Il video della domenica.La tristezza planetaria della ricchezza. GIANLUCA VACCHI

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http://www.huffingtonpost.it/2016/10/13/gianluca-vacchi-video-tacchi-spillo_n_12471476.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001

“A volte si considera una persona ‘seria’ solo perché indossa una cravatta e si finisce per giudicarla solo superficialmente”. Sono le parole di Gianluca Vacchi, in giacca e cravatta, seduto a una scrivania. Poi si alza, e il resto lo scopriamo in questo video (fortunatamente di un minuto, non di più). Che un signore esegua un balletto nel mezzo di un salotto (di dubbio gusto, diciamolo) esibendosi in doppiopetto, cravatta, mutande e tacchi a spillo non è né originale né sorprendente (le trasgressioni non si sa più dove stiano di casa e le perversioni hanno un sapore molto più forte). L’unico motivo d’interesse per le esibizioni del dottor Vacchi, laureato in economia e commercio, sta nel fatto che ciascuna di esse attira l’interesse di svariati milioni di frequentatori di Instagram, dai tre ai cinque. Uno spirito candido potrebbe chiedersi perché, ma la stessa logica dei social ci ha insegnato che la risposta è contenuta nel corto circuito della domanda stessa: milioni di persone guardano Vacchi perché il dottore è seguito da milioni di persone. Poi ci sono anche le ragazze, le barche, ecc., ma sono elementi di contorno: l’arrosto, il piatto forte è lui. Che naturalmente è ricco. Di famiglia. Non è però un perdigiorno, come si potrebbe pensare. No, il dottor Vacchi è un imprenditore. Creativo. Infatti ha dato vita alla GV Lifestyle. Non so perché, ma il termine “Lifestyle” ha su di me un potere urticante, forse perché riecheggia frasi moralistiche e intimidatorie (Il medico: “Lei deve cambiare il suo stile di vita”), e al tempo stesso profuma di riviste da anticamera del dentista. Comunque ho fatto un giro nello shop della GV, e ho trovato un solo articolo, proposto nella versione  uomo e donna: una t shirt con la scritta “Resilienza”. E questa è stata una sorpresa. Il termine si riferisce alla proprietà che hanno alcuni metalli di riacquistare la forma originaria anche dopo essere stati sottoposti a una deformazione; per analogia, in ambito psicologico indica la capacità che ha una persona di reagire alle avversità. Viene da pensare che un uomo dall’ego così pronunciato abbia voluto imprimere sulla t shirt una personalissima impronta ma riesce difficile immaginare quali traumi abbia potuto subire un personaggio che nuota nel grottesco con tanta felice inconsapevolezza. Forse Vacchi allude con uno sberleffo cinico alla resilienza dei suoi svariati milioni di follower.

 

La striscia. CALAMANDREI

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La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.
Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. È un po’ una malattia dei giovani l’indifferentismo. «La politica è una brutta cosa. Che me n’importa della politica?».
Quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversano l’oceano su un piroscafo traballante.
Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava.
E allora questo contadino impaurito domanda ad un marinaio: «Ma siamo in pericolo?» E questo dice: «Se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda».
Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno. Dice: «Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare il bastimento affonda».
Quello dice: «Che me ne importa? Unn’è mica mio!». Questo è l’indifferentismo alla politica.

Piero Calamandrei, Discorso pronunciato nel salone degli Affreschi
della Società Umanitaria,  il 26 gennaio 1955

Quando i filosofi fanno divulgazione. SLAVOJ ŽIŽEK, UNA BARZELLETTA CONIUGALE

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La logica della triade hegeliana può essere tradotta perfettamente nelle seguenti tre versioni del rapporto tra sesso ed emicrania. Cominciamo con la scena classica: un uomo chiede alla moglie di fare sesso, me lei risponde: “Scusa, tesoro ho una terribile emicrania, adesso proprio non posso”. Questa posizione iniziale è poi negata/rovesciata dall’avvento della liberazione femminista; ora è la donna che chiede di far sesso al povero, stanco marito, il quale le risponde: “Scusa, tesoro, ho una terribile emicrania”. L’intervento conclusivo della negazione della negazione, che capovolge di nuovo l’intera logica trasformando questa volta la ragione-contro in ragione-per, si ha quando la moglie esclama: “Tesoro, ho una terribile emicrania, perché non facciamo un po’ di sesso così mi rimetto in sesto?”
E’ perfino possibile immaginare un momento, piuttosto deprimente, di negatività radicale tra la seconda e la terza versione: marito e moglie hanno entrambi l’emicrania e decidono di comune accordo di sorseggiare tranquillamente un tè.

