Rosa Balistreri, Mi votu e mi rivotu (con testo italiano)

Una delle più belle e famose canzoni d’amore siciliane, pezzo di bravura di Rosa Balistreri.

Mi giro e mi rigiro sospirando
Passo le intere notti senza sonno
E le tue bellezze vado contemplando
Mi passa dalla notte fino al giorno
Per te non posso più riposare
Pace non ha più questo cuore afflitto
Lo vuoi sapere quando ti lascerò?
Quando la vita mia finisce e muore
Ci pensi quando insieme ballammo
e trascorremmo la serata con la musica
Dentro gli occhi tutti e due ci siamo guardati
ci diventò rossa la faccia e poi ridemmo
ballando e sospirando
ci siamo presi la mano e ci siamo stretti ..
Lo vuoi sapere quando ti lascerò?
Quando la vita mia finisce e muore

Alessio Giacometti, Uomini e pipistrelli (Il tascabile)

“Nella mitologia antica e nei bestiari medievali, nell’iconografia rinascimentale e nella simbologia gotica, i pipistrelli sono immancabilmente dipinti come esseri ambigui, mortiferi, sinistri e pulsionali. Perseguitati e demonizzati, con l’affermarsi dell’estetica horror nel folclore popolare europeo divennero emblema del vampirismo, anche se sono soltanto tre le specie di chirotteri acclaratamene ematofaghe, per di più tutte endemiche del Sud America e assolutamente innocue per gli esseri umani. Persino quando è associato a un supereroe notturno ma virtuoso come Batman, il pipistrello viene culturalmente adoperato per evocare turbamento e timore. “Perché i pipistrelli, signor Wayne?”, chiede il maggiordomo Alfred in Batman Begins, di Cristopher Nolan (2005). “Perché mi fanno paura”, risponde quello. “Che li temano anche i miei avversari”.

Leggi l’articolo:
https://www.iltascabile.com/scienze/uomini-e-pipistrelli/

Aristotele, Tragedia, commedia, teatri chiusi. Oliviero Ponte di Pino racconta Borges, “La ricerca di Averroè”. 4’

http://www.ateatro.it/webzine/2020/05/01/coronavirus-17-lo-spettacolo-deve-ricominciare-in-sicurezza-ma-al-piu-presto/?fbclid=IwAR3N2Y4G1k2A7irTV8WoIKARUI3iDjzf98NTzJzs4lNoIg7859fBs25Hhc8

Le figurine di Radiospazio. L’orizzonte

Bel: – Il tuo nuovo orizzonte è la morte.
Andy: – Questo può essere. Questo può essere. Ma il grosso problema è: attraverserò l’orizzonte mentre muoio o dopo morto? Magari non lo attraverserò affatto. Magari rimarrò incastrato a metà orizzonte. E se così fosse riuscirò a vedere oltre, riuscirò a vedere l’altra faccia? O l’orizzonte è davvero infinito? E come sarà il clima? Incerto, con qualche rovescio, o soleggiato con bachi di nebbia? O ci sarà un chiaro di luna perenne e senza nuvole? O sarà buio pesto per sempre? Puoi anche rispondermi che non hai il benché minimo cazzo di idea, e avresti ragione. Ma io personalmente non posso credere che possa essere buio pesto per sempre, che senso avrebbe anche solo cominciare a porsi questo insopportabile indovinello? Ci deve essere una scappatoia. Ma è che non riesco a trovarla. Se solo riuscissi a trovarla potrei infilarmici dentro e incontrare e stesso mentre ne esco fuori. È come urlare di paura alla vista di un estraneo e poi rendersi conto che ci si stava guardando allo specchio.

