Quando Jason ha messo piede in casa mia e ha visto il mio narghilè, che è grande più o meno quanto il mio miniappartamento, mi ha subito chiesto se fumavo marijuana, io gli ho detto di sì e lui mi ha chiesto (in un italiano perfetto) se tiravo anche di coca, io ho detto – Ogni tanto – e lui si è calato le braghe e le mutande. – Vedi? – mi ha detto girandosi di spalle. Una sorta di filo bianco gli penzolava dal buco del culo, al che io sono diventato di granito. Jason ha tirato per un po’ il filo finché è venuto fuori un tubetto avvolto in quello che credo fosse cellophane. Soddisfatto, ha detto: – Qui… cocaina. Dal tubetto Jason ha fatto uscire cinque o sei capsule più piccole che, secondo me, contenevano circa venti grammi di cocaina. – Ma sei impazzito? – ho detto – E se all’aeroporto ti… prendevano? – Le mie chiappe sono troppo strette – ha risposto Jason.
“Il film è interpretato da varie generazioni di attori di quella città teatralissima che è Napoli, leoni del teatro di giro e di quello indipendente, giovani forgiatisi nelle serie televisive e promesse di una scena che cerca sempre nuove strade mantenendo un gusto particolare per l’osservazione e il ritratto di umanità: dai “vecchi” di Teatri Uniti, l’impresa geniale di Martone, Servillo, Neiwiller (e Angelo Curti) a Cristina Dell’Anna, la splendida madre dei De Filippo, formatasi tra un Posto al sole e Gomorra; dal bisnipote d’arte Eduardo Scarpetta a maestri della scena come Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Gigio Morra; da Chiara Baffi a Iaia Forte e Roberto De Francesco; da Paolo Pierobon, uno dei pochi attori non napoletani, nella parte di un estenuato, invasato D’Annunzio, e dalle vestali del Vate interpretate da Lucrezia Guidone e Elena Ghiaurov, truccate come personaggi di un quadro espressionista evocanti la Famiglia Addams, a Lino Musella come Benedetto Croce, che difenderà Scarpetta nella causa intentatagli dalla Società degli Autori per plagio della Figlia di Iorio trasformato in Il figlio di Iorio, dimostrando come si tratti di lecita parodia, con un’urticante scena in cui il filosofo, serafico e algido, demolisce davanti a un compreso e abbastanza allibito Scarpetta la commedia difendendone la liceità.”
Pietro, gracile e sovente malato, aveva sempre fatto a suo padre Domenico un senso d´avversione: ora lo considerava, magro e pallido, inutile agli interessi; come un idiota qualunque! Toccava il suo collo esile, con un dito sopra le venature troppo visibili e lisce; e Pietro abbassava gli occhi, credendo di dovergliene chiedere perdono come di una colpa. Ma questa docilità, che fuggiva alla sua violenza, irritava di più Domenico. E gli veniva voglia di canzonarlo. Quei libri! Li avrebbe schiacciati con il calcagno! Vedendoglieli in mano, talvolta non poteva trattenersi e glieli sbatteva in faccia. Chi scriveva un libro era un truffatore, a cui non avrebbe dato da mangiare a credito. E intanto Pietro gli aveva fatto spendere le tasse tre anni di seguito per la scuola tecnica! Dopo averlo guardato, a lungo, su un orecchio o su la nuca debole e vuota, faceva gesti belluini, mordendosi il labbro di sotto, piantando all´improvviso un coltello su la tavola e smettendo di mangiare. Pietro stava zitto e dimesso; ma non gli obbediva. Si tratteneva meno che gli fosse possibile in casa; e, quando per la scuola aveva bisogno di soldi, aspettava che ci fosse qualche avventore di quelli più ragguardevoli; dinanzi al quale Domenico non diceva di no. Aveva trovato modo di resistere, subendo tutto senza mai fiatare. E la scuola allora gli parve più che altro un pretesto, per star lontano dalla trattoria. Trovando negli occhi del padre un´ostilità ironica, non si provava né meno a chiedergli un poco d´affetto. Ma come avrebbe potuto sottrarsi a lui? Bastava uno sguardo meno impaurito, perché gli mettesse un pugno su la faccia, un pugno capace di alzare un barile. E siccome alcune volte Pietro sorrideva tremando e diceva: «Ma io sarò forte quanto te!» Domenico gli gridava con una voce che nessun altro aveva: «Tu?». Pietro, piegando la testa, allontanava allontanava pian piano quel pugno, con ribrezzo ed ammirazione. Da ragazzo quella voce lo spaventava, gli faceva male; e allora si rincantucciava, senza piangere, per essere lasciato solo. Ora ne provava una scontentezza esasperante. E, convinto che non avrebbe dovuto soffrire a quel modo, si esaltò sempre più nelle parole di riscatto e di giustizia; come trovava scritto in certi opuscoli di propaganda prestatigli dal suo barbiere. Entrò nel partito socialista, e fondò perfino un circolo giovanile. Prima di nascosto, e poi vantandosene con tutti quelli che capitavano nella trattoria. La sua ambizione doventò, allora, quella di scrivere articoli in una Lotta di classe; che usciva tutte le settimane. E se la polizia lo avesse fatto arrestare, sarebbe stato contento. Sognava processi, martirii, conferenze ed anche la rivoluzione. Quando un altro lo chiamava «compagno», si sarebbe fatto a pezzi per lui; senza né meno pensarci.
