Sergio Benvenuto, Invecchio, dunque non sono (Le parole e le cose)

Da vecchi si è liberi di dire ciò che si vuole. Soprattutto liberi di dire sciocchezze – i più giovani non oseranno reagire indignati. Non per rispetto della senectus come si crede, ma per commiserazione. “Poveretto, non ci sta più tanto con la testa…” si dice con aria tra il beffardo e il contrito. È vero che molti, da vecchi – quando non hanno più nulla da perdere, nemmeno la pensione – sentendosi finalmente affrancati, dicono le scempiaggini che hanno in fondo sempre pensato, anche da giovani, solo che prima non osavano dirle coram populo. Da giovani, si è attenti a non provocare il comune senso del pudore, si sa che certe cose si possono dire solo con lunghe circonlocuzioni per cui pochi capiscono. La vecchiaia invece dà licenza di spudoratezza. È accaduto così che un celeberrimo premio Nobel in medicina, un genio, invecchiando abbia lasciato sgocciolare le sue convinzioni scientificamente razziste, creando un imbarazzato raccapriccio tra colleghi e ammiratori. Ma sono convinto che il nobélier – come si dice in francese – quelle idee razziste le avesse sempre coltivate nel cortiletto privato della propria mente.

Leggi l’intero articolo:
http://www.leparoleelecose.it/?p=39127

Il video della domenica. Elena Bucci legge “Aleatoria”, di Mario Giorgi

https://youtu.be/4M0E0iZXHPg

«Più si avanza, più si ha l’impressione di tornare indietro. È strano questo: tu cammini, vai avanti, metti un piede dopo l’altro, ma non puoi guardare avanti, la testa è bloccata, puoi guardare solo indietro. E il curioso è che, andando avanti, un passo dopo l’altro, senza fermarti mai, senza mai immaginare che la testa è bloccata, arrivi in fondo e finalmente ti accorgi che il tuo andare avanti in realtà è stato un… hai girato in circolo, hai percorso una sorta di circonferenza, per cui sì, sei andato avanti, ma in realtà sei arrivato dietro, al punto di partenza. Solo che ti trovi – per così dire – alle spalle di te stesso, di com’eri e dov’eri quando sei partito…»

Mario Giorgi, Configurazione alieno, CS libri

Maurice Maeterlinck, La potenza dei morti

In un libretto che è un piccolo capolavoro, La città incantata, una scrittrice inglese, Mrs Oliphant, ci mostra i morti di una città di provincia che, improvvisamente, indignati dal comportamento e dai costumi degli abitanti nella città che essi hanno fondato, si ribellano, invadono le case, le strade, le piazze. I morti sono una moltitudine sterminata, onnipotente, ancorché invisibile, quindi hanno la meglio sui vivi, li cacciano oltre le mura e fanno buona guardia affinché non entrino se non dopo un trattato di pace e una penitenza purificatrice che ripari lo scandalo e assicuri un futuro più degno.
Questo racconto, che sembra il frutto di una troppo accesa fantasia perché siamo abituati a vedere solo le realtà materiali ed effimere, nasconde una grande verità. I morti vivono e si aggirano fra noi più realmente e più efficacemente di quanto potrebbe rappresentarci la più avventurosa immaginazione. C’è da dubitare che se ne restino nelle loro tombe, è molto più probabile che non si lascino rinchiudere là dentro. Sotto le lastre delle quali li crediamo prigionieri c’è solo qualche pugno di cenere che non li riguarda più; le hanno abbandonate senza rimpianti e probabilmente dimenticate. Tutto ciò che essi furono, ora è fra noi. In che modo, in quale forma? Dopo tante migliaia, milioni di anni non lo sappiamo ancora, e nessuna religione ce l’ha saputo dire con ragionevole certezza, nonostante si siano molto impegnate; ma stando a certi indizi possiamo sperare di capirlo.