Mauro Piras, di bocciature, voti e altre amenità (Le parole e le cose)

Lo dico subito: questo è uno sfogo. Una reazione irritata a una serie di cose che abbiamo dovuto sentire in giro sulla scuola in queste settimane, nel pieno dell’emergenza. Una reazione ai luoghi comuni, alla pigrizia intellettuale, ai riflessi condizionati, o forse a una visione reazionaria della scuola talmente radicata nella cultura dell’italiano medio (del giornalista medio, del politico medio, dell’opinionista medio) che neanche ce ne rendiamo più conto. “È un 6 politico!”, “Se li promuoviamo tutti non c’è più serietà!”, “Così si deresponsabilizzano gli studenti!”, “Il lavoro dei docenti non ha più nessuna dignità!”, “Non ha più senso mettere i voti!”. Ecc. Tutto più o meno riassumibile nel sommo principio: “Signora mia, non c’è più la scuola di una volta!”. 

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Greta Giglio.“Ah, mi dispiace: ma io so’ io e voi…” (BombaCarta)

Qual è il senso del nome che ognuno di noi porta, dal momento in cui nasce fino alla sua morte?

“Certamente il nome è qualcosa di tuo, ma non sei tu a sceglierlo, poiché ti viene dato; né sei tu a usarlo, nonostante serva a te per distinguerti dagli altri. Sono proprio gli altri a dare senso al nome, nel momento in cui ci viene chiesto: “Come ti chiami?”, a cui rispondiamo con facilità.
Non è altrettanto immediato rispondere alla domanda “Chi sei?” perché la mediazione del nome sparisce e ci viene richiesto qualcosa di più complesso: la nostra identità. L’identità non ci viene data, ma si costruisce nel tempo, attraverso quelle stesse relazioni con gli altri che consentono a un individuo di trovare il suo senso d’essere.”

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https://bombacarta.com/2020/03/02/ah-mi-dispiace-ma-io-so-io-e-voi/

1° maggio. Paolo Volponi, Il primo giorno di fabbrica (da Memoriale)

Io avevo paura di questo inizio, soprattutto paura che la fabbrica potesse assomigliare all’esercito ma mi trascinava il pensiero del lavoro da imparare. Aspettando per pochi minuti Grosset guardavo la macchina che egli prima stava riparando. Forse proprio quella sarebbe capitata a me: lo speravo, lieto che anch’essa dovesse ricominciare dopo un guasto. Grosset arrivò puntualmente; ripose i giornali, riprese il suo camice e ricompose con il suo sguardo la nostra squadretta di nuovi. Intanto arrivavano alla spicciolata tutti gli altri operai, con aria indolente e quasi ribelle.
Alle cinque, noi quattro nuovi avevamo avuto la prima spiegazione di Grosset e potevamo incominciare qualche esercizio pratico. Tutto andò bene. Io mi sentivo bene, anche se lavoravo con il mio abito buono e pesantissimo che mi faceva sentire molto caldo; ma Grosset non mi disse mai di togliermi la giacca.
Un quarto d’ora prima dell’orario di chiusura, il capo ci rimandò all’Ufficio Personale. Lì ci consegnarono la cartolina-orologio, indicandoci dove custodirla e come servirsene. Ci dissero di andare allo spaccio interno per l’acquisto degli indumenti da lavoro. Io comperai una tuta, a due pezzi come un abito borghese.

Uscii dalla fabbrica con il mio pacchetto sotto braccio, molto stanco e, appena l’aria di fuori mi investì con un caldo diverso, ebbi paura; mi sembrava di essere lontanissimo da Candia e da casa mia e di non poter trovare la strada per tornarci, tra tutta quella gente che usciva e che si salutava con un ultimo discorso, a voce alta e con una convivenza che mi allontanava ancora di più da tutti loro.
Arrivai a casa che era già notte. Trovai mia madre in cucina, seduta al buio; appena mi vide cominciò a piangere. Io la tranquillizzai su tutto e le dissi che avevo un lavoro, un buon lavoro con un salario di quarantamila lire, la mensa, le corriere e tutto il resto.
Lei mi diede da mangiare verdure del nostro orto, che ancora alla fine di luglio, dava piselli e fagiolini, oltre ai pomidori, nel pezzo dietro a casa, a nord, più umido e riparato da due alberi di noce. Io le mostrai la divisa di lavoro che avevo acquistato e lei volle subito, mentre io mangiavo, rinforzare tutti i bottoni con un filo più grosso.

