Il timoniere gentile. Addio a Gianluigi Pizzetti

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Gli attori li conosci meglio quando le cose procedono nello smarrimento. Non parlo delle contrarietà che accompagnano le produzioni marginali, a quelle ti abitui presto e anzi, con una punta di (forzato) snobismo, impari a fregiartene come di una assurda medaglietta di latta; dico invece di quello smarrimento più sottile da cui sono colti i teatranti quando si accorgono che sta salendo la nebbia della solitudine. Si continua ad andare, naturalmente, mica ci si può fermare, ma dove si vada è meno chiaro di quando si è partiti; soprattutto, ed è ancora peggio, incomincia a venir meno il senso di ciò che si fa: con chi lo si condivide? Non c’è nessuno in vista, se non un pubblico molto ipotetico. Insomma, bisogna uscire dalla palude da soli, a braccia, afferrandosi per il codino e tirando con tutte le forze, secondo l’insegnamento del Barone di Münchhausen. A differenza del Barone, Gianluigi riusciva in questa difficile impresa senza sforzo (e, vista la sua bellissima calvizie, anche senza usare il codino); aveva fatto, e soprattutto vissuto, tanto teatro da poter attraversare la palude con una mite gentilezza che contagiava anche i suoi compagni. Teneva la rotta, sia dello spettacolo che dei rapporti, con l’istinto del timoniere, come gli dicevo ogni tanto inducendolo a schermirsi. Scherzavo e lo pensavo davvero. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui, lo scorso autunno, in un trittico di spettacoli (di cui trovate traccia nel nostro blog *); il terzo era una riscrittura dei Colloqui col professor Y, di Céline. Quando mandai il copione a Gianluigi, qualche mese prima delle prove, mi disse che sperava di essere all’altezza di un’impresa così difficile (la modestia era autentica): avrebbe studiato tutta l’estate, altrimenti non ne saremmo usciti. All’inizio delle prove eravamo preoccupati tutti e due per la medesima ragione: non è facile per un regista lavorare con un attore che ha mandato il testo a memoria; inevitabilmente, il copione si modella sulle intonazioni e sui ritmi del suo interprete come un abito su misura, e non è facile, poi, scucire e modularlo su un disegno registico. Il primo a rendersene conto era proprio Gianluigi, ma non c’era altra soluzione.
La prima prova fu un imprevedibile “Pizzetti show” (peccato non averlo registrato): il testo céliniano si sviluppava in combinazioni fantasiose e per me inaspettate, una vera riscrittura d’attore attraverso la quale mi sembrava di leggere spettacoli e personaggi molto nitidi e al tempo stesso non riconoscibili uno per uno: un background dell’attore e un angolo di storia del nostro fare teatro (più o meno) recente nel quale ritrovavo forme e attori scomparsi. Forse era semplicemente la Tradizione, ma senza la prosopopea che il termine spesso si porta dietro. Lo spettacolo sarebbe stato tutt’altra cosa, ma quel primo personale show, sul quale Gianluigi ragionava con lucidità e autoironia, fu un’ottima base di partenza: la sua intelligente disponibilità a mettere in discussione ciò che aveva costruito in solitudine  ci permise di realizzare una trasmutazione che non credevo possibile: il testo di Céline, così pericolosamente legato al personaggio dell’autore che agisce sulla scena (è imbarazzante: come parla Céline, come si muove?), si trasferì perfettamente in un Céline/Pizzetti, che era (fortunatamente) altro, autonomo. Alla mia riscrittura drammaturgica Gianluigi aveva sovrapposto la sua. Per dire meglio, era la sua storia d’attore che si riversava nel presente dello spettacolo, con la generosità e la consapevolezza laica e nobile dell’effimero che è connaturato a questo lavoro.

