Piera Degli Esposti, Un piccolo tassello biografico

Si ricostruiscono, a caldo, le tappe della vita di Piera. Aggiungo un piccolo tassello del quale sono stato testimone diretto nonostante fossi un ragazzino. Riguarda i primi passi della giovanissima Degli Esposti sul palcoscenico, diretta da mio fratello Luigi Gozzi, che la scoprì verso la metà degli anni Cinquanta, a Bologna, mettendo in scena (prima rappresentazione in Italia) “Les bonnes” di Genet, quando Piera aveva sedici anni circa, “L’uomo massa” di Toller, una ironica riscrittura scenica di “Estate”, di Nicolaj e altri testi imponenti. Non è preistoria: in quegli spettacoli c’era già tutta Piera.

Corrado Govoni, Il tinello

Sulla cima del canterale
uno smodato mazzo artificiale
nella campana di cristallo
sbiadisce le sue cere meste
d’ogni colore verde bianco giallo,
triste come una veste
usata in carnevale.
 Nelle cornici variopinte
dei ritratti stan come dentro finte
ghirlandette di fiori e foglie:
alcuni àn degli anelli
con le gioie svanite, chi raccoglie
in rattorte treccine stinte
i suoi biondi capelli.
Remano dentro la peschiera
ch’è sopra la credenza lustra e nera
tra dei frutti di marmo profumato
dei lunghi pesci rossi;
un martin pescatore inbalsamato
pensa a la sua brughiera
ed ai suoi quieti fossi.
 Il piano aperto tende i labri ignudi
alla molle carezza dello studio
d’una fanciulla dolce come un frutto
che non sa che motivi di conservatorio
ricamati sui tasti neri a luttoz
cui fa male il tripudio
candido dell’avorio.
Il lampadario con le rose
acceso è un gruppo d’idre mostruose
che avvinghia il corpo pallido e dormente
della camera esangue
e le succhia silenziosamente
con le sue tentacolose
bocche l’ultimo sangue.
La pendola col cariglione,
che chiude l’ore a ruota di paone
nello specchio che sembra un prato
pieno di rosolacci,
ogni volta che segna il tempo andato
ripete con passione
un’aria dei pagliacci.

Corrado Govoni, Fuochi d’artifizio, Quodlibet Note azzurre

Le figurine di Radiospazio. Cognati

Arrivammo sotto la via Belvedere. Guido disse che un po’ di salita ci avrebbe fatto bene. Anche questa volta lo compiacqui. Lassù egli si sdraiò sul muricciolo che arginava la via da quella sottostante. Gli pareva di fare un atto di coraggio esponendosi ad una caduta di una diecina di metri. Sentii dapprima un ribrezzo al vederlo esposto a tanto pericolo, ma poi mi misi ad augurare ferventemente ch’egli cadesse.  In quella posizione egli continuava a predicare contro le donne. Diceva ora che abbisognavano di giocattoli come i bambini, ma di alto prezzo. Ricordai che Ada diceva di amare molto i gioielli. Era dunque proprio di lei ch’egli parlava? Ebbi allora un’idea spaventosa! Perché non avrei fatto fare a Guido quel salto di dieci metri? Non sarebbe stato giusto di sopprimere costui che mi portava via Ada senz’amarla? In quel momento mi pareva che quando l’avessi ucciso, avrei potuto correre da Ada per averne subito il premio. Debbo confessare ch’io in quel momento m’accinsi veramente ad uccidere Guido! Ero in piedi accanto a lui ch’era sdraiato sul basso muricciolo ed esaminai freddamente come avrei dovuto afferrarlo per essere sicuro del fatto mio. Poi scopersi che non avevo neppur bisogno di afferrarlo; sarebbe bastata una buona spinta improvvisa per metterlo senza rimedio fuori d’equilibrio.  Mi venne un’altra idea: per essere sicuro di dormir bene quella notte. Come avrei potuto dormire se avessi ammazzato Guido? Quest’idea salvò me e lui. Volli subito abbandonare quella posizione nella quale sovrastavo Guido e che mi seduceva a quell’azione. Mi piegai sulle ginocchia abbattendomi su me stesso e arrivando quasi a toccare il suolo con la mia testa:  – Che dolore, che dolore! – urlai.  Spaventato, Guido balzò in piedi a domandarmi delle spiegazioni. Io continuai a lamentarmi  più mitemente senza rispondere. Sapevo perché mi lamentavo: perché avevo voluto uccidere e forse, anche, perché non avevo saputo farlo.

Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Dall’Oglio

Alberto Arbasino, Ritratti italiani. Gianni Agnelli

Gianni Agnelli possedeva l’allure e la verve di un sovrano settecentesco vivacissimo, e di un banchiere cosmopolita carismatico e seducente – benché producesse automobili non molto chic. Tutti i parvenus, generalmente, osservavano affascinati i suoi polsini e cinturini e bottoni, e non già i dettagli della 124 o della 850. Ma i «vecchi dei circoli» notavano compiaciuti che quella fatuità apparente discendeva dagli insegnamenti tradizionali della severissima Scuola Militare di Cavalleria (Scuola di Guerra, addirittura), a Pinerolo. Mai mostrarsi ansiosi o preoccupati, davanti ai sottufficiali e alla truppa. Anzi, ostentare disinvoltura e nonchalance soprattutto davanti ai dolori e ai pericoli, alla testa dei reggimenti. «Una volta s’andava a battaglia – come a un ballo cantando si va – pare pioggia di fior la mitraglia – rataplàn, rataplàn, rataplàn!»… Altro che cuore in mano, o «si salvi chi può», nelle guerricciole o nel Risorgimento. Altro che «leggerezza calviniana», anche. O «bel garbìn torinese». C’era piuttosto dietro la tradizionale «sprezzatura» prescritta da Baldesar Castiglione ai gentiluomini del Rinascimento: «Usare in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò che si fa e dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi». Come in Giordano Bruno, d’altronde: «In tristitia hilaris, in hilaritate tristis». E Hemingway, «grace under pressure», anche in prima linea. Nonché Benedetto Croce: «Vittorio Emanuele II aveva serbato non poco del vecchio re di razza, la qual cosa conferiva al suo prestigio presso il popolo, che trovava rispondente al proprio concetto di un re il suo aspetto e piglio soldatesco, il suo abito di gentiluomo e cacciatore, la franchezza e la sprezzatura dei suoi modi». I più attenti a quella sua dizione così caratteristica potevano forse riconoscervi tracce del garbo flautato del precettore Franco Antonicelli, signorile come la recitazione di illustri autori quali Ruggero Ruggeri e Renzo Ricci. Del resto l’Antonicelli aveva a Voghera un fratello medico Sandro che veniva a prendere la pressione a mia nonna, zoppicando, e una sorella Amalia (chiamata «la Bidone» in quanto moglie del rag. Bidone, ma ci dev’essere ancora una via Bidone, a Voghera) che trasmetteva alle signore i suoi consigli di signorilità torinese. Per esempio: offrire i cioccolatini non in una ciotola d’argento ma in una coppa di cristallo. Però i vecchi ricordavano soprattutto i giovani De Sica e Melnati e Viarisio in un famoso sketch sul birignao degli uffizialetti di cavalleria, nelle riviste Za-Bum degli anni Trenta. E si potevano rievocare, fino alla vigilia della guerra, con la ‘caramella’ (monocolo) e un bicchierino di Punt-e-Mes, sulla soglia delle pasticcerie alla moda, commentando il passaggio delle vogheresi. C’era lì infatti una illustre caserma di cavalleria, con Savoia o Monferrato o Guide. Per le signore più navigate: ci dev’essere stato qualche avo ebreo per spiegare l’arguzia dello charme e dei tratti. Quegli occhietti ammiccanti e sardonici, quegli zigomi danubiani lavorati dalla mondanità nel contrasto fra la pelle abbronzata e il candore della basetta… «Proprio mentre siamo stati occupati dagli italiani» potrebbe magari dire un Gadda. E gli amici più affezionati: lui e Marella sono soprattutto grandi giornalisti, con questa enorme passione per i quotidiani e i settimanali e le foto, mentre a qualunque musica si annoiano. Com’era però inesausta (e poco italiana) la ricerca non solo di ‘amuseurs’ per l’intrattenimento rapido, ma di informazioni aneddotiche culturali: sapeva titoli e argomenti delle tesi di laurea di Guido Carli, Bruno Visentini, Francesco Saverio Nitti… (Mentre un amico gentiluomo, Galvano