Er core de Roma punto 2

schermata-2017-01-02-alle-18-43-53http://www.huffingtonpost.it/2017/01/02/sorella-taverna-virginia-raggi_n_13928026.html?ncid=fcbklnkithpmg00000001

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Populista? Questa volta, direi, più popolare, popolaresco. Viene in  mente Campo de’ fiori (1943) di Mario Bonnard, che annoverava fra gli attori anche Anna Magnani e Aldo Fabrizi. Il film, girato nella famosissima piazza romana, era un turbinio di bancarellari coloriti, sì, ma che non avrebbero mai usato il linguaggio della Taverna sorella, nel quale si potrebbe rintracciare un embrione di post neorealismo trucido. Qualcosa si muove, dunque, nelle articolate poetiche della galassia 5 stelle. Forse, come accadde dopo il film di Bonnard, che molti vedono come anticipazione della commedia all’italiana, si annuncia una nuova stagione  più colorita e  vivacetta. Forse voleranno pesci e broccoli, non si può ancora dire, siamo solo ai primi dell’anno. Personalmente, “perdere un sogno… pe’ ‘na testa de cazzo” mi sembra più vitale del vecchio funebre “vaffanculo”, espettorato da un rubizzo e triste mascherone di Viareggio.

 

 

Buon anno nuovo con ALFRED JARRY, ACROBAZIE IN BICI

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Alfred Jarry sulla sua inseparabile bicicletta

Verso la fine dell’Ottocento, l’invenzione della bicicletta rivoluzionò, ancor più del treno, i trasporti di massa e la società stessa. Primo vero mezzo meccanico di trasporto individuale, poté garantire una libertà di movimento e d’azione negata per secoli all’uomo comune, a quell’“uomo della strada” che fino ad allora di strada ne aveva fatta ben poca. La bicicletta rappresentò per protofuturisti come Jarry l’incarnazione dell’“uomo-macchina”, uno “steam-cyborg” a pedali in cui gambe, telaio e manubrio si fondevano perfettamente in un prodigioso miracolo tecnico-atletico. Come nelle sue opere maggiori (Ubu re in testa, ma anche Il Supermaschio), Alfred Jarry travasa negli scritti ciclistici la paradossale, beffarda crudeltà che percorre la filosofia patafisica.

In occasione della corsa automobilistica Parigi-Berlino l’opinione pubblica si è commossa per il seguente incidente: in una delle città neutralizzate * un bambino di dieci anni ha attraversato la strada davanti a uno dei veicoli, che procedeva alla velocità molto moderata di dodici chilometri orari, rimanendo ucciso sul colpo.
A nostro parere si tratta di un fatto eccellente per le ragioni che esporremo. Nell’anno 1888 o 1889 i turisti in bicicletta o in biciclo venivano insultati in lingua abbaiata, preso a morsi e fatti cadere, finché i cani, come oggi possiamo constatare, non ebbero appreso l’abitudine di scansarsi, così come da una vettura, anche dal nuovo apparecchio locomotore.
Benché più lentamente di quanto non abbia fatto il suo compagno quadrupede, l’essere umano adulto ha finito per imparare a lasciar libero il passo ai veicoli veloci. L’uomo a piedi non sciama più in branchi sulle piste ciclabili, in compenso è abbastanza comune trovarvi un orso, in prossimità delle roulotte dei nomadi, e un giorno, a dispetto di ogni regola, vi incontrammo perfino un cavallo sormontato da un ufficiale francese.
L’essere umano in tenera età, il bambino, giacché bisogna chiamarlo con il suo nome, si esercita al coraggio in previsione delle guerre future attraversando per sfida la strada davanti a cicli e automobili. Notiamo che come certi popoli selvaggi, che manifestano il proprio valore mostrando il deretano al nemico ma non tanto sono temerari da esibirglielo troppo vicino, il bambino si diverte a correre questo rischio soltanto quando il pericolo è ancora distante, cioè quanto il veicolo non arriva a velocità sostenuta. L’incidente della Parigi-Berlino è una logica conseguenza dell’assurda idea di «neutralizzare» le città. È anzi incredibile che sia stato un solo bambino, e non diecimila persone che hanno raggiunto già da un pezzo quella che usiamo chiamare l’età della ragione, a scorrazzare davanti ai corridori che gliene davano il tempo. In compenso si noterà che non si è verificata nessuna collisione sulla strada, percorsa a quasi cento chilometri orari.
A giustificazione del nostro titolo aggiungiamo che il pedone corre meno rischi rispetto al ciclista o all’automobilista; egli si espone a una semplice caduta dalla sua altezza, e a non essere proiettato da una macchina in corsa, né rischia la distruzione del suo prezioso veicolo; quindi fino al giorno in cui non avrò avuto fine questa follia di lasciar circolare gente a piedi sprovvista di previa autorizzazione, targa freni, campanello, tromba e fanali dovremo sconfiggere tale pericolo pubblico: il pedone pirata della strada.

