Non sono stati molti gli artisti che, nel corso della storia dell’arte, hanno fatto dei propri genitori un soggetto da dipingere o da scolpire. Raccontare del proprio padre e della propria madre è anche un raccontarsi, consentire al pubblico di entrare in una sfera molto intima del privato. Attraverso il ritratto di un genitore di artista si può capire molto dell’artista medesimo e anche dei tempi in cui questi visse.
Si consideri per esempio un ritratto di padre contemporaneo. Si tratta di Dead Dad (Papà morto), una piccola scultura iperrealistica dell’artista australiano Ron Mueck (1958). L’opera riproduce con inquietante precisione, ma in dimensioni non realistiche e ridotte, il cadavere del padre appena deceduto, completamente nudo e disteso per terra.
Mi sento nuovo come un cielo, la mia massa crepuscolare aumenta di sera in sera. Saranno state le pillole per gli occhi, le gocce per la pioggia, sarà stata la lupa mannaia che ha tagliato la luna. A forza di cercare le cose alla fine saltano sempre dentro. E non per nascondersi ma per farci scoprire la pancia nel senso più ulteriore. Non so mai se siamo veloci o lenti, lindi o ricchi, sporchi «opulenti». Non so mai se sono devoto e devo o se sono terreno e devo coltivarmi. Forse, ho deciso, non farò più amicizia con nuovi amici ma solo con vecchi nemici, perché l’odio di scemi vari non mi impedirà di continuare ad amare. Voglio mettermi nei panni sporchi di chi non ha famiglia e cominciare a lavarli nella nostra. Voglio diventare un rassicurapasseri e lasciare un po’ di grano anche a loro e a tutti campo libero per volare via dalle terre seminate a guerre. Argomento sul quale molti scrittori ci hanno lasciato le penne, ma volano ancora se le usiamo noi. Sperando di poter dire presto «La rissa è finita andate in pace».
Un mio caro amico di buona cultura era un appassionato melomane, in particolare appassionato dell’opera lirica. Non era musicista né musicologo, ma possedeva tutte le edizioni di tutto il repertorio operistico e poteva citare o recitare un buon numero di libretti – tentava anche di cantarli, ma perlopiù si riusciva a impedirglielo. La sua forte disarmonia non gli impediva di dirigere mirabilmente sinfonie e melodrammi: non dal vivo, perché non disponeva di orchestra né di cantanti, però possedeva una bacchetta professionale che conservava in un prezioso astuccio con la stessa cura che Benedetti Michelangeli aveva per il suo Stenway&Sons da cui non si separava neanche in tournée. Il mio amico era anche raffinato cuoco, buon gourmet, ottimo conviviale e attivo organizzatore di liete serate. Che avevano un finale obbligato. Dopo il dessert e una buona dose di Laphroaig Islay single malt scotch whisky, la moglie annunciava: – Adesso dovete prepararvi, lo sapete già, B. dirigerà qualcosa per voi. L’interpellato B. si schermiva un poco, ma poi cedeva ai flebili mugolii d’assenso degli amici. Mentre la moglie collocava il 33 giri sul giradischi, l’amico saliva su un podio immaginario, richiamava l’attenzione degli immaginari professori di una immaginaria orchestra, e con un cenno del capo (alla moglie, protesa sul piatto) avviava l’esecuzione. B. non conosceva la musica, ma aveva memorizzato la gestualità di ogni grande direttore, da Karajan a Kleiber a Giulini. Complice il Laphroaig e le luci sapientemente dosate della stanza, l’illusione era sorprendente: sembrava che la bacchetta di B. guidasse realmente l’orchestra immaginaria, e pareva che il suo sguardo, ora corrucciato, ora tenero, ora corroborante, ora languidamente complice, ipnotizzassero ogni immaginario professore. Questo mirabile kitsch musicale era il risultato di lunghi anni di studio matto e visionario (veniva da pensare che con la stessa abnegazione B. avrebbe potuto frequentare il conservatorio), nonché di un acutissimo senso del sync, grazie al quale B., che conosceva a memoria le note avendole ascoltate innumerevoli volte, anticipava di un milionesimo di secondo l’esecuzione registrata. Purtroppo ora B. non c’è più. Peccato, era troppo in anticipo sui tempi. Oggi avrebbe avuto tutti i titoli per candidarsi alla direzione di una prestigiosa orchestra.
Si odiarono a tal punto da sposarsi – erano tanto dissimili che l’unione, in forma di anello, parve a entrambi inevitabile. Jane di cognome faceva Auer, era nata a New York da famiglia ebraica – doppio ceppo: ungherese per parte di madre, tedesca di padre – alquanto abbiente, aveva fobie esorbitanti – odiava i cani e gli squali, non sopportava ascensori, ascensioni montane, giungle, era certa che sarebbe morta in un incendio. Una caduta da cavallo, quasi bambina, le spezzò la gamba, donando sinuosità sinistra alla camminata: tutti ricordano il suo viso da bestia esotica, plateale fu la voracità. Paul Bowles, che all’epoca si dava, con generico successo, alla musica – allievo di Aaron Colpand, collaboratore di Orson Welles e Tennessee Williams – capitò nella vita di Jane nel 1937. Lei aveva vent’anni, era vergine, e quando lui le capitò addosso, Jane gli ringhiò di contrasto, se mi vuoi sposami.
