Ciò che colpisce a Firenze, come costume particolare della città, è l’assenza del marito. Non cercate mai il marito nella vettura o nel palco di sua moglie, è inutile, non c’è. Dov’è? Non lo so; in qualche altro palco o in qualche altra vettura. A Firenze il marito possiede l’anello di Gige, è invisibile. C’è una signora della buona società che ho incontrato tre volte al giorno per sei mesi, e che per tutto questo tempo ho creduto vedova, finché per caso, conversando, ho appreso invece essere sposata, con un marito che esisteva egualmente e che abitava nella sua stessa casa. Allora mi misi a cercare questo marito, chiesi di lui a tutti, mi impuntai a vederlo. Tutto vano, dovetti partire da Firenze senza avere avuto l’onore di fare la sua conoscenza e sperando di essere più fortunato un’altra volta. Nelle grandi famiglie, nelle quali i matrimoni sono quasi sempre di convenienza, capita dopo un tempo più o meno lungo, un momento di stanchezza e di noia in cui si fa sentire il bisogno di un terzo: i due sposi non si parlano più se non per scambiare recriminazioni; sono sul punto di detestarsi. E’ allora che si presenta un amico. La moglie gli racconta ai suoi dolori, il marito lo mette a parte della sua profonda noia; ciascuno dei due scarica su di lui una parte dei suoi rimpianti e si sente sollevato; c’è già un miglioramento. Ben presto il marito si accorge che la sua ostilità contro la moglie nasceva dall’obbligo tacitamente contratto di portarla sempre con sé; la moglie dal canto suo comincia ad accorgersi che la società in cui la conduce suo marito non è insopportabile se non perché lei è costretta a frequentarla con lui. Quando si è arrivati a questo punto non è difficile capirsi.
Adrienne Rich (May 16 1929 March 27 2012) American poet, essayist and feminist, photographed in London 14th May 2002. (Photo by Eamonn McCabe/Popperfoto via Getty Images)
So che stai leggendo questa poesia tardi, prima di lasciare il tuo ufficio con l’unico lampione giallo e una finestra che rabbuia nella spossatezza di un edificio dissolto nella quiete quando l’ora di punta è da molto passata. So che stai leggendoquesta poesia in piedi, in una libreria lontana dall’oceano in un giorno grigio agli inizi della primavera, deboli fiocchi sospinti attraverso gli immensi spazi delle pianure intorno a te. So che stai leggendo questa poesia in una stanza in cui è accaduto troppo per poterlo sopportare, spirali di lenzuola ristagnano sul letto e la valigia aperta parla di fuga ma non puoi andartene ora. So che stai leggendo questa poesia mentre il metrò rallenta la corsa, prima di lanciarti su per le scale verso un amore diverso che la vita non ti ha mai concesso. So che stai leggendo questa poesia alla luce della televisione, dove scorrono sussulti di immagini mute, mentre aspetti le ultime notizie sull’ intifada. So che stai leggendo questa poesia in una sala d’aspetto di occhi incontrati e che non si incontrano, di identità con estranei. So che stai leggendo questa poesia sotto il neon nella noia stanca dei giovani che sono esclusi, che si escludono, troppo presto. Soche stai leggendo questa poesia con la tua vista indebolita: le tue lenti spesse dilatano le lettere oltre ogni significato e tuttavia continui a leggere perché anche l’alfabeto è prezioso. So che stai leggendo questa poesia in cucina, mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro inmano, perché la vita è breve e anche tu hai sete. So che stai leggendo questa poesia che non è nella tua lingua: di alcune parole non conosci il significato, mentre altre ti fanno continuare a leggere e io voglio sapere quali sono. So che stai leggendo questa poesia in attesa di udire qualcosa, divisa tra amarezza e speranza, per poi tornare ai compiti che non puoi rifiutare. So che stai leggendo questa poesia perché non c’è altro da leggere, lí dove sei approdata, nuda come sei.
Raccomandato:
• agli attori che dicono (recitano, interpretano, sospirano, propongono, espongono, declamano, leggono, soffrono, scandiscono, esprimono, decodificano) una poesia.
• a chi non legge poesia
• a chi la legge con i soli occhi
• a chi non si vergogna di leggerla ad alta voce, in camera sua.
(Riportiamo il testo per chi voglia seguire, come su uno spartito, l’esecuzione dell’autrice).