Maurice Maeterlinck, Les sentiers dans la montagne

Andrea Pomella, Arrivare in anticipo (Doppiozero)

Ai tempi della scuola i miei compagni cenavano tutti tardi. Cenare tardi era indice di modernità. Più si cenava tardi, più si era evoluti, alla moda, giusti, impeccabili, audaci. Più si cenava presto, più si era primitivi, bifolchi, demodé, sbagliati, coglioni. Cenavano tardi le famiglie piccolo borghesi, avvezze dalla nascita a modi estroversi e spigliati. Cenavano presto i complessati, i goffi, gli incarogniti nel male sociale del disprezzo di sé. Io che discendo da una famiglia di origine contadina avevo l’abitudine di cenare alle sette meno un quarto, quando in Tv davano Zig Zag con Raimondo Vianello, o I Jefferson, o Italia Sera con Piero Badaloni, e pertanto rientravo nel novero dei coglioni.
Poi sono cresciuto, e nel frattempo quel che allora era considerato moderno è diventato antico. Ma ciò che è rimasto inalterato nel connotare una certa idea borghese di modernità è proprio la gestione del tempo individuale. 

Leggi il resto dell’articolo: https://www.doppiozero.com/materiali/arrivare-in-anticipo

Le figurine di Radiospazio. Le cose, le parole

Alejandra Pizarnik, Contr0

Io cerco di evocare la pioggia o il pianto. Ostacolo delle cose che non vogliono farsi strada nella disperazione ingenua. Questa notte voglio essere acqua, che tu sia acqua, che le cose scivolino come il fumo, imitandolo, dando segnali ultimi, grigi, freddi. Parole nella mia gola. Sigilli ingoiabili. Le parole non sono bevute dal vento, è una bugia dire che le parole sono polvere, magari lo fossero, così io, adesso, non farei suppliche da pazza imminente che sogna subite scomparse, migrazioni, invisibilità. Il sapore delle parole, quel sapore seme vecchio, ventre vecchio, osso che disorienta, animale bagnato da un’acqua nera (l’amore mi obbliga alle smorfie più atroci davanti allo specchio). Io non soffro, io non dico se non il mio schifo per il linguaggio della tenerezza, quei filamenti viola, quel sangue annacquato. Le cose non celano niente, le cose sono cose, e se qualcuno si avvicina adesso, e mi dice pane al pane e vino al vino mi metterò a ululare e dare testate contro ogni muro infame e sordo di questo mondo. Mondo tangibile, macchine prostituitesi, mondo usufruibile. E i cani mi offendono con i loro peli offerti, leccando lentamente e lasciando la loro saliva sugli alberi che mi fanno impazzire. (1961)

Le figurine di Radiospazio. Il luogo comune

Jea-Paul Sartre, Prefazione a Ritratto di ignoto, di Nathalie Sarraute

Il luogo comune. Questa bella espressione ha svariati significati: certamente indica i pensieri più triti, ma questi pensieri sono diventati il luogo di incontro della comunità. Ciascuno vi si ritrova, ci ritrova gli altri. Il luogo comune è di tutti e mi appartiene; appartiene in me a tutto il mondo, è la presenza di tutto il mondo in me. È essenzialmente la generalità; per appropriarmene, devo compiere un atto: un atto con il quale mi spoglio della mia particolarità per aderire al generale, per diventare la generalità. Non simile a tutti, ma esattamente l’incarnazione di tutti. Con questa adesione eminentemente sociale, io mi identifico in tutti gli altri nell’indistinto della generalità.

Vittorio Pelligra, Arriva dagli Usa un’altra epidemia: migliaia di morti per mancanza di senso (Il sole 24 ore)

Arrivano dagli Usa, storica avanguardia delle tendenze che poi invaderanno gran parte del mondo economicamente avanzato, segni nefasti relativi all’evoluzione di questo ambiente. Uno dei più tragici è legato alla diffusione delle “morti per disperazione” (deaths of despair). Una vera e propria epidemia che ha visto, solo negli Stati Uniti, nel 2017, morire 158.000 persone di suicidio, overdose o malattie correlate all’abuso di alcool. È come se ogni giorno di quell’anno tre Boeing 737 MAX si fossero schiantati, causando la morte di tutti i passeggeri.

