Mariano Bonifazi (Tognazzi) è un giudice integerrimo, Lorenzo Santenocito (Gassman) un imprenditore corrotto e senza scrupoli. In seguito alla morte di Silvana, prostituta d’alto bordo. Tra i due si gioca una partita dall’esito fallimentare per il giudice che, sconfitto, getta gli incartamenti dell’inchiesta nel rogo di un’auto data alle fiamme da supporter della nazionale di calcio italiana.
Emilio Lussu, “A chi l’Italia?” “A noi!” (frammento)

Quando il movimento fascista parve bene avviato, Giolitti sciolse la Camera e indisse le elezioni generali. Nella lista egli incluse, oltre la maggioranza dei liberali e dei democratici, i fascisti e i nazionalisti. Le elezioni avvennero nel maggio del ’21, fra violenze e disordini.
Io ero candidato in Sardegna, nella lista dell’opposizione. Nell’Isola, come nella gtan parte d’Italia, non vi erano ancora organizzazioni fasciste. Le elezioni avvennero quindi senza grandi contrasti. Ricordo solo un incidente.
A Villacidro, capoluogo di mandamento, in provincia di Cagliari, si era costituita all’ultimo momento una sezione fascista. Ne facevano parte alcuni conservatori e democratici, e parecchi gruppi operai in gran parte assoldati. Quando io vi arrivai fui accolto da una dimostrazione ostile.
“Fuori! Non deve parlare! Via i traditori della patria!”.
Io rimasi molto sorpreso. Invano i miei amici politici si atteggiavano a difensori della libertà della parola. Ben presto da difensori divennero imputati. Furono pressoché tutti dichiarati in arresto e condotti in carcere. Io rimasi solo, attorniato da una turba minacciosa. Il capo della polizia locale mi spiegò che, proprio per un particolare riguardo personale, non ordinava il mio arresto.
Nella confusione, uno dei dimostranti più infuriati trovò il modo di portarmi via il portafogli che conteneva qualche migliaio di lire. Me ne accorsi e subito indicai il ladro. Ma i pù frenetici s’interposero e inscenarono una dimostrazione clamorosa:
“A chi l’Italia?” domandarono i corifei.
“A noi” rispondeva la turba.
Veramente io mi adoperai a dimostrare che non si trattava dell’Italia ma del mio portafogli. Le mie proteste non furono prese in considerazione neppure dal capo della polizia che mi rispose con una esclamazione: “Incidenti della politica…”
Mentre io mi allontanavo, la voce di un oratore fascista rintronava nella piazza: “I valori morali…”
Finché, della dimostrazione, a me non arrivò che l’eco indistinta e lontana. Lo chauffeur che mi conduceva levò gli occhi per contemplare il sole ancora alto, e ammirato esclamò: “Magnifica giornata”.
Emilio Lussu, Marcia su Roma e dintorni, Mondadori
1° maggio, Calma e ordine

Quando lavorano a milioni, ma non vivono,
quando le madri offrono solo latte annacquato ai figli,
questo sì che è ordine.
Quando gli operai gridano «Dateci la luce!
Processate chi ci ruba il lavoro!»
questo sì che è disordine.
Quando i tubercolotici corrono al tornio,
quando dormono in tredici in una stanza,
questo si che è ordine.
Quando qualcuno si mette a urlare
perché vuole una vecchiaia assicurata,
questo sì che è disordine.
Quando ricchi eredi sulla neve svizzera
fan festa — e d’estate sul lago di Como —
allora sì che regna la calma.
Quando c’è rischio che le cose cambino,
quando è vietato speculare sulla terra,
allora sì che regna il disordine.
L’importante è non sentire gli affamati.
L’importante è non deformare le strade.
Guai gridare.
Con il tempo tutto andrà meglio.
L’evoluzione vi porterà tutto.
Lo ha scoperto il vostro deputato.
E se a quel punto foste tutti morti?
Beh, sulle vostre tombe si leggerà:
“Furono sempre amanti della calma, amanti dell’ordine.”
Kurt Tucholsky, Calma e ordine
Il video della domenica, Traduzioni. Carlo Lizzani, “La vita agra”, dal romanzo di Bianciardi. 1’30”
Il video della vergogna, “25 aprile, buono come il pane, bello come l’antifascismo”. 1’30”
Alberto Burgio, «Saluto al Duce!» (Machina)

