Siamo ora giunti, lettore, al termine del nostro lungo viaggio. Poiché abbiamo viaggiato insieme attraverso tante pagine, comportiamoci scambievolmente come i viaggiatori in una diligenza che hanno passato parecchi giorni in compagnia e che nonostante i litigi o le piccole animosità che possono aver avuto luogo lungo la strada, fanno pace finalmente e rimontano per l’ultima volta nel loro veicolo allegri e di buon umore; poiché, dopo questo tratto, ci può capitare, come di solito capita a loro, di non incontrarci mai più.
La sera della «prima» sono salito con grande anticipo di mezz’ora al solito vantage point della seconda galleria, e mi sembrava anche più eccitata del solito la folla che correva alle entrate evitando urto e fragore | di rote, di flagelli e di cavalli | sotto le luci gialle lampeggianti, più nervoso lo scalpitare delle pantegane da boulevard in attesa tra il Biffi e i venditori di libretti | che vengono , che vanno, e stridi e fischi | di gente, che domandan, che rispondono | alla fermata del tram.
Nella fila che non finiva mai di salire le scale ecco gli occhietti sbattuti delle marànteghe, e le impeccabili grisaglie degli habitués che «tutte spiegando | dell’omero virile e de’ bei fianchi | le rare forme, lusingar son osi | de le Cinzie terrene i guardi obliqui» alle prima alle repliche e alle ultime, agli spettacoli per i lavoratori e alle matinées fuori abbonamento. Alcuni spartiti riposti vennero poi alla luce sulla panca circolare, poi le maschere interruppero il flusso e nel buio smorzato ecco l’applauso improvviso al direttore, e le prime note di quel preludio Impero tanto sorprendente che passando da una arcata all’altra potevi sentire che anche i meno provveduti si stupivano — e ben contenti — a mezza voce.
«Dieci anni dopo, Beethoven compose la medesima ouverture e la chiamò… Ma questo è il Fidelio, è il Coriolano, è il Prometeo!»
Ora la figlia di Creonte scherzava con le ancelle a ritmo di danza elisia dabbene, sorridendo alle prossime nozze… ma già non ero più libero di ignorare la presenza di un Giovin di capelli nerissimi e largo di spalle né il suo sguardo chiaro che mi fissava, non potevo sottrarmi alla pressione delle dure linee del suo corpo, come se la folla che si accalcava per vedere ci spingesse l’uno addosso all’altro. Mi accorgevo appena che la Callas ormai entrata spiegava ancora quel suo stregonesco canto… e minuti e minuti passavano senza che i miei occhi riuscissero a lasciare i suoi al suono di una marcia trionfante non sapevo se esultare o tremar, sfilava l’esercito portatore del vello d’oro e lui mi faceva cenno che non lo fissassi così ma le mani a un certo punto cominciano a cercarsi… Io mi sentivo molto profondamente commosso e sbigottito e turbato, ero appena capace di riflettere che «gioia-abisso-disperazione-incanto», tutto d’ora in avanti dipenderebbe da lui, quindi da chi lui fosse, dal suo carattere, intenzioni, ambizioni, esigenze, ecc. Per questo appena finito l’atto l’ho seguito dove era corso ad accendersi una sigaretta per chiedergli come prima cosa «chi sei?» — e senza aspettare un attimo ha detto il suo nome (che è Roberto) aggiungendo subito «e ho un appartamento libero tutti i pomeriggi in via Proust numero 1925» dandomi anche il telefono.
E così abbiamo parlato, poi abbiamo sentito il resto dell’opera, dal momento che non volevo davvero perderla, una «prima» della Medea con Callas in straordinaria forma… Ma io mi sentivo già in pieno Romanzo, e lo guardavo sognando, ma davvero sognando, mi sentivo altro che separato dalla Scala, dal mondo, e le luci si riaccendessero, si potevan udir delizie, levar brache e velari, finir l’opera, gli applausi clamorosi non mi toccavano; ci sedevamo sui divanini a parlare, e non riesco a ricordare cosa abbiamo detto, perché io pensavo: «non mi sentirò solo, mai più», era molto bella la sua voce all’orecchio, molto calda, molto profonda, e io ero contento pensavo: «è lui il mio, sarà sempre lui», poi sono dovuto correre via subito, per colpa di quelle troie dei miei, e così ci siamo dati un appuntamento per il giorno dopo.
Lui Allora lui pensa che sono uno scemo? Lei Lo pensa di tutti. Lui Ma ti ha detto che io sono uno scemo? Lei Ha detto tante di quelle cose. Lui Ma glielo hai sentito dire? Lei Da quello che mi ha detto su di te, non credo che ti rispetti. Lui Non mi rispetta e pensa che sono uno scemo. Lei Ti usa, come usa tutti. Dimenticalo. Lui A che tipo di giochi gioca? Lei Senti, non importa. Non ha lasciato tracce, sono sopravvissuta. Lui Vuoi dire che dopo tutto questo tempo con lui, la corda si è spezzata, slap, così? Lei Era logorata. Lo sai cosa vorrei ora? Lui Cosa? Lei Vorrei che lui entrasse e che ci vedesse. Nudi. L’uno nelle braccia dell’altro. Lui Davvero? Lei Baciami. Lui Sai che ti dico? Ha fatto un grave errore. Io non sono uno scemo.