Alfred Jarry, Acrobazie in bici, Bollati Boringhieri, Traduzione di Nicolas Martin

* Nelle corse automobilistiche che prevedevano l’attraversamento dei centri urbani si «neutralizzavano» le città, onde evitare il rischio di incidenti, imponendo una velocità controllata alle automobili; il tempo di attraversamento veniva poi scorporato dal conteggio della durata della gara (N.d.R)

Quelle scimmie che nessuno colse

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“Entrate nel meraviglioso mondo delle SCIMMIE DI MARE. Una vasca di felicità – il miracolo della vita istantanea. Aggiungete dell’acqua, è tutto! In un secondo le stupefacenti scimmie di mare nasceranno dalle minuscole uova sotto i vostri occhi! Fatele crescere e divertitevi! Questi adorabili animaletti riempiranno la vostra casa di allegria. POSSONO PERFINO ESSERE AMMAESTRATE!
Sempre attivissimi e allegri, questi animaletti scherzato e giocano tra loro continuamente: sono così pieni di trovate che non vi stancherete mai di guardarli. 
Allevare le SCIMMIE DI MARE è così facile che anche un bambino di sei anni può farlo senza alcun aiuto. Mangiano pochissimo e tengono  la loro acqua così pulita che richiedono cure minime – benché richiamino l’attenzione. Vi mostreremo inoltre come insegnare loro ad obbedire ai vostri ordini ed eseguire esercizi come le foche ammaestrate. Sorprenderete tutti i vostri amici.”

