tutti vivono d’inverno, e la sala da pranzo che odora di muffa, coi ritratti di famiglia; il pianoforte scordato; lo stanzino foderato di librerie coi libri proibiti; il salotto con la boiserie sulla parti basse delle volte affrescate, dove asciuga il grano rovesciato a terra in montagne d’oro vecchio….
Questo è il mondo di Carola, chiamata Lola.
Ida Bassignano, Maria d’Berlòc, Iacobelli editore
Interno 900. Appunti per uno spettacolo in costruzione – 1

Incominciano i lavori per uno nuovo spettacolo, non si sa quanto probabile né quanto programmabile. https://padlet.com/alber_gozzi/o3audxefwcsv
Chiaroscuri ‘900. Un poeta in penombra. Roberto Rebora
In quegli anni si andava a Milano. Gli anni erano i primi Sessanta, noi eravamo io e un amico scrittore e scienziato. Si andava a Milano perché ci pareva che tutto dovesse accadere là, se non proprio subito, da un giorno all’altro coinvolgendo anche noi, nonostante provenissimo da Bologna, che consideravamo una specie di periferia di Milano, partendo la mattina presto e tornando la sera tardi – un’andata e ritorno di quattro ore ci parevano il minimo pedaggio per una camminata su e giù per il centro del mondo. Non avendo ben chiare le proporzioni, affrontavamo i percorsi milanesi con la logica di quelli bolognesi, quindi il pellegrinaggio era di svariati chilometri. Per lo più si andava in Feltrinelli, casa editrice aperta, dinamica, perfino giovanile. Le parole “industria culturale” apparivano ai nostri occhi stampate in caratteri leggeri, eleganti (un font Bodoni light, per intenderci), incoraggianti: in nessun modo lasciavano intravedere trame, strategie, guerre per il mercato; perfino il denaro sembrava irrilevante: tutto, secondo noi, nasceva lì su quei tavoli di via Andegari e si decantava in un ristorante nei pressi, molto milanese, dove si mangiava bresaola. Non solo, ma direi prevalentemente, soprattutto d’estate. Ci pareva che un intellettuale dovesse indossare un abito di gabardine e mangiare prevalentemente bresaola, arrotando la erre con una certa sensualità aggressiva (brrrrresaola) nell’ordinazione – questi ingredienti non li avevamo proprio in repertorio: i nostri abiti erano di cotone cotone e non stazzonati (le madri li stiravano, borghesemente) quanto alla bresaola, non era entrata nelle abitudini alimentari bolognesi, quindi ne mangiavamo moltissima, in quelle sortite milanesi, come le signore facevano incetta di riviste di moda quando andavano una volta all’anno a Parigi.
Poi improvvisamente ci dicevamo: dobbiamo andare a trovare Rebora. Con un certo senso di colpa, perché eravamo sicuri che Rebora, di bresaola, non ne mangiasse mai, è un piatto che si consuma con un contorno di intellettuali scettici, e lui se ne stava sempre solo, almeno nella nostra immaginazione. Rebora era un critico teatrale che collaborava a Sipario, ma noi, giovinastri teatranti, sapevamo che non avrebbe mai scritto una recensione su un nostro spettacolo, se non altro per la buona ragione che Milano era inaccessibile, in quegli anni, al nostro teatro. Si andava tuttavia da Rebora. Nel mio ricordo non riesco a immaginare come e quando ci si conobbe, quindi la sua figura affiora oggi da una nebbia che avvolge e nasconde anche le ragioni di quelle nostre visite. Certamente pensavamo, da ingenui assatanati, di trarne qualche utile, ma quale? Quanto al Rebora, forse anche lui si chiedeva perché dovesse ricevere le visite periodiche di quei due casualissimi autori. Ci accoglieva, tuttavia, con molta gentilezza. Ci accomodavamo nel suo studio, sempre avvolto da una penombra fresca e che dava un po’ sul confessionale. Si parlava. Di teatro, naturalmente, ma non saprei ricordare niente di più preciso. Tutto ciò era molto affascinante come può esserlo un disegno zen; fra un tratto e l’altro dell’inchiostro di china c’erano spazi che allargavano la mente: verso che cosa? Il sereno che s’insediava in noi dopo gli arrotamenti della bresaola feltrinelliana era dovuto anche alla voce del Rebora, fresca come la sua penombra e pacata come la sua poesia. Che fosse poeta lo sapevamo, avevamo letto i suoi versi e Luciano Anceschi lo aveva inserito nella sua importante antologia “Linea lombarda”, ma durante quelle visite la poesia non si affacciava mai. Circolava, piuttosto, senza far rumore, come pattinando su quelle pezze felpate che certe padrone di casa pretendevano si usassero dopo che avevano dato la cera.
Credo che ce ne siamo nutriti, di quella poesia, non per endovena come si usa di solito, ma in forma di compresse, di quelle a lungo rilascio.
Ne riportiamo, qui sotto, una.
Roberto Rebora morì ottantaduenne, nel 1992. Negli ultimi due anni di vita, grazie all’interessamento di Paolo Volponi, gli fu assegnato il vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli per gli scrittori indigenti.
Verità?
E’ una vita di pochi giorni
l’ho incontrata sul filo dell’aria
svoltando da una piazza solitaria
in un vicolo di misteri.
Misterioso semplicemente
mentre l’aria lo stava pulendo
lungo le pietre risalendo
con una gioia repente.
Non c’era nessuno nel vicolo
la gente si era dispersa
ma quell’aria non era persa
che nasceva con tanto impeto.
Era un vicolo misterioso
perché la vita vi appariva
era deserto e non moriva
accanto al mondo furioso.
