Silvia Gola, Vogliamo anche il pane (Il Tascabile)

Una mappatura delle condizioni (e delle mobilitazioni) dei lavoratori dello spettacolo e della cultura.

Incarnata in una popolazione fluttuante, composta da lavoratrici e lavoratori indipendenti, precari, poveri al lavoro, lavoratori qualificati e mobili, sottoposti a una flessibilità permanente. (…) i quali, pur potendo dimostrare di partecipare alla politeia, restano cittadini dimezzati perché non godono di un contratto di subordinazione e a tempo indeterminato.

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https://www.iltascabile.com/societa/vogliamo-anche-il-pane/

Louise Glück, Nostos (Le parole e le cose)

In giardino c’era un melo –
e questo sarebbe
quaranta anni fa – dietro,
solo prati. Macchie di crochi
nell’erba umida.
Io stavo alla finestra:
fine aprile. Fiori primaverili
……………….
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http://www.leparoleelecose.it/?p=39446

Julio Cortázar, Il meraviglioso

Da bambino ero più sensibile al meraviglioso che al fantastico, e a parte i racconti di fate, come il resto della mia famiglia credevo che la realtà esteriore si presentasse tutte le mattine con la stessa puntualità e le stesse rubriche fisse della Prensa. L’evidenza che ogni treno dovesse essere trascinato da una locomotiva era una certezza alla quale frequenti viaggi da Banfield a Buenos Aires offrivano una conferma rassicurante, e per questo la mattina in cui per la prima volta vidi entrare in stazione un treno elettrico che sembrava fare a meno della locomotiva scoppiai a piangere con una tale veemenza che, secondo mia zia Enriqueta, ci volle più di un quarto di chilo di gelato al limone per riportarmi al silenzio. (Del mio abominevole realismo di quel periodo dà un’idea complementare il fatto che, passeggiando con mia zia, trovassi spesso monete per strada, ma soprattutto l’abilità con cui dopo averle rubate a casa le facevo cadere mentre mia zia guardava una vetrina, per poi precipitarmi a raccoglierle ed esercitare l’immediato diritto di comprarmi le caramelle. A mia zia invece il fantastico doveva essere molto familiare visto che non trovava mai insolita quella ripetizione un po’ troppo frequente e condivideva perfino l’eccitazione del ritrovamento e qualche caramella)

Julio Cortázar, Il sentimento della letteratura, Traduzione Eleonora Mogavero, SUR

Rimandata al 2024 la mostra di Philip Guston: Incriminate le figure che evocano il KKK nei dipinti (Artribune)

La mostra, che avrebbe dovuto tenersi a Boston, Houston, Washington e a Londra, si terrà tra quattro anni. Secondo i direttori delle istituzioni ospitanti il clima storico attuale non sarebbe adatto ad ospitare la grande retrospettiva dell’artista.

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https://www.artribune.com/dal-mondo/2020/09/rimandata-philip-gustonnow-al-2024/

Sara Dolfi Agostin, Paolini: sessant’anni di carriera in mostra e una donazione al Castello di Rivoli (Il Sole 24 ore

“Il Castello di Rivoli celebra l’ottantesimo compleanno di Giulio Paolini (Genova, 1940) con una mostra personale, occasione per una donazione al museo e omaggio alla sua lunga carriera, iniziata a vent’anni con l’opera «Disegno geometrico» (1960). Un artista che in molti non esitano a chiamare “maestro”; protagonista della prima ora della guerriglia dell’Arte Povera teorizzata nel 1967 da Germano Celant, pur avendo sempre ribadito un’autonomia inscritta in un’affinità di pensiero e amicizia.”

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https://www.ilsole24ore.com/art/paolini-sessant-anni-carriera-mostra-e-donazione-castello-rivoli-ADPIldv

Manu Dibango, Le voci della radio

Finalmente ascolto per la prima volta Louis Armstrong canticchiare alla radio! Finalmente sento una voce nera, una voce che canta delle melodie che mi ricordano quelle che ho imparato al tempio.
Questa radio dà il ritmo alla vita di tutti i giorni. La televisione non esiste ancora. Ascoltiamo con fervore i romanzi a puntate e Charles Trenet. Quando canta La Mer  io rivedo il mio paese, e le donne che vanno sulla riva a cercare il pesce. Impressioni che mi riportano al passato. I profumi dell’infanzia mi arrivano con le lettere di mio padre. Nelle sue missive mi dà dei consigli su ciò che devo fare, chi devo frequentare. Mi vieta di scrivere alla gente del paese, perché non sappiano che sono in Francia: c’è il rischio che ci buttino il malocchio. Mio padre vive la sua vita nel Camerun mentre io sono ormai in un mondo diverso.

