In margine alla Giornata mondiale della radio, fortunatamente già passata

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Ieri si è celebrata (consumata?, perpetrata?) la giornata della radio. Stranamente, è stato uno dei giorni in cui ho dedicato meno tempo all’ascolto radiofonico, fatta eccezione per “Prima pagina” di radio tre, un appuntamento rituale del mattino. La notizia della celebrazione l’ho appresa dalla stessa radio tre, e subito sono stato colto da un impalpabile, acidulo spleen, chissà perché. Forse perché fra qualche giorno inizierò il mio corso di Linguaggio radiofonico. Mi prefiguro il primo incontro con gli studenti: “Che cosa vi ha indotto a inserire Linguaggio radiofonico nel vostro piano studi?”. Segue un silenzio – gli studenti tacciono sempre alla prima lezione, a volte perseverano sino alla fine. Formulo altre ipotesi: “Forse qualcuno di voi ha fatto qualche esperienza in una radio”. Oppure: “Qualcuno ha giocato, per suo personale piacere o inclinazione, col suono, scaricando audio e musiche per poi manipolarli con Audacity o con altri programmi?”. Il muro del silenzio si alza di qualche metro e mi rimanda l’immagine di un vecchio professore che cerca di stimolare grottescamente i suoi studenti. Ripiego sul minimale quotidiano e chiedo, fingendo disinvoltura: “C’è qualcuno fra voi che ascolta la radio?” Ottengo alcuni mugolii. È già qualcosa. Sento che devo accontentarmi. Scendo ancora di un gradino e vado sul mercantile più sordido: “Non è da escludere che abbiate scelto questo corso perché il programma d’esame è piuttosto leggero”. Chi sorride, chi guarda altrove.
Il clima è plumbeo, ma non mi dispiace, anzi mi sembra il più adatto per iniziare questo corso che parlerà di fantasmi radiofonici, di frammenti di voci da tempo defunte e di una sintassi del suono polverosa come un antico manuale di latino.
Ho fatto per tanti anni la radio dentro un marmoreo edificio fascista (i gloriosi e da sempre polverosi studi di Torino). Le luci erano fioche, le pause interminabili. Pause fra le battute degli attori (ritmo slow, molto evocativo. Santo cielo, quante riposte risonanze andava cercando quella radiofonia!). Pause durante le riunioni preliminari ai programmi. Pause che erano lunghe attese di una riunione decisiva. E sonno. Il sonno radiofonico è un liquido amniotico in cui è immersa la vita apparentemente normale della radio: le impiegate compilavano moduli, i tecnici tagliavano e cucivano, i registi dirigevano (?), gli attori facevano gorgogliare nei microfoni quelle loro belle voci piene che andavano a massaggiare le ascoltatrici e gli ascoltatori (più sensibili le prime dei secondi) nelle loro case, e le vibrazioni delle voci stendevano nelle case un benessere soporifero e sempre un po’ solenne.
Poi, la radio ha scoperto il riso. Che ha scacciato il sonno generando la sovreccitazione tipica di chi ha il terrore di addormentarsi, pena la morte. Il riso dei vecchi “programmi leggeri” aveva una sua nobiltà funebre, come di cadavere ben conservato che sussulta per qualche attimo prima di ritornare alla sua compostezza definitiva. Il riso dei cazzeggianti al microfono è inesauribile, sembra nascere da una fonte isterica (la fonte inquinata dell’eterna giovinezza?). Non so come sia stata festeggiata (?) la giornata mondiale della radio, l’importante è che sia passata. Fra qualche giorno, dopo un adeguato silenzio, si potrà riaccendere l’apparecchio cautamente.

 