Slavoj Žižek107 storielle di Žižek, Ponte alle Grazie

Il video della domenica. JOSIAH HAWORTH, JOON SHIK SONG & JOON SOO SONG. “BRAIN DIVIDED”. 5′

Il plot si inserisce su una tradizione vetusta, quella delle contraddizioni psichiche (con forti componenti ormonali). Ma il gioco sulle disavventure di un giovanotto tanto timido quanto allupato è divertente.

Le grandi signore della scena

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Si vuole che le grandi signore della scena, e in qualche misura anche i loro omologhi maschi, ma assai meno, indossino in pubblico la maschera di un ascetico – a volte persino tremebondo – distacco e che inorridiscano di fronte a tutto ciò che riguarda il denaro, i contratti, il successo; si tratta di una maschera, naturalmente, ma nessuno chiede loro di essere autentiche; di recitare bene, invece, sì. O se non proprio bene, almeno con un minimo di stile. Per le grandi signore, il successo non esiste (non il loro, non l’insuccesso altrui). Anzi, esse si chinano sull’affanno delle colleghe derelitte con una sollecitudine materna e ricostituente: «Non dimenticherò mai l’occhiata che hai lanciato a quel trombone che fa il protagonista… come si chiama?… non ha importanza… quando l’hai guardato, dal basso in alto, così minutina come sei, con quel vestitino dimesso, per un attimo ho visto la Magnani. E quando gli hai voltato le spalle e subito sei uscita a passi decisi? Una regina!» (In quella scena la piccola attrice non aveva nemmeno una battuta). Per le grandi signore, il successo è solo il primo stadio di un vettore che le ha proiettate nella Storia dello spettacolo e che si è disintegrato tanto tempo fa nel cosmo non meno che nella loro memoria. Non scenderebbero mai dall’Olimpo per sottolineare l’effimero successo di un mortale (paragonandolo, con un modesto rimbalzo dialettico, al loro, che credono sempiterno). Non citerebbero un Andy Warhol da Baci Perugina invecchiati in magazzino – anche perché con Warhol, là dove si trovano, ci prendono il tè ogni mercoledì. Le grandi signore della scena.

Educazione sentimentale e yogurt. Lo spot della Coop

 

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https://www.youtube.com/watch?v=IP-0JRxqn_E

“Come hai scoperto lo yogurt Coop?”
“Me l’ha consigliato la mia fidanzata: l’unica cosa buona che mi abbia mai consigliato”.

Nell’orripilante galleria dei rapporti uomo/donna che ci propongono gli spot, questo non è dei più trucidi, d’accordo. Ma, nel suo piccolo, nel suo piccolissimo, disturba. Nessuno, neppure la Coop, interviene per ricordare al felpato giovanotto che non è elegante alludere all’ex fidanzata in questi termini? Non sappiamo niente di questa storiella se non che al ragazzo, nonostante cerchi di minimizzare, brucia ancora un po’. Ha fatto bene, lei, a dileguarsi. La trovata finale della fidanzata fantasma che rompe una suppellettile è spiritosa, ma meglio sarebbe che la ragazza aggiustasse la mira.

Il video della domenica. BHAUTIK JOSHI. 2001: A PICASSO ODISSEY. 1’50”

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https://vimeo.com/169187915

Una brevissima riscrittura di “2001, Odissea nello spazio” in stile picassiano.