Negli anni ’50/’60, questo annuncio circolava con suadente insistenza sulle riviste dei semplici come “La domenica del corriere”,  “La Tribuna illustrata” è più tardi “Lancio story” e simili. Di solito era incorniciato insieme ad altri prodotti che dovevano favorire le pubbliche relazioni, come ad esempio degli occhiali ai raggi x che permettevano di vedere le ragazze sotto i vestiti. Il prodotto era illustrato da un miserello con un cappelluccio da comico scemo che roteava gli occhi mente guardava delle signorine disegnate con qualche trasparenza. Il claim  del prodotto era il più stupido e sorprendente che immaginar si possa. Recitava pressapoco così:”il prodotto è infallibile, tutte le ragazze vi sfuggiranno spaventate.” E c’era anche, in quelle bacheche pubblicitarie, la polvere Mom che non mancava mai nemmeno nei vespasiani, posizionata all’altezza d’occhio dell’italiano medio così da coglierlo mente espletava una funzione che non richiede una concentrazione particolare; è uno di quei momenti sospesi durante i quali gli occhi si soffermerebbero volentieri su qualche scorcio naturale: un gruppo di cespugli che circondano una fontanella (per restare in tema) o un pesco dai frutti turgidi. Invece quegli occhi, dopo aver ispezionato la graniglia del vespasiano senza  trovar spunti particolari a parte alche graffito di soldati in libera uscita (figure falloidi incise con la baionetta d’ordinanza, qualche “Lia ti amo”, poca roba perché non era facile scalfire la dura graniglia) tornavano al punto di partenza e davanti al naso trovavano raffigurata una scatola di latta com una scimmia disegnata sopra, e la scritta tondeggiante “Mom”. La scimmia era a suo modo ammiccante mentre protendeva la gambetta come per farsela massaggiare. Cred che avesse anche il rossetto. La correlazione donna/scimmia era rafforzata dal claim, ancora una volta spiritoso: “State attenti che le vostre donne non la scambino per cipria”. A me, ragazzino, l’avvertimento sembrava più misterioso che salace. Dov’era il guizzo? E cos’era quella polvere? Lo scoprii qualche anno più tardi, era un rimedio contro le piattole, cioè quegli animaletti che i fidanzati contraevano andando a casino per rispettare, volenti o nolenti, l’illibatezza delle loro fidanzate scimmie. Squarci antropologici e allegorie morbosamente intrecciate rimbalzavano dalla pubblicità della rivista a quella del vespasiano. Nelle scimmie di mare, invece, tutto si organizzava in una féerie leggiadra e domestica e celebrava senza sangue né dolori né traumi da parto il magico miracolo della vita. Bastava una polverina sciolta nell’acqua, e subito nascevano, nella gioia e nella spensieratezza, minuscoli esseri dotati di una predisposizione per il  circo. Nascevano “già imparati” perché subito impugnavano minuscoli violini ed eseguivano danze per le quali sarebbero stati necessari mesi di prove. Doveva dunque esistere un mondo dell’arte, sia pure quella circense, nella quale lo studio avveniva prima della nascita, come una grande Accademia iperuranica nella quale  gli esserini si formavano professionalmente per poi essere ridotti in polvere,commercializzati e, una volta acquistati, ritrovare in una boccia d’acqua la loro interezza. Forse, si pensava, esistevano altre specie di scimmie di mare che potevano passare dallo stato liofilizzato a quello del grande teatro e proporre ai padroni Molière, Shakespeare o, perché no? Il teatro dei burattini. Si facevano molte congetture sulle scimmie di mare ma nessuno fra i miei conoscenti osò arrischiare le poche lire necessarie per comprarle. Tutti preferivamo che il sogno vivesse nelle nostre fantasie. Preferivamo fidarci dell’illustrazione che verificare coi nostri occhi. Solo uno del gruppo, da adulto, mi disse di passaggio che le aveva ordinate per posta. Gli era arrivata una bustina giallastra che sciolta in acqua aveva generato un pugno di vermetti schifosi senza violini e senza tutù. Disgustato, li aveva subito gettati nel gabinetto. Subito? Sì, senza perder tempo. Insensato, se avesse aspettato almeno una notte, come prescritto dalle istruzioni, forse le scimmiette sarebbero sbocciate, come le tre meravigliose fanciulle dalle melarance, e lo spettacolo avrebbe avuto inizio.

ANNAMARIA TESTA, PERCHE’ DOBBIAMO LEGGERE DI PIU’ AD ALTA VOCE(da Internazionale)

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“Leggere è un’attività del tutto innaturale, onerosa dal punto di vista sia fisico (la nostra vista non è fatta per stare a lungo focalizzata su una pagina o uno schermo) sia mentale. Decodificare una stringa di testo impegna diverse aree cerebrali in vorticose operazioni di riconoscimento dei segni, conversione di quei segni in suoni, ricordo delle parole che a quei suoni corrispondono, e interpretazione,”

Leggi il resto dell’articolo:
http://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2016/03/21/leggere-alta-voce

SPOT CONAD. I baci rubati di un socio enigmatico. 15″

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 https://www.youtube.com/watch?v=2FgNR2-kM9Q

Lui è un socio Conad. Di quelli tonici. Di quelli che alle otto di mattina non solo sono sbarbati e colazionati, ma hanno già fatto il business plan della giornata e forse della settimana. Uomo deciso, sta comunicando all’interlocutore che l’operazione bis si farà. Evidentemente è un socio-capo, duro ma sensibile alle esigenze delle massaie, di tutte le massaie che navigano sulle onde della crisi. A incominciare da sua moglie. La quale entra in scena dopo qualche secondo. E’ vestita, pronta per uscire, con cappotto e borsa, affannata e forse preoccupata. Stacco. Primo piano della mano di lei che s’impadronisce con gesto rapido delle chiavi della macchina. Vorrebbe tagliare la corda subito. Sempre di corsa, e mormorando per non interrompere la telefonata, sussurra al marito: “Io vado…”. Lui l’attira e pretende un bacio. Lei sbriga la pratica nel minor tempo possibile e fa per uscire. Ma il conadiano è uomo a tutto tondo e a suo modo piacione;  non gli par vero di coniugare moglie, azienda e claim pubblicitario: conia quindi all’istante un calembour che gli sembra irresistibile. “Bis”, mormora (sempre al telefono) attirandola a sé e baciandola. Siamo a 15″ dall’inizio, al climax della narrazione: in un istantaneo “a parte” sul viso della moglie ribaciata passano stupore, perplessità, sconcerto, sgomento; passa, forse, un velocissimo flash back di un’intera vita coniugale. Sicuramente è assediata da molte domande sul marito: è ormai incapace di distinguerla dalla Conad? Si congiunge con lei (quando lo fa) per stabilire un più intimo contatto con l’azienda? La campagna bis esercita su di lui un misterioso potere afrodisiaco? E’ talmente cinico che, sapendo di essere ripreso in tv, vuole dare l’immagine del marito perfetto? Naturalmente sono domande senza risposta, come si conviene a uno spot che, promuovendo le vendite, evoca un prodotto molto più sofisticato, l’inconoscibile.