La signora vorrebbe cadere. Elena Santarelli nello spot Rocchetta

https://m.youtube.com/watch?v=6Q3KxibXOus

Fra i grandi clown acrobatici del secolo scorso, brillò a Parigi, accanto alla stella dei Fratellini, anche quella di Germain Ducoray, detto poeticamente Aéros. Il suo personaggio era quello di un ubriacone male in arnese, barcollante e farneticante, poco più di un relitto umano che fin dal suo apparire suscitava i lazzi più truci e protervi del pubblico. Il suo virtuosismo raggiunse l’apice quando Ducoray concepì un numero di “equilibrio squilibrato” nel quale faceva confluire la bassezza dionisiaca e la sublime leggerezza di un Apollo trionfante sulle leggi della gravità. Per raggiungere il filo sul quale si esibiva nelle sue prodezze acrobatiche, Aéros utilizzava una panca traballante, un tavolino tondo a un solo piede, una botte bucata, una scala instabile, insomma un’impalcatura pericolosissima che alla fine lo faceva crollare rovinosamente a terra dopo innumerevoli virtuosismi. Rialzandosi, esclamava: «Ah! Bene, vecchio mio! Che avventura!»
Un secolo più tardi, una creatura molto più eterea del vecchio Ducoray, e di sesso femminile, prova a cadere nello spot di un’acqua minerale. Il messaggio è indubbiamente meno ambizioso: non più una sfida fra la terra e il cielo, fra la degradazione e il sublime, fra la materia e lo spirito: nella mente dei creativi che hanno ideato lo spot, la caduta (prudentemente declassata a inciampo) quel gentile cedimento delle ginocchia dovrebbe conferire alla signora un piglio sbarazzino, l’elegante sventatezza di chi è capitato sul set quasi per caso ma che riesce a brandire una bottiglia d’acqua minerale e a fare “plin plin” con la  disinvoltura di chi è abituato a passare da un jet a un set, da un pupo a una passeggiata con il cagnolone senza che una ciocca della chioma vada fuori posto. Purtroppo l’impresa non è facile: per cadere bisogna poggiare su un qualunque ubi consistam, che la signora sembra proprio non possedere, aleatoria com’è. E poi ci vorrebbe un baratro in cui precipitare, o anche solo un semplice pavimento sul quale ammaccarsi il sedere, ma nello spot non ve n’è traccia: tutto è sospeso in un’emulsione di bianco (l’abito della signora, le pareti) ove spicca, se così si può dire, solo un flebile, diuretico turchese Rocchetta. Il resto è sorriso.

 

 

Il video della domenica. SARA PRECIADO, LA LA LAND, MOVIES REFERENCES

Molto più interessante dei soliti backstage, il lavoro di Sara Preciado rilegge in trasparenza La La Land scovando analogie, citazioni e riferimenti ai classici del musical.

L’odio di una madre. HERVÉ BAZIN, VIPÈRE AU POING

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Nel romanzo presumibilmente autobiografico di Hervé Bazin, Vipère au poing, la storia del giovane Jean Rezeau ci proietta nell’universo di un rapporto madre-figlio atipico per chi si voglia convinto sostenitore che l’amore di una madre sia pur sempre qualcosa che non ci abbandonerà mai.
Ma se a parlare fosse invece l’odio di una madre? Se la convinzione fosse che invece è proprio l’odio di una madre a non darci scampo? Ecco che ci troviamo ad inseguire la disperata avventura intrapresa da Jean, detto Brasse-Bouillon, alla ricerca delle parole per dire di una donna alla quale nessun nomignolo sarebbe stato più adatto di quello datole dai figli: Folcoche, una contrazione tra folle (folle) e cochonne (maiala). Una madre che non ha nulla di materno, che si relaziona ai figli attraverso la ferocia del diktat nella speranza di far di loro dei perfetti borghesi di facciata. Nessuno spazio all’amore, il racconto si articola su un solido scambio tra attacco e contrattacco da parte di Jean nei confronti della madre alla quale sente, amaramente, di somigliare più di quanto potesse mai immaginare.
                                                                                                                                                 Luana Doni

E la pistolettata? Te la ricordi, Folcoche, la pistolettata?
[…] dicevi sempre: « non mi piacciono gli sguardi bassi. Guardatemi dritto negli occhi. Saprò cosa pensate.»
Così, ti sei prestata tu stessa al nostro gioco. […] A cena, in silenzio, ecco il momento perfetto. Niente da dire. Non mi coglierai in fallo. Tengo le mani sulla tavola, la schiena dritta e ben appoggiata alla sedia. Sono terribilmente corretto. Il mio atteggiamento è impeccabile. Posso guardarti fissamente, Folcoche, è un mio diritto, e quindi lo faccio, ti fisso, ti fisso disperatamente. Non faccio altro che quello, fissarti. E, dentro di me, ti parlo, ti dico: «Folcoche! Guardami! Ehi Folcoche! Dico a te!» Allora il tuo sguardo si alza […] si alza come una vipera e si sposta alla ricerca di un debole appiglio a cui attaccarsi. Ma non esiste. No, questa volta non morderai Folcoche! Le vipere, loro, mi conoscono.”

Hervé Bazin, Vipère au poing, Grasset, Traduzione di Luana Doni

Una timida pochade. CESARE ZAVATTINI, DONNA DI BREST

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Mino Maccari, “Passeggiata”, olio su Tela

Quando scrisse questi racconti, fra il 1927 e il 1940, Zavattini aveva alle spalle una già consistente attività di sceneggiatore, ma i grandi film doveva ancora scriverli (I bambini ci guardano, Ladri di biciclette, Umberto D, Miracolo a Milano…); Al macero, dunque, si può considerare una raccolta giovanile, forse un laboratorio nel quale Zavattini si esercita a lavorare sul piccolo, o forse si potrebbe dire “sui palpiti”, come un orologiaio cui il tic tac della macchina interessi  più degli ingranaggi del congegno stesso. La scrittura, non vicaria, non funzionale alle esigenze di un’opera così collettiva come è un film, può dedicarsi alle piccole storie, spesso fragili come bolle di sapone che, quando scoppiano, lasciano sempre un pulviscolo di umido sul naso.