STEPHEN PHILLIS. L’ALGORITMO CHE SCOPRIRA’ IL PROSSIMO HARRY POTTER

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http://www.internazionale.it/notizie/stephen-phillips/2016/09/22/algoritmo-libri-bestseller

Ed ecco la domanda: perché leggiamo tutti lo stesso libro?

Annibala

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Tanti anni fa, un vecchio e caro amico attore mi raccontò un piccolo episodio che divertì molto me e i presenti. Devo essere più circostanziato, perché la data è importante. Era il Natale del 1979, e i carri armati sovietici avevano appena fatto il loro ingresso in Afghanistan occupando Kabul. L’invasione aveva provocato una forte reazione internazionale; incominciava un decennio di occupazione, di distruzione e di guerriglia, di morte. Solo due anni prima, nel 1977, a Mosca, durante il sessantesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre, Berlinguer, presente Breznev, aveva affermato che democrazia e pluralismo sono preminenti, al punto da motivare l’abbandono definitivo del concetto di dittatura del proletariato. Lo strappo con il PCUS era diventato un solco profondo. Ma tutti i partiti hanno diverse anime, e nel PCI l’anima stalinista non era morta (d’altra parte, questa è la principale prerogativa delle anime, come hanno scritto in molti, da Agostino a Pomponazzi); in particolare c’era un’animula stalinista ed euforica che abitava nel sindaco di una bella città romagnola. Torniamo al racconto del mio amico attore, che in quegli anni era consigliere comunale: alla prima riunione di giunta dopo le vacanze di Natale, il sindaco aprì i lavori dando una manata sul tavolo e scandendo, con un sorriso trionfante: “Avàn ciapè Kabul!” (“Abbiamo preso Kabul!”).
Lo strappo, la linea del partito, la difficile navigazione di Berlinguer, tutto era spazzato via da quella gioiosa manata sul tavolo. Come dicevo, a quel raccontino ridemmo del vecchio dinosauro stalinista, della sua goffaggine, della sua estraneità ai tempi e al travaglio politico in atto. Ridemmo, perché i giovani pensano, da sventati, che lo stato presente delle cose sia acquisito per sempre. Pensavamo infatti che nessun sindaco, nel futuro che ci aspettava, avrebbe mai più preso questa o quella città, con o senza carri armati alle spalle. Sbagliavamo. In questi giorni Virginia Raggi ha annunciato che il suo esercito ha già  incominciato la conquista:
“Siamo entrati nelle istituzioni, piano piano, poi abbiamo preso qualche città, poi abbiamo preso due città importanti, Torino e Roma, adesso tocca a Palermo, poi tocca alla Sicilia, e poi tocca all’Italia!”
Credo che salire da rockstar su un palco circondati da un delirio come quello di Palermo dia le vertigini, forse ti scorrono agli occhi davanti le immagini di tutta la tua vita. In questo veloce rewind, Virginia si deve essere fermata agli anni del liceo (scientifico Newton). Versione in classe dal latino. Tito Livio, Ab urbe condita, Libro 23°:  “Recepta Petelia Poenus ad Consentiam copias traducit, quam minus pertinaciter defensam intra paucos dies in deditionem accepit.” (“E chi è questo Poenus?… Ah, il punico… Annibale”). Dunque, “Arresasi Petelia, Annibale condusse l’esercito a Cosenza, che dopo una difesa meno tenace si arrese in pochi giorni.”E via con le reminiscenze, alimentate dai film peplum, di assedi per fame, di scalate con le corde agli spalti, di frecce incendiarie.

Per quanto giovane sia la sindaca, sono passati più di vent’anni da quando sedeva al liceo; qualcuno dovrebbe averle detto che fra l’Italia contemporanea e l’Impero romano c’è qualche differenza: oggi,  le città e le nazioni non si “prendono”, almeno dalle nostre parti, ma si governano, si amministrano in virtù di un voto democraticamente espresso dagli elettori. Senza elefanti. Se Virginia riuscirà a farne a meno (anche di quelli cuccioli) sarà un bene per tutti.