Angela D’Agostino. La Tintoretta: “Anima mia, tu sei il mio capolavoro” (L’Undici)

“Vi racconto la storia di Maria Robusti figlia illegittima del Tintoretto, di una bambina nata fuori dal matrimonio e cresciuta fuori dalle regole, una immagine forte di una figlia unita dall’amore e dall’arte con il padre, in una Venezia cinquecentesca centro cosmopolita del commercio e dell’arte, dove le donne o si sposavano o erano monache. Le donne pittrici erano per lo più le vedove di pittori, che, trovandosi in difficoltà economiche, tiravano avanti con la bottega dei mariti. Così ne parla il Ridolfi, nel 1648: ” Visse dunque in Venetia Marietta Tintoretta, figliola del famoso Tintoretto, e delitie più care del genio suo, da lui allevata nel disegno e nel colorire, onde poscia fece opere tali, che n’hebbero gli Huomini a meravigliiarsi del vivace suo ingegno; ed essendo piccoletta vestiva da fanciullo, e conducevala seco il Padre dovunque andava, onde era tenuta da tutti un maschio“.”

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http://www.lundici.it/2015/04/la-tintoretta-anima-mia-tu-sei-il-mio-capolavoro/

Le figurine di Radiospazio. Il principe di Palagonia

Palermo, giovedì 12 Aprile 1787
Questa sera vidi soddisfatto un mio desiderio e a dire il vero in modo abbastanza strano. Stavo sul marciapiede della strada maestra davanti alla bottega di un certo merciaiolo, scherzando con lui; quando tutto ad un tratto mi passò davanti uno staffiere di alta statura vestito con eleganza, il quale portava un piatto d’argento su cui stavano molte piccole monete di rame e alcuni pezzi pure d’argento. Non sapendo che cosa volesse ciò significare, crollai il capo e alzai le spalle come si suol fare quando uno si vuole liberare da una domanda alla quale non si sa come, ovvero non si vuole dare risposta. Lo staffiere continuò la sua strada ed osservai allora sul marciapiede di fronte un suo compagno intento allo stesso ufficio. «Che cosa vuole ciò significare?» domandai al merciaiolo il quale, quasi nascondendosi, mi additò col gesto un signore di alta statura, magro, vestito con ricercatezza, che camminava con grande sussiego al centro della strada e in mezzo al fango. Aveva il capo ricciuto, colla cipria, teneva il cappello sotto il braccio, portava la spada al fianco ed era vestito di seta con calze, scarpe e fibbie guernite di brillanti. Era persona già attempata e camminava serio nell’aspetto senza darsi pensiero di tutti gli sguardi sopra di lui rivolti. «Egli è il principe di Palagonia», mi disse il merciaiolo, «il quale, di quando in quando, percorre la città allo facendo la colletta per il riscatto degli schiavi che stanno in Barberia. A dir la verità, raccoglie poco danaro, ma ciò vale sempre a mantenere viva la memoria di quei poveretti, e spesso chi ha conosciuto una sorte simile a quella di quei disgraziati, quando è in punto di morte lascia somme cospicue per il riscatto degli schiavi berberi. Da molti anni il principe di Palagonia è presidente dell’opera pia che mira a questo scopo, e ha fatto molto bene.» «Avrebbe dovuto impiegare a questo nobile fine il danaro che ha sprecato malamente nelle pazzie della sua villa,» commentai io. «Siamo fatti tutti così,» replicò il merciaiolo, «sprechiamo volentieri il nostro danaro per mantenere le nostre pazzie; per praticare la virtù, lo domandiamo agli altri.»