Oggi vorrei spendere due parole in margine all’ultimo avvenimento di queste ore: la sentenza della Cassazione a sezioni riunite in base alla quale d’ora in avanti in Italia ci si potrà romanamente salutare con il braccio teso – come ai bei vecchi tempi – senza temere conseguenze penali. Il saluto romano sarà punibile ai sensi della legge Scelba soltanto se lo si potrà dimostrare connesso a un «concreto pericolo» di riorganizzazione del Partito fascista, dunque alla flagrante violazione di quanto disposto dalla Costituzione repubblicana.
Non considero questa sentenza soltanto avvilente e pericolosa in presenza di un rigoglioso proliferare di bande neofasciste e neonaziste. La ritengo anche profondamente sbagliata, frutto della sottovalutazione di un male le cui cause vanno ben al di là dell’irresistibile ascesa dei post-fascisti al governo.
Leggi l’intero articolo: https://www.machina-deriveapprodi.com/post/saluto-al-duce
Le figurine di Radiospazio. La stragrande maggioranza

Non c’è nulla di più irritante che essere, per esempio, ricchi, di buona famiglia, dotati di bella presenza, di un’istruzione abbastanza buona, non stupidi, persino di buon carattere e allo stesso tempo non aver nessun talento, nessuna particolarità, neanche qualche stranezza, nessuna idea personale, ed essere decisamente “come tutti gli altri”. Si ha la ricchezza, ma non si è dei Rothschild; la famiglia è perbene ma non si è mai distinta in niente; la presenza è gradevole, ma molto poco espressiva; il grado di istruzione è piuttosto buono, ma non sa come metterlo a frutto; l’intelligenza c’è, ma è priva di ‘idee proprie’; il cuore c’è, ma non conosce magnanimità, e così via, per tutti gli aspetti della vita. Questa gente è la stragrande maggioranza nel mondo e ce n’è persino più di quanta non sembri; la suddetta schiera si divide, come d’altronde tutto il genere umano, in due categorie primarie: della prima fanno parte gli uomini limitati; della seconda quelli “troppo intelligenti”.|
Fĕdor Dostoevskij, L’idiota
Auguri da Radiospazio

Da ragazzo si limitava a essere solamente antipatico e un po’ patetico.
Eric Kästner, Conosci il paese dove fioriscono i cannoni?

Otto Dix, La guerra squarcia la tela
Conosci il paese dove spuntano i cannoni?
Là sotto la cravatta spuntan bottoni da caporale,
là si portano elmi invisibili.
Là si hanno delle facce, ma non teste,
e chi va a letto pur già si riproduce.
Se un superiore, là, vuole qualcosa
-ed è il suo lavoro, volere qualcosa-
l’intelligenza prima si contorce e poi crepa,
gli occhi rotolano, e con nerbo, a destra.
Là i bambini vengono al mondo con piccoli speroni.
e con la divisa dei capelli già tracciata.
Là non si nasce come civili o borghesi,
là viene favorito chi tiene chiuso il becco.
Conosci quel paese? Potrebbe esser felice,
potrebbe esser felice e rendere felice.
Ci sono campi, carbone, acciaio e pietra,
ed onestà, e forza, ed altre belle cose.
Certo, di quando in quando ci son spirito e bene
e vero eroismo – ma non in molti.
Là c’è un bambino in un uomo su due,
che vuol sempre giocare ai soldatini.
La libertà, là, non matura, ma resta verde.
Ciò che pur si costruisce, diventa sempre caserme.
Conosci il paese dove spuntano i cannoni?
Non lo conosci? Tu lo conoscerai.
Versione italiana di Riccardo Venturi
Le figurine di Radiospazio. Una razza maleodorante

Gli scrittori sono una razza maleodorante che si prepara il cibo nei modi più schifosi. Una razza nomade che dorme nel proprio vomito, reietta dalle città, perseguitata nelle campagne, ma che riesce ovunque a stare vicina al potere, il quale le riserva un posto nei quartieri delle prostitute. Perché ovunque la letteratura assolve a una sola funzione: aiuta i superiori a tenere i soldati in stato di soggezione e i giudici a infliggere pene severe ai condannati. Lo scrittore è un incrocio tra un pope e un pappagallo,30 nel senso più elevato del termine. Se il padrone è francese parla in francese, se lo vendi in Persia dirà in persiano «sono uno scemo» oppure «voglio uno zuccherino». Il pappagallo non ha età e non sa quand’è giorno e quand’è notte. Il padrone, se gli viene a noia, lo copre con un drappo nero, che per la letteratura è un surrogato della notte.
Osip Mandel’štam, Il rumore del tempo, Adelphi
Il video della domenica. Fiamme di un inferno normale. SUPERFLEX, BURNING CAR.
https://www.youtube.com/watch?v=lHAjVLHrVAo
Nel buio della notte, un’auto viene incendiata. È rilevante? Dipende: se intorno a questo evento c’è un racconto, lo è. Forse nell’abitacolo era seduto qualcuno; forse l’auto nascondeva documenti di straordinaria importanza; forse apparteneva a un magistrato in prima linea nella lotta contro la malavita.
Forse il racconto è ancora un altro, più complesso.
Superflex piazza la macchina da presa di fronte all’auto e registra. Se guardiamo questo video di forse il racconto nasce dentro di noi.
Forse non nasce perché non vogliamo investire qualche minuto del nostro tempo o perché abbiamo timore delle immagini che potrebbe generare la nostra mente; in questo caso rimane una semplice auto che brucia, a testimoniare la nostra assuefazione al silenzio di un inferno che è diventato abituale.
Don Chisciotte e i commedianti