La morale in controcampo. MARK TWAIN, Il barboncino riconoscente

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E’ noto il giudizio di Hemingway su Mark Twain: “Tutta la letteratura moderna statunitense viene da un libro, Huckleberry Finn. Tutti gli scritti americani derivano da quello. Non c’era niente prima. Non c’era stato niente di così buono in precedenza”. Certo, la comparsa del picaresco nella letteratura americana (tre secoli dopo la sua comparsa in Europa) determinò un’onda molto lunga che investirà la letteratura e il cinema americani, da On the road a Easy Rider; quello che Hemingway non lascia trapelare nella sua apodittica affermazione è un giudizio sul primo Twain, quello che prima di affrontare il grande romanzo si fa le ossa come giornalista e come narratore di raccontini dalla meccanica molto semplice: è il ribaltamento giocoso, quasi fanciullesco, dei pregiudizi e del main stream, fra i quali questa storia del medico e del barboncino è un esempio eloquente.

Un giorno un medico benevolo (che aveva letto molti libri con la morale), avendo trovato un barboncino randagio con una zampa rotta, portò a casa la povera bestiola e, dopo averla curata, la rimise in libertà. Il mattino dopo, il cagnolino riconoscente stava sulla soglia di casa, in compagnia di un altro cane randagio, la cui zampa si era rotta in seguito a un incidente. Sollecito, il buon medico soccorse tosto l’animale sofferente.
Il mattino seguente, il benefico dottore trovò davanti alla sua porta i due cani raggianti di gratitudine, e con loro altri due cani azzoppati. Gli invalidi furono subito risanati, e i quattro se ne andarono per i fatti loro. Ma il mattino dopo, accucciati davanti alla porta, stavano i quattro cani ricostruiti, e con loro altri quattro bisognosi di ricostruzione. Passò anche quel giorno, e venne un altro mattino; e allora sedici cani, otto dei quali azzoppati, occupavano il marciapiede, e la gente era costretta a farne il giro.
«Questa storia è durata abbastanza!»esclamò il dottore, e si accinse a scacciare le bestie con lo schioppo. Ma il barboncino originario, il quale era nel frattempo impazzito, anzi, arrabbiato, prontamente lo morse alla gamba. Un mese più tardi, mentre giaceva in preda alle convulsioni, il benefico dottore chiamò intorno a sé gli amici piangenti, e disse: «Guardatevi dai libri. I libri narrano solo metà delle storie. Ogni qualvolta un meschinello chiederà il vostro aiuto, e voi avrete qualche perplessità circa le possibili conseguenze della vostra buona azione, concedetevi il beneficio del dubbio e ammazzate il richiedente.»
Così dicendo, voltò il viso verso la parete, e rese l’anima a Dio.

Mark Twain, Il barboncino riconoscente, “Il ranocchio saltatore e altri racconti”, Rizzoli, Traduzione O. Previtali

FRANCESCO PECORARO, ELEMENTI PER UNA TEORIA GENERALE DELLA TAVOLATA, da “Le parole e le cose”

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http://www.leparoleelecose.it/?p=24166

La tavolata è un imbuto nel quale ciascuno di noi deve prima o poi passare. Il lucido e divertente articolo di Francesco Pecoraro, tratto da “Le parole e le cose”, è un ricostituente con funzione antidepressiva. Da leggere.

