Quando mi interrogano sulla mia professione, mi sento imbarazzato: divento rosso, balbetto, io che altrimenti sono noto per essere un uomo disinvolto. Invidio la gente che può dire: faccio il muratore. Ai parrucchieri, ai ragionieri, agli scrittori invidio la semplicità delle loro professioni: si spiegano da sole, non richiedono ulteriori chiarimenti. Io invece sono costretto a rispondere a queste domande: rido. Rido su dischi, su nastri magnetici, e i registi dei radiodrammi mi trattano con riguardo. È una professione faticosa, tanto più che so fare anche il riso contagioso, così sono diventato indispensabile anche ai comici di terzo e quart’ordine che, a ragione, tremano per le loro battute, e quasi ogni sera vado in giro nei cabaret, per ridere contagiosamente nei punti deboli del programma. Quando torno a casa mi aspettano dei telegrammi; “Ci occorre urgentemente il suo riso. Registrazione martedì”. E poche ore dopo mi trovo in un direttissimo surriscaldato e mi lamento della mia sorte. Potete capire che dopo il lavoro – o in vacanza – ho poca voglia di ridere, e la gente – forse a ragione – mi considera un pessimista. Nei primi anni di matrimonio mia moglie mi diceva spesso: “Su, perché non ridi un po’?”, ma poi ha capito che non potevo esaudire il suo desiderio. Così il nostro matrimonio è quieto e tranquillo, perché anche mia moglie ha disimparato a ridere. Con un viso immobile passo attraverso la mia vita; mi permetto di tanto in tanto un pallido sorriso e talvolta mi chiedo se abbia mai riso veramente. Credo di no. I miei fratelli raccontano che sono sempre stato un ragazzino serio. Così rido in tante maniere, ma il riso mio non lo conosco.
Heinrich Böll L’uomo che ride, “Racconti umoristici e satirici” . Trad. Lea Ritter Santini, Bompiani
L’impatto delle immagini scelte per le copertine dei dischi più famosi non va sottovalutato: emozioni e sensazioni scaturiscono non appena l’occhio si posa su di esse. Per realizzarle gli artisti, i grafici e i pubblicitari si spremono le meningi senza tregua, soprattutto quando l’artista vuole cercare di lanciare un messaggio ben preciso – talvolta, per determinati artisti, la scelta della copertina è un lavoro molto più impegnativo della stesura e realizzazione della musica stessa all’interno di esso contenuta. Ecco 10 copertine che hanno letteralmente lasciato il segno nella storia della musica.
[Qualche giorno fa è scomparso Giuliano Scabia. Ne ricordiamo la figura luminosa, e il teatro vagante, con questo testo, comparso in Pensieri viandanti II. L’etica del camminare, a cura di Italo Testa, Diabasis, Reggio Emilia, 2008].
Sul crinale dei monti Appennini, là sul passo di Pradarena, un fortissimo vento fa vorticare la neve. Le nuvole sono basse, quasi toccano la faggeta. Compaiono un cavallo e un cavaliere.
DICE IL CAVALLO Mio signore – dove sono le stelle? Dove sono i lontani orizzonti? Dove siamo?
DICE IL CAVALIERE In cammino. O cavallo, adesso, proprio adesso ti vengono i dubbi? Non vedi che siamo già sul crinale?
DICE IL CAVALLO Non si vede niente, mio signore: vortica la neve, rotola il vento, le orecchie sono gelate e le gambe molto affaticate.
DICE IL CAVALIERE Cavallo mio, nei poemi antichi i cavalli non si lamentavano – andavano, sempre andavano e forse sognavano.
DICE IL CAVALLO Ma tu, mio signore, dove vuoi andare? Vedo auto, moto, aeroplani, ma nessun cavallo sui passi montani.
DICE IL CAVALIERE È per avere visioni che andiamo. Se vedere possiamo dove il sentiero finisce, o comincia, lontano.
DICE IL CAVALLO Siete sempre più matto. Proprio adesso che l’anno sta per finire noi siamo qui nella neve e nel vento a patire. Adesso al cavallo e al cavaliere sembra di udire dei canti.
CANTA LA NEVE Cosa dite? Quale sentiero? Quale lontano? Cosa vuol dire avere visioni? Come sono strane le parole umane!