25 aprile. Yves Montand, Il canto dei partigiani francesi (con traduzione)

https://www.youtube.com/watch?v=DeXraool4QE

Il Canto dei partigiani o Canto della liberazione è l’inno della Resistenza francese sotto l’occupazione nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. Scritto nel 1943, le parole sono di Joseph Kessel e di Maurice Druon, la musica è di Anna Marly
[La canzone comincia con i rumori e le voci di soldati tedeschi che marciano su Parigi]


Amico, lo senti il nero volo dei corvi sulle nostre pianure?
Amico, le senti le grida sorde del paese che è incatenato?
Ohé, partigiani, operai, contadini, è l’allarme.
Stasera il nemico saprà il prezzo del sangue e delle lacrime.

Salite dalla miniera, scendete dalle colline, compagni!
Fuori i fucili dalla paglia, e le granate, e la mitraglia.
Ohé, uccisori all’arma bianca e da fuoco, fate presto!
Ohé, sabotatore, attento al tuo fardello: dinamite…

Siamo noi che spezziamo le sbarre delle prigioni per i nostri fratelli
Con l’odio in bisaccia e la fame che ci spinge, e la miseria.
Ci son dei paesi dove la gente sogna nel proprio letto.
E qui, lo vedi, noi si marcia, si uccide e si crepa.

Qui ognuno sa quel che vuole e che fa quando passa.
Amico, se cadi un amico esce dall’ombra al tuo posto.
Domani, nero sangue seccherà al sole vivo sulle strade.
Cantate, compagni, nella notte la Libertà ci ascolta.

Amico, le senti le grida sorde del paese che è incatenato?
Amico, lo senti il nero volo dei corvi sulle nostre pianure?
Oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh oh…

Ute Lemper, “Wiegenlied” (“Ninna Nanna”). Sottotitoli in italiano

“Quando Johanna Spector era a Buchenwald, ascoltò una ninna nanna in versi, una filastrocca della buona notte

Danuta, la donna con la borsetta. (I viaggiatori ignoranti)

Era il 13 aprile del 1985 quando a Växjö, Svezia, alcuni aderenti al Partito del Reich Nordico, movimento d’ispirazione nazista fondato nel 1956 sempre in Svezia, decisero di manifestare attraversando la città. Durante lo svolgimento della mesta processione, un uomo scattò una fotografia entrata nella storia: la donna con la borsetta (in svedese Kvinnan med handväskan). Il fotografo, Hans Runesson, immortalò una donna nel momento in cui picchiava, con la propria borsetta, un nazista.
La fotografia, apparsa il giorno seguente su alcuni quotidiani svedesi, fece ben presto il giro del mondo grazie alla pubblicazione sui quotidiani inglesi due giorni dopo gli avvenimenti della piccola cittadina svedese.
La donna protagonista della fotografia si chiamava Danuta Danielsson, mentre il nazista è Seppo Seluska. 

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Le figurine di Radiospazio. Acqua e sapone

Tom fu chiamato a vestirsi per la scuola domenicale. Mary gli diede un catino pieno d’acqua e un pezzo di sapone, e lui uscì dalla porta e mise il catino su un panchetto; poi tuffò il sapone nell’acqua e lo depose; si rimboccò le maniche; versò adagio l’acqua per terra, e poi entrò in cucina, e prese ad asciugarsi diligentemente la faccia sull’asciugamano dietro l’uscio. Ma Mary tolse l’asciugamano e disse: “ Ma non ti vergogni, Tom? Non devi essere tanto cattivo. L’acqua non ti farà male.” Tom rimase un tantino sconcertato. Il catino fu riempito di nuovo, e stavolta lui gli si piazzò davanti, per un po’, prendendo il coraggio a due mani; poi trasse un profondo respiro e cominciò. Quando entrò in cucina, poco dopo, tenendo gli occhi chiusi e cercando l’asciugamano a tentoni, un’onesta testimonianza d’acqua saponata gli gocciolava dal viso. Ma quando emerse dall’asciugamano, non era ancora a posto; perché il territorio ripulito finiva bruscamente al mento e alle mascelle, come una maschera; sotto e oltre questa linea c’era una scura distesa di terreno non irrigato che davanti si spandeva verso il basso e dietro intorno al collo. Mary prese in mano la faccenda, e quando ebbe finito Tom era ridiventato un bianco, senza possibilità di errore.