Laurence Sterne, La potenza dei verbi ausiliari

— I verbi ausiliari di cui ci occupiamo qui, — continuò, — sono: io sono, ero, ho, avevo, faccio, feci, sopporto, avrò, avrei, sarò, sarei, posso, potevo, credo, devo, ho l’abitudine, oppure sono abituato. E questi sono i vari tempi: presente, passato, futuro coniugati col verbo vedere o con le seguenti domande: è ciò? era ciò? sarà ciò? sarebbe ciò? può essere? poteva essere? o con le seguenti negazioni: non è? non era? non doveva? o affermazioni: è, era, doveva essere, o con avverbi di tempo: è sempre stato? è tardi? quanto tempo fa? o in forma ipotetica: se ciò era, se ciò non fosse. Che esempio si potrebbe fare? Vediamo un po’: «Se i Francesi battessero gli Inglesi? Se il sole uscisse dallo zodiaco? Ora con l’applicazione esatta dei verbi ausiliari, — continuò mio padre, — in cui il bambino eserciterà la propria memoria, non entrerà idea nel suo cervello, per quanto sterile, senza dar luogo a una mole immensa di concetti e di conclusioni. — Non hai mai visto un orso bianco? — esclamò mio padre, rivolgendosi a Trim che se ne stava in piedi dietro la sua sedia. — A Vossignoria piacendo, no! — Ma sapresti parlarne Trim, in caso di bisogno? — Come è possibile, fratello, — intervenne zio Tobia, — se ti ha appena detto che non ne ha mai visto uno. — Qui ti volevo! — esclamò mio padre. — E ora ascoltami. Un ORSO BIANCO! Molto bene. Ne ho mai visto uno? Potrei vederne uno? Sto per vederne uno? Dovrò mai vederne uno? O potrò mai vederne uno? Avrei potuto vedere un orso bianco? (come me lo immaginerei?) Se vedessi un orso bianco, cosa direi? Se non dovessi mai vedere un orso bianco, allora? Se io mai ho, posso, devo, avrò da vedere un orso bianco vivo, potrò vederne almeno la pelle? Non ne ho mai Visto uno dipinto? Nessuno me lo ha mai descritto? Non ne ho mai sognato uno? Mio padre, mia madre, mio zio, mia zia, i miei fratelli o sorelle, videro mai un orso bianco? In tal caso, che darebbero per vederlo? Come si comporterebbero? E come si comporterebbe l’orso bianco? Sarà selvaggio o addomesticato? Terribile, ispido o morbido? Val la pena di vedere un orso bianco? Non vi è peccato in ciò? È meglio di uno NERO?

Laurence Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy, Einaudi

Ricordando Federico Sanguineti

Un’amicizia recente, casuale. I nostri incontri, pochi, anche a causa della malattia, sono stati intensi, divertenti, carichi di una progettualità vitale che purtroppo non ha potuto svilupparsi.

Le figurine di Radiospazio. La poesia secondo Don Chisciotte, istruzioni per l’uso

Pablo Picasso, Don Chisciotte

La poesia, a mio avviso, è come una fanciulla giovane e tenera, bella oltremodo, che è compito d’altre fanciulle, che son poi tutte le altre scienze, arricchire, abbellire e ornare, e lui deve servirsi di tutte, e tutte devono ricevere prestigio da lei; ma questa fanciulla non dev’esser toccata, né trascinata per le vie, o esposta alle cantonate delle piazze o all’angolo dei palazzi. Ella è d’un metallo di tal valore, che chi la sa trattare la muterà in oro purissimo di inestimabile prezzo; chi ce l’ha deve tenerla entro certi limiti, senza lasciarla scadere in turpi satire o in malvagi sonetti; non dev’essere in alcun modo in vendita, a meno che non sia in poemi eroici, in pietose tragedie o in commedie gaie e originali; non deve dar confidenza ai buffoni o al volgo ignorante, incapace di riconoscere e di stimare i tesori che in lei si racchiudono. E non crediate, signore, che io qui chiami volgo solo la gente umile e plebea; che chiunque non sa, sia egli signore e principe, può e deve rientrare nel numero del volgo; e cosí, chi coi requisiti che ho detto tratterà e possiederà la poesia, sarà famoso, e il suo nome stimato per tutte le nazioni civili del mondo.

Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Einaudi
Traduzione di Vittorio Bodini

L’infanzia del cinema. Alice Guy, La fée aux choux (1900). 1’45”

https://www.youtube.com/watch?v=xJWzNG9YYW8

Alice Guy-Blaché (Saint-Mandé1º luglio 1873 – Wayne24 marzo 1968) è stata una regista e produttrice cinematografica francese, realizzatrice del primo film fiction della storia del cinema, La Fée aux choux, oltre ad essere stata la prima donna della storia a dirigere un film. Fu anche la prima donna a fondare uno studio cinematografico Solax Company nel 1910 in New Jersey.

Corrado Govoni, La fisionomia delle case

Certi battenti sembran delle labbra smorte
ermetiche su la cariata dentatura
delle soglie di certe rugginose porte
coi picchiotti *, i lor nèi, e i pizzi di verzura.
Dei balconi che guardano un’interna corte
dan l’idèa di gonfi busti in fioritura;
e i coperchi con natte** di tutte le sorte
ànno una correttissima pettinatura.
Una finestra piange dalla sua cispa***
di stracci bianchi e tristi visi, stupefatti
come dei ciechi spersi in mezzo a una città;
un’altra canta con la sua gabbietta vispa,
un’altra è piena di garofali scarlatti
come un occhio di sogni di felicità.

* battenti
** gonfiori
*** canale lacrimale

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet

Le figurine di Radiospazio. Scemi

Lui      Allora lui pensa che sono uno scemo?
Lei       Lo pensa di tutti.
Lui      Ma ti ha detto che io sono uno scemo?
Lei  Ha detto tante di quelle cose.
Lui      Ma glielo hai sentito dire?
Lei  Da quello che mi ha detto su di te, non credo che ti rispetti.
Lui      Non mi rispetta e pensa che sono uno scemo.
Lei  Ti usa, come usa tutti. Dimenticalo.
Lui      A che tipo di giochi gioca?
Lei       Senti, non importa. Non ha lasciato tracce, sono sopravvisssuta.
Lui      Vuoi dire, vuoi dire che dopo tutto questo tempo con lui, la corda si è spezzata, slap, così?
Lei       Era logorata. Lo sai cosa vorrei ora?
Lui      Cosa?
Lei       Vorrei che lui entrasse e che ci vedesse. Nudi. L’uno nelle braccia dell’altro.
Lui      Davvero?
Lei       Baciami.
Lui      Sai che ti dico? Ha fatto un grave errore. Io non sono uno scemo

Harold Pinter, I nani

Video. Augusto Tretti, Il potere, un capolavoro poco visto e dimenticato. (1972) 3′

https://www.youtube.com/watch?v=NG_xahr0gRk

In un’intervista degli anni Settanta pubblicata su L’Espresso, Fellini definì Augusto Tretti un genio. Confesso che rimango sempre perplesso di fronte a giudizi così apodittici; certo, quando vidi (fra i pochissimi) “Il Potere” in una saletta d’essai ne rimasi fortemente impressionato. Mi pareva che nessuno avesse mai osato realizzare un film così radicale e al tempo stesso elegante come quello. Così come enuncia candidamente e provocatoriamente il titolo, “Il Potere” racconta in poco più di un’ora le trasformazioni del Potere attraverso i secoli, addirittura dai primordi dell’umanità. In Come si fa una tesi di laurea, Umberto Eco raccomandava agli studenti di astenersi da tesi sul genere di “Brevi cenni sull’Universo”. Ma quello di Tretti non è una tesi, bensì un pamphlet, uno sghignazzo e soprattutto un pugno allo stomaco sferrato da un anarchico ben carburato dal vino ma niente affatto ubriaco. Parlo del vino, perché gli attori che interpretano i personaggi del film sembrano (o forse sono) prelevati dalle osterie per dar vita, uno dopo l’altro, a Manitù, i Gracchi, D’Annunzio, ecc.
Attori presi “dalla strada” nel solco della tradizione neorealista? Niente affatto: Carlo Battisti, il protagonista di” Umberto D”, professore di glottologia e Lamberto Maggiorani, operaio, protagonista di “Ladri di biciclette”, ambedue digiuni di recitazione, erano lavorati dalla regia di De Sica, così da risultare del tutto “credibili”. Tretti, al contrario, fa sfilare davanti alla macchina da presa non-attori lasciati allo stato del tutto grezzo, con i loro nasi bitorzoluti, i denti radi nelle bocche rugose e tutte le sgrammaticature di chi non ha mai recitato nulla, nemmeno nel teatrino della scuola. Per non dire poi di scene e costumi (cartapesta e stracci) che denunciano la loro origine: un “fatto in casa alla come viene”, molto alla buona. Un trattamento speciale viene riservato a Mussolini: un corpo in camicia nera sormontato da una grossa testa grottesca di cartone, munita di un gancio in cima come quella delle marionette. L’ilare violenza di Tretti (il pugno nello stomaco) sta proprio qui, nella natura baracconesca delle immagini (e anche nei dialoghi elementari): il Potere è una tigre di carta, idiota e vomitevole, ma soprattutto un’accolita di miserabili.
Purtroppo il film ha circolato poco nelle sale d’essai. Ignoro se sia stato conservato da qualche parte, visto che compare nelle teche della Rai. Se qualcuno (non la Rai di oggi, ovviamente) li proiettasse di nuovo, questo sarebbe il momento giusto.