Leggi l’intero articolo:
https://www.ilsole24ore.com/art/arriva-usa-un-altra-epidemia-migliaia-morti-mancanza-senso-ADM82cj

VOLTAIRE, SUL TERRIBILE PERICOLO DELLA LETTURA

voltaireNel 1765, Voltaire scrive questo piccolo pamphlet contro l’intolleranza e la libera circolazione delle idee. Il suo obiettivo erano gli ambienti più oscurantisti della cultura francese. Per non incorrere nella censura, Voltaire crea un Oriente del tutto immaginario usandolo come una sorta di sponda contro la quale far rimbalzare il suo paradossale sarcasmo – una tecnica straniante, quella di scegliere un luogo tanto lontano da apparire improbabile, che il nostro autore aveva già messo in atto nel suo Micromegas (ambientato inizialmente su Sirio), ne La principessa di Babilonia e in altri racconti filosofici. Ora, per un corto circuito della storia, l’Oriente di Voltaire perde i suoi connotati fantastici e assume quelli di una terrificante realtà.

Voltaire, Sul terribile pericolo della lettura

Noi, Joussuf-Chéribi, per grazia di Dio muftì del Santo Impero ottomano, luce delle luci, eletto fra gli eletti, a tutti i fedeli che vedranno queste parole, idiozia e benedizione.
Visto che Said-Effendi, ambasciatore presso la Sublime Porta di un piccolo Stato chiamato Frankrom, collocato fra la Spagna e l’Italia, ha introdotto  fra noi la pericolosa pratica della stampa, dopo aver consultato a proposito di questa novità i nostri venerabili fratelli cadì e imam della città imperiale di Stambul, e soprattutto i fachiri, conosciuti per il loro zelo contro lo spirito, è sembrata una buona cosa a Maometto e a noi condannare, proscrivere nonché bollare con anatema la suddetta infernale invenzione della stampa, e ciò per le ragioni che andiamo ad esprimere:

  • Questa facilità di comunicare il proprio pensiero tende evidentemente a dissipare l’ignoranza, che è la custode e la salvaguardia degli Stati civilizzati.
  • Si deve temere che, fra i libri importati dall’Occidente, ve ne siano alcuni sull’agricoltura e sui mezzi per perfezionare la meccanica, le quali opere potrebbero alla lunga, che Dio non voglia, risvegliare l’intraprendenza dei nostri agricoltori e dei nostri manifatturieri, nonché stimolare la loro intraprendenza, aumentare la loro ricchezza, e sollecitare nei loro animi aspirazioni più nobili e una certa sollecitudine per il bene pubblico, sentimenti del tutto inconciliabili con la santa dottrina.
  • Di conseguenza i nostri libri di storia sarebbero privi di quelle meravigliose invenzioni che mantengono la nazione nella sua felice stupidità. Questi libri commetterebbero l’imprudente principio di rendere giustizia alle buone e alle cattive azioni e raccomanderebbero la giustizia e l’amore della patria, cosa che è palesemente contraria ai diritti della nostra terra.
  • Col tempo, nascerebbero dei miserabili filosofi i quali, col pretesto specioso ma censurabile di illuminare gli uomini e di renderli migliori diffonderebbero delle virtù pericolose, delle quali il popolo deve restare sempre all’oscuro.
  • Questi libri eleverebbero il concetto di Dio rivelando che egli è presente in ogni luogo; di conseguenza diminuirebbe il numero dei pellegrini alla Mecca, con grave detrimento delle anime.
  • Ne conseguirebbe senza dubbio che, a forza di leggere questi autori occidentali che trattano di malattie contagiose e del modo di prevenirle, ci troveremmo in seria difficoltà a preservare la peste, cosa che sarebbe un grave attentato agli ordini della Provvidenza.