Lanza, regolava discretamente i conti e le mance, alle sue spalle). Ecco allora una ricetta di Stile non certo italiana, benché prescritta dai nostri migliori trattatisti: maneggiare gravemente i temi leggeri, e leggermente i più gravi. Evitare con chiara sprezzatura ogni pomposità o affettazione. Rimuovere con grazia e decisione gli ‘scocciatori’ verbosi e lagnosi. (Tipicamente, buttar là a qualche ‘intellettuale’ pieno di sé, con noncuranza, una informazione di alta cultura che non gli era ancora arrivata)… Proprio a tali semplici criteri di estetica mondana si deve uno dei maggiori successi personali e internazionali nell’Italia del Novecento. Anche in amore? Le amiche di vecchia consuetudine lo chiamavano piuttosto «l’uomo delle macchine», o direttamente «Gianulasch», e lui rispondeva «Kikkù», asch e ù ormai perduti, chissà come e perché. Quando non si usava ancora dire «l’Avvocato», come il maggiordomo che rispondeva agli intimi mattutini. Dietro quel suo gusto visivo così raffinato e acuto pareva di scorgere due eccellenti amici torinesi scomparsi: la piega sardonica del labbro di Mario Tazzoli, grande gallerista della migliore modernità; e le sopracciglia boscose sulle pupille penetrantissime di Luigi Carluccio, critico e organizzatore incomparabile di lontane mostre epocali sulle Muse Inquietanti, il Cavaliere Azzurro, il Simbolismo Sacro e Profano… Davanti a quegli abiti perfetti di Caraceni, e a quei mirabili Klimt in casa a St-Moritz, mai si ebbe cuore di domandargli come mai non applicava lo stesso ‘occhio’ anche alle macchine Fiat, in qualche fase di insofferenza per il look impiegatizio nei prodotti di serie e di massa… Gli amici scherzavano piuttosto sulle beffe ai danni di certi suoi ammiratori. Uno gli mostrò con fierezza un suo straordinario edificio, fino all’ultimo piano; e lì, Gianni: «Ma non c’è la piscina di mercurio! Dov’è la piscina di mercurio?». Quando ancora non esistevano i telefoni sulle automobili, l’Avvocato chiamava dalla macchina i telefoni fissi degli amici. Ma quando finalmente un emulo giunse a possederne uno, chiamò subito Gianni da una macchina all’altra. E si sentì rispondere: «L’Avvocato è sull’altra linea». Per la sontuosa macchinona di un altro, l’Avvocato sentenziò: «Tutto bene, tranne i sedili. Ci vogliono poltroncine Luigi XVI, naturalmente con le gambe tagliate». Quanti flashbacks. All’alba della Dolce Vita, ‘Gianulasch’ era ammiratissimo al Club 84 perché l’unico a tenere una intera bottiglia di whisky sul tavolino, e non un bicchiere per volta come gli altri viveurs, che ovviamente dicevano: «Barman, allungami un Davide» invece di chiedere semplicemente un Campari. «Noi siamo quelli dello sciscì, quelli che a mezzodì segnano il passo, presso Dalmasso», cantavano piuttosto i milanesi in Montenapoleone, con rime quasi ciondolòn, penzolòn… Gianni ri-accarezzava con vivi complimenti le solide chiappe di una famosa Cristina, sposa ormai di un magnate americano. E lei: «Grazie, caro avvocaticchio, ti lasceremo la tua fabbrichetta». Quelle Cristine ormai scomparse erano famose bellezze o icone del dopoguerra, presso un bar alla moda milanese, ovviamente in Montenapoleone. E lui ridacchiava al racconto d’un pranzo di Cristine con amici ministri democristiani, che ordinavano solo verdure mentre si prendeva cacciagione squisita, e gli astanti guardavano nei piatti. Ma solo alla fine ci si accorse che eravamo in un Venerdì Santo. Molto più tardi, chiacchierando di Caravaggio, gli chiesi come mai si chiamasse chiamasse «Bourbon del Monte» (quando i Borboni non erano ancora re di Francia) l’antica famiglia toscana ed umbra di sua madre Virginia, nonché del cardinale protettore del Merisi a Roma. Rispose, mesto: «Lo sapeva Pierrà. Lo sapeva Uguccione» (i cugini Bourbon del Monte e Ranieri di Sorbello). «Ma non ci sono più».

