Bukowski e Fante (Il mestiere di scrivere)

Sì, Fante ha avuto una grande influenza su di me. Non molto tempo dopo averlo scoperto, mi misi a vivere con una donna. Beveva come una spugna , anche più di me,e assieme facevamo delle litigate feroci, durante le quali le gridavo: “Non chiamarmi figlio di puttana! Io sono Bandini, Arturo Bandini!”. Fante era il mio dio e io sapevo che gli déi vanno lasciati in pace, non si andava a bussare alla loro porta. E tuttavia mi piaceva immaginare la casa dove era vissuto, in “Angel’s Flight”, e illudermi che ci abitasse ancora. Ci passavo davanti quasi ogni giorno e mi chiedevo : è questa la finestra da cui è uscita Camilla? E’ quella la porta dell’albergo ? Quella la hall? Non l’ ho mai saputo. Ho riletto “Ask the Dust” quest’anno, trentanove anni dopo la prima volta, e ho dovuto riconoscere ce ha resistito al tempo, come tutte le altre opere di Fante. Questa ,però, resta la mia preferita perché è con essa che ho scoperto la magia. Fante ha scritto altri libri oltre “Dago Red” e “Wait until Spring”, Bandini, e i loro titoli sono “Full of Life” e “The Brotherhood of the Grape”. Attualmente sta lavorando al suo nuovo romanzo, “A Dream of Bunker Hill”. Per una serie di circostanze, quest’anno l’ho finalmente conosciuto.

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Ernst Toller, Dal buio del carcere

Ernst Toller, drammaturgo, poeta e attivista politico. Impegnatosi politicamente, appoggiò nel 1918 il crollo della monarchia in Baviera. Nel 1919 fu incarcerato a Eichstädt.

Nel carcere di Eichstädt, al piano superiore al nostro, c’erano i dormitori delle donne prigioniere. Gli uomini ne erano eccitati, di notte picchiavano sul soffitto; le ragazze rispondevano e scambiavano con loro corrispondenze amorose attraverso le condutture delle latrine: fogli arrotolati, legati a uno spago. Così si intrecciavano relazioni d’amore in cui amante e amata non si vedevano mai, ma descrivevano l’uno all’altro, con rozze espressioni, il loro aspetto esteriore; e si mandavano dei pegni d’amore, ciocche di capelli, pezzetti di stoffa che poi la notte tenevano stretti al petto, peli di vergogne.
Nel cortile della prigione c’era una piccola lavanderia, dove le prigioniere lavoravano sotto la sorveglianza di alcune guardiane. Una volta, la guardiana si allontana un momento: la ragazza rimane sola, schiaccia il viso contro la finestra, cerca con gli occhi la cella dell’uomo che le scrive da parecchie settimane e a cui lei da parecchie settimane risponde: lo ama, vorrebbe vederlo, come potrà riconoscerlo? Ma lui l’ha già riconosciuta, le fa cenno che è lui quello che l’ama; lei scuote il capo incredula, lui indica i suoi capelli neri ricciuti, il naso a becco, la cicatrice all’orecchio. Finalmente lei gli crede; e raggiante di gioia lo guarda, gli tende le braccia, vorrebbe poterlo toccare, abbracciare almeno una volta. Niente da fare: la grata li separa. Ma il sentimento di lei trabocca, e la costringe a staccarsi di corsa dalla finestra e a sbottonare il grosso abito di fustagno grigio. E adesso lei gli mostra il suo corpo, i piccoli seni turgidi, le gambe rotondette e ben tornite, e piange e ride di gioia. Finalmente può dimostrargli quanto lo ama: sì, farebbe tutto, tutto per lui. Nessuno dei due si accorge che la guardiana sta osservando la scena.
Quel semplice gesto di passione costò caro alla poveretta. Di lì a una settimana doveva essere posta in libertà condizionata; perdette il beneficio e fu costretta a scontare la pena.

Ernst Toller, Una giovinezza in Germania, Einaudi

Le figurine di Radiospazio. La paura

Ricetta

Scaccia la paura
e la paura della paura.
Per qualche anno le cose basteranno.
Il pane nel cassetto
e il vestito nell’armadio.
Non dire mio.
Hai preso le cose solo in prestito.
Vivi nel tempo e capisci
che poche cose ti servono.
Accasati.
E tieni pronta la valigia.
È vero quello che dicono:
ciò che deve succedere, succederà.
Non andare incontro alla pena.
E quando arriva,
guardala tranquillamente.
È effimera come la felicità.
Non aspettare nulla.
E abbi cura del tuo segreto.
Anche il fratello tradisce
se si tratta di te o di lui.
Prendi la tua ombra
come compagna.
Scopa bene la tua stanza.
E saluta il tuo vicino.
Aggiusta il recinto
e anche il campanello alla porta.
Tieni aperta la ferita dentro di te
sotto il tetto delle cose che passano.
Strappa i tuoi piani. Sii saggio
e credi nei miracoli.
Sono iscritti da tanto tempo
nel grande piano.
Scaccia la paura
e la paura della paura.