Su quelle pietre voglio passare
e godere l’aria fina
non c’è bisogno di scrutare
il nero specchio dell’indovina.
L’indovina non vede nulla
solo un’immagine indecorosa
la sua bocca polverosa
definitivamente murata.
Roberto Rebora, “Il verbo essere”, Scheiwiller
Altri chiaroscuri ‘900:
Palazzeschi: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/15/chiaroscuri-900-aldo-palazzeschi-lantidolore/
Farfa: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2014/12/16/chiaroscuri-900-ii-farfa-tuberie/
Soffici https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/08/30/chiaroscuri-900-ardengo-soffici-via/
Il video della domenica. STAN LAUREL E OLIVER HARDY. ELOGIO DELLO SLAPSTICK
Con buona pace dei Crozza (e dei Guzzanti e di tutti gli altri) siamo un po’ affaticati dalle risate con le stampelle. Le stampelle sono i personaggi della realtà (se pure si possono dire reali gli ectoplasmi che fluttuano nei televisori) coi quali i comici satirici si divertono a giocare. Dice: “Ma Crozza manipola i modelli di partenza, come Picasso faceva con la sua Fernande Olivier”. Non esattamente: nella riscrittura del modello (corporea e fonetica) che opera Crozza il referente è insopprimibile – come è logico, altrimenti il dardo satirico volerebbe senza bersaglio alcuno. Il comico puro non ha referenti: gioca tutto sul suo corpo e la sua azione si espande indefinitamente creando nello spettatore le risonanze più imprevedibili e soggettive. Il suo gesto è elementare: precipita in una fontana, cade da un tetto, viene folgorato, bruciato, calcificato, ecc.(tanto per restare a Stanlio e Ollio). Non a caso “slapstick” deriva dall’inglese slap stick, bastone per colpire. E’ lo stesso bastone dei comici della Commedia dell’Arte, un’elementare macchina scenica formata da due listerelle di legno unite a un’estremità, così da produrre un forte schiocco anche con un colpo leggero: un grande effetto generato da una piccola astuzia.
Una digressione nel sottopalco. QUAGGIU’
La stagione è finita, si pensa alla prossima. Sarà un lungo pensare, perché al momento nessuno è in grado di rispondere alla domanda: “Quando inizia esattamente una stagione?” – quelle teatrali sono ingabbiate entro calendari ministeriali, dunque oscuri, senza rondini e senza panettoni. Una stagione, in teatro, è quando si accende qualcosa; per ora qui si sente solo qualche borbottio indecifrabile che potrebbe anche essere l’eco della stagione precedente: di luci, neanche una. Dice: non resta che aspettare. Sì, ma non qui, meglio andare sotto, dove tutto è più confuso ma anche più duttile. Basta un clic, per chi ne ha voglia.
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Il video della domenica. MONTY PYTHON, FINALE DI FILOSOFIA
C’è qualcosa, nella comicità dei Monthy Pyton, che non mi ha mai convinto, neppure quando i nostri giovani apprendisti li consideravano un modello aureo. C’era, sì, qualcosa di scolastico, in loro, che mi immalinconiva: non intendo scolastico nel senso di semplice, elementare ma piuttosto un odore di aula legnosa, stantia, con gli studenti che motteggiano i professori e i professori (specialmente quelli progressisti) che azzardano battute di spirito per esorcizzare lo spettro della pensione o anche, semplicemente il gilet color nocciola che li aspetta sulla sedia e che indosseranno, tutti i pomeriggi, alla stessa ora, come un sudario ineluttabile. Però molti ridevano, e ridono, e così spero accada anche a molti nostri amici del blog.
Di Paolo Poli (1) e, di passaggio, anche degli Orazi e dei Curiazi
Coerenti con la nostra tendenza ad aspettare che la cronaca si depositi, abbiamo lasciato passare un paio di mesi dalla scomparsa di Paolo Poli prima di scrivere questa testimonianza. Il testimone è un personaggio toccato da una grazia che non sempre merita, ma questo è il bello, che essa si posa su questo o quell’eletto secondo un capriccio tutto suo – oppure, secondo altri, seguendo sentieri indecifrabili, almeno agli occhi del prescelto. Ogni spettatore è sempre, potenzialmente, un testimone, anche se non lo sa, e tutto sommato è bene che sia così perché se oltre alla fatica di procurarsi il biglietto, uscire di casa e trovare un parcheggio dovesse anche sentirsi gravato da un ruolo così impegnativo, deciderebbe il più delle volte di cedere alla pigrizia e di restare a casa. Col passare del tempo, può capitare che lo spettatore si trasformi a sua insaputa in testimone, cioè si renda conto di aver assistito a un evento che all’epoca era routine ma che adesso gli appare di un certo rilievo; come chi avesse deciso, in una certa mattina del VII secolo a.C., di fare una passeggiata fuori Roma e si fosse imbattuto in tre ragazzi sanguinolenti che con le spade sguainate ne rincorrevano un quarto diretto verso il centro della città. Forse il passeggiatore mattutino avrebbe pensato che ci fosse di mezzo una qualche ragazza della Suburra; se gli fosse toccato in sorte di vivere ancora qualche secolo, avrebbe scoperto, leggendo Tito Livio, che quella scaramuccia non aveva niente a che fare con le faccende di cuore, ma che si trattava del duello fra gli Orazi e i Curiazi, un pezzo forte – credo ancora oggi – dei libri scolastici, anche in quelli delle elementari. Continua a leggere “Di Paolo Poli (1) e, di passaggio, anche degli Orazi e dei Curiazi”