Alberto Arbasino,. Ritratti italiani, Biblioteca Adelphi)

Le figurine di Radiospazio. La salute del Narratore

L’arte di narrare si avvia al tramonto. Capita sempre più di rado d’incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve: e l’imbarazzo si diffonde sempre piú spesso quando, in una compagnia, c’è chi esprime il desiderio di sentir raccontare una storia. È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze.

Walter Benjamin, Angelus Novus: Saggi e frammenti, Einaudi

Edoardo Sanguineti, Questo è il gatto con gli stivali

questo è il gatto con gli stivali, questa è
la pace di Barcellona fra Carlo V e Clemente VII, è la locomotiva, è il pesco
fiorito, è il cavalluccio marino: ma se
volti il foglio, Alessandro,
ci vedi il denaro:
questi sono i satelliti di Giove,
questa è l’autostrada
del Sole, è la lavagna quadrettata,
è il primo volume dei Poetae Latini Aevi Carolini, sono le scarpe,
sono le bugie, è la Scuola d’Atene, è il
burro, è una cartolina che mi è arrivata oggi
dalla Finlandia, è il muscolo massetere,
è il parto: ma se volti il foglio, Alessandro, ci vedi
il denaro:
e questo è il denaro,
e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di
risparmio con le loro cassette
di sicurezza, e sono i libri di storia con
le loro storie:
ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente:

Edoardo Sanguineti, Mikrokosmos, Feltrinelli

Le figurine di Radiospazio. Regali coniugali

Un anno a Natale mio marito mi regalò una scopa. Non era giusto. Non mi si venga a dire che il pensiero era gentile. «Non mi va che tu non riceva niente per Natale mentre io sono nell’esercito», disse lui. «Almeno guardala, Virginia. Ha pure la paletta coordinata. Appesa a un gancetto. La guardi, per piacere? Cosa sei, cieca o strabica?» «Grazie, socio», dissi. Avevo sempre desiderato una paletta appesa così. Era una gran paletta. Mio marito non compra alle svendite di magazzino o ai saldi di gennaio. Ad ogni modo, malgrado la qualità, era un regalo meschino da fare a una donna che contavi di non rivedere mai più, a una persona che ci avevi fatto dei figli insieme e ti ci eri sempre buttato addosso, sbronzo o sobrio, anche quando il giorno dopo bisognava alzarsi presto.

Grace Paley, Tutti i racconti BIGSUR

Il video della domenica. TROPPO GRANDI (O TROPPO PICCOLI) PER ESSERE VERI

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click per il video

Ci siamo già occupati di Ron Mueck. Ciò che colpisce in questo documentario che lo racconta al lavoro non è solo il virtuosismo delle opere ma soprattutto l’alternanza delle dimensioni che oscillano fra un gigantesco iperbolico e un lillipuziano medio, insinuando nello spettatore (nel viaggiatore) un sano e filosofico spaesamento.