Sono disceso dalla corazzata Beresina due giorni fa. La squadra si ferma a Brest dieci giorni. Sta bene, berremo qualche buon whisky al porto, da Lalatte, conosceremo qualcuna di quelle donnine bionde, dal passo elastico, che verso il tramonto gremiscono la passeggiata a mare. Eccola, è il mio ideale… carnagione bianca, falsa magra, gambe tornite. La seguo. Com’è difficile abbordarla: ci siamo fermati a tutte le vetrine del Corso Toulouse. Finalmente!
«Gradite un the?»
«No, un gelato.»
Siamo insieme da quattro ore, ma il paradiso non è stato raggiunto ancora. Abbiamo comperato una boccetta d’origano, molte calze, un anellino d’oro… A pranzo ha voluto lo Chablis, perché gli altri vini le dànno l’emicrania. Guarda l’orologio a un tratto: «Quasi le cinque!»
Mi pare che il suo viso s’imporpori lievemente, e le domando con un filo di voce: «Sì?»
«Sí.»
Sono felice, benedico le donne di Brest e i viaggi di circumnavigazione. Ci avviamo. Mentre camminiamo, io penso a quelle trine candide che lasciano trapelare dalla camicetta un orlo di pizzo, penso a tante cose meravigliose. A un tratto essa si ferma, mi afferra per un braccio, costernata: «Mio marito… Aspettatemi qui.»
E scompare dentro a un portone. Passano marinai, ufficiali, pescatori, emigranti. Cerco di indovinare tra quella folla il coniuge, ma invano. Forse quel giovane bruno e alto che entra nel portone? Trascorrono i minuti, io penso alla cara donnina, rannicchiata su una rampa di scale, forse, con il cuore in tumulto… Né io posso muovermi, potrei compromettere la situazione. Sarà in agguato, il marito? Passa circa una mezz’ora. Forse siamo spiati: io cammino su e giù davanti alla casa con aria indifferente. È una casa antica, il numero 5. La mia compagna ritorna, mi pare un po’ pallida, guarda intorno come spaventata.
«Arrivederci a domani mattina, al porto, da Lalatte. Devo correre a casa, capite… »
Ho passato una notte insonne, e i giorno dopo la rivedo. Dopo il pranzo, facciamo alcuni acquisti nei bazar della città vecchia. Le stringo il braccio, un braccio morbido, che pare ancora piú morbido sotto la veste di seta. «Andiamo?»
«Andiamo.»
Cammina cammina, ella improvvisamente si arresta.
«Mio marito. Per favore, aspettatemi, eccolo… »
E scompare dentro a un portone. Mi accorgo che è lo stesso portone del giorno precedente, casa numero 5. Suo marito bazzica da queste parti, maledizione. Ma non conosce altri siti, questa sciocca? Scende dopo mezz’ora e subito ci separiamo.
«A domani, Tommy…»
Ma il domani è oggi, la mia corazzata parte stasera da Brest. In un caffè, un’ora prima della partenza, ascolto le chiacchiere di un gruppo di clienti. C’è un giovanotto alto e bruno (ma dove l’ho visto? non mi pare un viso nuovo) che racconta qualche cosa di interessante.
«Credetemi, una gran bella donna. Ma strana, misteriosa Mi dà appuntamento alle cinque in una vecchia casa dove una certa signora affitta camere. È stata con me la sera precedente, mi ha fatto spendere un occhio della testa. Ma che importa? Vale un milione quella donna. Arriva all’appuntamento dunque, ne sono pazzo di gioia: essa si leva il cappello, si sfila le scarpette, sta per togliersi la camicetta, e intanto guarda giú in istrada, dalla piccola finestra. A un tratto grida: “Mio marito è giù in istrada; egli crede che io sia qui da una mia amica…” Mi bacia, esce più svelta del lampo. Guardo in istrada. Ecco, la vedo allontanarsi con un ufficiale… Ebbene, amici miei, il giorno dopo la stessa scena… Siamo lì per…»
Il cliente interrompe il racconto, pare mi guardi, anzi sul suo volto si dipinge la sorpresa. Io pago, mi alzo, esco dal caffè, e faccio appena in tempo a cogliere un frase sommessa del narratore: «Ma è lui, parola d’onore, è lui, suo marito…»

Cesare Zavattini, Al macero, Einaudi

Il video della domenica. FABRIZIO DE ANDRÉ, RACCONTI ITALIANI IN VERSI E IN MUSICA

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http://www.teche.rai.it/2017/01/fabrizio-de-andre-racconti-italiani-in-versi-e-musica/

 

ALESSANDRA SARCHI, CAROL RAMA: UNA REGINA DEL NOVECENTO (da Le parole e le cose)

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http://www.leparoleelecose.it/?p=25920#more-25920

In occasione della morte di Carol Rama ne avevamo pubblicato un ricordo.
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2015/09/25/addio-a-carol-rama-nubile-protagonista-del-novecento-pittorico/

Il video della domenica. Marcelo Poledri, CAVEMEN. 7′

Arte, comunicazione, progresso, tecnologia, evoluzione e alre cosette in una provocante contaminazione passato/presente.