Masha Kaléko

Edoardo Sanguineti, Se d’amore si muore

se d’amore si muore, siamo morti noi: siamo un romanzo d’appendice in atto: (anzi,
siamo un romanzo nazional-popolare, ma calibraticamente camuffato da romanzetto rosa): (anzi,
siamo un romanzo osé): (un rosé): (anzi, una coppia di vegeti, di vegetanti vecchietti,
torchiati nel torpido torchio delle nozze d’argento): (a un passo, a un pelo, appena,
da un romanzo nero): (siamo un romanzo rosso, quasi): e noi facciamo, parliamoci chiaro,
pena piena, e pietà
comunico le coordinate necessarie; torno da Como, è il 26
settembre, sono le 21,37, ho chiesto il conto al ristorante, prenderò il rapido
delle 21,50, e ti ho capito: è tutto:
perché, per te, per me, non è possibile
sopportarla più oltre, questa ambivalenza insolubile, nel vino della vita che viviamo:
questa vita, anzi: (la vita): (annacquata, innacquata): e se ti dico e se ti scrivo che
non sono altro che un contemporaneo, a capirmi, a capirci, se va bene, abbiamo, in tutto
e per tutto, il 25% dei nostri eredi naturali, allo stato attuale delle cose:
così, con tanti auguri, ti aggiungo, poi, che noi
se d’amore si vive, siamo vivi.

Edoardo Sanguineti, Mikrokosmos, Feltrinelli

Le figurine di Radiospazio. Personaggi

Per me, almeno, la scrittura consiste soprattutto nell’esplorare l’intuizione. Un personaggio è veramente un carattere, incarnato, vestito e dotato della voce che sembra richiedere, maschile o femminile che sia. Da dove proviene questa creatura? Dall’osservazione, immagino. Dalla lettura del significato emozionale in gesti e inflessioni, come facciamo sempre tutti. Questi momenti di identificazione intuitiva si liberano della loro circostanza particolare e si ricombinano  in persone inesistenti che l’autore, e, se tutto va bene, il lettore, hanno la sensazione di conoscere.
Nella narrativa e nella vita c’è una grande differenza tra il conoscere qualcuno e  l’essere informato su qualcuno. Quando un autore è informato su un personaggio, scrive per la trama. Quando conosce il suo personaggio scrive per esplorare, e percepire l’impatto della realtà su un sistema nervoso che non è assolutamente il suo.

Marilynne Robinson, Quanto ero piccola leggevo libri, Minimum Fax

Video. Francesco Ghisi, “Ricordati di non dimenticare” (Speciale Nuto Revelli). Imperdibile

https://www.youtube.com/watch?v=v5iU-yWyy3I&ab_channel=FrancescoGhisi

Una delle più limpide coscienze del secondo Novecento

Rainer Maria Rilke. Il mio poeta (frammento)

Siedo e leggo un poeta. Nella sala c’è molta gente, ma non si avverte. Sono nei libri. A volte si muovono tra le pagine come persone che dormono e si rigirano tra due sogni. Ah, come è buono stare in mezzo a uomini che leggono. Perché non sono sempre così? Puoi avvicinarti a uno e sfiorarlo: non sente nulla. E se nell’alzarti urti appena un vicino e ti scusi, lui accenna col capo dalla parte in cui sente la tua voce, il suo viso si volge verso di te e non ti vede, e i suoi capelli sono come i capelli di un uomo che dorme. Come fa bene questo. Ed io siedo e ho un poeta. Che destino. Nella sala sono ora forse trecento persone, ma è impossibile che ognuna di esse abbia un poeta. (Sa Iddio che cos’hanno). Trecento poeti non esistono. Ma guarda quale destino, io, forse il più misero di questi lettori, uno straniero: io ho un poeta. Sebbene sia povero.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, Adelphi