Vedi Céline sul métro, Video integrale
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/01/14/celine-sul-metro-video-integrale/

*https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/11/01/fellini-radioshow-questa-sera-il-debutto-si-replica-al-teatro-astra-fino-all8-di-ottobre/

https://radiospazioteatro.wordpress.com/2017/11/10/maison-savinio-debutta-questa-sera-alle-19-al-teatro-astra/

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Galleria. Il latte

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Una cosa alla volta, si diceva. Se lo ripeteva da quando era uscita di corsa: una alla volta, o mi scoppia la testa. Anzitutto il latte per i bambini. La cosa più importante. Non era vero, ma come madre sentiva in dovere di pensarlo: il latte per i bambini. Di cose importanti ce n’erano molte altre. Parlare con suo marito, ma anche con Bertrand. Le erano venuti in mente tutti e due nello stesso istante, da chi doveva incominciare? Forse non aveva importanza, perché il messaggio era lo stesso: “E’ finita”. Anche prendere il treno era molto importante, ma prima bisognava sapere per dove. Difficile, le cose non erano in sequenza e la testa incominciava a scricchiolare. Decise per Arles. Si chiese perché, ma si rispose che se incominciava a farsi delle domande perdeva il filo. Si disse allora: Carcassonne. Doveva lasciare una lettera? Che stupidaggine: se parlava con suo marito e con Bertrand era inutile. Però poteva essere la soluzione migliore: lasciare righe lasciate sul tavolo di cucina, e correre alla stazione. Adesso la lettera era in cima alla lista mentre le altre cose scappavano da tutte le parti. Una alla volta, ripeté. E ricominciò da capo, dal denaro per il biglietto.
Perché quel suo romanzo era così turbinoso e scomposto? Era stata la maledizione di sua madre? E già sua madre si era fatta largo fra le cose e si era seduta lassù in cima alla lista per guardarla meglio con quei suo occhi che erano stati sempre vuoti, anche da viva. Salmodiava dal naso: “Il latte per i bambini”. Se fosse stato possibile darle un pugno! Strinse più forte la bottiglia. 

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“Una vecchia signora col numero di Auschwitz sul braccio”. L’intervento di Liliana Segre al Senato. 5′

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/05/governo-il-primo-intervento-in-aula-di-liliana-segre-aiutiamo-gli-italiani-a-essere-vigili-acclamazione-unanime/4406044/

Una lezione lucida e pacata di fronte alla quale anche la canea ha taciuto e si è alzata in piedi (per imitazione, ma anche, forse, per un barlume di imbarazzo).

Vedi anche Liliana Segre, Intorno a me si vedono delle cose: https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/05/29/liliana-segre-intorno-a-me-si-vedono-delle-cose-45/

Daniela Brogi, “Dogman”, la verità dell’immaginazione

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“La paura di essere aggrediti: la scena iniziale di Dogman ci butta subito addosso a quest’emozione estrema, grazie al primo piano sul muso di un molossoide enorme (come quelli usati dalla malavita per i combattimenti), che ci guarda minaccioso, sopra un bancone metallico, ringhiando e mostrandoci le zanne, in un locale chiuso, semibuio, illuminato da una luce artificiale, dove la belva (che è davvero spaventosa, ma è tutta bianca, emana qualcosa di magico) sarà ammansita, a poco a poco e con paziente dolcezza, da un omino dalla voce sottile, che si rivolge ai cani chiamandoli «Amoòre» strascicando la emme su una “o” aperta fino all’impossibile, in una specie di abbraccio sonoro, e arrotando la erre, come per gioco, come se parlasse a un bambino. Siamo già entrati in un mondo fuori norma, dilatato, quasi fantasmatico, e il film ci sta mostrando dove andare,”

Lsggi il resto dell’articolo: http://www.doppiozero.com/materiali/dogman-e-la-verita-dellimmaginazione

 

Raoul Bruni, Il contro-Sessantotto di Luciano Bianciardi (Le parole e le cose)

 

02clt-1-1479733586657luciano-bianciardi-1032-1.jpg“Bianciardi riracconta le Cinque giornate di Milano, posticipandone le vicende di oltre un secolo, dal 1848 al 1959, attualizzando così quell’epopea risorgimentale, a cui aveva già dedicato molte opere, tra cui lo scoppiettante pastiche La battaglia soda. In Aprire il fuoco Bianciardi rilegge e riscrive le Cinque giornate come una prefigurazione delle rivolte studentesche del Sessantotto. In totale controtendenza rispetto allo storicismo della cultura italiana coeva, lo scrittore abbatte ogni diaframma cronologico tra passato e presente, facendo direttamente interagire figure eminenti della storia risorgimentale (come Correnti e Cattaneo), uomini contemporanei del mondo dello spettacolo o della cultura (Enzo Jannacci, Giorgio Bocca, Domenico Porzio, Ugo Tognazzi, ecc.) e personaggi inventati di sana pianta. La cronaca delle rivolte assume talvolta un tono satirico che fa pensare ai Paralipomeni di Leopardi. Riassumendo con ironia le tendenze delle varie correnti, Bianciardi parla di quella che aveva «scelto ad emblema e divisa la cosiddetta linea emme, cioè la lettera iniziale dei nomi dei teorici a cui essa parte si rifaceva, e cioè il Mazzini, il Marx, il Mao, il Min e il Marcuse. (Gli avversari ci mettevano anche, a beffa, il Mussolini)».”
leggi il resto dell’articolo: 
http://www.leparoleelecose.it/?p=32336#more-32336

