Gianluigi Simonetti, Cosa ci dice lo Strega? (“Le parole e le cose”)

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Cosa succederebbe se prescindessimo dalla reputazione dello Strega e da un bel po’ di chiacchiere e provassimo a farci un’idea del premio guardando solo ai titoli che se lo sono aggiudicato dal 1947 a oggi?

Il barocco dei miserabili

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Lasciamo stare il curriculum di questo tizio, i lettori potranno cercarlo su Wikipedia, se avranno voglia di perdere tempo. Il tizio si chiama Massimo Corsaro (a destra nella foto) e qualcuno, democraticamente, l’ha eletto a rappresentante del popolo. I risultati delle elezioni possono essere sorprendenti, drammatici, perfino destabilizzanti ma non sono mai casuali; bisogna dunque pensare che esistano dei cittadini (non importa quanti) che sono, come si dice, in sintonia con il loro eletto, e che ieri sera, ascoltando i telegiornali, quei cittadini abbiano ridacchiato e si siano compiaciuti per il wit, l’esprit, l’agudeza del loro campione. Il quale ha pensato che sarebbe stato spiritoso, oltre che politicamente efficace, dare della testa di cazzo all’onorevole Emanuele Fiano, in riferimento a un suo progetto di legge sull’apologia di Fascismo. L’enunciato “testa di cazzo” non è ancora entrato nel nostro pubblico linguaggio politico, anche se l’espressione “vaffanculo”, dopo innumerevoli reiterazioni, è ormai entrata nel museo lessicografico comune accanto al dannunziano “Eia eia alalà”, al “Vae victis” e ad altre storiche locuzioni che gli scolari diligentemente studiano da tanti anni. Ma la sensibilità del Corsaro lo avvertiva che fra il “vaffanculo” e il “testa di cazzo” c’era ancora uno scarto per il quale i tempi non erano forse maturi, e come a volte succede, per aggirare la censura si ricorre alla perifrasi, alla metafora o ad altre figure retoriche. Così l’ingegno del tizio ha elaborato un’ardita costruzione dalle risonanze barocche: le sopracciglia di Fiano sarebbero due posticci che coprono le cicatrici della circoncisione. Il risultato dovette sembrare straordinario al tizio quando si accorse di aver partorito quasi senza accorgersene una specie di similitudine che, rispetto al progetto iniziale, metteva in campo anche la componente ebraica, un valore aggiunto imprevisto e prezioso. Il piccolo elaborato del tizio ha avuto la sua prevedibile risonanza mediatica di fronte alla quale il suo autore non si è scomposto più di tanto: “Ditemi che sono volgare”, ha dichiarato, “ma non che sono antisemita”. Il valore aggiunto non si tocca.

Foto storiche. Due ragazze in pausa. 1953

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La pausa è il momento in cui l’attore torna a una sua umana nudità, rafforzata per contrasto dal costume, che improvvisamente appare uno stravagante e spesso comico involucro – il Cid campeador si accende una sigaretta, Giulio Cesare telefona a casa, ecc.
La pausa di queste due ragazze che rifiatano fra una ripresa e l’altra induce, io credo, alla tenerezza proprio perché si tratta di due sex symbol, Marilyn Monroe e Jane Russell impegnate sul set di Gli uomini preferiscono le bionde. Le vere protagoniste della foto mi sembrano le gambe: le armi segrete del film (generosamente ballato e cantato) appaiono qui come semplici arti sui quali poggia il corpo umano: non recitanti, dunque, ma bisognosi di riposo, ancorché ben in salute (quelli di Jane Russell). Manca purtroppo lo scatto col massaggio ai piedi, ma forse è stato censurato dalla produzione per eccesso di verità.

 

Il video della domenica, “DONATELLA”. Ricordando Elsa Martinelli

Elsa Martinelli fu una delle prime mannequin (denominazione d’annata) che divenne diva – senza passare da Miss Italia – dopo essere stata cassiera e ancor prima ìnfilatrice di perle e fanciulla di famiglia modesta. “Donatella” è un film che precorre “Pretty woman”, ma con Emanuele Ferzetti al posto di Richard Gere e senza carte di credito, senza bagni schiuma. Dopo i primi successi, anche hollywoodiani, Elsa prese a recitare sempre meno copioni cinematografici per dedicarsi sempre più intensamente al suo copione personale, che era quello della signora del jet set. Gli anni l’avevano stilizzata, accentuando la distanza fra gli occhi e affilando gli spigoli delle mascelle. La ragazzina di “Donatella” si era progressivamente trasformata nell’icona glamour di una mantide inappetente, e dunque innocua. Diventata adulta, Cenerentola non conservava nemmeno il ricordo dell’ascensore sociale che l’aveva proiettata nel mondo dell’alta società della quale era divenuta ambasciatrice distaccata; la trama della fiaba si era cancellata, rimaneva solo un carnet di nomi scorporati dalle rispettive storie e risonanti in un immutato presente.