Una carretta uscí di traverso sulla strada, carica dei piú svariati e strani personaggi e figure che si siano mai potuti immaginare. Quello che guidava le mule e faceva da carrettiere era un orrido demonio. La carretta era scoperta, all’aria, senza né tenda né sponde. La prima figura che occorse agli occhi di don Chisciotte fu quella della Morte in persona, col volto umano; presso di lei c’era un angelo con grandi ali dipinte; su un lato c’era un imperatore con una corona in capo, che sembrava d’oro; ai piedi della Morte c’era il dio che chiamano Cupido, senza benda sugli occhi, ma col suo bravo arco, faretra e frecce; c’era un cavaliere armato di tutto punto, salvo che non portava né morione né celata, ma un cappello coperto di piume multicolori; e c’erano, oltre questi, altri personaggi con facce e costumi differenti. Tutto ciò, apparsogli all’improvviso, turbò in certo modo don Chisciotte e mise una gran paura nel cuore di Sancio, ma subito dopo don Chisciotte si rallegrò, pensando che gli si offrisse una nuova e pericolosa avventura, e con quest’idea, e con l’animo ben risoluto a affrontare qualsiasi pericolo, si parò dinanzi alla carretta e disse con voce alta e minacciosa: – Carrettiere, cocchiere, o diavolo, o chiunque tu sia, non tardare a dirmi chi sei, dove vai e chi è la gente che porti nel tuo trabiccolo, che pare piú la barca di Caronte che non una usuale carretta. Al che, docilmente, fermando la carretta, il Diavolo rispose: – Signore, noi siamo attori della compagnia di Angulo il Cattivo; abbiamo recitato in una località che sta dietro quel poggio, stamattina, che è l’ottava del Corpus, l’auto del Corteo della Morte1 e stasera dobbiamo rappresentarlo in quel paese che si vede da qui; e poiché eravamo cosí vicini, per risparmiarci il fastidio di spogliarci e rivestirci, ce ne andiamo con gli stessi costumi con cui recitiamo. Quel ragazzo è vestito da Morte; quell’altro da Angelo; quella donna, che è la moglie dell’impresario, da Regina; quell’altro, da Soldato; quello, da Imperatore; e io, da Demonio, e sono una delle figure principali dell’auto, perché in questa compagnia ho sempre le prime parti. Se altro la signoria vostra vuol sapere da noi, me lo chieda pure, che io le risponderò puntualmente, perché, essendo un diavolo, non c’è nulla che non possa fare. – Parola mia di cavaliere errante – rispose don Chisciotte –, appena ho visto questo carro ho pensato che mi si presentasse qualche grande avventura; e ora dico che bisogna toccar con mano le apparenze per poter uscire dall’inganno. Andate con Dio, brava gente, e fate pure la vostra festa, e se potete chiedermi cosa in cui io possa esservi utile, lo farò volentieri e di buon grado, perché sin da ragazzo ho avuta una passione per il teatro, e nella mia giovinezza quando vedevo una compagnia di comici morivo d’invidia. Mentre cosí discorrevano, volle il destino che arrivasse un altro della compagnia che era vestito da buffone, con un mucchio di sonagli, e sulla punta d’un bastone portava tre vesciche di vacca gonfiate; e questo buffone, avvicinatosi a don Chisciotte, cominciò a far la scherma col bastone, a sbattere in terra le vesciche e a far dei gran salti, facendo tintinnare i sonagli; e quella brutta apparizione spaventò tanto Ronzinante, che senza che don Chisciotte potesse trattenerlo, stretto il freno fra i denti, si dette a correre pei campi con una velocità che non avrebbero lasciato sospettare le sue scheletrite ossa. Sancio, vedendo il pericolo che il suo padrone correva d’esser sbalzato di sella, saltò giú dall’asino e corse in fretta a soccorrerlo, senonché quando giunse, egli era già in terra, e accanto a lui Ronzinante, stramazzato al suolo col suo padrone: solita