Manu Dibango, Tre chili di caffè, Tradudizione Jole Pinna Pintor, EDT

Isabella De Silvestro, Fotograferemo tutto e saremo incapaci di ricordare ciò che conta davvero. Così predisse Calvino nel 1970

“Uno studio del 2018, pubblicato nel Journal of Experimental Social Psychology, ha rilevato che le persone che fotografano un’esperienza dimostrano in seguito di averne un ricordo meno intenso e dettagliato rispetto a chi la vive senza filtri. Se infatti la foto ci illude di aver catturato l’esperienza nella sua totalità, ciò che quella invece è riuscita a catturare non è che una parte infinitesimale di ciò che compone l’intera esperienza.”
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https://thevision.com/cultura/italo-calvino-fotografare-ricordi/

Le figurine di Radiospazio. Dal capufficio

Lei è seduto di fronte al suo capo ufficio.
Si rilassi, respiri profondamente, domini il tremito nervoso delle ginocchia, esponga il suo caso, ma mantenga fino in fondo un po’ di dignità e fierezza. Non si getti ai suoi piedi, non gli abbracci le ginocchia.
Gli dica che non ne può più, che non arriva a sbarcare il lunario, che non è per sé che implora, ma per la moglie che è logorata dal lavoro di casa e per i cinque figli minacciati dalle malattie.
Forse riuscirà a convincere il capo ufficio, ma può anche darsi che egli si metta a gridare:
«Cosa? Lei, un impiegato che era ritenuto modello, venire a mendicare pochi miserabili centesimi, quando alcuni dirigenti nel pieno delle loro capacità sono ridotti alla disoccupazione a soli quarant’anni!  Si reputi fortunato se non la butto fuori a calci nel sedere!»
In questo caso non faccia gesti di cui potrebbe pentirsi in seguito. Si alzi ed esca dignitosamente.

Sara Sermini, Ci cura questa forma lapidaria. I versi poveri di Antonella Anedda (Le parole e le cose)

«Papà, spiegami allora a che serve la storia», chiese una volta un bambino al padre che di mestiere faceva lo storico, e Marc Bloch prontamente annotò la frase nel suo quaderno di lavoro, per poi concentrare in quel verbo, ‘servire’, le ragioni della sua Apologia della storia. Se rivolgessimo la stessa domanda ad Antonella Anedda ci direbbe, forse, che la storia, quella fatta sulle carte con fatica e rigore, è come la poesia: non serve a niente e non serve nessuno, non è a servizio di nessuno. Quella storia che nelle raccolte di Anedda fino a Salva con nome era entrata obliquamente nei suoi versi – come quella «navata di chiarore» che si apre improvvisa nella stanza, di notte, allo spalancarsi del frigorifero – ora diventa l’argomento stesso della raccolta. Fin dal titolo di Tacito, Historiae, che Antonella Anedda fa suo, eleggendo lo storico romano a portavoce della ricerca di una lingua che sappia ridire la storia:

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http://www.leparoleelecose.it/?p=39295

Esilii

  … plenum exiliis mare, infecti caedibus scopuli.
Tacito, Historiae, I, 2

Oggi penso ai due dei tanti morti affogati
a pochi metri da queste coste soleggiate
trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati.
Mi chiedo se sulle ossa crescerà il corallo
e cosa ne sarà del sangue dentro il sale.
Allora studio – cerco tra i vecchi libri
di medicina legale di mio padre
un manuale dove le vittime
sono fotografate insieme ai criminali
alla rinfusa: suicidi, assassini, organi genitali.
Niente paesaggi solo il cielo d’acciaio delle foto,
raramente una sedia, un torso coperto da un lenzuolo,
i piedi sopra una branda, nudi.
Leggo. Scopro che il termine esatto è livor mortis.
Il sangue si raccoglie in basso e si raggruma
prima rosso poi livido infine si fa polvere
e può – sì – sciogliersi nel sale.

Félix Fénéon, Romanzi in tre righe

«Pensavo peggio!». Lo ha esclamato – radioso – Lebret, condannato per omicidio, a Rouen, ai lavori forzati a vita.

Al momento dell’arresto Arthur Arnould aveva già raccolto, a Saint-Cloud, tre campanelle da chiesa, oltre a quelle di ventisette case di piacere.

Ieri a Rouen il signor Colombe si è ucciso con un colpo di rivoltella. Nel marzo scorso sua moglie gliene aveva sparati tre. I due erano in attesa di divorzio.

I giudici di Doullens hanno sanzionato tre pie donne di Hérissart, ree di avere accennato a lapidare i gendarmi.

Tre scioperanti di Fressenneville condannati a pene detentive: uno, due o tre mesi, a seconda del grado di scurrilità delle contumelie rivolte ai soldati.

Aveva scommesso di bere quindici bicchieri di assenzio, accompagnandoli con un chilo di manzo. Al nono Théophile Papin, di Ivry, è stramazzato.

Senza casa né lavoro, Louis Lamarre aveva però qualche soldo in tasca. È entrato in una drogheria di Saint-Denis, ha comprato un litro di petrolio, e se l’è bevuto.