Wu Ming, La corazzata Potëmkin non è una cagata pazzesca

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Bisogna sfondare il muro del pregiudizio. Non è vero che questo e altri film d’antan sono film per pochi, non è vero che «la gente non capisce». Se gli dài l’occasione di vederli, capisce eccome.
La differenza rispetto ad altri film d’antan è che La corazzata Potëmkin molti credono di sapere com’è anche senza averlo visto. Lo associano a qualcosa che credono di conoscere – cioè l’intento di Luciano Salce e Paolo Villaggio nella celeberrima scena de Il secondo tragico Fantozzi (1976) – e quell’associazione ha tenuto a distanza il film. La corazzata Potëmkin è divenuta, a torto marcio, emblema di lunghezza e pesantezza.

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GILDA POLICASTRO, A CHI (NON) INTERESSA LA POESIA (“Le parole e le cose”)

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“Mentre mi smalta le unghie la mia estetista mi confida che ha scritto «un romanzo tipo Kinsella*» e che ha già dei contatti con un editore («mi ha chiesto 500 euro, ma un sogno vale molto di più»).”

*  Sophie Kinsella, pseudonimo di Madeleine Wickham, scrittrice inglese, autorevole esponente del genere chik lit aggiornamento del romanzo rosa  (chicken literature, letteratura da pollastrelle). (N.d.R.)

La documentalità e il web. Un dialogo con Maurizio Ferraris. A cura di Angela Condello (“Le parole e le cose”)

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“Il quantitativo si è trasformato nel qualitativo. In fondo, il web poggia su strutture tecniche, come la scrittura, che esistono da migliaia di anni. La trasformazione è consistita nel fatto che grazie al web è diventato facilissimo riprodurre e diffondere globalmente scritture e più generalmente registrazioni (immagini, video, suoni…), con un processo che anche solo vent’anni fa sarebbe stato inimmaginabile. Come sempre avviene con la tecnica, questo processo ha costituito non una alienazione, una trasformazione e una espropriazione della natura umana, bensì una rivelazione: ci ha mostrato chi siamo e cos’è il nostro mondo, e ha reso visibili delle strutture che probabilmente erano presenti già nel paleolitico, e che si ricollegano al nostro passato animale, solo che, per l’appunto, erano nascoste.”

 

Posteria d’estate

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Sarà certamente il caldo, sommato agli umori e ai malumori (soprattutto questi) che esso ingenera, ma quando si è sopra i trenta gradi gli aforismi fanno male. Sono dannosi anche d’inverno ma, non so perché, il metabolismo reagisce meglio. Quello che debilita nell’aforisma, o nella citazione proposta come aforisma, è la  carica assertiva (aggressiva) che il loro architetto (tendenzialmente subdolo) nasconde tra le fibre del breve enunciato prima di lanciarlo come un sasso, ritirare subito la mano e allontanarsi velocemente. Se ne va proprio, e non sappiamo come reagirebbe se qualcuno lo rincorresse per chiedergli: “Ma davvero un uomo che legge ne vale due? Ci sono dei lettori che si sono fatti fuori intere collane, da Sellerio a Einaudi, senza che si verificasse nessun valore aggiunto ” Ma sono perplessità che dobbiamo tenerci, perché gli autori di aforismi o sono morti o si trincerano dietro l’impunità che contraddistingue questo fastidioso sottogenere letterario (col quale si sono cimentati anche autori nobilissimi, intendiamoci). Per di più, circolano anche gli pseudoaforismi, che sono estrapolazioni mascherate, di solito da romanzi modesti ma di una qualche diffusione. Ieri mi è capitato di leggerne una, che non riferirò perché può darsi che l’autore sia un po’ innocente – voglio dire: una scivolata enfatica in trecento pagine può passar via come una scarpa rotta nell’acqua limpida di un torrente; il fatto è che la postante (si dice così?) aveva ritagliato quel piccolo orrore non si sa se come esempio di kitsch o come gioiello da indossare sull’abbronzatura estiva. Certo sopravviveremo anche a questi minuscoli dubbi, ma da ottobre in avanti, col fresco, ci riusciremo meglio.