Le figurine di Radiospazio. Visi

Imparo a vedere… Sì, comincio. Va ancora male. Ma voglio profittare del mio tempo.
Che non mi sono mai reso conto, per esempio, di quanti visi ci sono. Di uomini ce n’è una quantità, ma di visi molti più, perché ogni uomo ne ha parecchi. Ci sono persone che portano un viso per anni, è naturale che lo logorino, diventa sporco, cede nelle pieghe, si sforma come un guanto calzato in viaggio. Persone econome, semplici; non lo cambiano, non lo fanno neppure pulire. «Va abbastanza bene» affermano, e chi può loro provare il contrario? Certo ci si domanda, poiché hanno parecchi visi, che ne fanno degli altri. Li mettono da parte. Li porteranno i loro figli. Ma accade pure che con quei visi escano i loro cani. Perché no? Un viso è un viso. Altre persone mettono i loro visi con rapidità eccezionale, uno dopo l’altro, e li consumano. Pensano sulle prime di averne per sempre, ma non sono ancora ai quaranta: ecco l’ultimo. Naturalmente ciò ha il suo lato tragico. Non sono abituati a risparmiare visi, dopo otto giorni l’ultimo è finito, ha buchi, in molti punti è sottile come carta, e a poco a poco affiora il sottofondo, il nonviso, e loro camminano con quello.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge , Adelphi,
Traduzione Giorgio Zampa

Ascolti traversi. Pellegrino Tomeoni

Succede che in un giorno sospeso
– può succedere, è un’eventualità
nulla ci è dovuto, Franz
(desiderare, sì, questo è consentito,
ma non sposta niente, Franz:
lei ha potere di fare accadere le cose?
Ecco, vede? Nemmeno io.)
Desiderare, dicevo, ma poco poco.
Flebilmente, ecco, con un filo di voce,
si potrebbe dire, se il desiderio
fosse esprimibile a parole, ma non è questo il caso.
Dunque, necessariamente,
il desiderio se ne deve stare in anticamera.
In quella del Pensiero, Franz, è evidente!
Ha mai visto un desiderio
nella sala d’attesa di un dentista?
O di un notaio?
Nemmeno io.
L’habitat naturale del desiderio
è sala d’aspetto del Pensiero,
laddove il concetto stesso di anticamera
implica la possibilità,
anzi la forte probabilità
di non essere mai ricevuti;
ce lo conferma una ricca aneddotica popolare:
«Dopo due ore
mi ha mandato a dire di tornare giovedì.»
Il Pensiero ha sempre molto da fare,
ogni tanto si affaccia nell’anticamera,
dà un’occhiata,
vede l’assembramento di desideri in attesa
e subito richiude la porta.

Non so come, lei mi ha dirottato sul desiderio, Franz.
Non neghi l’evidenza, ci siamo solo noi due,
e io certamente non son stato.
Si figuri se, col mio vissuto
e diciamo anche col mio presente,
andavo a pestare la coda al desiderio.
Tanto peggio. Dico per lei, Franz,
perché adesso bisogna ricominciare.
Stavo dicendo: Un giorno succede…
Ecco, sì, succede:
succede l’incontro, questo era l’argomento.
Il caso Pellegrino Tomeoni.
Non lo conosce? Fino a ieri, nemmeno io,
Pellegrino Tomeoni, 1755-1820, nato a Lucca,
discendente di una dinastia di musicisti
e compositore a sua volta.
Tutto questo non la interessa, vero, Franz?
Nemmeno a me, ma non si può pretendere
di vedere solo gente stimolante.
Le consiglio di lasciar perdere tutta la produzione organistica
del Tomeoni, Franz, e di concentrarsi
su un Allegro per pianoforte.
Non mi chieda se è il movimento che apre la sonata
oppure la conclude, dopo un Minuetto,
come tutte le sue colleghe oneste.
Non me lo chieda perché non lo so, Franz,
è un Allegro orfano.
Forse a Tomeoni gli è scappato di scriverlo
fra un Magnificat e un Offertorio organistici,
giusto per tirare il fiato
in pausa, sull’armonium della sagrestia.
Si metta il cuore in pace, non lo sapremo mai,
gli storici della musica hanno tanto altro da fare,
proprio come il Pensiero. Infatti
sono due secoli che il Tomeoni
se ne sta seduto anche lui in sala d’aspetto
con sulle ginocchia il suo piccolo mistero.
Mi segue, Franz? Bene. Ora si concentri su questo Allegro
Fatto? Bene.
Mi dica: le è sembrato memorabile?
Ha ragione, neanche a me.
Di buona fattura, ma questo era scontato,
stiamo parlando di un musicista,
non di una scimmia
che impazza con le mani sulla tastiera.
Però non memorabile.
Ma dire tempo perso è da presuntuosi, Franz.
Sentiamo, cosa avrebbe fatto lei
di notevole,
o anche solo di utile
durante quei pochi minuti di ascolto?
Per me invece
è stata, nel suo piccolo,  una figura toccante:
il Pellegrino sulla panca,
consapevole di essere diventato invisibile dal 1820
e che tuttavia aspetta, con lo spartito del suo Adagio in mano
ben arrotolato e infiocchettato da un nastrino rosso
un po’ sbiadito dai secoli.
Contrariamente a lei, Franz, che è un borioso,
mi è parsa un’immagine di grande dignità,
il rappresentante sindacale di tutti i dimenticati.