Rimpianto per i banditi di un tempo. Video. Lotte Lenya canta La ballata di Mackie Messer (4′)

Lotte Lenya e Kurt Weill

https://www.youtube.com/watch?v=X7eO7MKEZAY

Mostra i denti pescecane,
e si vede che lì ha.
Un coltello solo ha Mackie Messer
ma vedere non lo fa.

Sulla spiaggia di Long Island,
giace un tale a mezzodì,
poco prima lo sappiamo,
Mackie Messer era lì.

Han trovato Jenny Towler,
un coltello in mezzo al sen.
Che sia stato Mackie Messer,
testimoni. non ce n’è.

A Schmul Meyer l‘industriale
un ignoto un dì sparò.
Mack ne spende il capitale,
ma provarlo non si può.

Sei bambini son bruciati
nell’incendio di Brooklyn.
Mackie Messer sa qualcosa
ma non parla e beve gin.

Vedovella minorenne,
il cui nome ognuno sa,
ci rimise un dì le penne
Mack la colpa chi l’avrà?

Lai lalalala… lai lalallaila…
Mack la colpa chi l’avrà?

Mostra i denti pescecane,
e si vede che lì ha.
Un coltello solo ha Mackie Messer
mz vedere non lo fa.

Sulla spiaggia di Long Island,
giace un tale a mezzodì,
poco prima lo sappiamo,
Mackie Messer era lì.

Han trovato Jenny Towler,
un coltello in mezzo al sen.
Che sia stato Mackie Messer,
testimoni. non ce n’è.

A Schmul Meyer l‘industriale
un ignoto un dì sparò.
Mack ne spende il capitale,
ma provarlo non si può.

Sei bambini son bruciati
nell’incendio di Brooklyn.
Mackie Messer sa qualcosa
ma non parla e beve gin.

Vedovella minorenne,
il cui nome ognuno sa,
ci rimise un dì le penne
Mack la colpa chi l’avrà?

Lai lalalala… lai lalallaila…
Mack la colpa chi l’avrà?

Le figurine di Radiospazio. Segreti dell’anima

All’obitorio, l’intellettuale di turno era il dottor Hake: un altezzoso cinquantenne di bell’aspetto, un fumatore di pipa dai capelli folti e scuri come la salsa Burgunder. Era stato lui a scegliersi l’ufficio più piccolo e malmesso, perché trovava tanto romantica la visita che si godeva da lì: fuori, appesa al muro, era sempre visibile l’insegna obitorio. Il dottor Hake investiva la maggior parte dello stipendio e tutta la sua passione nel pubblicare libri sulla vita e il suo significato, libri che egli scriveva nella sua amata prosa medica. Di recente si era anche cimentato nella composizione di una poesia che aveva suscitato notevole scalpore; una poesia sugli organi interni. Tra gli anatomo-patologi era l’unico a dirsi convinto che dentro l’uomo non ci fossero solo viscere, ma anche un’anima e che dentro ogni anima si nascondesse uno sporco segreto. Per questo motivo aggrottava spesso la fronte, il che, assieme alle sue molte pubblicazioni, accresceva il già profondo rispetto che le segretarie nutrivano per lui.

Irene Dische, Pietose bugie, Feltrinelli, Traduzione di Agnese Grieco

Cinema. Debuttanti eccezionali. Steven Spielberg, Duel (1971) 3′

https://www.youtube.com/watch?v=o-vgfolxW3s

David Mann, tranquillo rappresentante di commercio, sta compiendo un viaggio in auto per lavoro, attraversando il deserto del Mojave. Su una strada semi-deserta supera una vecchia e lenta autocisterna che emette fumo denso dal tubo di scappamento. Poco dopo il camion lo supera di gran carriera per poi rallentargli davanti. David di nuovo supera l’autocisterna, il cui autista suona la tromba, offeso dall’oltraggio. Da questo momento si sviluppa un duello mortale fra i due veicoli.