Maurice Blanchot, Il divano e la poltrona

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La situazione dell’analisi quale Freud l’ha scoperta è una situazione straordinaria che sembra uscita da un mondo di fiaba. Questa messa in rapporto del divano con la poltrona, questo colloquio nudo in cui, in uno spazio separato, tagliato fuori dal mondo, due persone invisibili l’una all’altra poco a poco sono chiamate a confondersi col potere di parlare e quello di ascoltare e ad avere come unica relazione l’intimità neutra delle due facce del discorso, questa libertà per l’uno di dire qualsiasi cosa, per l’altro d’ascoltare senza attenzione, come a sua insaputa e come se non fosse presente, – libertà che si trasforma nella piú crudele delle costrizioni, quest’assenza di rapporto che diventa proprio per questo il rapporto piú oscuro, piú aperto e piú chiuso. L’uno che in un certo senso deve parlare senza posa, esprimendo l’incessante, non solo dicendo ciò che non si può dire, ma giungendo quasi a parlare sulla base dell’impossibilità di parlare, impossibilità che è sempre già nelle parole non meno che al di qua di esse, vuoto e bianco che non è un segreto né una cosa taciuta, ma una cosa sempre già detta, taciuta dalle parole stesse che la dicono e in esse – e cosí si dice sempre tutto e non si dice nulla; l’altro che in apparenza è il piú distratto, il piú assente degli ascoltatori, un uomo senza volto, a malapena qualcuno, una specie di chiunque che equilibra la cosa qualsiasi in cui consiste il discorso; è una specie di cavità nello spazio, un vuoto silenzioso che pure è la vera ragione di parlare, che senza posa rompe l’equilibrio facendo variare la tensione degli scambi, rispondendo e non rispondendo e trasformando insensibilmente il monologo senza uscita in un dialogo in cui entrambi hanno parlato.

Blanchot, Maurice. La conversazione infinita: Scritti sull’«insensato gioco di scrivere» (Piccola biblioteca Einaudi. Nuova serie Vol. 634) (Italian Edition) . EINAUDI. Edizione del Kindle.

Maurice Blanchot, Il divano e la poltrona

La situazione dell’analisi quale Freud l’ha scoperta è una situazione straordinaria che sembra uscita da un mondo di fiaba. Questa messa in rapporto del divano con la poltrona, questo colloquio nudo in cui, in uno spazio separato, tagliato fuori dal mondo, due persone invisibili l’una all’altra poco a poco sono chiamate a confondersi col potere di parlare e quello di ascoltare e ad avere come unica relazione l’intimità neutra delle due facce del discorso, questa libertà per l’uno di dire qualsiasi cosa, per l’altro d’ascoltare senza attenzione, come a sua insaputa e come se non fosse presente, – libertà che si trasforma nella piú crudele delle costrizioni, quest’assenza di rapporto che diventa proprio per questo il rapporto piú oscuro, piú aperto e piú chiuso. L’uno che in un certo senso deve parlare senza posa, esprimendo l’incessante, non solo dicendo ciò che non si può dire, ma giungendo quasi a parlare sulla base dell’impossibilità di parlare, impossibilità che è sempre già nelle parole non meno che al di qua di esse, vuoto e bianco che non è un segreto né una cosa taciuta, ma una cosa sempre già detta, taciuta dalle parole stesse che la dicono e in esse – e cosí si dice sempre tutto e non si dice nulla; l’altro che in apparenza è il piú distratto, il piú assente degli ascoltatori, un uomo senza volto, a malapena qualcuno, una specie di chiunque che equilibra la cosa qualsiasi in cui consiste il discorso; è una specie di cavità nello spazio, un vuoto silenzioso che pure è la vera ragione di parlare, che senza posa rompe l’equilibrio facendo variare la tensione degli scambi, rispondendo e non rispondendo e trasformando insensibilmente il monologo senza uscita in un dialogo in cui entrambi hanno parlato.