GIANFRANCO MARRONE, POST-VERITA’. LA FINE DELLA VERITA’ O LA VERITA’ NEI POST? (da Doppiozero)

http://www.doppiozero.com/materiali/post-verita-la-fine-della-verita-o-la-verita-nei-post

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Botticelli, Calunnia

http://www.doppiozero.com/materiali/post-verita-la-fine-della-verita-o-la-verita-nei-post

“E se alla verità sostituissimo la verosimiglianza? In fondo, è a quest’ultima che ci siamo appigliati per decenni, cercando di mostrarne, a valle, gli esiti euforici sul popolo bue e, a monte, i meccanismi della sua costruzione in mano ai tycoon dell’ultimora.”

 

 

 

Il video della domenica. MONTY PYTHON, GENTE CHE PRECIPITA DA ALTI EDIFICI. 1’40”

Negli anni Settanta e Ottanta ho avuto occasione di ascoltare, oltre ai Monty Python, anche dei loro volonterosi epigoni radiofonici che, davvero, ce la mettevano tutta . Purtroppo partivano (gli epigoni) da un presupposto sbagliato, che l’assurdo fosse fatto di una materia informe e tutto sommato di facile impiego, da potersi modellare e stiracchiare a piacimento – per dirla più esplicitamente: che fosse qualcosa di molto simile alle minchiate dei DJ. Ovviamente non era così, e questo piccolo sketch dimostra come l’assurdo si coniughi perfettamente con la più rigorosa geometria.

Il video della domenica. TOTO’ E L’ONOREVOLE. (Scena del vagone letto) 3’12”

Il dileggio – ma forse si dovrebbe parlare di metodica e progressiva demolizione – cui Totò sottopone l’onorevole Trombetta Trombetta ci riporta a un’epoca mai abbastanza rimpianta, quella in cui i comici facevano il loro mestiere sul campo (il set, il palcoscenico e perfino nei villaggi turistici).

 

Il video horror della Befana. I FETI CANTERINI DI SANREMO

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http://www.lastampa.it/2017/01/04/multimedia/spettacoli/festival-di-sanremo/lo-strano-spot-per-il-sanremo-con-i-feti-che-cantano-non-ho-let-CEVTpgM0ivkjp4oWs1griJ/pagina.html

Motivando la nomina di Carlo Conti a direttore artistico della radiofonia, il direttore generale della rai precisava: “Tale nomina nasce dalla necessità di riposizionare il mezzo perché le nostre radio hanno un tratto maschile-adulto”. Che il Carlo Conti, maschio adulto, abbia pensato uno spot come quello dei feti canterini che seguono a ritmo “Non ho l’età” cantata da Gigliola Cinquetti è un corto circuito abbagliante che ci sprofonda in un’oscurità fino ad ora insospettabile. Lo spot inizia in una sala d’aspetto (non ancora sala parto) nella quale sono radunate svariate signore incinte. Trilla un telefono. La caposala, inquadrata di spalle, alza la cornetta. (Chi è all’altro capo del filo? L’Altissimo? Carlo Conti in persona? Sanremo?). Comunque è un segnale. Si parte. Qualche battito del cuore avverte che stiamo addentrandoci nella Profondità. Una signora percuote delicatamente il suo pancione come un bongo. Parte la canzone, e siamo in un onirico studio di registrazione annegato nel liquido amniotico. I feti, fra i quali un africano dentro una madre dai lunghi ricci, cantano e si muovono sinuosamente. L’irrealtà si diffonde sottobraccio alla Patologia, finché non ci riscuote il vocione del Responsabile: “TUTTI cantano Sanremo”. Non si sa come, la Maiesiophilia (l’attrazione verso tutte le donne incinte) si è arrampicata fino al settimo piano di Viale Mazzini, forse è il fallout delle campagne ministeriali sulla procreazione di qualche mese fa. O, ancora, è un problema personale di Carlo Conti. In questo caso andrebbe curato subito: il 7 febbraio inizia Sanremo e nessuno può immaginare le nuove iniziative di un maschio adulto afflitto da due patologie che possono dar vita a combinazioni devastanti: la Maiesiophilia e la Goliardia.