Il signor Gauthier aveva sotterrato tre figlie al cimitero di Essarts-le-Roi. Ora ha chiesto che le salme vengano riesumate. Alla conta ne mancherebbe una.

Alla periferia di Marsiglia un residente, Coste, ha ucciso con un coltello da formaggio la sorella, droghiera come lui, che gli faceva concorrenza.

Il sindaco di Le Vésinet odia le sirene. Su tutto il territorio da lui amministrato nessuna autovettura sarà autorizzata a farne uso.

Félix Fénéon, Romanzi in tre righe, Adelphi, Traduzione Matteo Codignola

Rossana Rossanda, Il mio primo comizio (1948)

Non scorderò mai il mio primo comizio, a Castelnuovo Bocca d’Adda, la grande piazza fra case basse e la chiesa in fondo, i pochi compagni attorno che suggeriscono: «Aspettiamo che finisca la messa cosí la gente si ferma a sentirti», il parroco tutto nero che esce sul sagrato scrutando il suo gregge, andava verso di me o a casa? A casa, andavano, la piazza restava rada, e i compagni mi confortavano: «Ti ascoltano dietro le imposte, hanno paura di farsi vedere». E così mi ero lanciata, cercando di capire su quei volti attenti se le parole passavano, in fondo il prete che mi pareva enorme e a un certo punto «el falchett», il figlio dei signori che la domenica roteava con la sua Aurelia Sport, detta anche la bara volante, in cerca di ragazze, e si fermò incuriosito. Tutti i paesi della bassa lombarda scivolano nella mia memoria in questo scenario almeno per due decenni, finché si sono fatti ricchi, hanno ritinteggiato la piazza diventata centro storico con i negozi di Armani e Versace alla svolta. Ogni volta che la macchina mi depositava in una di queste piazze lo stomaco mi si annodava, non cessò di annodarsi anche quando divenni più  esperta, seguivo con gli occhi quelli che passavano senza fermarsi, mi parevano tantissimi, come quelli che incrociavo andando verso il luogo del comizio, non gli interessiamo, è chiaro, che sto facendo qui? Non sarò capace, non è il mio posto. E non lo era. Non so come parlassi, che cosa arrivasse a quei volti seri, operai e non, o chiusi come quelli dei contadini che arrivavano ancora intabarrati –toccavo con mano la distanza da cui dovevo parergli provenire. Erano là per appendere le pene della loro vita a una ragione piú grande, una speranza – che altro li induceva a venire? Certo non riuscivo a smuoverne l’emozione, come Togliatti e Terracini e Nenni in piazza Duomo. I miei mi parevano piú moderni, si poteva parlare in quel modo piano, prima o poi avrei imparato – senza quelle vette e quei finali che non avrei saputo tirar fuori. Mi buttavo sudando freddo, scrutando la gente davanti, sentendo se poco a poco la ragazza che veniva da Milano suscitava dopo un primo sospetto la sensazione che non erano soli, che c’erano altri con loro, se riuscivo a usare di quel margine per cui una donna era avvantaggiata, la compagna andava aiutata. Insomma se si allacciava il filo che ci teneva uniti. La sensazione era curiosa: eravamo fortissimi, i soli organizzati, ma in un mare di preti e madonne pellegrine, le cui statue oranti e infiorate erano portate da tutte le parti per esorcizzare noi, il demonio. Avvertivo i molti silenzi, ma li attribuivo a un’impaurita simpatia. Che fossimo forti era certo. Cosí certo che quando cominciarono a scorrere i primi dati degli scrutini sul nastro luminoso sulla facciata del palazzo dei giornali in piazza Cavour –eravamo accalcati là davanti con il naso in su –restammo increduli. Lo scrutinio era lentissimo, cominciò martedí sera e durò quasi due giorni, ma i primi seggi piccolissimi di provincia emettevano Dc Dc Dc, e poi anche quelli di città, Dc Dc Dc. Prima pochi dati, poi a pioggia. A un terzo dello scrutinio veniva in testa la Dc e non di poco piú di noi –molto, moltissimo. Non ci potevamo credere, nascondevano, tenevano per ultimi i luoghi dov’eravamo in testa. Ma risultò che anche a Sesto, anche nei quartieri che sapevamo proletari, dovunque eravamo al di sotto delle piú pessimiste previsioni. Perdevamo da tutte le parti, la gente ci lasciava, non credeva in noi, ci affogava in un mare di voti bianchi. Eravamo a terra, sbalorditi, davanti a un’Italia –la nostra, il nord – che dunque era tutta diversa da quel che credevamo percorrendola, l’Italia di coloro che non riempivano nessuna piazza, neanche quelle dove parlava uno dei loro, assenti e possenti. La borghesia aveva vinto, e la chiesa di Pio XII con lei.

Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi