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Leopoldo Alas (Clarìn) Il duetto della tosse (racconto)

La tosse del 32 era poetica, dolce, rassegnata. Sembrava quasi una litania, una preghiera, un miserere. Il 36 non aveva ancora imparato a tossire, così come la maggior parte degli uomini soffrono e muoiono senza avere imparato a soffrire e a morire. Il 32 soffriva con arte: con quell’arte del dolore antico, paziente, saggio, che si ritrova per solito soltanto nelle donne.
Il 36 si rese conto che la tosse del 32 gli faceva compagnia come una sorella che ti veglia; sì, sembrava tossire per fargli compagnia.
Quanto al 32, la tosse del 36 le fece pena e le ispirò simpatia. Ben presto si accorse anche di quanto fosse tragica. «Stiamo cantando un duetto», pensò; e sentì perfino una punta di pudore, come se fosse una cosa sconveniente, un appuntamento nella notte.
L’idea di coppia, d’amore, del duetto, nacque prima nel numero 32 che nel 36. La febbre le ridestava un certo misticismo erotico. Erotico! Non è questa la parola. Eros! L’amore sano, pagano, cos’ha a che fare qui? Ma era pure sempre amore, pacifica compagnia nel dolore. E fu così che quello che in effetti voleva dire la tosse del 32 al 36 non era molto lontano dall’essere proprio quello che il 36, nel delirio, credeva di udire:
«Sei giovane? Anch’io. Sei solo al mondo? Anch’io. Ti fa orrore l’idea della morte nella solitudine? Anche a me. Se ci conoscessimo! Se ci amassimo! Io potrei essere il tuo rifugio, il tuo conforto. Non ti accorgi dal mio modo di tossire che sono buona, gentile, discreta, casalinga… che saprei fare di questa vita precaria un nido di piuma morbida e dolce… Perché non alzarci, allora? Sì, mettere insieme il nostro dolore? La mia anima lo chiede e anche la tua.»
E la malata del 32 udiva nella tosse del 36 qualcosa di molto simile a quello che il 36 desiderava e pensava: «Sì, vengo. Tocca a me, certo. Sono un malato, ma sono anche un uomo, un cavaliere. È mio dovere, vengo…»
Leopoldo Alas, Il duetto della tosse, Mondadori
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Hanno scritto alcuni lettori augurando buone vacanze. Li ringraziamo, ricambiamo, e con l’occasione ricordiamo che il blog non chiude; solo la Galleria si prende una piccola pausa per quanto riguarda la produzione delle novità. Rimane comunque a disposizione del lettori (può essere un’occasione per leggere eventuali post perduti, sono davvero molti). Le pubblicazioni sul blog continuano, anche se con un po’ di affanno dovuto al caldo.
Galleria

Mauro Piras, L’orale della maturità (Le parole e le cose)

“No. Non riesco a scriverlo. Non riesco a scriverlo un pezzo serio sull’esame di “maturità”. Sarà il caldo, sarà questo caldo imprevedibile e letale, umido e soffocante la mattina, torrido e feroce nel primo pomeriggio, le vampate di calore che salgono dai marciapiedi, ti avvolgono, ti portano, sarà il caldo, sarà la stanchezza, saranno i ventilatori tristi dietro di noi, quest’aria da ufficio fantozziano, ma l’esame sembra ormai galleggiare in una specie di bolla onirica.”
Leggi l’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=36026#more-36026
Galleria. La telefonata

