Giuliano Scabia, Lucia è l’autoritratto di Manzoni giovinetta e fidanzata? (Doppiozero)

“Si sa della storia del padre, che non era Pietro Manzoni ma Giovanni Verri. E lui Alessandro lo sapeva. E probabilmente aveva ben studiato le carte dell’archivio di famiglia, l’archivio Manzoni – con le tracce dell’antenato Giovanni Maria sfiorato dall’accusa di essere untore, negli anni della famosa peste.
A mano a mano che scendiamo verso Lecco sempre più mi si rivela il paesaggio e prendo appunti. Arriviamo al Caleotto – ecco, da qui si vede tutto: il palazzotto di don Rodrigo (adesso c’è una casa farmaceutica, l’hanno sconciato, è un edificio nuovo a strisce bianche e verdi) – e la chiesa di Olate e i muretti – e davanti al palazzotto, oltre il torrente, la presunta casa di Lucia di Acquate (lui, don Rodrigo, la vedeva dunque, immagina Alessandro scrittore, la vedeva ricamare, andare a letto a lume di candela) – e la stradina dei bravi e la chiesa di don Abbondio – e sotto Pescarenico – e verso Sud il colle di
Vercurago, si vede la rocca dell’Innominato.”

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https://www.doppiozero.com/materiali/lucia-e-lautoritratto-di-manzoni-giovinetta-e-fidanzata

Il video della domenica. Stefania Gaudiosi, L’arte è un delfino. Intervista a Lea Vergine (Artribune)

Lea Vergine ci dice che l’arte è il superfluo. Perché quello che ci serve per essere un po’ felici, o meno infelici, è il superfluo. Quanto questo superfluo possa essere vitale lo lascia intendere attraverso tutto il resto e il resto non sono parole.
È disperatamente inutile, dunque?
L’arte è sempre organizzata attorno al vuoto della cosa impossibile e reale.

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https://www.artribune.com/television/2019/06/video-l-arte-e-un-delfino-intervista-a-lea-vergine/?fbclid=IwAR301YVz2OXAPc8YOsmJkOoXJAfXAiAxGbDMO_7QVF4aJKJVDjolOKRFLPk

Saul Bellow, Radici

Ho iniziato a notare che, quanto più attivo diventa il resto del mondo, tanto più lentamente io mi muovo, e la mia solitudine aumenta in proporzione al crescere del baccano e della frenesia. Stamane mi arriva da Washington una lettera della moglie di Tad che mi dice che Tad è partito per il Nord Africa. In vita mia non sono mai rimasto così annichilito. Non riesco neppure ad andare dal tabaccaio, anche se fumerei volentieri una sigaretta. Aspetterò. E solo perché Tad sta ora atterrando ad Algeri o a Orano o sta già facendo la sua prima passeggiata per la Casbah – abbiamo visto assieme Pepé le Moko l’anno scorso. Sono sinceramente contento per lui, non invidioso. Ma la sensazione rimane, che, mentre lui sfreccia verso l’Africa e il nostro amico Stillman viaggia in Brasile, io metto sempre più radici nella mia sedia. È una sensazione reale, fisica. Non provo nemmeno ad alzarmi. Forse potrei anche farcela a muovere due passi per la stanza, a uscire e a spingermi fino al tabaccaio, ma lo sforzo mi metterebbe di pessimo umore.
Passera, se non ci faccio caso. Sono sempre stato soggetto a questo genere di allucinazioni. Nel bel mezzo dell’inverno, avendo individuato un muro illuminato dal sole, sono stato capace di convincermi, malgrado il ghiaccio circostante, che era luglio e non febbraio. Alla stessa maniera, ho invertito l’estate fino a tremare in mezzo al caldo. E lo stesso anche con l’ora del giorno. È un trucco banale, immagino, ma esagerando forse si può arrivare a danneggiare la percezione della realtà. Quando Marie verrà per fare il  letto, mi alzerò in piedi, mi abbottonerò il cappotto, e andrò dal tabaccaio, e così metterò fine a questa sensazione.

Saul Bellow, Uomo in bilico, Einaudi, Traduzione Beniamino Placido

Mariangela Mianiti, La cognizione dell’orrore (Il Manifesto)

“Con un padre affetto da bipolarismo e una madre schizofrenica, Rachel Moran ha conosciuto presto la fatica di trovare un baricentro. Ma il peggio è arrivato quando, per sfuggire alla condizione di senza tetto, a 15 anni ha cominciato a prostituirsi nelle strade di Dublino. Da quel baratro è uscita sette anni dopo, si è laureata in giornalismo, ha avuto un figlio, ma il passato continuava a pesare. Doveva e voleva capire, così ha scritto. Ha impiegato più di dieci anni per raccontare in un libro che cos’è davvero la prostituzione.”