Liliana Segre: “Intorno a me si vedono delle cose…” 45″

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Liliana Segre, numero di matricola 75190 (Auschwitz), da qualche anno racconta la sua storia, che è testimonianza della grande tragedia del Novecento, e lo fa con una pacatezza che diventa un prezioso strumento pedagogico di fronte alla canea dalla quale siamo straziati. Questa affascinante signora (e ottima narratrice orale) di ottantotto anni gira le scuole portando agli studenti il suo racconto che ha elaborato per molti anni nel silenzio. In questa breve dichiarazione, Liliana Segre ci confida una sua sensazione: si sta addensando qualcosa che non ha ancora forma né nome, ma che la signora ha purtroppo già conosciuto.

 

Oliver Burkeman, E se veramente non avessimo tempo per fare tutto? (Internazionale)

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Se siete ossessionati almeno un minimo di quanto lo sono io dal problema di come gestire il vostro tempo, forse vi siete imbattuti – con un certo fastidio – nella storia dei sassi nel barattolo.
Per quanto ne so, a proporla per primo è stato il guru dell’autoaiuto Stephen Covey, e una delle versioni è: un insegnante mostra ai suoi alunni un barattolo di marmellata, qualche sasso più grande, qualcuno più piccolo e un po’ di sabbia. Il loro compito è farli entrare tutti nel barattolo. Gli studenti, che evidentemente non sono delle cime, cercano di metterci prima la sabbia e i sassolini, ma poi si accorgono che i sassi più grandi non c’entrano.
A quel punto l’insegnante, senza dubbio con un sorriso di sufficienza, svela la soluzione: meglio mettere prima i sassi grandi, poi i sassolini e infine la sabbia, perché gli oggetti più piccoli si assestano negli spazi lasciati liberi da quelli più grandi. La morale della storia è che dobbiamo prima sbrigare le faccende importanti – i “sassi più grandi” – cioè stabilire delle priorità. Altrimenti non troveremo mai il tempo per fare tutto.

Leggi il resto dell’articolohttps://www.internazionale.it/opinione/oliver-burkeman/2018/05/16/poco-tempo

Pathos e ironia. Cechov, Un uomo di conoscenza (racconto)

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Cechov è un autore da maneggiare con cautela, soprattutto quando, come in questo racconto, lo scenario che allestisce è dichiaratamente patetico. Nella goffa disavventura della ragazza di vita che andò per spremere e fu spremuta ci sono almeno due spie che ci segnalano l’uso ironico della componente patetica: l’inizio e la fine del racconto.