È difficile immaginare qualcosa di più adolescenziale di un quattordicenne che si proclama disinvolto. Nel 1959, il piccolo Jean Pierre, classe 1944, era evidentemente pronto per andare sul set. (Segue una minuscola appendice a sorpresa).
Una dama appassita e molto artificiosamente acconciata, agitando un ventaglio di piume di struzzo nere, venne verso di me. «Guarda un po’, il maestro Čajkovskij! Complimenti per il successo!» «Per quale successo?», le chiesi piuttosto irritato. «Be’, be’, lei lo sa benissimo, maestro: la nuova sinfonia. Di grande effetto. Forse un po’ triste e un po’ rumorosa, ma di grandissimo effetto!» Non riuscivo a risponderle. «Come faccio a liberarmi di questa qui? Una cretina integrale. E perché ride così forte, adesso? Forse ha detto per caso una cosa quasi giusta. Forse la sinfonia è un fallimento, pura e semplice vanità, insincera, vuoto rumore. Allora, il Signore abbia pietà della mia anima. Più vicino alla verità non riesco a giungere…»
— Non hai mai visto un orso bianco? — chiese mio padre, rivolgendosi a Trim che se ne stava in piedi dietro la sua sedia. — A Vossignoria piacendo, no! — Ma sapresti parlarne Trim, in caso di bisogno? — Come è possibile, fratello, — intervenne zio Tobia, — se ti ha appena detto che non ne ha mai visto uno. — Qui ti volevo! — esclamò mio padre. — E ora ascoltami. Un ORSO BIANCO! Molto bene. Ne ho mai visto uno? Potrei vederne uno? Sto per vederne uno? Dovrò mai vederne uno? O potrò mai vederne uno? Avrei potuto vedere un orso bianco? (come me lo immaginerei?) Se vedessi un orso bianco, cosa direi? Se non dovessi mai vedere un orso bianco, allora? Se io mai ho, posso, devo, avrò da vedere un orso bianco vivo, potrò vederne almeno la pelle? Non ne ho mai Visto uno dipinto? Nessuno me lo ha mai descritto? Non ne ho mai sognato uno? Mio padre, mia madre, mio zio, mia zia, i miei fratelli o sorelle, videro mai un orso bianco? In tal caso, che darebbero per vederlo? Come si comporterebbero? E come si comporterebbe l’orso bianco? Sarà selvaggio o addomesticato? Terribile, ispido o morbido? Val la pena di vedere un orso bianco? Non vi è peccato in ciò? È meglio di uno NERO?
Laurence Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy
Nasten’ka se ne stava ferma, in silenzio, come inchiodata al suolo; un momento dopo cominciò con una sorta di timidezza a stringersi forte a me. La sua mano cominciò a tremare nella mia mano; la guardai… Ella si appoggiò a me ancora più forte. In quell’istante passò accanto a noi un giovane. Egli a un tratto si fermò, ci guardò fissamente e poi fece di nuovo alcuni passi. Il mio cuore tremò… «Nasten’ka», dissi sottovoce, «chi è, Nasten’ka?» «È lui!» mi rispose lei in un bisbiglio, stringendosi ancora di più a me trepidando… Io mi reggevo a stento sulle gambe. «Nasten’ka! Nasten’ka! Sei tu!» risuonò una voce dietro a noi e in quello stesso istante il giovane fece alcuni passi verso di noi… Mio Dio, come gridò! Come sussultò! Come si strappò dalle mie braccia e gli volò incontro!… Io ero lì fermo e li guardavo come colpito a morte. Ma appena ella gli ebbe dato la mano, appena si fu gettata tra le sue braccia, improvvisamente di nuovo si voltò verso di me, in un lampo mi fu accanto e, prima che riuscissi a raccapezzarmi, mi gettò entrambe le braccia al collo e mi baciò forte e con ardore. Poi, senza dire una parola, si lanciò di nuovo verso di lui, lo prese per le mani e lo trascinò con sé. Io rimasi lì a lungo a guardarli… Finalmente entrambi sparirono alla mia vista.
Quando pensiamo a Freud, siamo certi di aver avuto in lui una reincarnazione tardiva, forse l’ultima, del vecchio Socrate. Che fede nella ragione è stata la sua, che fiducia nel potere liberatorio del linguaggio. Che potere riconosceva alla relazione più elementare: un uomo che parla e un uomo che ascolta. E come per incanto non solo gli spiriti, ma anche i corpi guariscono: fatto mirabile e che quindi trascende la ragione. Per evitare grossolane interpretazioni magiche di questo fenomeno meraviglioso, Freud ha dovuto sobbarcarsi a un’ostinata opera di delucidazione, tanto più necessaria in quanto il suo metodo, cominciato assai vicino al magnetismo, all’ipnosi e alla suggestione, aveva un’origine impura. Anche ridotti a rapporti di linguaggio, i rapporti tra medico e malato non restano forse essenzialmente magici? Non sempre la magia comporta le cerimonie, l’imposizione delle mani o l’impiego delle reliquie. Essa è già presente là dove un uomo si dà importanza con un altro, e se tra un semplice malato e il suo medico intercorre un rapporto di autorità in cui quest’ultimo abusa sempre della propria importanza, ciò sarà vero a maggior ragione con un malato che non si reputa o non è reputato ragionevole. In qualsiasi clinica psichiatrica quest’impressione di violenza salta agli occhi del visitatore, che del resto vi contribuisce con lo spettacolo. Le parole non sono libere, i gesti ingannano. Tutto ciò che l’uno dice, tutto ciò che l’altro fa, paziente o dottore, è astuzia, finzione o prestigio. Siamo in piena magia.
Maurice Blanchot, La conversazione infinita, Einaudi.
Ci dovrebbe pur essere una qualche legge contro gli scrittori inutili e inetti, come ci sono contro i vagabondi e i fannulloni. I tipi come me e cento altri verrebbero subito banditi dal nostro popolo. Non scherzo. La grafomania è sintomatica in un secolo eccezionalmente disordinato. Da quando in qua abbiamo scritto tanto, come da quando viviamo in mezzo alle turbolenze?{238} E quanto i Romani, se non quando furono vicini alla rovina? L’affinamento degli ingegni non implica un eguale affinamento nel governo della cosa pubblica.
Dove saranno? Chiede la elegia di chi non e’ piu’, come se fosse uno spazio in cui lo Ieri potesse esser l’Oggi, l’Anche e il Tuttavia. Dove sara’ (ripeto) la masnada che fondo’, in polverose strade sterrate o in sperdute contrade, la setta del coltello e del coraggio?…………………………….
Devo confessare che da giovane ero vittima di passioni improvvise, di una violenza a volte riprovevole, ma che fortunatamente svanivano con la stessa velocità con cui mi avevano aggredito. Avevo letto a lungo Apuleio, Petronio, Catullo e Longo e Anacreonte; tutte le donne mi apparivano come fiori e io ero la loro farfalla. Mi piaceva seguire per strada quelle eleganti e costruivo un romanzo sulla loro forma, vista da dietro. Non osavo vedere il loro viso per paura di una delusione. Facevo piuttosto il gradasso e nonostante fossi un po’ sovrappeso, assumevo pose poetiche, ma non scrivevo mai versi, anche se avrei potuto farne. Il ridicolo della mia giovane età! Mi lasciavo crescere i capelli, criticavo Victor Hugo dopo averlo esaltato – ero un giovane Alceste viziato – e, parola d’onore, mi credevo affascinante. Nella corte vicino casa, c’erano molte giovani che attiravano i miei sguardi. Una fra le altre, una ragazza che un po’ cuciva e un po’ leggeva il giornale o qualche romanzo, mi sembrava estremamente poetica. Per lei bruciavo dell’amore più byroniano; e poiché ero miope, mi sembrava di vedere la Venere di Milo. Presto credetti di aver fatto un certo colpo su di lei e aspettai che me ne desse la prova. Un giorno – era estate, e lei cuciva alla finestra – la vidi fermarsi; mi parve che mi avesse lanciato uno sguardo languido; si portò le mani alle labbra: doveva avermi mandato il più casto dei baci. Presi i miei occhiali e corsi alla finestra: la sua mano era ancora posata sulle labbra: “Io vi amo!”, gridai. Orrore! Si stava ficcando le dita nel naso.
Nel pomeriggio feci il bagno in mare e presi lezione di
nuoto da Amenta, un marinaio italiano, quindi pranzai al ristorante Vittoria.
La magnifica estate siciliana era al suo culmine e il ronzio degli insetti
rendeva l’aria sonnolenta. Ci sdraiammo pigramente sull’erba secca e bruciata,
con doloroso turbamento di svariate colonie di formiche, e Amenta rise di me
vedendomi così impigrita. Feci lo sforzo di rialzarmi e c’inerpicammo su per il
fianco della collina, per ritrovare la stessa fornace ardente alla sommità;
così ci abbandonammo alla nostra indolenza e giacemmo all’ombra di un fico,
sotto un cielo dell’azzurro più intenso; giacemmo l’uno nelle braccia
dell’altro, la mia testa posata sul suo petto. Ma ahimè; non provai nessun
brivido in risposta all’ardore della sua passione.
Colette: […] Ho una specie di passione per tutto quello che ha scritto Marcel Proust, per quasi tutto quello che ha scritto… Come in Balzac, mi ci immergo… È delizioso… Intervistatore: Ma la lunghezza delle sue frasi non le dà fastidio? Colette: No. E perché dovrebbe disturbarmi? Si tratta di un’onda particolare. Bisogna saper nuotare bene, qualche volta… Ma è un problema dei lettori andare fino a Proust e non di Proust andare fino ai lettori… Finiranno per arrivarci…