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https://ilmanifesto.it/la-cognizione-dellorrore/?fbclid=IwAR3ajC5O9ukPVl2GAuGm0six6Hvf9K89lKRhd3OiTavIz4XsBPCP0k7R39Y

Elena Ferrante è una scrittrice tanto grande che leggerla non serve (L’Inkiesta)

“Poche storie, poche lagne, poche cianceElena Ferrante è la più grande scrittrice italiana, e forse anzi sicuro una delle più grandi artiste del mondo, se non la più grande.” 

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https://www.linkiesta.it/it/article/2019/09/11/elena-ferrante-nuovo-romanzo-amica-geniale/43507/

Le figurine di Radiospazio. Il tempo e l’amore

Gianna, quand’io ti bacio,
dici che ho già quasi canuto il capo:
sempre, quando mi baci,
vuoi scostarne con l’unghia or questo or quello;
come se un mio capello,
o sia bianco o sia nero,
sulla forza dei baci abbia potere.

Gianna, t’inganni: e fai
male; un capello bianco ha forza assai
per un dolce baciare,
purché tu, mia golosa,
non chieda, oltre il baciare, anche altra cosa.

Il video della domenica. Andrea Pennacchi, Carro allegorico. La sconfitta di Salvini vista dal leghista storico.

https://www.la7.it/propagandalive/video/il-monologo-di-andrea-pennacchi-carro-allegorico-13-09-2019-282029

“Come l’avrà presa la Lega, il Nord, il leghista della prima ora questa sconfitta di Salvini, di tutta la Lega, un metro dal traguardo? Ce ne abbiamo uno qui, Andrea Pennacchi.”

Nel paese degli immortali. JEAN PAUL, L’ORIGINE DEL SOGNO

Caspar-David-Friedrich-Zwei_Maenner_in_Betrachtung_des_Mondes-639x400Caspar David Friedrich, 1774 – 1840

Jean Paul (pseudonimo di Johann Paul Friedrich Ritter) non ebbe molti riconoscimenti, in vita – e  bisogna dire che nessuna riscoperta si annuncia, almeno in tempi brevi – ma la sua influenza sul Romanticismo tedesco fu grande. A parte Schumann, che gli era quasi fratello spirituale nella Visione, furono molti gli autori per i quali egli, dopo, fu un punto di riferimento, da Keller a Heine, a Hoffmann. Conobbe anche Goethe e Schiller ma senza destare in essi grandi entusiasmi: al primo scrisse cinque lettere che non ricevettero risposta, a dimostrazione di quanto Jean Paul vivesse in un mondo fantastico: chiunque altro se ne sarebbe astenuto: i monumenti letterari hanno troppo da fare, e i ritagli di tempo li passano misurandosi con i grandi ingegni dell’Umanità o contemplando se stessi, certo non rispondono alle lettere dei giovani autori. Jean Paul viveva nel sogno o meglio ancora permetteva, attraverso chissà quale misteriosa porta, che il sogno fluisse nella sua scrittura. Il sogno è il grande dono degli dei, come ci racconta in questa sua pagina:  ristoro ma anche inesauribile fonte di scrittura.