Dimessa dall’ospedale, mi trovai in una condizione in cui prima non ero mai stata: senza asilo e senza un soldo. Come fare? Per prima cosa mi recai in una casa di pegno e v’impegnai l’anello con turchese: l’unico mio prezioso. Mi diedero un rublo, ma… che comprare con un rublo? Con questo denaro non compri né una corta camicetta alla moda, né un alto cappello, né delle babbucce color bronzo; e senza queste cose io mi sentivo come nuda. Se avessi incontrato un uomo di conoscenza mi sarei fatta dare del denaro… ma uomini di conoscenza non se ne incontravano. Non è difficile incontrarli la sera al Renaissance , ma al Renaissance non lasciano entrare in questa veste semplice e senza cappello.
Mi ricordai del dentista Finkel, un ebreo convertito, che tre mesi prima mi aveva regalato un braccialetto e a cui una volta, a cena al circolo tedesco, avevo versato in testa un bicchiere di birra. Andando da lui pensavo: «Se non mi darà qualcosa gli fracasserò tutte le lampade».
Ma quando fui davanti al campanello, cominciai ad aver paura e ad agitarmi, cosa che non mi era mai successa. E suonai irresoluta. La cameriera mi accompagnò nel gabinetto del dottore e mi fece accomodare in sala lussuosa, magnifica. Mi balzò agli occhi un grande specchio, in cui mi vidi: una cenciosa senza l’alto cappello, senza camicetta alla moda e senza babbucce coloro bronzo.
Di lì a cinque minuti si aprì un uscio, ed entrò Finkel, alto, bruno, dalle guance grasse e gli occhi a fior di testa. Al Renaissance e al Circolo Tedesco di solito era brillo, spendeva molto per le donne e sopportava paziente i loro scherzi – per esempio, quando gli avevo versato in testa la birra, aveva soltanto sorriso e minacciato col dito – ora invece aveva un’aria cupa, assonnata, e appariva grave, freddo, come un superiore.
Che cosa desiderate?»
«I denti… mi fanno male.»
«A-ah… quali denti? Dove?»
Mi ricordai che avevo un dente cariato e glielo indicai: «Questo… Sotto a destra».
«Uhm! Aprite la bocca… Fa male?»
«Fa male…», mentii.
«Non vi consiglio di piombarlo… Sarebbe inutile».
Mi cacciò in bocca qualcosa di freddo… avvertii un dolore tremendo, mandai un grido e afferrai la mano di Finkel.
«Non è nulla, non è nulla… Su, un po’ di coraggio.»
Con le dita insanguinate mi accostò agli occhi il dente strappato, mentre la cameriera mi avvicinava alla bocca una tazza.
«A casa sciacquate la bocca con acqua fredda… e il sangue si fermerà.»
Finkel stava solo aspettando che me ne andassi. «Addio», gli dissi voltandomi verso l’uscio.
«Uhm!… E chi mi pagherà il lavoro?»
Arrossendo porsi a Finkel il rublo che mi avevano dato per l’anello.
Uscita sulla via, sentii ancor maggiore vergogna di prima, ma ora non mi vergognavo più della povertà. Non mi accorgevo più di non avere l’alto cappello e la camicetta alla moda. Camminavo per la via, sputavo sangue, e ciascuno di quegli sputi rossi mi parlava della mia vita, vita brutta, penosa, delle offese che avevo patito e ancora avrei patito domani, tra una settimana, tra un anno; tutta la vita, fin proprio alla morte.
Per fortuna il giorno dopo ero già al Renaissance a ballare. Portavo un enorme cappello rosso nuovo, una camicetta nuova alla moda e babbucce color bronzo. E mi offriva la cena un giovane mercante, venuto da Kazàn.

Anton Cechov, Un uomo di conoscenza, “Racconti”, Rizzoli, Traduzione A. Polledro

 

Un curioso interesse rétro

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Penso che i lettori di questo blog non siano molto interessanti alla sua dinamica, ma il fenomeno è divertente e lo segnalo ugualmente. Fino a qualche tempo fa, l’interesse maggiore era riservato al post di giornata che, com’è naturale, otteneva il più alto numero di contatti – via via, seguivano quelli degli ultimi giorni in numero decrescente. Da qualche tempo, quale che sia l’argomento, il post del giorno è meno frequentato in favore di articoli retrodatati, addirittura risalenti a qualche anno fa; quanto al post del giorno, verrà recuperato e letto fra qualche mese dopo un adeguato invecchiamento, come i vini e i formaggi; insomma, si scrive per un oggi che, prima di essere letto, deve diventare uno ieri, quando saranno passati molti domani.
In pratica, sembra che i lettori dicano: tu pubblichi, ma siamo noi a decidere cosa leggere e quando leggerlo. Forse, dopo svariate centinaia di post, Radiospazio è diventato un arcipelago labirintico nel quale non esistono rotte più logiche delle altre, come potrebbe essere quella, banalissima, della successione temporale. Potrebbe essere il primo passo di una metamorfosi che trasforma  il blog in un organismo con regole tutte sue. Un giorno potrebbe arrivare a riprodursi  da sé.