conclusione e solito punto d’arrivo delle bravure e degli ardimenti di Ronzinante. Ma appena Sancio ebbe lasciato la sua cavalcatura per correre in aiuto di don Chisciotte, saltò sull’asino il diavolo che faceva ballare le vesciche e messosi a sbattergliele addosso, lo spaventò e il rumore, piú che il dolore dei colpi, lo fecero volare per la campagna verso il paese dove erano diretti per la festa. Sancio guardava il suo asino correre e il suo padrone caduto e non sapeva a quale dei due doveva pensare prima; ma poi, da buon scudiero e da buon servo, potè piú l’amore per il suo padrone che l’affetto per l’asino, benché ogni volta che vedeva la vescica alzarsi in aria e ricadere sulla groppa del suo asino, per lui erano strazio e sussulti di morte, e avrebbe preferito piuttosto che quei colpi li avessero dati a lui nelle pupille degli occhi che non sull’ultimo pelo della coda dell’asino. In questa tormentosa perplessità arrivò dove si trovava don Chisciotte un po’ piú malconcio di quanto avrebbe voluto, e aiutandolo a montare su Ronzinante, gli disse: – Signore, il Diavolo s’è portato via l’asino. – Che diavolo? – domandò don Chisciotte. – Quello delle vesciche – rispose Sancio. – Lo ricupererò io – replicò don Chisciotte –, dovesse anche portarselo con sé nei piú profondi e oscuri recessi dell’inferno. Seguimi, Sancio, che la carretta va piano, e con le sue mule compenserò la perdita dell’asino. – Non c’è piú bisogno che vi prendiate questa briga, signore – rispose Sancio –: la signoria vostra temperi la sua ira, perché, a quanto pare, il Diavolo ha lasciato l’asino, che ritorna all’ovile. Ed era vero, perché, essendo caduto il Diavolo con l’asino, per imitare don Chisciotte e Ronzinante, il Diavolo se n’era andato a piedi al paese e l’asino era tornato al suo padrone. – Ciò nonostante – disse don Chisciotte –, sarà bene castigare l’insolenza di quel demonio su qualcuno di quelli della carretta, fosse anche l’Imperatore in persona. – Se lo tolga dalla mente – replicò Sancio – e accetti il mio consiglio, che è di non prendersela mai con commedianti, che son gente privilegiata. Ho visto io un attore arrestato per due omicidi, e poi rimesso in libertà e senza spese. Sappia la signoria vostra che essendo gente allegra e che fa divertire, tutti li favoriscono, tutti li proteggono, li aiutano e li tengono in considerazione, tanto piú che son quelli delle compagnie reali e patentate2, che tutti, o quasi tutti, nei loro vestiti e nelle loro pose paiono dei principi.
Miguel de Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, Einaudi
Traduzione di Vittorio Bodini
Le figurine di Radiospazio. Vocazioni frustrate

– Lei ha tutto
per essere un grande attore
ma naturalmente adesso è troppo tardi
Occorre darsi al teatro molto presto
non a quattro o cinque anni come per il balletto
ma comunque a sedici o diciassette
Eppure il teatro mi ha sempre respinto
Un mucchio di scemi
che si rincorrono sulla scena
Perfino la sua voce è una voce d’attore
Ha mai pensato di darsi al circo
– Mai
– Da piccolissimo
avevo la fissazione di darmi al circo
come mia madre
che all’età di quattro anni
era fuggita da Vienna con un circo di zingari
nella lontana Ungheria
Un avvocato di Budapest
l’ha ricondotta a Vienna
quando la si dava ormai per morta già da tre mesi
Tutta la gente ha voglia di teatro
e di depravazione
Thomas Bernhard, Elisabetta II , Einaudi, Traduzione di Umberto Gandini
Cinema muto, la scoperta del plot. Georges Meliès, Il diavolo in convento (1899). 4′

https://www.youtube.com/watch?v=RaRqC4UNIyI
Diavoli, monache e diavolesse, più qualche accenno di comica con inseguimento alla Ridolini.
Questa sera, a Bologna, ore 21. Unica rappresentazione. Durata: 60′