Il video della domenica. ELENA ZOBAK, THE RIGHT WAY. 1’50”

In meno di due minuti, un piccolo apologo sull’ipocrisia genitoriale (o, se si preferisce, sul pedagogicamente corretto)

Lo stadio degli indignati

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C’è uno spettacolo ancora più sconfortante della furfanteria ed è l’indignazione che essa provoca, o meglio: la rappresentazione che l’indignato si sente di dover mettere in scena. Essendo privo di qualunque rudimento di recitazione, l’indignato  che rappresenta la sua indignazione sembra uno di quegli attori che all’inizio provocano pena, poi imbarazzo, poi irritazione per l’impudenza che mettono in mostra;  se si esibisse su un palcoscenico e davanti a un pubblico pagante verrebbe sommerso da fischi e ortaggi; invece, essendo l’indignazione l’humus più diffuso, finisce per recitare davanti a una platea di indignati in tutto simili a lui – un po’ come i poeti da quattro soldi che si leggono e s’incoronano fra loro. Analfabeta com’è, l’indignato improvvisa copioni sgangherati: quelle che ritiene siano denunce infuocate  sono solo enunciati del suo Io offeso – un Io che egli ritiene tanto fragile e immacolato da doverlo proteggere come fa un imam con la verginità delle sue figlie. Tendenzialmente bulimico, l’indignato patisce i morsi di una fame sempre più rabbiosa; il suo palato pruriginoso ama i cibi differenziati, di conseguenza egli esterna su tutto, dai politici ai cartelli stradali con la stessa intensità, così come il suo messaggio è sempre uguale: lo schifo, sì, lo schifo che promana da tutto e da tutti: uno schifo cosmico e irrefrenabile da cui si sente prima minacciato poi sommerso. Rabbioso com’è, (mai che si esprima con parole incisive, ferme e vibranti) l’indignato precipita spesso nell’assurdo. Mi ricorda, in questo, un avvocato che incontravo tanti anni fa allo stadio: bolognese vecchio stampo, odiava ferocemente la Juventus (molto amata dalla Romagna). Erano i primi anni Sessanta e la squadra torinese schierava giocatori come Charles, Sivori e Boniperti. Il Bologna, squadra di casa, cercava di contenere i danni. Non appena le maglie bianconere apparivano dagli spogliatoi, l’avvocato veniva sopraffatto dall’indignazione; diventava paonazzo e con voce strozzata incominciava a gridare: “Maledetti! Andate via!”. Tutti si chiedevano se era matto, dopo tutte quelle ore di attesa sulle gradinate, e con quel che era costato il biglietto… Ma l’avvocato continuava: “Pupi schifosi prezzolati dagli Agnelli! Via… fuori da questo stadio!” Per fortuna il clamore generale era tanto forte che le squadre non sentivano e la partita incominciava lo stesso. Oggi, tutto lo stadio è pieno di indignati e la partita non si gioca più. Al suo posto c’è un’altra cosa, maleodorante e informe, che non si riesce a definire.

P.S. Nei soggetti più permeabili la rappresentazione dell’indignazione può assumere le forme dello squadrismo (vedi il tentato “arresto” dell’ex deputato Osvaldo Napoli).