Ringraziare…
Ringraziare desidero il divino/ per la diversità delle creature/ che compongono questo singolare universo,/ per la ragione,/ che non cesserà di sognare/un qualche disegno del labirinto/ e l’uccello leggero che vola oltre, più in alto, più su./ Ringraziare desidero per l’amore,/ che ci fa vedere gli altri come li vede la divinità,/ per il pane e il sale,/ per il mistero della rosa/ che prodiga colore e non lo vede./ Ringraziare desidero/ per l’arte dell’amicizia,/ per l’ultima giornata di Socrate,/ per le parole che in un crepuscolo furono dette/ da una croce all’altra,/ per i fiumi segreti e immemorabili/ che convergono in noi,/ per il mare, che è un deserto risplendente/ e una cifra di cose che non sappiamo/ per il prisma di cristallo e il peso di ottone,/ per le strisce della tigre,/ per l’odore medicinale degli eucaliptus,/ e la speranza, la fiducia, la lavanda./ Ringraziare desidero/ per il linguaggio, che può simulare la sapienza,/ per l’oblio, che annulla o modifica il passato,/ per la consuetudine,/ che ci ripete e ci conferma come uno specchio,/ per il mattino, che ci procura l’illusione di un inizio,/ per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,/ per il coraggio e la felicità degli altri,/ per la patria, sentita nei gelsomini/ per lo splendore del fuoco/ che nessun umano può guardare senza uno stupore antico/ e per il mare che è il più dolce fra tutti gli dei./ Ringraziare desidero perché/ sono tornate le lucciole,/ le nuvole disegnano,/ le albe spargono brillanti nei prati,/ e per noi/ per quando siamo ardenti e leggeri/ per quando siamo allegri e grati./ Io ringraziare desidero per la bellezza delle parole, natura astratta di dio/ per la lettura e la scrittura, che ci fanno sfiorare noi stessi e gli altri/ per la quiete della casa,/ per i bambini che sono nostre divinità domestiche/ per l’anima, perchè consola il mio girovagare errante,/ per il respiro che è un bene immenso,/ per il fatto di avere una sorella./ Io ringraziare desidero/ per tutti quelli che sono piccoli liberi e limpidi/ per le facce del mondo che sono varie/ per quando la notte si dorme abbracciati/ per quando siamo attenti e innamorati, fragili e confusi,/ cercatori indecisi./ Ringrazio dunque/ per i nostri maestri immensi/ per tutti i baci d’amore,/ e per l’amore che ci rende impavidi./ Per i nostri morti che fanno della morte un luogo abitato, / e per i nostri vivi, che rendono la vita uno specchio fatato./ Per i figli,/ col futuro negli occhi,/ perchè su questa terra esiste la musica,/ per la mano destra e la mano sinistra, e il loro intimo accordo/ per i gatti per i cani esseri fraterni carichi di mistero,/ per il silenzio che è la lezione più grande/ per il sole, nostro antenato./ Ringraziare desidero/ per Whitman,/ Presti e Francesco d’Assisi,/ che scrissero già questa poesia,/ per il fatto che questa poesia è inesauribile/ e si confonde con la somma delle creature/ e non arriverà mai all’ultimo verso/ e cambia secondo gli uomini./ Ringraziare desidero/ per i minuti che precedono il sonno,/ per il sonno e la morte,/ quei due tesori occulti,/ per gli intimi doni che non elenco,/ per la gran potenza d’antico amor/ per amor che muove il sole e l’altre stelle/ e muove tutto, in noi….
A volte, scrivendole, mi sono immaginato una donna dai
capelli biondi oscuri, dagli occhi celesti, dalla fronte pensosa, dal sorriso
gentile, alta, snella, ma di un insieme quasi brutto. Senza che Ella mi renda
pan per focaccia le dico preventivamente da me, il mio aspetto fisico: capelli
lunghi e anellati, biondi con chiazza d’oro; fronte alta e spaziosa con due
rughe; occhi color d’acciaio turchiniccio e vivaci, aspetto non florido, quasi
sempre pallido, bocca da violento; camminatura da epilettico; parlata franca,
ma nervosa (a volte stentata); agito le mani in mimica a seconda il significato
delle parole (di bontà, di irritazione, di paura), guardo in viso quasi tutte
le persone.
In un angolo, un giovane appollaiato su uno sgabello gioca a un videogioco. Accanto a lui una ragazza guarda le forme e i colori che salgono e scendono. Lui l’ha salutata appena, è concentrato sulla sua partita. Lei tenta di parlargli: – Sai, sono appena andata dall’assistente sociale, dice che dovresti passare da lei. – Non mi rompere le palle. Dopo una breve pausa lei riprende, tenacemente ma anche scusandosi: – A casa c’è della posta per te, vuoi che te la porti? Sembra che lui non abbia sentito. Lei insiste, più dolcemente che può, perché sa che lui non vuole essere disturbato quando gioca, ma è più forte di lei: – Sono cinque giorni che non torni a dormire, se non vuoi più che abitiamo insieme non hai che dirlo. Ha fatto del suo meglio perché nella sua voce non ci fosse né tristezza né rimprovero, perché sa che la tristezza e il rimprovero gli danno fastidio. Lui dà un breve sospiro per farle capire che è esasperato: – Ieri sera abbiamo festeggiato fino a tardi, questo non significa che voglio traslocare. Smettila di rompere, cazzo! La risposta non tranquillizza per niente la ragazza. È affranta ma non protesta. Guarda lo schermo, le forme e i colori che vanno sempre più in fretta. Il ragazzo sta manovrando i comandi con un’agilità bestiale. La macchina annuncia: “Game over”; il viso della ragazza s’illumina: – Vieni, ho dei soldi, ti pago da bere, è tanto che non parliamo un po’. Fa del suo meglio perché la sua voce sia entusiasta e non supplichevole, perché sa che a lui piace l’entusiasmo, mentre il tono supplichevole lo infastidisce. Lui chiede: – Hai dei soldi? – Sì, te l’ho detto, offro io. Dove ci sediamo? – Passameli, faccio un’altra partita.