Maurice Blanchot,. La conversazione infinita: Scritti sull’«insensato gioco di scrivere, Einaudi

Le figurine di Radiospazio. Il romanziere realista

C’era un tale che si riteneva scrittore realista. Perciò scriveva tutto quello che gli capitava. Si chiamava Vincenzo, ma nel romanzo compariva col nome di Ernesto. Tutto ciò che faceva, lo faceva ai fini di scriverlo. Ad esempio si sedeva e guardava il soffitto; allora scriveva sul foglio: Ernesto all’improvviso si siede e guarda il soffitto. Poi non avendo molto altro da dire si metteva un dito su per il naso. Però non lo scriveva. Lo scriveva casomai in una forma più artistica. Ad esempio: Ernesto è pensieroso e lascia scorrere il tempo. Ciò significava che lui stava seduto al tavolo col dito nel naso. A volte stava così per un’ora. Questa la chiamava fase di stallo, in cui non c’erano fatti salienti da dire. Al massimo scriveva che Ernesto non riusciva a fissare i pensieri.
In realtà nell’attesa, se non si puliva il naso, si puliva con il dito un orecchio. Ma non era un avvenimento da romanzo, neanche da romanzo realista qual era il suo. Questi son fatti che restano fuori dalla letteratura, anche ad esempio usare un’unghia come stuzzicadenti. Allora si alzava e scriveva: All’improvviso Ernesto si alza. Scriveva all’improvviso per dare più suggestione al romanzo. Però, appena alzato, il romanzo di nuovo era fermo. Non poteva tornarsi a sedere per non cadere in ripetizioni, così usciva di casa e scriveva che Ernesto era uscito di casa.