VIOLETTE LEDUC, Un’asfissia densa di parole

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Leggere queste righe, scritte da Violette Leduc nel 1946, con la sensazione di avere un piede sul petto.
Leggerle prendendosi delle pause, alzando la testa, guardando il cielo crepato dagli alberi spogli, proprio come accadeva nel film sulla sua vita diretto da Martin Provost.
Poi, leggerle ancora, in assenza di aria, allora tutte d’un fiato, forse come avrebbe fatto lei, forse come le ha sentite arrivare, le parole, nella sua stanza buia in rue Paul Bert a Parigi.
Recitarle, ad alta voce, alla madre, chiedendo di essere ascoltata, elemosinando dell’amore, un gesto di tenerezza.
Urlarle, quelle parole, ad uno sconosciuto, per strada, la strada da lei percorsa avidamente tremando di paura, con la sacca piena di provviste da rivendere al mercato nero, anche se la guerra è finita. Sussurrarle, magari a se stessi, come una confidenza, come un segreto, come un’onta, la sua, quella di essere una figlia illegittima e di portare come marchiato a fuoco sul viso, il ricordo di quell’innocente colpa.
Scriverle, sentire che “le piccole frasi affannose ci afferrano alla gola”, come voleva Simone de Beauvoir, Signora, lei la chiamava così, supplicandola di placare quel dolore, di arginare il mare di ferite, di follia, di rabbia, di trovare nell’asfissia della vita, uno spazio denso di parole.

Luana Doni

“Mia madre non mi ha mai dato la mano…Mi aiutava a salire, a scendere i marciapiedi stringendomi il vestito lì dove la manica si lascia afferrare facilmente. Ne ero umiliata. Mi sembrava di essere la carcassa di un vecchio cavallo tirato per l’orecchia da un carrettiere…Un pomeriggio, mentre un calesse fuggiva via, schizzando sull’estate sinistra i suoi riflessi, in mezzo alla strada, respinsi la mano. Lei mi strinse più forte e mi sollevò da terra come un pollo tirato su per un’ala. Divenni inerte. Non andavo più avanti. Mia madre vide le mie lacrime.

Il video della domenica. GIANFRANCO BARUCHELLO, NOTIZIE IN DUE MINUTI

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https://www.alfabeta2.it/2016/09/24/gianfranco-baruchello-notizie-due-minuti/

Artista di lunghissimo corso e impegnato sui fronti delle sperimentazioni più svariate, Gianfranco Baruchello fu allievo di Marcel Duchamp, che conobbe nel 1962. Questa sua breve opera del 2008 assume i ritmi e i modi del videoclip per operare un dissolvimento ansiogeno della notizia della quale raccoglie, nell’ultima inquadratura, le ceneri raccogliendole nell’urna funeraria del Corriere della sera.

 

PIERO CALAMANDREI, “C’ERA UNA GRAN BURRASCA…”. Discorso agli studenti di Milano sulla Costituzione, 1955

Si è consumato, e speriamo definitivamente, l’orrore di una campagna referendaria disgustosa. Ciascuno può dire di aver dato il peggio di sé, specialmente sui social. C’è chi parla di un complotto algoritmico; personalmente non credo sia stato necessario: è evidente che nell’invocata pancia degli scriventi si annidava una quantità impressionante di gas letali che ci hanno ammorbato per troppi mesi. Apriamo la finestra.

 

Una scatola ricca di segni. Il teatro di Natalia Ginzburg ritrovato

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Christian La Rosa, Ilaria Matilde Vigna, Elio D’Alessandro, Giorgia Cipolla,
diretti da Leonardo Lidi, in Segretaria