Le figurine di Radiospazio. Il Passo e la Danza

Matisse: Jazz: Circo

È letteratura tutto ciò che non usa il linguaggio in modo strumentale, come mero mezzo, ma anche e soprattutto come fine. Per spiegare come ciò sia possibile Valéry introduce un’illuminante similitudine: quando un bambino acquista maggiore dimestichezza con le sue gambe, scopre che «può non solo camminare, ma anche correre; e non solo camminare e correre, ma anche danzare». Il bambino ha così «inventato e scoperto una specie di utilità di secondo grado per le sue membra». Infatti, mentre camminare è «un’attività abbastanza monotona e poco perfezionabile», la danza permette «un’infinità di creazioni, variazioni o figure». Valéry si chiede dunque se «quanto alla parola, non potrà forse trovare uno sviluppo analogo». Il bambino impara che con la facoltà di parlare può fare anche qualcosa di diverso che chiedere la marmellata o negare le sue marachelle: «Si impadronirà del potere di ragionamento; si creerà delle fantasie [fictions] che lo divertiranno quando è solo; ripeterà fra sé e sé delle parole che gli saranno piaciute per la loro stranezza e il loro mistero». Nasce così un uso del linguaggio alternativo a quello strumentale che si pone alla base di quell’arte del linguaggio genericamente identificata con la letteratura, la produzione di opere in versi o in prosa: «Così, parallelamente al Passo e alla Danza, troveranno posto e si distingueranno in lui i tipi diversi della Prosa e della Poesia»

Danilo Manca, Valéry e la filosofia della letteratura
Rivista di estetica, Open edition

Cinema. Le grandi coppie. Walter Matthau e George Burns, I ragazzi irrestistibili

https://www.youtube.com/watch?v=5GjTH448jvY

I ragazzi irresistibili (1972), regia di Herbert Ross. Tratto dall’omonima commedia di Neil Simon
Willy Clark e Al Lewis (Walter Matthau e George Burns) sono due vecchi comici di vaudeville che hanno lavorato una vita insieme per poi lasciarsi malamente a causa del pessimo carattere di Willy, il cui nipote ha l’infelice idea di rimettere in piedi la gloriosa coppia per una rentrée televisiva. Dopo undici anni di silenzio, i due vecchi attori si ritrovano a provare gli antichi sketch. Inevitabile che riaffiorino antichi rancori, peggiorati dall’età.

Alfred Döblin, La danza della morte (frammento)

Joseph Friedrich Limmer, Vandervögel

Berlin Alexanderplatz narra la storia di Franz Biberkopf, un ex detenuto che cerca di ricostruire la sua vita nella Berlino degli anni Venti, dopo aver scontato una pena per omicidio colposo. Nonostante i suoi tentativi di cambiare vita, non potrà sottrarsi alla miseria, alla criminalità, alla morte.