Per queste ragioni, per l’edificazione dei fedeli e per il bene delle loro anime, noi li diffidiamo dal leggere alcun libro sotto pena della dannazione eterna. E per evitare che essi cedano alla tentazione diabolica di istruirsi, noi vietiamo ai padri e alle madri d’insegnare a leggere ai loro bambini. E per prevenire eventuali infrazioni a questo nostro editto, noi li diffidiamo espressamente dal pensare sotto la pena della dannazione pocanzi espressa; ingiungiamo a tutti i veri credenti di denunciare alle istituzioni chiunque abbia espresso quattro frasi di senso compiuto. Ordiniamo che in tutte le conversazioni ci si serva di termini che non significano nulla, secondo l’usanza della Sublime Porta. E per impedire che qualche pensiero si insinui di contrabbando nella sacra città imperiale, coinvolgiamo in particolare il primo medico di sua Altezza il quale, avendo già ucciso quattro augusti personaggi della famiglia ottomana, ha più di ogni altro l’interesse a prevenire l’infiltrazione di ogni specie di conoscenza nel paese; gli diamo il potere, con questo scritto, di selezionare ogni idea che si presenti, espressa per iscritto o a voce, alle porte della città, e di portare la suddetta idea, mani e piedi legati, al nostro cospetto così che possiamo infliggerle il castigo che ci piacerà.

Emesso dal nostro palazzo della stupidità, il giorno 7 della luna di Muharem, anno 1143 dell’Egira.

 

Il video della domenica. ALBERTO BURRI, LA VITA NELL’ARTE. 6’30”

“Il sacco. Il primo sacco che lui ha dipinto era perché appena finita la guerra, o probabilmente ancora in prigionia… aveva sotto mano un sacco di quelli sbrindellati, bucati, rotti, che lui ha cercato di far diventare una tela per dipingerci…”

“La realtà delle guerre: distruggono l’equilibrio, infatti nel dopoguerra non esiste una pittura tonale, e rimani in questo rapporto immediato con la superficie”.

Intervista con Letizia Battaglia

Chiara Valerio incontra Letizia Battaglia. L’isola deserta, radiotre

Letizia-Battaglia1 (1)

https://www.raiplayradio.it/audio/2019/03/Lapos-ISOLA-DESERTA-723617e2-3fab-47d6-9409-f9cadbdd701c.html

Pasolini, Joyce, Pound, Pina Bausch, la Mafia, la strada, l’amore/odio per Palermo, nel racconto di una grande fotografa (e non solo) del ‘900
Imperdibile.
“Ezra Pound l’incontrai quando avevo 27 anni… Il poeta. Emilio Isgrò, che allora era un ragazzo, mi disse Andiamo a incontrare un poeta, si chiama Ezra Pound…”. Va bene. Andiamo a Venezia.  Io non sapevo hi fosse Ezra Pound… C’era quest’uomo con la barba, triste, che non disse una parola. Io ero molto truccata, molto… col rimmel, il mascara, tutto… C’era anche la moglie accanto, che forse vigilava… Io mi misi a piangere… Io non sapevo niente di lui, che era stato in manicomio, che era stato accusato di fascismo… Mi misi a piangere e poi, tutta macchiata di nero, di trucco, aspettai fuori con Emilio Isgrò che lui uscisse con la moglie… aveva le scarpe di pezza… Erano meravigliosi tutti e due, mi ricordo ancora il cammino… Mi viene in mente il Canto 81 dei Canti pisani: “Strappa da te la vanità, ti dico, strappala/Quello che veramente ami non ti sarà strappato/ Quello che veramente ami è la tua vera eredità/ Il mondo a chi appartiene?/ A me, a loro o a nessuno. / Ecco, quella è la base della mia vita. Il mondo a chi appartiene? Oggi me lo domando. Quando arrivano questi poveracci nella barca… Il mondo a chi appartiene? A me, a te, a loro…”

Maurizio Corrado, Cosa resterà degli umani? (Doppiozero)

In questi ultimi anni, dominati dall’immaginario dell’Antropocene, noi umani ci interroghiamo sulla nostra permanenza sul pianeta iniziando a vederla come effimera e a prendere in considerazione l’idea della morte della specie come un’ipotesi più che concreta. L’estinzione di massa è entrata stabilmente nel nostro quotidiano e abbiamo iniziato a convivere con l’idea della nostra scomparsa dall’orizzonte della storia del pianeta Terra. Quanto di tutto ciò è legato al fascino dell’eternità che almeno da Parmenide in poi ha impregnato tutto il mondo occidentale? 