“Attraverso gli schedari clinici abbiamo la testimonianza dei motivi per cui migliaia di donne sono state internate. Nel saggio di Annacarla Valeriano Malacarne sono spiegate con cura le dinamiche dei ricoveri coatti delle donne durante il fascismo, con la sintomatologia riportata nelle cartelle cliniche con voci che adesso appaiono inverosimili, ma che all’epoca erano indizio di devianza sociale: stravagante, loquace, capricciosa, erotica, smorfiosa, piacente, civettuola. Secondo il fascismo il ruolo della donna era quello di madre e moglie, come esposto da Mussolini nel discorso dell’ascensione del 1927: una figura sottomessa, costretta a rispettare i codici etici e morali di un regime che la voleva angelo del focolare. In caso contrario rischiavano di essere considerate improduttive o folli, con il conseguente internamento coatto.”
«Perché sei un vigliacco?» chiese Dorothy, guardando, meravigliata, la belva grossa come un puledro. «È un mistero» disse il Leone. «Credo di essere nato così. Tutte le bestie che vivono nella foresta pensano che io sia molto coraggioso. Il Leone è o non è il re degli animali? Per fortuna fin da piccolo ho imparato che, vigliacco o no, un’arma ce l’avevo: il mio ruggito. Con quello riesco a mettere in fuga chiunque. Tutte le volte che ho incontrato un uomo sulla mia strada, quasi morivo di paura, ma poi bastava un ruggito, uno solo, per farlo scappar via a gambe levate. Se a un orso, un elefante, una tigre, venisse in mente di assalirmi, sarei io a scappare, sono così vigliacco! Ma non appena ne intravedo uno alla lontana, spalanco la bocca, ruggisco e quelli se la squagliano.» «Non è giusto!» esclamò lo Spaventapasseri, risentito. «Il re degli animali non può, non deve essere un vigliacco!» «Lo so.» E con il pennacchio della coda il Leone si asciugò una lacrima. «Tu sapessi come sono infelice! Ma non riesco a vincermi: se sento odor di pericolo, il cuore comincia a battermi all’impazzata.» «Forse hai un cuore malato» disse il Taglialegna. «Chissà, può darsi.» «In questo caso dovresti essere contento;» riprese il Taglialegna di Latta «se hai mal di cuore significa che un cuore ce l’hai. Io, invece, non potrei mai soffrire di quella malattia perché il cuore non ce l’ho.» «Però,» ribatté il Leone «se non avessi un cuore forse non sarei tanto vigliacco.»
Una preziosa operazione di sincerità, ovvero di verità, nello spazio che la narrazione di sé consente ad un artista sensibile come Marco Bellocchio. Uno sguardo non facile come non è facile fare un film sulla propria intimità, quella intimità traslata e criptata spesso in tanti suoi film e che la famiglia continua a custodire tra quelle reciproche negazioni che le maschere sociali nascondono, forse preservando, in ciascuno ma non in tutti, il diritto alla sopravvivenza. Marco Bellocchio si mostra mostrando la sua famiglia e lasciando che si compongano gli eventi filtrati dalla memoria dei fratelli superstiti, una memoria sempre sul punto di contraddirsi intorno all’oscurità, e anche al mistero, di una scelta, quella di Camillo Bellocchio gemello di Marco e ultimogenito di una numerosa famiglia di provincia, di suicidarsi a soli 29 anni. Una famiglia borghese e benestante, come tante custode della propria onorabilità e insieme di grumi di dolore e di angoscia di fronte ai quali ciascuno, come dice uno dei protagonisti, ha cercato di sopravvivere da solo, non tutti riuscendovi. Una famiglia dai ruoli rigidi alimentati spesso da una religiosità materna con poche sfumature ma molti compromessi, segnati innanzitutto dalla divisione tra maschi, destinati al mondo e alla sua competizione, e femmine, chiuse in ruoli subordinati che sembrano averle spente al di là di lampi di ingenua affettività. Qualcuno dunque non ha avuto la forza di competere e dunque di sopravvivere a quelle esperienze, alla presenza di un fratello primogenito malato nella mente e con cui sei costretto, per scelta paterna, a dormire nella stessa stanza per anni, e a quella di fratelli che sembrano conquistare con facilità un loro posto nel mondo. Tutto scorre fluido e naturale sullo schermo, anche le difese che ciascuno mette in campo, con le sue maschere di intellettuale o di sindacalista avvezzo alla realtà, in fondo per sottrarsi ad una luce troppo forte, accesa ad illuminare una sorta di senso di colpa ormai accettato quasi come un destino. “Marx può aspettare” dice Camillo a Marco in quella che è una ennesima, forse una delle ultime richieste d’aiuto a chi era riuscito a sottrarsi, con l’arte e anche con la politica, ad una gabbia che lo stava consumando. Commuovere e commuoverci è adesso la nostra ultima risorsa.