Il video della domenica. INTERVISTA CON EUGENIO MONTALE. L’artista lirico? Genio e imbecillità

Montale sorride, addirittura ci regala qualche sottile risata. I suoi studi giovanili da baritono lo divertono, e ride anche per lo scampato pericolo: se avesse continuato la carriera, chissà come sarebbe diventata la sua vita. Montale racconta, ed è cosa abbastanza rara; sfortunatamente a un certo punto della conversazione l’intervistatore decide che il discorso sta diventando troppo scorrevole e  piacevole, quindi innesta (lui) la marcia poetica e incomincia a pennellare paesaggi da cui spunta qualche traccia di “meriggiare pallido” mentre sullo schermo ansima uno sbiadito paesaggio ligure. Ma per due terzi l’intervista è molto gustosa, la coda finale è il tristo pedaggio che si deve pagare alla poeticità. In tutti questi anni ci siamo abituati, come alle tasse.

Dietro la poesia

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Su Facebook, lo sappiamo, c’è un bel traffico di poesia. È sempre l’ora di punta. Senza semafori né corsie preferenziali né sensi vietati. Essa (poesia) circola liberamente, come le biciclette a Giethoorn, la celebrata città olandese senza strade né auto e popolata solo da ciclisti felici. Anzi, più che circolare essa poesia scorrazza: a viso scoperto, a volte travisata, oppure appena fatta, di giornata e messa in rete ancora calda di forno. Bisogna dire che ormai ci siamo abituati, così quando dal rullo dei post spunta la sagoma di una poesia facciamo istintivamente un piccolo salto in lungo illudendoci di sorvolarla. Ma nei primi due versi finiamo quasi sempre per impigliarci. E tutte le volte, mentre guardiamo l’effigie del (o della) postante ci prende una stizza infantile e irragionevole mentre siamo costretti a leggere almeno l’incipit, ad esempio: “Si amarono tra i noccioli/ sotto soli di rugiada”. Lo stato di alterazione malmostosa in cui ci troviamo è sufficiente ad abbassare quel poco di senso critico di cui disponiamo: “Cosa diavolo scrive di noccioli e di soli, costui! (o costei)”. Ma ormai siamo in trappola e scorriamo la poesia fino in fondo,  là dove a volte ci attende un nuovo motivo di irritazione, la firma dell’autore. Che spesso è la Szymborska, ma può essere anche Williams Carlos Williams o qualunque altro poeta che non siamo stati capaci di riconoscere a prima vista. Potremmo cogliere l’occasione per un piccolo bagno di umiltà, ma è troppo presto, lo smacco brucia ancora, quindi la nostra aggressività si rivolge al postante, che magari è anche un nostro conoscente: non ce lo immaginiamo proprio con un libro di poesie aperto sulle ginocchia e gli occhi che di tanto in tanto si sollevano dalla pagina per guardare i campi circostanti. Ma quali campi? Sappiamo che vive in città e che passa il suo tempo (libero e non libero) su whatsapp cercando di combinare per la sera, di combinare per acchiappare, e di acchiappare per proseguire quella sua patetica arrampicata sociale che non porterà da nessuna parte perché un tipo (tipa) del genere lo sgamano subito e se lo sopportano lo relegano ai margini come si merita… E proseguiamo la nostra invettiva sorda e muta che sprofonda nella cupaggine ad ogni gradino distruggendo l’innocente (e ignaro) postante. Tutto sommato, conviene lasciarla stare la poesia su facebook, e se proprio non se ne può fare a meno è meglio crearne una per l’occasione esponendosi a un ludibrio che in pochi minuti svanirà.

ABDALLA AL OMARI, L’ARTISTA SIRIANO CHE TRASFORMA I LEADER MONDIALI IN RIFUGIATI

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“All’inizio ho dipinto così per rabbia, sono un siriano scosso da tutto quello che sta succedendo al mio popolo. Poi ho voluto immaginare come sarebbero apparse queste grandi personalità, se fossero stati dei rifugiati”.
Così linearmente si esprime Al Omari sulla sua opera, e viene da pensare che la rabbia può essere un felice punto di partenza, soprattutto quando viene sublimata nel gesto pittorico di una discorsività semplice, quasi quotidiana. E la rabbia, mi pare, se era stata l’impulso iniziale, nel risultato finale non c’è più, ha lasciato il posto allo sgomento – non privo d’ironia, quella concediamola all’artista – che nasce dal capovolgimento di ruoli fra vittime e carnefici.

Il video della domenica. INSIDE CHANEL. 4′

Una favola moderna in chiave fashion, la storia di un’orfanella che divenne Coco Chanel. Prima puntata (ma le altre non le pubblicheremo, sono reperibili in rete).

 

MARIA ANNA MARIANI, DALLA COREA DEL SUD (“Le parole e le cose”)

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La storia autobiografica di ​un’italiana addottorata in letteratura, precaria,​ che per trovare lavoro all’università​ finisce in una piccola cittadina della Corea del Sud.