Galleria. Una tata

baby sitter morte con bimbi morti

Le referenze erano molto buone: una donna sola, che non aveva voluto metter su famiglia per motivi suoi – peccato, perché sarebbe stata un’ottima madre, con i bambini ci sapeva proprio fare: in presenza degli adulti era riservata, taciturna, un po’ lontana, come immersa in un suo mondo arcano, ma quando era coi piccoli si trasformava e inventava giochi entusiasmanti. Per non parlare della fantasia: le storie che raccontava trasportavano il piccolo uditorio in regni straordinari; per renderle più realistiche, allestiva dei veri e propri spettacolini con scene e costumi. La sera, i bambini raccontavano ancora eccitati i fantastici viaggi del pomeriggio: nel paese dei liocorni, delle scimmie di mare, degli uomini senza testa, degli impiccati canterini…
«Gli impiccati canterini non saranno un po’ troppo?», chiedeva qualche padre staccandosi per un attimo dal televisore, ma la moglie gli dava sulla voce: la fantasia non era mai troppa, a meno che non si volesse diventare come lui: aridi tartufi inutilmente conservati sotto vuoto.
La bella stagione coincise con quella dei pic nic dalla mattina alla sera – sempre in costume: da pirati, da astronauti, da puffi, secondo l’argomento che tutti insieme, tata e bambini, democraticamente sceglievano. Dopo la chiusura delle scuole, per i genitori era un sollievo poter respirare fino all’ora di cena. Una mattina, la tata avvertì che per quella volta non era necessario preparare i panini: là dove andavano loro, non servivano.

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Agota Kristof, Chiodi, 3 poesie (Le parole e le cose)

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Sono tornati i monti della primavera ma ormai
non assomigliano più a nulla in fondo
al lago non c’è altro che melma

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In ricordo di Ermanno Olmi. Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggiere. 4′

https://www.youtube.com/watch?v=k8FYI-RHX4s

Il più proverbiale dei dialoghi leopardiani in una riscrittura minimale e in piena  sintonia col mondo dei piccoli e dei semplici raccontato da Olmi.

Matteo Marchesini. Antoine Compagnon, Gli antimoderni (Doppiozero)

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“La modernità è quel posto da cui non si può tornare indietro. Accelera i cambiamenti, divora i suoi figli che un attimo prima erano all’avanguardia, scioglie le caste e scompiglia i ceti, rende obsolete le filosofie sistematiche e dissolve i generi classicisti. Non ci si bagna due volte nel suo fiume.  Appena si è morsa la mela dello sviluppo, delle rivoluzioni e dello storicismo, ogni restaurazione che provi a mettere il tempo tra parentesi appare culturalmente kitsch e socialmente grottesca, anche e magari soprattutto quando s’impone con mezzi criminali. La modernità è puro artificio, e suscita il desiderio struggente di un altrove naturale. Ma tentare di raggiungerlo è inutile, perché ormai anche la natura coincide con questo artificio, e tutte le sue immagini edeniche scadono subito nel quadro pompier. L’innocenza, l’infanzia e il buon selvaggio sono il paradiso perduto dell’uomo otto-novecentesco proprio perché quest’uomo è caduto nell’èra irreversibilmente adulta e corrotta dei cronometri, e viene straziato a ogni passo da nostalgie e rimorsi. Così qualunque rivolta credibile contro il mostro moderno non può che ammettere di esserne complice, accettarne il contagio e mediarlo in sé, tentare di mitridatizzarsi.”

 

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Galleria. Bellissimi

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Probabilmente erano tutti e due bellissimi, e doveva esserlo anche la loro storia, perché se lo ripetevano spesso:
– Ti rendi conto di questa cosa che ci sta accadendo?
– Sì.
– Non è che capita a tutti, sai?
– Lo so. A me non era mai successo niente di simile.
– Nemmeno a me.
Alle loro certezze, tuttavia, faceva da contrappeso una domanda di un certo rilievo: dove si trovavano? Per quanto potevano presumere, esisteva il resto della stanza, sulla cui parete doveva esserci verosimilmente una finestra, ma su quale panorama si aprisse non era dato sapere. Forse 
su un promontorio frequentato da scure imbarcazioni notturne; oppure su un orrido pittoresco, o su una collinetta punteggiata di capre tibetane e famiglie felici. Per i primi tempi, quell’indeterminatezza era stata eccitante, poi aveva generato momentanei smarrimenti e piccoli silenzi che si sarebbero dilatati nel tempo.
Probabilmente erano tutti e due bellissimi, ma non ne ebbero mai la la conferma perché l’inquadratura non si allargò mai abbastanza da mostrarli a figura intera.

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