Tutti i giovedì, Susan veniva portata dagli zii. L’orario era variabile, poteva andare dalle 17 alle 19, ma anche dalle 15 alle 20, dipendeva dalla telefonata che la mamma faceva sempre, appena erano uscite in strada. Non si capiva perché dovesse farla dalla cabina telefonica e non da casa. Certo era una telefonata diversa da tutte le altre. La mamma parlava piano, con la bocca incollata alla cornetta (una cosa molto strana, visto che teneva tanto all’igiene); spesso era così alterata che diceva soltanto dei pezzetti di frase: «Ah, tu credi che io…!», «Non questo che…», «No, io non l’ho mai detto…», «Quindi, per te sarei quel tipo di donna…», «Sono proprio una cretina, una…». Cose del genere. Finita la telefonata, la mamma aveva sempre fretta. «Su, sbrigati che sono in ritardo! Finisce che te lo getto, quel gelato!» Susan aveva sentito dire che la mamma lavorava part time. Non aveva capito bene di cosa si trattava, ma quando pensava al suo futuro si diceva che non avrebbe mai scelto un lavoro che rende la gente così nervosa. Anzi, non avrebbe proprio lavorato per niente. Una volta aveva visto alla tv un film nel quale una ragazza incontrava un signore che le comprava un appartamento, un’automobile e un sacco di altre. La ragazza rideva sempre, non aveva orari, incontrava tanti amici e poteva mangiare tutti i gelati che voleva. Quando non le andava di vedere quel signore, lo cacciava via, ma lui non si arrabbiava, anzi le mandava dei fiori. Susan non sapeva bene che lavoro fosse; certo era molto meglio di quel part time. E lei era molto più carina della mamma.
Pier Aldo Rovatti, Il senso comune e il buon senso (“Aut Aut”)

Forse negli anni di scuola ci è capitato di leggere in fretta e magari con un tanto di noia le parti dei Promessi sposi che avevano l’aria di digressioni storiche non essenziali per seguire la trama dei protagonisti del romanzo. Per esempio le pagine che descrivono la peste di Milano attraverso il contagio di massa della popolazione. E poi quella frase, che resterà famosa, sul buon senso e il senso comune nel capitolo XXXII, quando Manzoni scrive: “Il buon senso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune”.
Leggi il resto dell’articolo:
http://autaut.ilsaggiatore.com/2018/07/il-senso-comune/?fbclid=IwAR1bX-mwL4vHJd4DOcIiNxOFWs1JQ1mGds08afRDXA50EY-kjXjm3Qrl_rk
Italo Testa. Autorizzare la speranza. Poesia e futuro radicale (Le parole e le cose)

“Ma di cosa parliamo, quando parliamo di verità in poesia? Non tanto di rispecchiamento di una verità di fatto, di un’evidenza cogente da salvaguardare, ma piuttosto di una verità a venire, non data. Si parla di ‘verità’, ma il discorso confina con il terreno su cui campeggia la parola ‘speranza’.”
Leggi il seguito dell’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=35174#more-35174
Notizie da Hong Kong?
Il video della domenica. Guccini, I dischi a cottimo
Guido Caldiron, Muhammad Alì, quella danza sul ring che divenne rivolta (Il Manifesto)

