La Striscia. RADIGUET

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Il fuoco m’incantò, mentre constatavo che, come me, Marthe aspettava di sentirsi scottare un fianco, prima di girarsi sull’altro. Il suo volto calmo e serio non mi era mai parso così bello come in quel bagliore selvaggio che, invece di dissolversi nella stana, conservava integra la sua forza. Se ci si allontanava di lì, il buio era così fitto che si urtava contro i mobili.
Marthe non conosceva la malizia. Si manteneva severa nel godimento.
Accanto a lei la mente mi s’intorpidiva a poco a poco. La trovai diversa. Proprio adesso che ero sicuro di non amarla più, cominciavo ad amarla. Mi sentivo incapace di calcoli, di macchinazioni, di tutto ciò da cui, fino a quel momento e in quella precisa occasione, non credevo fosse immune l’amore. Di colpo mi sentivo migliore. Quel brusco cambiamento avrebbe aperto gli occhi a chiunque altro: io non mi accorsi d’essermi innamorato di Marthe. Tutto, invece, mi sembrò una prova che il mio amore era morto, sostituito subito da un bel sodalizio. E quella lunga prospettiva d’amicizia mi obbligò ad ammettere d’improvviso quanto un sentimento diverso da parte mia sarebbe apparso colpevole, lesivo verso l’uomo che l’amava, a cui lei doveva appartenere, e che non poteva vederla.

Raymond Radiguet, Il diavolo in corpo,
Feltrinelli, Traduzione Maria Larocchi

Il video della domenica. TOBIAS GREMMLER, VIRTUAL ACTORS IN CHINESE OPERA

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Il corpo dell’attore è svanito, rimane l’interpretazione.  

https://vimeo.com/173139879?ref=fb-share&1

 

 

C’è ancora posto per la grande letteratura?

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http://www.leparoleelecose.it/?p=23910#more-23910

Declino e fine della letteratura “di una volta”

Un bell’articolo di Gianluigi Simonetti su “Le parole e le cose”.

Poche e sentite parole

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Franco Cordelli, narratore e autorevole critico teatrale (del “Corriere”), è un vecchio amico. Non ci vediamo da anni ma mi conforta constatare che il tempo sta lavorando bene su di lui – anzi, mi viene da pensare che ciascuno di noi dovrebbe fare buon uso del tempo che gli si modella addosso, come di una corazza multistrato sotto la quale la fragilità non si limita a vegetare dei banali molluschi senza nome ma si trasforma in un frutto prezioso, un’ostrica, ma di quelle pregiate, una Marenne a carne verde, diciamo, non una di quelle che ormai si trovano anche nelle pizzerie. Purtroppo le valve dei critici restano quasi sempre serrate (i critici da pizzeria, intendo); solo raramente le schiudono, quando sono a cena con pochi intimi, e solo per abbandonarsi a qualche pettegolezzo. Un’ostrica di pregio che si apre per dire, con poche e inequivocabili parole: “La prossima stagione fa paura”è un piccolo evento nel mare grigio e sordo del nostro spettacolo. 

Fuori programma dagli archivi di Radiospazio. Promenade di Philippe Forest a Torino. Sul teatro e la radio, un po’ di fretta

passeggiata forest

 https://www.youtube.com/watch?v=FnJOmJsKwW8

E’ un video di tre anni fa, direi. La passeggiata fu abbastanza breve : dall’Università di Torino (dove Philippe Forest aveva tenuto una lezione ai dottorandi) fino a un ristorante che distava duecento metri, non di più. Più lungo fu invece il pranzo. Sarebbe stata normale amministrazione se nei pressi non si fosse trovato Francesco Ghisi con la sua telecamera. Riesaminando il girato, Francesco ha estratto e montato alcuni frammenti interessanti che qui riportiamo. A tavola, fra un bicchiere e l’altro, si parla di radio e di teatro, in particolare a proposito di 43 secondi, un radiodramma che RadiospazioTeatro aveva messo in scena alcuni anni prima: in scena, due personaggi, un pilota dell’Enola Gay – l’aereo che sganciò la bomba atomica su Hiroshima – e una giovane madre giapponese che di lì a poco si dissolverà nella tragedia nucleare. Il video è di cinque minuti, davvero pochi per un discorso articolato sui rapporti fra la radio e il teatro, ed è interrotto, come si addice  a un frammento rubato.

500 anni dalla morte di Jheronimus Bosch. DANIELA BROGI, FANTASIA-MOVIMENTO DI J.B.

imagehttp://www.leparoleelecose.it/?p=23825#more-23825

Un bell’articolo di Daniela Brogi su “Le parole e le cose” a proposito della mostra di Madrid.