La scatola è linda e razionale: una sala con due ordini di colonne intorno alla quale una gigantesca mano ha avvolto un nastro adesivo; quando sono entrato ho pensato a una sala citata, virgolettata che mi ha fatto pensare alle prime opere di Giulio Paolini, e non a caso, visto che proprio negli anni Settanta in quello stesso spazio, interno al Teatro Gobetti di Torino, ci si ritrovava, con Paolini, appunto, e altri pittori, altri teatranti, altri artistici e vaghi temperamenti. Ci si ritrovava a progettare anche teatro. Qualche risultato talvolta ne usciva; per esempio, nel 1970, Gianfranco De Bosio, all’epoca direttore e regista del Teatro Stabile di Torino, mise in scena alcuni atti unici di autori del Gruppo 63, che era ancora abbastanza fresco. Per molti anni quello spazio si è chiamato, con minimale clarté sabauda, Sala delle Colonne. Oggi si chiama Sala Pasolini: una piccola platea con un praticabile direi di quattro metri per tre, non di più, sul quale recitano quattro attori. Sulla destra, tre strumentisti.
Si mette in scena, con cadenza settimanale, un trittico di Natalia Ginzburg prodotto dal Teatro Stabile di Torino: Dialogo, Segretaria e il più noto Ti ho sposato per allegria.
(Che fatica impelagarsi in una cronaca teatrale: prima di arrivare al dunque bisogna passare per le plaghe grigiastre di queste informazioni, oltretutto con la consapevolezza che sono sempre insufficienti. Mai più!).
Ho visto i primi due spettacoli. Non essendo un recensore all’antica (anzi, non essendolo affatto), non mi ero premurato di leggere in precedenza i testi, che non conoscevo. Ed è stato un bene perché durante l’esecuzione mi sono trovato a compiere istintivamente un’intensa attività comparativa: leggevo la scrittura scenica e nello stesso tempo ricostruivo quella (letteraria, si sarebbe detto un tempo) della Ginzburg. Di solito ricorro a questo impegnativo lavorio per non soccombere di fronte alle più dozzinali messe in scena dei classici; quando mi sento proprio annegare, faccio come gli imbianchini che scrostano le pareti per tornare “a muro” e rifare l’intonaco. Ma durante i due spettacoli che ho visto, il mio andirivieni fra azione scenica e testo non era dettato dalla necessità di sopravvivere; nasceva invece dal piacere di scoprire un progetto drammaturgico che si lasciava leggere in trasparenza mentre prendeva forma sulla scena. Questo dovrebbe essere un pre-requisito, s’intende, ma tutti sappiamo che raramente è così.
Qui, nel progetto Ginzburg, mi sembra che il lavoro sulla drammaturgia del testo e quella scenica si siano svolte in contemporanea, anche se il regista, nel primo spettacolo, Dialogo, ha fatto una scelta molto netta e ricca di conseguenze: ha creato un doppio del marito e della moglie dialoganti. Sulle prime mi è sembrato un rischio: il doppio, in teatro, così carico di suggestioni storiche e teoriche, è un artificio difficile da gestire: spesso questi doppi diventano ingombranti contenitori delle buone intenzioni di partenza. A meno che non si abbiano le idee chiare, come in questo caso. La coppia borghese del testo originario, trasformata in quartetto, consente al regista una concertazione dinamica e liberissima, nella quale il flusso della parola s’incanala e si trasforma creando via via forme di coro, di contrappunto, di basso continuo. Grazie a questa radicale riscrittura scenica, decadono gli psicologismi, e con essi i vezzi e la paccottiglia delle intonazioni di maniera. La crisi della coppia borghese, così omogenea alla poetica della Ginzburg, viene sottratta alla rivisitazione d’epoca (solo qualche sobrio intervento musicale dal vivo crea una straniante profondità storica), per planare nell’oggi, fresca di una crudeltà croccante e nuova.
Lo stesso rigore, declinato in forme diverse impronta anche il secondo spettacolo, Segretaria, imperniato sul perturbante, una ragazza piovuta dal cielo (o rotolata giù da un talamo: dal punto di vista attanziale non c’è troppa differenza), che funge da cartina di tornasole in un malandato (ancora) contesto familiare. Qui i dialoghi eleganti della Ginzburg vengono, per così dire, centrifugati dalla regia e dalla virtuosistica interpretazione degli attori, in un ritmo scenico che senza dubbio non coincide con le scansioni morbide della scrittura letteraria. E viene da dire, fortunatamente, per l’autrice e per noi, perché il migliore recupero dei classici (compresi quelli del Novecento), è proprio quello di usarli, soprattutto se la riscrittura scenica risulta così vitale e motivata come in questo felicissimo trittico.

Teatro Stabile di Torino. QUALCUNO CHE TACE. IL TEATRO DI NATALIA GINZBURG. Teatro Gobetti, Sala Pasolini
Giorgia Cipolla, Elio D’Alessandro, Christian La Rosa e Ilaria Matilde Vigna
Musiche originali eseguite dal vivo dai Perturbazione
Regia di Leonardo Lidi

 

 

CHRISTIAN RAIMO, DI CHE COSA HA BISOGNO IL TEATRO ITALIANO (da Internazionale)

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Lino Guanciale e Alessandra Mastronardi  nella fiction tv “L’allieva”, rai uno

http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2015/10/25/teatro-italiano-crisi-fortezza-vuota

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