Il timoniere gentile. Gianluigi Pizzetti, un anno dopo

Gli attori li conosci meglio
quando le cose procedono nello smarrimento. Non parlo delle contrarietà che
accompagnano le produzioni marginali, a quelle ti abitui presto e anzi, con una
punta di (forzato) snobismo, impari a fregiartene come di una assurda
medaglietta di latta; dico invece di quello smarrimento più sottile da cui sono
colti i teatranti quando si accorgono che sta salendo la nebbia della
solitudine. Si continua ad andare, naturalmente, mica ci si può fermare, ma
dove si vada è meno chiaro di quando si è partiti; soprattutto, ed è ancora
peggio, incomincia a venir meno il senso di ciò che si fa: con chi lo si
condivide? Non c’è nessuno in vista, se non un pubblico molto ipotetico.
Insomma, bisogna uscire dalla palude da soli, a braccia, afferrandosi per il
codino e tirando con tutte le forze, secondo l’insegnamento del Barone di Münchhausen.
A differenza del Barone, Gianluigi riusciva in questa difficile impresa senza
sforzo (e, vista la sua bellissima calvizie, anche senza usare il codino);
aveva fatto, e soprattutto vissuto, tanto teatro da poter attraversare la
palude con una mite gentilezza che contagiava anche i suoi compagni. Teneva la
rotta, sia dello spettacolo che dei rapporti, con l’istinto del timoniere, come
gli dicevo ogni tanto inducendolo a schermirsi. Scherzavo e lo pensavo
davvero. Ho avuto la fortuna di lavorare con lui, lo scorso autunno, in un
trittico di spettacoli (di cui trovate traccia nel nostro blog *); il terzo era una riscrittura dei Colloqui
col professor Y,di Céline. Quando mandai il copione a
Gianluigi, qualche mese prima delle prove, mi disse che sperava di essere
all’altezza di un’impresa così difficile (la modestia era autentica): avrebbe
studiato tutta l’estate, altrimenti non ne saremmo usciti. All’inizio delle
prove eravamo preoccupati tutti e due per la medesima ragione: non è facile per
un regista lavorare con un attore che ha mandato il testo a memoria;
inevitabilmente, il copione si modella sulle intonazioni e sui ritmi del suo
interprete come un abito su misura, e non è facile, poi, scucire e modularlo su
un disegno registico. Il primo a rendersene conto era proprio Gianluigi, ma non
c’era altra soluzione.
La prima prova fu un imprevedibile “Pizzetti show” (peccato non averlo
registrato): il testo céliniano si sviluppava in combinazioni fantasiose e per
me inaspettate, una vera riscrittura d’attore attraverso la quale mi sembrava
di leggere spettacoli e personaggi molto nitidi e al tempo stesso non
riconoscibili uno per uno: un background dell’attore e un angolo di storia del
nostro fare teatro (più o meno) recente nel quale ritrovavo forme e attori
scomparsi. Forse era semplicemente la Tradizione, ma senza la prosopopea che il
termine spesso si porta dietro. Lo spettacolo sarebbe stato tutt’altra cosa, ma
quel primo personale show, sul quale Gianluigi ragionava con lucidità e
autoironia, fu un’ottima base di partenza: la sua intelligente disponibilità a
mettere in discussione ciò che aveva costruito in solitudine ci permise
di realizzare una trasmutazione che non credevo possibile: il testo di Céline,
così pericolosamente legato al personaggio dell’autore che agisce sulla scena
(è imbarazzante: come parla Céline, come si muove?), si trasferì perfettamente
in un Céline/Pizzetti, che era (fortunatamente) altro, autonomo. Alla mia
riscrittura drammaturgica Gianluigi aveva sovrapposto la sua. Per dire meglio,
era la sua storia d’attore che si riversava nel presente dello spettacolo, con
la generosità e la consapevolezza laica e nobile dell’effimero che è
connaturato a questo lavoro.
Marco Belpoliti, Levi e il Golem Mac (Doppiozero)

Nel settembre del 1984 Primo Levi si compra un Golem. Non l’automa di argilla creato da un rabbino-mago di Praga, ma quello che lui stesso definisce un “elaboratore testi”, ovvero un computer. L’analogia figura in un suo articolo, e gli è suggerita dal fatto che, per far funzionare la macchina, bisogna introdurre nella fessura alla sua base, quasi una bocca, un disco-programma, così come il rabbino immette nella bocca del gigante di argilla una pergamena per vivificarlo.
Leggi l’articolo: https://www.doppiozero.com/materiali/levi-e-il-golem-mac
Come Lucio Fontana realizzava i suoi tagli (“Finestre sull’arte”)

Andrea Bajani, Su “Caro amico dalla mia vita scrivo a te nella tua” di Yiyun Li (Le parole e le cose)

La situazione è questa: una scrittrice entra e esce dall’ospedale psichiatrico per iterati tentativi di suicidio. È la vita che sta rinchiusa dentro un labirinto e cerca a tutti i costi la via d’uscita della morte, ma il labirinto della vita è troppo articolato perché la morte si presenti come soluzione d’emergenza. Il ricovero è quindi una sconfitta: l’uscita era solo l’ennesimo miraggio. È così che, malata di insensatezza, la scrittrice cerca rifugio nella lettura, pensando che siano gli scrittori a conoscere la strada, pensiero che la consegna del tutto alla contraddizione: “Nonostante gli anni, ancora non mi è passato quel desiderio infantile che gli scrittori mi insegnino come vivere”.
Leggi il seguito dell’articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=35252#more-35252