Ecco chi era: una donna non sposata di una trentina d’anni che scongiurava la madre di andarsene la notte, e si portava, per così dire, l’uomo in casa. Lui non più giovane, un po’ calvo, robusto, aveva rapporti confusi con la moglie e la mamma e viveva ora dall’una ora dall’altra. Al lavoro era noto per la sua passione per i dolci, il cibo, il vino e le buone sigarette, cosa che l’aveva sempre disturbato nella carriera. Un aspetto sgradevole insomma. La giacca sbottonata, il colletto aperto, il petto glabro. La peluria sulle spalle. I suoi occhiali dalle lenti spesse. Ecco che razza di tesoro s’era portata nella sua monocamera questa donna. Non vi era stato nulla di bello nel come erano giunti a casa, ma tutto andò per il verso giusto. Lui le si sdraiò accanto sulle lenzuola pulite, fece quel che doveva, conversarono un poco. Rivestitosi, la baciò sulla fronte, afferrò la cartella e se ne andò col suo pancione e il suo cervellino da infante. Fortunatamente lavoravano in reparti diversi, lei l’indomani non si fece vedere alla mensa comune e restò inchiodata alla scrivania per tutto l’intervallo del pranzo. A un tratto, meravigliandosi di se stessa, domandò alla collega se si fosse trovata uno spasimante. «No, e tu?» disse la collega. «Io, sì» rispose lei con le lacrime agli occhi per la gioia e subito capì che non aveva via di scampo. Che d’ora in poi avrebbe trepidato, si sarebbe trascinata da una cabina all’altra senza sapere dove telefonare: il suo eletto non aveva un orario fisso e poteva tranquillamente esserci oppure no. Ecco che cosa l’attendeva. Nel suo caso tutto era chiaro, lui era cristallino nella sua ottusità, nella stupidità, e il destino di lei oscuro, ma negli occhi aveva lacrime di gioia.
da Un destino oscuro , di Ljudmila Petrusevskaia, Racconti dall’Urss, Mondadori. Traduzione di Nadia Cicognini
“Quante volte ci sarà capitato di pensare «ci sono più scrittori che lettori»? A me molte, per esempio. Del resto, pare quasi un dato oggettivo, specie in un paese in cui le uscite si moltiplicano e il numero di italiani disposto a leggerle – e a comprarle – rimane fermo. Consideriamo poi che una fetta dei lettori cosiddetti «forti» è costituito dagli stessi scrittori, e in dei casi pure questi ultimi preferiscono di gran lunga la scrittura alla lettura, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Non si tratta però di una tendenza tutta contemporanea. Leopardi, per dire, già lo denunciava circa due secoli fa: «Oramai si può dire con verità, massime in Italia, che sono più di numero gli scrittori che i lettori (giacché gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive). Quindi ancora si vegga che gloria si possa oggi sperare in letteratura. In Italia si può dir che chi legge, non legge che per iscrivere; quindi non pensa che a se, ecc».”
In quei tempi soffrivo quasi sempre la fame; l’unica mia risorsa erano le novelle, che riuscivo a vendere per qualche soldo. Avevo dunque bisogno di scriverne una quella sera stessa, ma sentivo che la mia anima era vuota; così rinunziai ed uscii. Appena fuori mi venne in mente una idea: Come un ladro mi posi in agguato a un crocicchio e finalmente passò un uomo né giovane né vecchio, né troppo bello né spiacevole in viso. Lo fermai e gli spiegai che avevo bisogno di uno spunto per un racconto. «Se proprio la mia vita vi è così necessaria, non ho nessuna difficoltà a raccontarvela. Ho trentacinque anni, e sono di famiglia agiata, onesta e ben pensante. Sono sposato e impiegato alle ferrovie. Ho due figli, un maschio e una femmina. Il maschio ha dieci anni e farà l’ingegnere, la femmina ha nove anni e farà la maestra. Io vivo tranquillo senza scosse né desideri. Mi alzo ogni mattina alle otto, e alle nove di sera vado in un caffè a chiacchierare con quattro colleghi d’ufficio. Rimasi per un momento sconvolto dal terrore. Quella vita monotona, comune, misurata, vuota, mi riempì di una tristezza così acuta, ch’io fui quasi per rompere in pianto e fuggire: «Veramente non c’è altro nella vostra vita? Non v’è accaduto mai nulla?» «La mia vita è trascorsa calma, regolare, senza avventure… almeno fino a stasera. L’incontro con voi, signor novelliere, è stata la mia prima avventura.» E senza darmi il tempo di rispondergli se ne andò toccandosi leggermente il cappello. Io rimasi ancora fermo come sotto l’incubo di una cosa incredibile. Tornai alla mia camera e non scrissi la novella. Da quella notte non riesco più a ridere degli uomini comuni.
Giovanni Papini, Il mendicante di anime, in Racconti fantastici del ‘900, Mondadori
Piccola, ennesima variazione sul tema della rivolta degli oggetti, ma il corto si segnala soprattutto per la felice invenzione della monella (“Brat”), accattivante nel suo infantile sadismo.