Foto storiche. La Fiera di Milano del 1953

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In quegli anni, varcare i cancelli della Fiera di Milano era come andare a fare quattro passi nella vertigine del Futuro e tornare a casa con un frammento di Meraviglia che certificasse l’avvenuto viaggi – a questo indotti anche dalla filosofia dell’evento, che era commercialmente solida: inutile fantasticare su ciò che sarà, è molto meglio venderlo. Al richiamo della Fiera resistevano alcuni intellettuali, che all’epoca pensavano intensamente alle masse ma non alla cultura di massa, e pochi altri;  i non milanesi si organizzavano in carovane e riuscivano a risalire anche notevoli porzioni d’Italia su auto dai grandi musi ansimanti. Ritornavano con una scorta di racconti su quel Progresso che di lì a poco avrebbe abbracciato tutti, indistintamente, poveri e ricchi del nord e anche, perché no?, del sud. Nella concitazione, tutti raccontavano contemporaneamente; ne usciva un affresco frammentario e vorticoso post-futurista, che forse rendeva l’idea ma che nei dettagli risultava indecifrabile. I bambini erano gli ascoltatori più rapiti. Quei racconti innescavano le fantasie su giocattoli meravigliosi e accessibili a tutti, come nel Paese dei balocchi. Non si parlava né di denaro né di prezzi. Emergeva, dalla Fiera, un socialismo buono e disinteressato, come potrebbe essere quello di un Babbo Natale laico e meno smanceroso. La foto che pubblichiamo si riferisce al reparto elettricità, nel quale campeggiavano i trenini, che, come è noto, erano i giocattoli degli adulti. I racconti sui trenini dei padri infantiloidi erano i più sfrenati, per non dire i più deliranti: confortati dall’iperrealismo delle vetture e delle locomotive, i padri narravano di minuscoli passeggeri meccanici, omini e donnine semoventi, addirittura dialoganti, certamente capaci di salire e scendere dai vagoni e di chiedere informazioni a uno snello capostazione impaziente di soffiare nel suo fischietto. Naturalmente non veniva prodotta nessuna prova di questa sorprendente vita lillipuziana. I bambini si dovevano fidare. Qualche reperto che comprovava il viaggio nel Paese delle Meraviglie veniva tuttavia esibito, ma col meraviglioso non aveva nulla a che fare. Un esempio per tutti: uno stenditoio che, grazie a un ingegnoso sistema di carrucole, permetteva di far asciugare i panni a pochi centimetri dal soffitto, sulla vasca. I membri della famiglia che non mostrarono un adeguato entusiasmo nei contronti della moderna invenzione si presero dei passatisti nemici del Nuovo, e lo stenditoio aereo, carico di panni, continuò a sgocciolare per anni sulla testa di chi faceva il bagno, a dimostrazione che il dopoguerra era ancora duro a morire.

Il video della domenica. INGMAR BERGMAN, SCENE DA UN MATRIMONIO, di Maria Dolores Pesce

 

Un rapporto di coppia “apparentemente” felice che improvvisamente deflagra dentro le strutture ereditate ma sempre meno accettate del matrimonio. È un film di Ingmar Bergman del 1973 dalla sintassi fortemente drammaturgica che in fondo ripropone nel loro evolversi, che si apre lentamente alla contemporaneità, le angosce e le asprezze del confronto/scontro tra i sessi, suggestivamente suggerendo Ibsen e Strindberg, del quale ricordiamo “Danze di morte”, primi indagatori del conflitto con le resistenze e le reticenze che il loro essere maschi comportava. La mente di Bergman si lega al passato di questa nostra modernità ma il suo sguardo punta al suo oscuro futuro che è, ora, davanti ai nostri occhi. Un futuro/presente in cui il sesso e il conflitto tra i sessi, oltre quella “gabbia”, si è come disperso e liquefatto nel virtuale della “rete”. L’esplosione o l’implosione della intimità sessuale diventa così, sempre di più, una perdita, anziché l’attesa conquista di libertà. Le cronache purtroppo ci insegnano che la guerra divampa feroce ma senza più un campo di battaglia condiviso e dunque senza regole, stritolando le persone in un gioco crudele e senza “giudizio” e coartando in schiavitù ogni loro anelito di liberazione. Oggi, quel film di oltre quarant’anni fa che parla di una “gabbia” che reprime ma può anche “custodire” sentimenti forti, molto ci dice della giovane che si suicida per la persecuzione scatenata da un suo gesto avventato di presunta libertà, o della tredicenne violata per anni con tacito consenso di tutti, o infine della ragazza violentata in discoteca e filmata dalle “amiche”. Ricostruire una qualche condivisione del conflitto appare difficile ma anche sempre più necessario. Bergman possedeva e ha potuto condividere gli strumenti, culturali e artistici, per comprendere. Oggi quegli stessi strumenti hanno una voce sempre più flebile e lontana.

Maria Dolores Pesce