Quando Prometeo con una scintilla celeste infuse la vita nell’effigie di terra, trasformandola in uomo, Giove si indignò e disse: “Il tuo uomo morirà ogni giorno e, per metà della sua vita, ti giacerà davanti privo di sensi e di pensieri, finché si estinguerà per sempre”. Alla sera l’uomo nuovo si accasciò al suolo per piombò nel sonno. Un giorno le Muse, le dolci figliole di Giove, lo trovarono addormentato, e guardarono piene di amore e di compassione gli occhi chiusi di colui che moriva ogni notte. “Povero caro essere,”, discepole Muse “bello e giovane come Apollo! E ogni giorno, se vuole riposare, deve perdere il cielo e la terra, circondato dalle dense, fredde ombre dell’Ade?”.
“Penetriamo nel suo Ade,” disse Calliope, la Musa più ardita “offriamogli i nostri doni e diamogli un mondo più bello e l’olimpo, finché il padre severo gli permetterà di gustare di nuovo il giorno dei vivi!
Allora le dee che allietano le divinità dell’Olimpo sfiorarono il mortale, la nobile Musa della poesia con la tuba – la Musa dei suoni con il flauto – Talia con i campanelli del giullare – e Urania con la sfera stellata – e Erato con la freccia dell’amore – e persino Melpomene con il pugnale – e tutte le altre Muse lo toccarono.
D’improvviso il cadavere della notte, il dormiente, rifiorì, perché il sogno giungeva e gli creava intorno un cielo e una terra e glieli offriva – figure ardite e lievi rappresentavano la loro vita davanti a lui ed egli stava in mezzo a loro – frutti si trasformavano in boccioli e i riccioli in fiori che rimanevano frutti, e la giovinezza più bella ringiovaniva ancora – la tela aveva perduto la sua pesantezza e uno zefiro lieve muoveva le alte montagne davanti al tramonto – una spina di rosa, che aveva l’aspetto del pugnale di Melpomene, scalfiva il petto, e il sangue diventava una rosa bianca o rossa – suoni di flauto restituivano alla beatitudine un desiderio struggente e difendevano in un soffio, dai cieli più lontani e profondi nel cuore. –
L’uomo addormentato sorrise felice e pianse. Allora il dio delle Muse sveglia l’uomo con la luce del sole, affinché il mortale non scorgesse gli immortali.

Jean Paul, Sogni e Visioni, Mondadori, Traduzione Marina Bistolfi

Mariangela Caprara, Il re leone e i poemi omerici (Le parole e le cose)

“Un pubblico intergenerazionale. Una storia epica, classica: un racconto di formazione con ricerca di sé attraverso il padre perduto. Valori forti: la famiglia, la terra, la giustizia, la responsabilità verso il gruppo, l’amicizia. Uno scopo dichiaratamente didattico, quindi. Una storia già nota, profondamente nota al pubblico, nota fin nelle virgole, nelle inquadrature più marginali, nella colonna sonora. Eppure la tensione, la commozione palpabile, che fa esplodere il grido canoro del bimbetto prima ancora che tutto cominci, e che equivale ad un invito all’aedo a cantare, a cominciare, perché siamo emozionati e impazienti per quello che ri-vedremo; la commozione per il visto, il rivisto, lo stravisto, commovente perché ci siamo già commossi un’altra volta, perché sappiamo la storia, in una fruizione paradossale per chi crede ingenuamente che, per attrarre, le storie debbano essere sempre nuove e originali.”

Leggi l’intero articolo: http://www.leparoleelecose.it/?p=36478#more-36478

Christian Raimo, David Foster Wallace lettore, insegnante e filosofo (Internazionale)

“Cosa avrebbe scritto David Foster Wallace a proposito dei social network? Come avrebbe raccontato il movimento Occupy Wall street? E l’elezione di Donald Trump? E la crisi della democrazia rappresentativa? E il #MeToo? C’è una dolorosa ovvietà nel constatare il vuoto di riflessione e d’immaginazione, di parole, di concetti inediti, di quella complessità febbrile che ha lasciato uno scrittore come lui, nel racconto e nell’analisi del mondo.”

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https://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2018/09/08/david-foster-wallace?fbclid=IwAR22nMeLadWfDBseUE0FSOWR0wez6o0bgrT2oeGuI_HhH7EwiyNaxF_vuj8

Bertolt Brecht, Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico

Ogni anno in settembre, quando comincia l’anno scolastico
le donne nelle cartolerie dei sobborghi
comprano i libri di scuola e i quaderni per i loro bambini.
Disperate cavano i loro ultimi soldi
dai borsellini logori, lamentando
che il sapere sia così caro. E dire che non hanno
la minima idea di quanto sia cattivo il sapere
destinato ai loro bambini.

Bertolt Brecht, Poesie politiche, Einaudi, Traduzione Enrico Ganni

Lucia Re. La lettura al grado zero. (Le parole e le cose)

“Scrivere o leggere per intrattenere e intrattenersi non credo sia qualcosa di sbagliato in sé. Penso a come leggeva mio nonno: leggeva per intrattenersi. Persona curiosa, vivace, oltremodo vitale. Di stare senza far nulla non se ne parlava, per cui, in mancanza di passatempi, ecco i libri. Quelli che c’erano, quelli che si scrivevano, che si vedevano in giro, quelli che si vendevano; i capolavori di quegli anni. Nessuna ricerca di chicche in librerie dell’usato. Non leggeva per un’idea precostituita sul leggere, o perché riconosceva a quest’azione un valore positivo/negativo, o politico, o militante, o pedagogico; mio nonno leggeva per motivi del tutto concreti: far passare il tempo immaginando una storia, esattamente come poteva fare vedendo un film: soddisfare curiosità, conoscere le cose, ma principalmente divertirsi.”