Afin de redonner toute sa dimension à la pression qui repose sur les épaules des femmes actives ayant des enfants et des mères au foyer, un collectif espagnol a décidé d’installer cette statue de street art à l’air libre durant quelques jours. Une façon de déconstruire les préjugés autour du rôle de mère de famille et de donner à réfléchir aux passants.
Per dare piena dimensione alla pressione esercitata sulle spalle delle donne attive con bambini e casalinghe, un collettivo spagnolo ha deciso di installare per qualche giorno questa statua di street art all’aperto. Un modo per decostruire i pregiudizi sul ruolo di madre di famiglia e dare ai passanti qualcosa su cui riflettere.
Partridge entrò vacillante nella stanza, con una faccia pallida come un morto e con gli occhi fissi. Pareva insomma che avesse visto uno spettro o che fosse addirittura lui stesso uno spettro. Tom fu impressionato da quell’aspetto ed egli pure impallidí domandandogli che cos’era successo. “Spero, signore,” disse Partridge, “che non si metterà in collera con me. Io non ho ascoltato ma son dovuto restare nell’altra stanza. Cosí fossi stato lontano cento miglia, piuttosto d’aver udito quel che ho udito!” “Insomma, che cosa c’è?” “Oh Dio mio! La donna che è uscita era quella che era con lei a Upton?” “Sí, Partridge.” “E lei, lei è stato realmente a letto con quella?” domandò tutto tremante. “Temo che quello che c’è stato fra me e lei non sia un segreto.” “Ma faccia il favore, per amor del Cielo, mi risponda!” “Ma sí, voi lo sapete.” “Ah! Allora… il Signore abbia misericordia dell’anima sua! Allora, mi perdoni, ma com’è vero ch’io sono vivo, lei è stato a letto con sua madre!” A queste parole Tom divenne per un momento un’ancor peggiore pittura dell’orrore che Partridge stesso. Tutti e due restarono muti guardandosi con occhi stravolti. Finalmente Tom balbettò: “Come! Cos’è che mi dite?” “Non ho abbastanza fiato per dirglielo. Quella donna è sua madre. Che disgrazia è stata per lei, signore, ch’io non l’abbia vista a Upton, per impedirglielo! Certo è il diavolo stesso che ha fatto in modo che questo avvenisse!” “Ah, la fortuna,” gridò Tom, “non la finirà con me se non quando m’abbia fatto impazzire? Ma perché biasimo la fortuna? Sono io stesso la causa della mia infelicità. Tutti i terribili guai che mi sono toccati sono conseguenze delle mie follie e dei miei vizi. Dunque la signora Waters era… Ma inutile ch’io domandi, perché voi la dovete certo conoscere. Se avete un po’ d’affetto per me, io vi supplico andate e riconducetemi qui quella disgraziata! Oh Dio buono, l’incesto! con mia madre! a che cosa ero riserbato!”
Henry Fielding, Tom Jones, Feltrinelli, Traduzione Decio Pettoello
Lui suona la sua nota, la mattina, appena sveglio e fino a sera. Crab suona la sua nota lunga, è insopportabile. I vicini impazziscono, sempre la stessa nota, né falsa né stridente ma ripetitiva, con qualche interruzione di varia durata; gli intervalli fra due note sono imprevedibili, possono durare anche alcuni minuti, alcune ore. Poi Crab suona due o tre volte di seguito la nota e si ferma un istante, riprende, si ferma di nuovo e più a lungo. È questo che fa uscire di testa. Si arriva a desiderare la fine di questi intervalli di silenzio minaccioso. Ci si sorprende a fischiettare la nota di Crab. Tutto il quartiere ne è coinvolto. Dalle prime luci del giorno fino a sera, in ogni casa c’è qualcuno che ripete la nota di Crab – il quale peraltro non abita più lì da molti anni, forse oggi è già morto, con ogni probabilità.
Questa breve sequenza è tratta da Swing Time, del 1936, interpretato da Fred Astaire e Ginger Rogers, regia di George Stevens. È un omaggio a Bill “Bojangles” Robinson (1878-1949), grande ballerino e attore nero di Hollywood, che conobbe tempi difficili prima di affermarsi. La musica dei neri, nonostante la ghettizzazione, otteneva sempre maggior consenso; di conseguenza molti cantanti e ballerini se ne impadronirono tingendosi la faccia, grotteschi ibridi che riflettevano un tragicomico corto circuito socio-culturale. Citando Bill Robinson, Fred Astaire si propone come il bianco-tinto-di nero che imita il nero-nero indossando un costume prevalentemente bianco sullo sfondo di tre ombre (ovviamente nere) che registrano i movimenti del suo corpo: un gioco di specchi leggermente vertiginoso. Secondo le cronache, il virtuosistico frammento nacque da un errore di illuminazione che l’ingegnoso coreografo sfruttò immediatamente facendone il perno della sequenza.