 

I padri ignobili

i padri ignobiliUn piccolo contributo iconografico al dibattito Pietrangelo Buttafuoco/Gad Lerner, che sul suo blog scrive: “Sostenere che l’ultrà fermano Amedeo Mancini non abbia nulla a che fare con la matrice culturale del fascismo italiano, è davvero un argomento dalle gambe corte. Dice Buttafuoco che i fascisti d’antan, uomini d’onore, mai avrebbero usato l’espressione ‘scimmietta’ all’indirizzo di una donna africana; e a tal fine gli contrappone la presunta nobiltà di una canzone coloniale come ‘Faccetta nera, bella abissina’.”

http://www.gadlerner.it/2016/07/11/buttafuoco-e-il-delitto-di-fermo-mi-spiace-per-te-ma-il-fascismo-e-razzista-fin-dai-tempi-di-faccetta-nera

Il video della domenica. 1954, LA PRIMA FINALE IN TV. LA FINE DELLA SQUADRA D’ORO

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https://www.youtube.com/watch?v=ejNVSjeIr9E

Il primo miracolo l’aveva compiuto la tecnologia che aveva imprigionato le immagini in una scatola – anzi in pochissime, molto costose, che solo certi nuovi ricchi possedevano, quelli più stagionati e blasonati se ne guardavano: “mettersi il mondo in casa” era una frase a effetto, ma poi non si sapeva chi sarebbe entrato (un casino, insomma, anche se allora non ci si esprimeva così), quindi il mondo poteva starsene dov’era sempre stato, e quando uno aveva voglia di incontrarlo bastava che prendesse l’automobile e andasse a farci un giro.
Nel 1954, la televisione italiana incominciò la sua colonizzazione. I rari televisori, nelle vetrine dei negozi di elettrodomestici o In qualche abitazione di un pioniere facoltoso, radunavano folle considerevoli di passanti e di condomini, nonché di inquilini poveri ma giudicati meritevoli che si allineavano in piedi lungo le pareti dei soggiorni manifestando una controllata euforia per quell’imprevisto lampo di socialismo umanitario.
Il secondo miracolo lo fecero i mondiali di calcio, nello stesso anno. I poveri (ancora loro) e la piccola borghesia (che riusciva ad arraffare qualche sediola) facevano mentalmente i calcoli di quanto sarebbe costato l’ingresso in uno stadio svizzero, e ringraziavano i padroni di casa, il Progresso, forse anche il buon Dio, per quel dono che veniva recapitato gratuitamente a domicilio attraverso l’etere, che qualcosa col buon Dio doveva aver pure a che fare.
Il terzo miracolo lo fece la squadra della Germania Ovest che batté in finale l’Ungheria per tre a due. La faccenda non era priva di complesse striature emotive e ideologiche: i tedeschi erano il baluardo dell’Occidente contro il comunismo, ma la guerra, terminata da nove anni (un battito di ciglia) aveva lasciato molti strascichi; si scrutavano i turisti che sull’Adriatico venivano a ingurgitare pesciolini fritti e di vinello frizzante chiedendosi quanti anni avesse nel 1945 quel signore grasso e cotto dal sole; nell’incertezza si ricorreva alla fisiognomica e si finiva per dire che aveva una faccia da SS.
L’Ungheria era fortemente legata all’Unione sovietica ma la sua nazionale era composta da artisti del pallone, e per gli anticomunisti si trattava di un ma importantissimo perché pareva loro che quei calciatori funamboli (Puskas, Kocsis, Hidegkuti e tutti gli altri)  rappresentassero una protesta vivente, forse un antidoto al totalitarismo; per di più, durante il Fascismo c’era stata una forte circolazione di autori ungheresi melanconici e vellutati che avevano alimentato i sogni delle giovinette e i rimpianti delle loro madri.
Doveva dunque vincere l’Ungheria, cioè la fantasia magiara contro l’ottusa possanza atletica dei crucchi,  l’estro contro lo schema, il violino tzigano contro l’organo di Barberia.
Non andò così, e questo fu il terzo e doloroso miracolo. La Germania Ovest vinse rocambolescamente e crudelmente; molti dissero poi che la vittoria fu rubata, pilotata e anche drogata, ma le ricostruzioni e le accuse non poterono rimettere sul piedistallo la squadra che traeva la sua invincibilità dalla bellezza. Quella tranche di mondo che era “entrata nelle case” aveva distrutto un mito celebrato dalla letteratura giornalistica (chi aveva mai visto una partita dell’Ungheria, prima di quelle dirette televisive?). Fu un piccolo dramma sentimentale collettivo. Due anni dopo, nel 1956, un dramma di altra portata si sarebbe consumato a Budapest..

Valentino Zeichen

zeichen magrellihttp://www.repubblica.it/cultura/2016/07/05/news/e_morto_valentino_zeichen-143483853/

Il poeta

Presumibilmente,
sembro un poeta di alta rappresentanza
sebbene la mia insufficienza cardiaca
ha per virtù medica il libro «cuore».
Abito appena sopra il livello del mare
mentre la salute, la ricchezza, la purezza
e gli sport invernali
straziano oltre i mille metri.
Perciò mi ossigeno respirando l’aria
dei paradisi alpini
così arditamente fotografati
dagli scalatori sociali
nonostante la pericolosità dei dislivelli.