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https://mail.google.com/mail/u/0/#inbox/FMfcgxwDqxQcMqcXwXjmHNnNlBHCHnWN

Il video della domenica. Rainer Werner Fassbinder, Katzelmacher (terrone). Il racconto dell’oggi

Sono passati esattamente cinquant’anni eppure è come girare l’angolo in un quartiere di una qualunque città tedesca, italiana ed europea, oggi e allora. KATZELMACHER (letteralmente fabbricante di gatti) nello slang della provincia nella Germania profonda identificava gli immigrati dal sud, come il nostro terrone, parola forse dimenticata da chi ha meno di sessant’anni ma ancora cattiva, ed appunto cinquanta anni fa un giovanissimo Rainer Werner Fassbinder traslava sul grande schermo, con impura fedeltà, la sua omonima drammaturgia. La sintassi cinematografica ne enfatizza la bidimensionalità, quasi che l’appiattimento dello sguardo configurasse la tragica crasi di un pensiero di sé omesso, o forse solo interrotto. Sei giovani coppie, un muro anonimo, una strada di periferia e una birreria, sfondo teatrale sempre uguale a sé stesso. Lì quei sei giovani vivono la loro vita, anzi perdono man mano la loro vita nell’incapacità di configurarsi una identità, che solo il denaro man mano dominante sembra promettergli. L’apparizione dell’altro, dello straniero, del greco Jorgos (interpretato dallo stesso Fassbinder) per un attimo li compatta nella violenza, in una relazione contro in cui appaiono finalmente complici e alleati. Poi tutto può riprendere come prima, inesorabilmente. È un film dalla rara, claustrofobica e tragica bellezza in cui paradossalmente più che gli echi di un nero passato tedesco ci pare di riconoscere i lineamenti distopici di un futuro globalizzante, i segni di quell’oggi che ancora si compatta nelle grida politiche contro lo straniero mentre lascia disperdersi nel nulla le mille ricchezze di una gioventù orfana nell’incertezza e nell’incapacità di costruire e condividere la propria nuova esistenza.

Maria Dolores Pesce

Versione originale sottotitolata in italiano: Il fabbricante di gattini

http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-ab64c784-f760-4a01-b414-8aef1aa1dd22.html

Anna Toscano, La morte, la lingua, la madre: cuciture (Doppiozero)

“Guardare gli anni di composizione e di pubblicazione dei libri di Magda Szabó e accostarli agli anni in cui sono usciti grandi romanzi di altre scrittrici nel Novecento è interessante. 
Lettera aperta di Goliarda Sapienza esce nel 1967, Il Filo di mezzogiorno nel 1968; Giù in piazza non c’è nessuno l’autobiografia letteraria di Dolores Prato uscita nell’80 in edizione ridotta e scritta durante tutta una vita; la scrittura intrisa di quotidiano di Natalia Ginzburg, con Tutti i nostri ieri del ’53 e Lessico famigliare del ’63; Alba de Céspedes con Quaderno proibito nel ’52; Fausta Cialente nel ’62 con Interno con figure; La penombra che abbiamo attraversato di Lalla Romano del ’64; Menzogna e sortilegio della Morante del ’48.”

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https://www.doppiozero.com/materiali/la-morte-la-lingua-la-madre-cuciture

Le figurine di Radiospazio. L’anno prima

La scena del racconto risale alle vacanze del 1950, l’ultima estate dei grandi giochi da mattina a sera, con le cugine, qualche ragazzina del quartiere e alcune bambine di città in vacanza a Yvetot. Giocavamo alla bottegaia, a fare le grandi, ci costruivamo case nei numerosi anfratti del cortile del negozio dei genitori, utilizzando casse di bottiglie, cartoni, vecchi tessuti. A turno, ciascuna cantava, in piedi sull’altalena, Il fait bon chez vous Maître Pierre e Ma guêpière et mes longs jupons, come nei concorsi radiofonici. Ci allontanavamo di nascosto per raccogliere le more. I genitori ci vietavano di giocare con i ragazzi con la scusa che preferivano passatempi più violenti. La sera ci separavamo, sporche fino al midollo. Mi lavavo braccia e gambe, felice di poter ricominciare da capo l’indomani. L’anno dopo tutte le ragazze si sarebbero disperse, o avrebbero litigato, mi sarei annoiata e non avrei fatto altro che leggere.