CANTA LA FAGGETA Chi ha più felicità dei rami quando la neve li piega, quando i germogli si stanno per formare e si sente la linfa tremare?
CANTA LA NEVE Ecco – io, cadendo adesso mi adagio leggerissima e ho gioia e luce da tutto l’imbiancare.
CANTANO LE NUVOLE Figlia bianca – neve leggera – io ti perdo, adesso, ma so che un giorno tornerai su a fare, come vapore, le nuvole.
CANTA LA NEVE Madri care – nuvole sempre in moto: Cos’è la vita? Cos’è il tempo? Cos’è il volo? Cos’è l’eterno? Appare il cervo con le corna d’oro, molto grande.
CANTA IL CERVO CON LE CORNA D’ORO Mai prima avevo sentito la neve cantare. O neve: Cos’è la neve? Cos’è il mondo che vai ad imbiancare?
CANTA LA NEVE Il mondo è l’arrivo e il ritorno. Sono bellissima, fatta di cristalli e gelo – sono fisica e metafisica.
DICE IL CAVALLO Cos’è tutto questo cantume? Sono stufo di cose sublimi. Nuvole, vento, neve, cristalli, e nessuna pietà dei cavalli.
Dall’alto, attraverso le nuvole, arriva un’aquila sfolgorante, imbiancata di neve.
CANTA L’AQUILA SFOLGORANTE O cavallo, o cavaliere: dietro c’è tutto il passato e davanti il futuro. Ma dov’è l’avanti, dov’è l’indietro?
DICE IL CAVALIERE O aquila sfolgorante – perché non ci guidi? Hai forte vista, ali grandiose, potenza e forse, per come domandi, sapienza.
CANTA L’AQUILA SFOLGORANTE O cavaliere in attesa che passi il tempo dell’anno – dove credi che vada il tempo, per noi, per voi, per tutti gli dei e per Dio? È il tempo la guida, non io.
Improvvisamente un raggio di luce color oro attraversa le nuvole e illumina un punto del crinale. Là appare un uomo anziano, bellissimo, di circa 70 anni.
DICE IL CAVALIERE Lo conosco! È Minghìn da Murmré. Il capomastro muratore, poeta e maggerino. Tutti, neve, nuvole, vento, faggeta, aquila, cervo, cavallo, cavaliere guardano – la neve cade intorno, ma non su Minghìn – e dopo un po’ lui comincia a cantare.
SONETTO DI MINGHIN DA MURMRE Quando credi che il tempo sia finito comincia il viaggio che nessuno sa: sulla soglia davanti è l’infinito e dietro quello che ciascuno ha: ma ora in questa luce rifiorito dirò la cosa che accadendo sta: noi viviamo nel tempo addormentati sempre in attesa d’essere chiamati. il raggio di luce d’oro piano piano sparisce – e con lui la bella persona del cantore.
DICE IL CAVALLO Ecco – ho capito perché devo andare e questo crinale oltrepassare. Sul crinale, come due stelle, sono apparsi l’Anno Vecchio e l’Anno Nuovo. L’Anno Vecchio sembra cieco – l’Anno Nuovo, bambino, lo tiene per mano. E dice:
DICE L’ANNO NUOVO Possiamo passare?
DICE IL CAVALLO Siamo qui per aprirvi la strada.
DICE L’ANNO VECCHIO Benché cieco, pieno di ferite, vecchio o ho l’esperienza – e posso confortare.
DICE IL CAVALIERE, CANTANDO Chi è il conforto? Chi è l’andare? O gente in attesa: lontano arriva il guardare: ma noi sino alla fine dello sguardo sapremo un giorno arrivare?
Tutti – nuvole, neve, vento, faggeta, aquila, cervo, cavallo, Anno Nuovo e Anno Vecchio – cominciano a meditare sul canto del cavaliere – e mentre meditano arriva la fine del Canto del guardare lontano.
“Vi racconto la storia di Maria Robusti figlia illegittima del Tintoretto, di una bambina nata fuori dal matrimonio e cresciuta fuori dalle regole, una immagine forte di una figlia unita dall’amore e dall’arte con il padre, in una Venezia cinquecentesca centro cosmopolita del commercio e dell’arte, dove le donne o si sposavano o erano monache. Le donne pittrici erano per lo più le vedove di pittori, che, trovandosi in difficoltà economiche, tiravano avanti con la bottega dei mariti.”