“Alle donne piacciono solo gli stronzi.” Questo Zaky lo ripeteva sempre. Ne era convinto. E lui, tutti lo possono confermare, con le donne era proprio uno stronzo. Recitava, impersonava caratteri differenti. Si faceva dolce e gentile, se annusava nell’aria che ce n’era bisogno. O rigido, freddo, distaccato, ingenuo pure, sapeva farlo, e aggressivo, che sapeva esserlo. Il problema, con questa Marion, era che non trovava il personaggio. Non gli veniva proprio. Si era inceppato. Per la prima volta alla domanda “Chi dovrei essere?” non arrivava risposta. Questa venticinquenne marsigliese si spostava tra i tavoli in un modo che lo metteva gnudo. Quando le si parava davanti si sentiva improvvisamente solo. I personaggi che da sempre gli avevano affollato il corpo sparivano tutti. Era solo come un cane. Muto come un cane. Goffo come un cane. Un cane del quale, soprattutto, non conosceva la razza.
Dieci anni fa, in un’estate catanese, mentre ero seduta sul lato passeggero di un’auto diretta al mare, ho iniziato improvvisamente a sentirmi poco bene. Il cuore accelerava, le mani sudavano e il respiro si faceva corto. Pensavo: sto morendo. Dicevo: “Ragazzi, qualcosa non va”. Poco dopo, sdraiata sul lettino di un pronto soccorso, un medico mi visitava con scrupolo, senza riscontrare nulla di anomalo. Dopo essersi accertato che non fossi sotto effetto di droghe o sostanze psicoattive, con tono rassicurante concluse: «È ansia. Lexotan, e stia tranquilla».
A fotografare quel momento rimane il referto che conservo ancora, dalla freddezza quasi beffarda: “Paziente sveglia, orientata, collaborante. Riferita tachicardia: non riscontrata. Riferita sudorazione: non riscontrata. Riferita dispnea: non riscontrata. Parametri vitali nella norma”.
Palermo, giovedì 12 Aprile 1787 Questa sera vidi soddisfatto un mio desiderio e a dire il vero in modo abbastanza strano. Stavo sul marciapiede della strada maestra davanti alla bottega di un certo merciaiolo, scherzando con lui; quando tutto ad un tratto mi passò davanti uno staffiere di alta statura vestito con eleganza, il quale portava un piatto d’argento su cui stavano molte piccole monete di rame e alcuni pezzi pure d’argento. Non sapendo che cosa volesse ciò significare, crollai il capo e alzai le spalle come si suol fare quando uno si vuole liberare da una domanda alla quale non si sa come, ovvero non si vuole dare risposta. Lo staffiere continuò la sua strada ed osservai allora sul marciapiede di fronte un suo compagno intento allo stesso ufficio. «Che cosa vuole ciò significare?» domandai al merciaiolo il quale, quasi nascondendosi, mi additò col gesto un signore di alta statura, magro, vestito con ricercatezza, che camminava con grande sussiego al centro della strada e in mezzo al fango. Aveva il capo ricciuto, colla cipria, teneva il cappello sotto il braccio, portava la spada al fianco ed era vestito di seta con calze, scarpe e fibbie guernite di brillanti. Era persona già attempata e camminava serio nell’aspetto senza darsi pensiero di tutti gli sguardi sopra di lui rivolti. «Egli è il principe di Palagonia», mi disse il merciaiolo, «il quale, di quando in quando, percorre la città allo facendo la colletta per il riscatto degli schiavi che stanno in Barberia. A dir la verità, raccoglie poco danaro, ma ciò vale sempre a mantenere viva la memoria di quei poveretti, e spesso chi ha conosciuto una sorte simile a quella di quei disgraziati, quando è in punto di morte lascia somme cospicue per il riscatto degli schiavi berberi. Da molti anni il principe di Palagonia è presidente dell’opera pia che mira a questo scopo, e ha fatto molto bene.» «Avrebbe dovuto impiegare a questo nobile fine il danaro che ha sprecato malamente nelle pazzie della sua villa,» commentai io. «Siamo fatti tutti così,» replicò il merciaiolo, «sprechiamo volentieri il nostro danaro per mantenere le nostre pazzie; per praticare la virtù, lo domandiamo agli altri.»
Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lasca che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. […] Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull’amaca, se hai un’amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. […] Bene, cosa aspetti? Distendi le gambe, sui braccioli del divano, sugli orecchioni della poltrona, sul tavolino da tè, sulla scrivania, sul pianoforte, sul mappamondo… […] Regola la luce in modo che non ti stanchi la vista. Fallo adesso, perché appena sarai sprofondato nella lettura non ci sarà più verso di muoverti.
Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi
Come ogni monumento, anche Beckett è imprigionato nella sua immagine; il suo volto sbalzato con lo scalpello e sormontato dai capelli candidi e ventosi si affaccia sulle pareti delle librerie insieme agli altri pochi personaggi che compongono il gotha iconico del ‘900 (Enstein che mostra la lingua, Warhol dai capelli a carciofo, Marilyn…). In questo breve video, girato da un amatore anonimo e clandestino, il monumento si anima e, sorprendentemente, fa le cose che facciamo tutti: passeggia (con aria dinoccolata) chiede un’informazione, legge il giornale, si dirige da qualche parte in compagnia di una signora… Come si vede, la trama è molto scarna ma il video, pure rubato e approssimativo, riesce a illuderci di poter stabilire, per quattro minuti, un contatto anche solo voyeristico con uno dei grandi inconoscibili della letteratura.