Eramanno Cavazzoni, Vite brevi di idioti, Guanda

Racconto (capolavoro). Friedrich Dürrenmatt, Il Minotauro

Picasso, Il Minotauro

La creatura stava accovacciata non solo di fronte alla sua immagine, ma anche alle immagini delle sue immagini; vedeva davanti a sé un’infinità di creature fatte com’era lui, e quando si girava per non vederle più, un’altra infinità di creature uguali a lui.  Era come paralizzato. Non  sapeva dov’era né cosa volevano le creature accovacciate tutt’attorno, forse sognava soltanto, anche se non sapeva cosa fosse sogno e cosa realtà. Si tastò il capo istintivamente e mentre lo tastava, anche le immagini si tastarono il capo. Si raddrizzò e con lui si raddrizzarono anche le sue immagini. Fece loro cenni di saluto, quelle risposero ai cenni. Si drizzò, stese le braccia, mugghiò, con lui si drizzò, stese le braccia e mugghiò un’infinità di creature uguali, l’eco si ripercosse migliaia di volte, parve mugghiare senza fine. Divenne più spavaldo, fece salti, fece capriole, e con lui fecero salti e capriole un’infinità d’immagini. Da quel correre e dalle capriole, dai balzi e dal muoversi sulle mani tale divenne la sua baldanza, visto che le immagini facevano quello che faceva lui, in modo da fargli credere d’essere un capo, anzi di più, un dio, se avesse saputo cos’è un dio. La creatura danzò per il labirinto, attraverso il mondo delle sue immagini, danzò come un bimbo mostruoso, danzò come un mostruoso padre di se stesso, danzò come un dio mostruoso attraverso l’universo delle sue immagini. D’un tratto però interruppe la danza, s’irrigidì: danzando, aveva scorto creature che non danzavano, immagini che gli ubbidivano. La fanciulla, riflessa anche lei come la creatura accovacciata, stava immobile, nuda, con i lunghi capelli neri, fra quelle creature accovacciate che erano dappertutto. Non osava muoversi, lo sguardo spaurito , le mani intrecciate sul seno, guardava affascinata la creatura sempre accovacciata davanti a lei. La testa poderosa coperta d’un rado vello marrone, le corna corte e ricurve, gli occhi rossastri e sporgenti… Tutto questo sarebbe stato sopportabile, insopportabile era la parte umana di quel toro. Pareva che la testa orribile e la gobba che la sovrastava fossero l’escrescenza del corpo d’un uomo. Il minotauro si alzò. Era imponente. Si mosse verso di lei. Quella si allontanò da lui, mentre altrove gli si muoveva incontro. L’inseguì attraverso il labirinto, lei fuggiva. Fu come se una bufera avesse scompigliato minotauri e fanciulle, a tal punto turbinavano discostandosi, confondendosi, accostandosi un l’altro, e quando la fanciulla gli corse fra le braccia, quando toccò d’un tratto il corpo, la carne calda, bagnata di sudore, e non il duro vetro che aveva fin lì toccato, comprese nei limiti in cui si può parlare di comprendere da parte del minotauro, che fino a quel momento era vissuto in un mondo in cui c’erano solo minotauri, ciascuno rinchiuso in una prigione di vetro, mentre ora toccava un altro corpo, toccava altra carne. La fanciulla si divincolò, la lasciò fare. Arretrò, i grandi occhi fissi su di lui, e quando lui cominciò a danzare, cominciò a danzare anche la fanciulla e le immagini entrambi danzarono anche loro. Lui danzò la sua deformità, lei danzò la sua bellezza, lui danzò la gioia d’averla trovata, lei danzò la paura di essere stata trovata, lui danzò la sua liberazione, e lei danzò il suo destino, lui danzò la sua smania, e lei danzò la sua curiosità, lui danzò la sua attrazione, lei danzò la sua ripulsa, lui danzò il suo penetrare, lei danzò il suo dibattersi. Danzarono, e danzarono le loro immagini, e lui non seppe di prendere la fanciulla, non poteva sapere nemmeno che l’uccideva, perché non sapeva cos’era vita e cosa morte. In lui c’era solo incontenibile felicità fusa con incontenibile piacere. Proruppe in un muggito quando prese la fanciulla, e negli specchi tutti i minotauri presero le fanciulle, e il muggito fu un grido immenso, un portentoso grido universale, come se altro non esistesse che quel grido confuso col grido della fanciulla, e poi lui giacque, e negli specchi giacevano minotauri, e giacque il bianco corpo nudo della fanciulla dai grandi occhi neri, rispecchiandosi nelle pareti. Sollevò il braccio sinistro della fanciulla, e quello ricadde, il destro, e ricadde, ovunque ricadevano braccia. La leccò con la sua enorme lingua violacea, leccò la sua faccia, il seno, la fanciulla rimase immobile, tutte le fanciulle rimasero immobili. La rivoltò con le corna, la fanciulla non si mosse, nessuna fanciulla si mosse. Si raddrizzò, si guardò attorno, ovunque c’erano minotauri eretti che si guardavano attorno, e ovunque ai loro piedi giacevano bianchi corpi di fanciulle. Si chinò, sollevò la fanciulla, mugghiò, gemè, sollevò la fanciulla verso il cielo buio, e ovunque minotauri si chinarono, sollevarono fanciulle, mugghiarono, gemettero, sollevarono fanciulle verso il cielo buio, e poi depose la fanciulla fra le pareti di vetro, le si distese accanto e si addormentò, e tutti i minotauri con lui, stesi sul pavimento pieno di bianchi corpi nudi di fanciulle.