June ha detto: «Sto cercando qualcuno a cui sottomettermi, ora che non posso più sottomettermi a Henry.» Cerco di spiegarle che lo scrittore è un duellante che non combatte mai all’ora stabilita, ma raccoglie un insulto come raccoglierebbe qualsiasi oggetto curioso, un articolo da collezionista, per deporlo più tardi sulla sua scrivania e ingaggiare con esso un duello vernale. C’è chi la chiama debolezza. Io lo chiamo rinvio. Ciò che è debolezza nell’uomo, diventa qualità nello scrittore. Perché egli preserva, colleziona, quanto esploderà più tardi nel suo lavoro. Ecco perché lo scrittore è l’uomo più solo della terra; perché egli vive, lotta, muore, rinasce, sempre da solo; tutti i suoi ruoli sono giocati dietro una tenda. Nella vita, è un personaggio incongruo. Per giudicare uno scrittore è necessario provare un amore eguale per la prosa e per l’uomo. La maggio parte delle donne ama soltanto l’uomo.
“Noi recitiamo per salvarci la vita, lo facciamo tutti i giorni. Le persone mentono costantemente, ogni giorno, non dicendo le cose che pensano o dicendo quello che in realtà non pensano…”
Gentile bibliopatologo, ho quarantanove anni, non sono più il lettore vorace che ero da giovane e da qualche tempo non ricordo più niente del poco che leggo. Non ricordo i titoli, i protagonisti, vagamente ho memoria della trama. Il massimo che posso dire è se un libro mi è piaciuto o meno. La cosa che mi preoccupa è che mi succede anche con i grandi classici che ho letto in età adulta: come si chiamava la moglie di Zeno Cosini, le cognate, l’amante? E a proposito, poi come andava a finire con l’amante? Mi pare di ricordare che ci fosse di mezzo uno psicanalista. Ecco, questa è la mia situazione. È grave? -Lo Smemorato di San Benedetto del Tronto
È il 1965 e in una libreria di un centro commerciale di Hamilton (Ontario, Canada) entra una ragazza quindicenne vestita da dandy. Spulcia i libri impilati sugli scaffali fino a trovare un’edizione dei poemi di Saffo con testo greco originale a fronte. Non conosce il greco quindi non può che leggerli nella loro approssimazione inglese, eppure qualcosa la colpisce profondamente: la bellezza estetica dei caratteri, l’inaccessibilità del mondo che si intravede oltre quei segni e la loro connessione intellettuale con l’eroe di cui si sente reincarnazione, Oscar Wilde. È quello il momento in cui, ritta in piedi al centro di uno shopping mall della periferia canadese, Anne Carson decide che avrebbe imparato il greco. Leggi l’intero articolo: https://www.iltascabile.com/letterature/anne-carson/#:~:text=%C3%88%20il%201965%20e%20in,testo%20greco%20originale%20a%20fronte.
Sono andato a passare qualche giorno al mare, in Bretagna, ai confini con la Vandea. Faccio questo viaggio ogni anno, da dieci anni, per accompagnare una comitiva di gatti che vanno a passare l’estate nella proprietà della loro padrona. Il viaggio dura dodici ore. Vi assicuro comunque che si è ripagati della fatica una volta arrivati allo chalet. Appena in giardino, si aprono i panieri. I gatti mettono fuori la testa. cominciano a raccapezzarsi. Si mettono a correre, ad arrampicarsi sugli alberi, ognuno trova il suo solito cantuccio. Sembra che dicano fra sé: “Ci aspettano quattro mesi di felicità”. Il viaggio offre anche altri piaceri. Il modo di viaggiare, prima di tutto. Quando penso che ci sono grandi scrittori e ricchi, che viaggiano in prima classe, e senza pagare, grazie alle tessere ferroviarie che vengon loro concesse… Io, che sono un piccolo scrittore per il quale il denaro ha la sua importanza, son ridotto a viaggiare in terza, e pagando. È la giustizia di questo mondo. Poi ci sono i compagni di viaggio. Star solo, signore! Solo dovunque, solo in ufficio, solo in casa, solo per strada, solo a teatro, solo soprattutto nella terza classe di un treno! Quest’ultima aspirazione resterà certo un sogno! C’era con noi, stavolta, una nonna impagabile, che portava la nipotina un mese al mare. La nipotina si chiamava Ninette. Non so quante volte questa nonna impagabile le ha detto: “Domani Ninette giocherà sulla spiaggia”. Vediamo un po’. Si può fare un conto approssimativo: Ninette ci ha messo tre ore buone per addormentarsi. S’è svegliata tre ore prima dell’arrivo. È rimasta sveglia per sei ore. Dunque per sei ore la nonna le ha ripetuto il discorso. Una volta ogni quarto d’ora. Sentire ventiquattro volte una nonna ripetere alla nipotina: “Domani Ninette giocherà sulla spiaggia”! Ci vuole una pazienza da santo per non buttarsi giù dallo sportello, o per non scaraventarci nonna e nipotina, e questa sarebbe stata evidentemente la cosa migliore.