La morte ha cominciato la sua lenta, lenta canzone. La canta come un balbuziente, ripete ogni parola; dopo aver cantato un verso, ripete il primo e ricomincia. Canta come se una sega si muovesse avanti e indietro. Comincia molto lentamente, poi penetra in profondità nella carne, stride più forte, più acuta e più alta, infine termina con un’ultima nota e si riposa. Dopodiché si ritira pian piano, stridendo, e il suo tono diventa più alto e più fermo e stride e penetra nella carne
Lenta canta la morte.
«È arrivato il momento che io compaia al tuo fianco, perché i semi colano dalla finestra e tu scuoti il tuo lenzuolo come se non dovessi mai più tornare a letto. Non sono un semplice mietitore, non sono un semplice seminatore, devo essere qui perché ci tengo a preservare. Oh sì! Oh sì!»
Oh sì, canta la morte al termine di ogni strofa. E quando fa un movimento deciso, anche in quel caso canta: oh sì, perché si diverte. Coloro che la ascoltano, tuttavia, chiudono gli occhi, è insopportabile.
Lenta, lenta canta la morte, e la perversa Babilonia la ascolta e la ascoltano le potenze della tempesta.
«Sono qui e mi tocca costatare che quello qui disteso, che offre la sua vita e il suo corpo, è Franz Biberkopf. Dov’è, lo sa, e anche cosa vuole.»
È senza dubbio una bella canzone, ma Franz riesce a sentirla? E cosa potrà mai significare che la canti la morte? Stampata in un libro o letta ad alta voce sarebbe  poesia, Schubert ha composto canzoni simili, La morte e la fanciulla, ma che significa qui?
Dirò la pura verità, la pura verità, e la verità è che Franz Biberkopf sente la morte, questa morte, e la sente cantare liberamente, cantare come uno che balbetta, con continue ripetizioni, come una sega che penetra nel legno.
«Mi tocca constatare, Franz Biberkopf, che te ne stai lì disteso e vuoi venire con me. Sì, avevi ragione, Franz, a voler venire con me. Come può prosperare un uomo se non cerca la morte? La vera morte, la morte autentica. Per tutta la tua vita ti sei protetto. Proteggersi, proteggersi, ecco qual è il pavido desiderio dell’uomo, ecco perché resta impantanato e non avanza. Quando ho parlato con te per la prima volta, tu ti sei ubriacato e ti sei… protetto! Il tuo braccio si è fracassato, la tua vita era in pericolo, Franz, ammettilo, neanche per un attimo hai pensato alla morte, sono stata io a mandarti ogni cosa, ma tu non mi hai riconosciuta e quando hai capito chi ero, sempre più furibondo e spaventato sei fuggito da me. Ti sei aggrappato alla tua forza, e quella contrazione ancora non si è sciolta, eppure non serve a niente, l’hai capito da solo, non serve a niente, quando arriva il momento non serve a niente, la morte non ti canta una dolce canzone né ti lega al collo un laccio che ti strozzi. Io sono la vita e la forza più vera, e tu finalmente, finalmente non ti proteggerai più.
«Come? Ma come! Che vuoi da me, che vuoi farmi?»
«Io sono la vita e la forza più vera, la mia forza sovrasta il più grande cannone, pace con me non avrai in nessuna regione. Te stesso scoprirai, alla prova ti metterai, la vita senza di me non val la pena, sai. Vieni, avvicinati a me, così mi puoi vedere, Franz, guarda, sei in un baratro, ma io ti mostrerò una scala, perché tu possa scoprire un nuovo orizzonte, Ora salirai da me, io ti reggerò la scala, hai solo un braccio, ma aggrappati forte, i tuoi piedi poggiano saldi, aggrappati, sali, vieni.»
«Non vedo nessuna scala nell’oscurità, dov’è, e non posso arrampicarmi col mio unico braccio.»
«Non è necessario che ti arrampichi con il braccio, arrampicati con le gambe.»
«Non posso tenermi, non ha senso ciò che mi chiedi.»
«Il problema è che non vuoi avvicinarti a me, Farò luce, così troverai la strada.»
Allora la morte tira fuori il braccio destro che aveva dietro la schiena, e si capisce perché lo aveva tenuto nascosto dietro la schiena.
«Se ti manca il coraggio di avanzare nell’oscurità, ti illuminerò, striscia qui, avvicinati.»
Una scure lampeggia nell’aria, lampeggia, si spegne.
«Striscia più vicino, più vicino!»
E brandisce la scure, dall’alto, da dietro la testa, la fa vibrare in avanti e ancora più lontano in un arco, in un cerchio che il braccio descrive, e sembra che la scure le sfugga sibilando. Ma già la sua mano si alza da dietro la testa, e brandisce un’altra scure. Lampeggia, si abbatte, ghigliottina nell’aria un semicerchio, lì davanti, colpisce, colpisce, e una nuova scure sibila, un’altra sibila e un’altra ancora.
Vibra in alto, si abbatte, taglia, vibra in alto, colpisce, taglia, vibra, cala, taglia, vibra cala taglia, vibra zac, vibra zac.
E tra i bagliori di luce, mentre la scure vibra e lampeggia e taglia, Franz striscia alla ricerca della scala. Grida, grida, grida Franz. E non retrocede. Grida Franz. La morte è lì.

Alfred Döblin, Berlin Alexanderplatz, Mondadori, Traduzione di Giusi Drago