Leggi l’intero articolo:
https://www.doppiozero.com/materiali/cosa-restera-degli-umani?fbclid=IwAR3_cyUI7gVUdoXgMe6RF2hNveXr_GBTFblgNFiKibpL-GVUhPVYJcbQAtk

Gianni Rodari, Filastrocca di Ferragosto

Filastrocca vola e va
dal bambino rimasto in città.
Chi va al mare ha vita serena
e fa i castelli con la rena,
chi va ai monti fa le scalate
e prende la doccia alle cascate…
E chi quattrini non ne ha?
Solo, solo resta in città:
si sdrai al sole sul marciapiede,
se non c’è un vigile che lo vede,
e i suoi battelli sottomarini
fanno vela nei tombini.
Quando divento Presidente
faccio un decreto a tutta la gente;
“Ordinanza numero uno:
in città non resta nessuno;
ordinanza che viene poi,
tutti al mare, paghiamo noi,
inoltre le Alpi e gli Appennini
sono donati a tutti i bambini.
Chi non rispetta il decretato
va in prigione difilato”.

Olga Tokarczuk, Una bambina nel buio (da I vagabondi)

Sono una bambina. Sto seduta sul davanzale circondata da giocattoli buttati sul pavimento, torri di cubi crollare, bambole con occhi sbarrati. La casa è in penombra, l’aria nelle stanze pian piano si raffredda e si fa sempre più buio. Qui non c’è più nessuno; sono usciti tutti, spariti, si sentono ancora le loro voci affievolirsi, lo strascichio dei loro piefi, l’eco del passi e le risate in lontananza. Fuori dalla finestra i cortili sono vuoti. L’oscurità scende con dolcezza adagiandosi su tutto come rugiada nera.
La cosa peggiore è l’immobilità: densa e visibile nell’aria fredda del crepuscolo e nelle luce flebili delle lampade al sodio che, ad appena un metro di distanza, si insabbiano nel buio.
Non succede nulla, la marcia dell’oscurità si ferma davanti alla porta di casa, tutto il frastuono si placa e crea una pellicola spessa come quella sul latte che si raffredda.
I contorni degli edifici sullo sfondo del cielo si estendono all’infinito, perdono lentamente gli angoli acuti, le sporgenze, gli spigoli. La luce che svanisce porta via l’aria, non ne rimane più da respirare. L’oscurità ora mi penetra nella pelle. Tutti i suoni si sono ritirati su se stessi, cone gli occhi delle lumache; l’orchestra del mondo se n’è andata ed è svanita nel parco.
Quella sera ho scoperto per caso il limite del mondo, giocando, senza volerlo. E l’ho scoperto perché per un attimo mi hanno lasciata sola, incustodita. Naturalmente mi son ritrovata in trappola, bloccata. Sono una bambina, sto seduta sul davanzale e guardo il cortile freddo. Le luci della mensa scolastica sono già spente, se ne sono andati tutti. Le lastre di cemento del cortile si sono impregnate di oscurità e sono scomparse. Le porte sono tutte chiuse, le serrante abbassate e le tende tirare. Vorrei uscire ma non saprei dove andare. Solo la mia presenza assume contorni netti che tremano e fluttuano, e mi fa male. In un attimo scopro la verità: non c’è più nulla da fare, io sono qui.

Olga Tokarczuk, I vagabondi, Bompiani, Traduzione di Barbara Delfino

Nicoletta Vallorani, Il corpo della madre (Le parole e le cose)

Mi sono chiesta molte volte, prima di sperimentarlo, che cosa significasse prendersi cura del corpo della madre, un corpo che, per molte donne della mia generazione, è spesso un continente ignoto, sempre coperto di panni familiari e rassicuranti e ipostatizzato nella congruenza assoluta tra una funzione materna fatta di cura silenziosa e di accantonamento deliberato di sé e la necessità di localizzare lo spirito della maternità nel territorio indiscutibile del mito, della teoria e/o dell’ideologia. È così per molte di noi, ed è difficile rendersi conto di questa assenza del corpo della madre, finché la vita non ne palesa irrefutabilmente le caratteristiche.

Leggi l’intero articolo:
http://www.leparoleelecose.it/?p=37729