“Minimalism is the ultimate sophistication” è la citazione che ci accoglie non appena approdiamo sull’account Instagram di Charlotte van Driel, fotografa olandese che ha fatto dell’arte di togliere la propria cifra stilistica.
“Complicare è facile, semplificare é difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare”. – Bruno Munari
Forse il nostro tempo, chiuso nel flusso riflusso di società che non rivolgono mai lo sguardo dentro sé stesse, ha dimenticato in fretta e continua a dimenticarsi di ogni essenziale dinamica interpersonale che non sia economica, cioè di quella essenziale dinamica dei sentimenti che ci fa, o dovrebbe farci essere, umanità. Sorprende dunque, ma in fondo neanche troppo, quando quello sguardo, attento e partecipato, viene intercettato come nella cinematografia del giapponese Kore’eda Hirokazu che Cannes ha recentemente scoperto, valorizzato ed amato anche per certe sue sintassi figurative, certe sue atmosfere e colori che richiamano la perduta Nouvelle Vague. “Affari di Famiglia”, che ha vinto la Palma d’oro nel 2018, è una delle sue opere ma non è l’unica, pur assumendo quasi la posizione di vera e propria summa di idee e visioni, di un percorso che mette al centro la famiglia da un punto vista molto particolare ma insieme essenziale e risolutivo, quello dei sentimenti che la percorrono e la costituiscono. Sei persone senza legami reciproci possono fare una famiglia? Sì se queste persone sono guidate e alimentate da sentimenti che li legano e che, sintomaticamente, sono in grado di farle andare oltre i loro singoli limiti, difetti e anche colpe. Insieme a questa storia di apparenti sbandati, in realtà ricchi di vita interiore e di dolcezza, la Cineteca di Milano ha presentato altri cinque film del regista giapponese, colpevolmente poco noto in Italia. È sostanzialmente, questo suo percorso creativo, una domanda ripetuta, che ci batte in testa con insistenza, quella se la famiglia nasca e debba essere fondata esclusivamente sul sangue o piuttosto sul sentimento, sull’amore che deve legare i suoi componenti e guidarne le scelte indipendentemente dai legami biologici. Dei sentimenti, purtroppo, sembriamo esserci dimenticati, o esserci voluti dimenticare, così che sembra restarci solo il calcolo delle convenienze che ci impegna senza implicarci e alla fine ci condanna alla solitudine.
“È un libro di qualità: qualità narrative perché certo ‘succede qualcosa’ e qualità di scrittura, così chiara e ferma”. Purtroppo il giudizio più che lusinghiero di Italo Calvino, che non si sperticava in complimenti, non bastarono a cambiare le sorti del romanzo di Brianna CarafaLa vita involontaria, pubblicato da Einaudi nel 1975 e arrivato ultimo nella cinquina del Premio Strega, vinto quell’anno da Tommaso Landolfi con la raccolta di racconti A Caso, edito da Rizzoli e ripubblicato da Adelphi nel 2018. Così, la breve carriera letteraria di Brianna, che di mestiere era psicoanalista, proseguì con un nuovo romanzo, Il ponte nel deserto, edito sempre da Einaudi nel 1978, pochi mesi prima della prematura scomparsa dell’autrice, morta a soli 54 anni e presto dimenticata.