Sognò fratellanza, sognò amicizia, sognò sicurezza, sognò amore, intimità, calore, e contemporaneamente seppe, sognando, di essere un diverso cui non sarebbe mai stato concesso un linguaggio, mai fratellanza, mai amicizia, mai amore, mai intimità, mai calore. Così lo trovò, addormentato, Arianna. Venne danzando col gomitolo di lana che svolgeva, e danzava, quasi delicatamente, avvolse il capo del filo rosso attorno alle sue corna, se ne andò seguendo il filo. Quando il minotauro si svegliò, in un vetroso mattino, vide farglisi incontro un minotauro rispecchiato innumerevoli volte, gli occhi fissi sul filo di lana come se fosse una traccia di sangue. Lì per lì pensò che fosse la sua immagine, anche se continuava a non capire cosa fosse un’immagine, ma vide l’altro minotauro che gli veniva incontro mentre lui era disteso a terra. Ne fu disorientato. Il minotauro si alzò e non si accorse che il capo del filo rosso di lana era avvolto attorno alle sue corna. L’altro si avvicinò. Il minotauro levò di scatto entrambe le braccia e così fece l’altro, il minotauro divenne diffidente perché gli parve che l’altro non avesse levato le braccia di scatto contemporaneamente a lui, le immagini di solito lo facevano tutte contemporaneamente, però poteva essersi ingannato. Il minotauro fece un passo di danza, le immagini pure, però stavolta molte immagini danzarono impacciate, lo poté notare chiaramente. Il minotauro stette di nuovo immobile e spiò l’altro minotauro che stava a sua volta immobile. Il minotauro tentò di pensare. Mosse il mignolo della mano destra, guardò attentamente, mosse il dito un’altra volta, l’altro mosse il mignolo della mano destra. Il minotauro era incerto, gli pareva che l’altro avesse mosso il mignolo della mano sbagliata. L’altro minotauro era proprio davanti a lui: aveva una testa come la sua e un corpo come il suo. Il minotauro mosse la mano destra, ora l’altro mosse la mano sinistra, quasi contemporaneamente, o forse contemporaneamente; poi il minotauro d’improvviso s’accorse che al corpo dell’altro era fissato, sul fianco un oggetto, qualcosa di peloso; non sapeva cose fosse, ma bastava a dimostrargli che si trovava dinnanzi a un altro minotauro o a una sua immagine.
Il minotauro proruppe in un urlo, in un muggito, un grido di gioia per non essere più l’unico, perché c’era un secondo minotauro, non soltanto un Io, ma anche un Tu. Il minotauro cominciò a danzare. Danzò la danza della fratellanza, la danza dell’amicizia, la danza della sicurezza, la danza dell’amore, la danza dell’intimità, la danza del calore. Danzò la sua felicità, danzò la sua dualità, danzò la sua liberazione, danzò il tramonto del labirinto, l’amicizia fra minotauri, animali, uomini e dei, il filo rosso di lana avvolto fra le corna, danzò attorno all’altro minotauro che tese il filo rosso di lana, trasse il pugnale dalla guaina di pelo senza che il minotauro se ne accorgesse e le immagini dell’uno danzarono attorno alle immagini dell’altro che tendevano un filo rosso di lane e traevano un pugnale dalla guaina di pelo, e quando il minotauro si gettò fra le braccia aperte dell’altro, confidando di aver trovato un amico, un essere come lui, e quando le sue immagini si gettarono fra le braccia delle immagini dell’altro, l’altro colpì e colpirono le sue immagini, l’altro gli piantò con perizia il pugnale fra le spalle e il minotauro morì prima di accasciarsi a terra. Teseo si tolse la maschera da toro dal volto e tutte le sue immagini si tolsero la maschera da toro dal volto, riavvolse il filo rosso di lana e scomparve nel labirinto e tutte le sue immagini riavvolsero il filo rosso di lana e scomparvero nel labirinto che rispecchiava ormai, senza fine solo lo scuro cadavere del minotauro. Poi, prima del sole vennero gli uccelli.

Friedrich Dürrenmatt, Il Minotauro, Traduzione Umberto Gandini, Marcos y Marcos