Le figurine di Radiospazio. Rituali

A scuola, France si punge la pelle col compasso. Il sangue si sparge sui fogli. Con la carta assorbente, asciuga le gocce che si mescolano all’inchiostro, si sorprende vedendo le forme poetiche che assumono mentre si mescolano all’inchiostro. Quando non riesce più a contenersi, spinta dal desiderio di lasciare sulla sua pelle delle tracce più inchiostrate, disegna dei ghirigori in forma di rosa, compulsivamente. I cerchi si sovrappongono, si incrociano e s’intrecciano. L’interno è di color rosso vivo e le lettere F+R compaiono al centro di una quantità di fiori e di soli. Quando le sue mani si fanno prendere dalla violenza al punto da strappare il foglio, le infila nelle mutandine e si masturba per placarsi. Quando raggiunge il piacere, scivola sotto il banco e cade, provocando le risate dei suoi compagni.

Joffrine Donnadieu, Una histoire de France, Gallimard

Narrativa. Italo Svevo, In partenza

 STAZIONE DI MILANO.
Con dolce violenza il signor Aghios si staccò dalla moglie e a passo celere tentò di perdersi nella folla che s’addensava all’ingresso della stazione.  Bisognava abbreviare quegli addii ridicoli se prolungati fra due vecchi coniugi. Ci si trovava bensì in uno di quei posti ove tutti hanno fretta e non hanno il tempo di guardare il vicino neppure per riderne, ma il signor Aghios sentiva costituirsi nell’animo proprio il vicino che ride. Anzi lui stesso intero diveniva quel vicino. Che strano! Doveva fingere una tristezza che non sentiva, quando era pieno di gioia e di speranza e non vedeva l’ora di essere lasciato tranquillo a goderne. Perciò correva, per sottrarsi più presto alle simulazioni. Perché tante discussioni? Era vero ch’egli da molti anni non s’era staccato dalla moglie, ma un viaggio sino a casa sua, a Trieste, ove essa due settimane appresso l’avrebbe raggiunto, era cosa di cui non valeva la pena di parlare.  Se ne aveva parlato invece da molti giorni e continuamente. La decisione era stata difficilissima proprio perché ambedue l’avevano desiderata e ambedue per raggiungerla sicuramente avevano creduto necessario di tener celato il loro desiderio.  Avrebbe potuto piangere se si fosse trattato di un distacco per tutta la vita o almeno per gran parte di essa. Ma così poteva confessare a se stesso che s’allontanava giocondamente. Tanto più che sapeva di fare un piacere anche a lei.  Negli ultimi anni la signora Aghios s’era attaccata di un affetto appassionato ed esclusivo al figliuolo. Quando questi era lontano essa si sentiva sola anche accanto al marito e più sola ancora perché del suo dolore non parlava, sapendo che il signor Aghios ne avrebbe riso. Ma il signor Aghios sapeva di quel dolore, si offendeva di non poterlo lenire e fingeva d’ignorarlo per non seccarsi. “Una duplice costrizione!” pensava il signor Aghios che aveva letto qualche opera filosofica. “Duplice perché mia e sua! ”  Adesso la signora Aghios voleva rimanere ancora a Milano per non lasciare solo il figliuolo che doveva passare un esame importante. Il signor Aghios non dava gran peso agli esami che si possono ripetere e sapeva anche che il figliuolo, cui il soggiorno a Milano non spiaceva, li avrebbe ripetuti volentieri. Ma adesso, se voleva partire solo, anche lui doveva insistere perché la madre restasse a tutelare il figliuolo in tanto frangente. Così la signora restava a Milano per compiacere il marito, ma il signor Aghios, che l’animo della signora aveva accuratamente spiato, partiva offeso, senza però dirlo, perché altrimenti avrebbe compromesso la sua libertà di viaggiare solo.  Era veramente un congedo che bisognava abbreviare, perché anche all’ultimo momento la signora Aghios era capace di mutare ogni disposizione quando avesse indovinato come stavano le cose. Era una donna che non ammetteva di non fare il proprio dovere. E il signor Aghios pensò che il lieve rancore che sentiva per la moglie, un sentimento sgradevolissimo, sarebbe sparito non appena si sarebbe trovato solo. Correndo fu già più giusto. La moglie prolungando quegli addii rivelava il suo rimorso di lasciarlo partire solo ed egli pensò: “Come è onesta! Non m’ama affatto, ma fino all’ultimo vuol tenere le promesse fatte all’altare. Si rammarica di non sapere fare quello che dovrebbe. Una grande pena per lei e una bella seccatura per me”.

Italo Svevo, Corto viaggio sentimentale

Le figurine di Radiospazio. Senza meta

«Si va, si va»; sentiamo giornalmente
 da mille voci replicar qua e là;
per andare, si va sicuramente,
ma bisogna veder dove si va;
va anche il cieco, ma andando alla scapata,
batte poi il naso in qualche cantonata.
Anche il Fagioli, noto cortigiano,
andava, e andava un giorno per Mercato
sul caval,che gli avea tolta la mano;
ma richiesto dal popolo affollato:
«Signor Fagioli, ove si va a cadere?»
«Non si sa,» disse, «e non si può sapere.»
No, non vi confondete col progresso,
perché progrediranno Caio e Tizio,
ma il cor dell’uom sarà sempre lo stesso,
cascheremo da un vizio in altro vizio,
e ognor le nostre idee saranno storte,
perché il giudizio vien dopo la morte.

Tormento di poeta

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.

Si può immaginare il senso di sgomento da cui sarebbe stato colto Sergio Corazzini di fronte a un post come questo della DANTEBUS. COM/CONCORSO POESIA. Con tutta la fatica che l’autore della poesia-manifesto Desolazione del povero poeta sentimentale aveva fatto per rendere incerta, traslucida, ai limiti dell’inconsistenza la propria figura di poeta, ecco che gli si para davanti un finanziatore/benefattore con una banconota in mano.

– Lei è poeta?
– Certamente no. E’ anche scritto qui: “Io non sono che un piccolo fanciullo che piange”.
– Questo non vuol dire. Ciò che ha scritto non ha niente a che fare col suo statuto di poeta. Nel 1906, lei ha pubblicato una raccolta “Piccolo libro inutile”.
– Appunto. Non vale la pena di parlarne.
– Un libro di versi. Dunque lei è oggettivamente poeta. E se il libro è inutile, come lei sostiene nel titolo, a maggior ragione va supportato economicamente con 500 euro.
– Non se ne parla nemmeno! Se io li accettassi sconfesserei il mio libro. E’ vero che 500 euro sono pochi, ma rappresentano pur sempre un piccolo utile, lei capisce.
– E se il premio istituisse una sezione per non poeti, ne potremmo riparlare?
– Non lo so, è tutto così macchinoso… Sì, forse in questa sezione potrei partecipare, ma senza vincere i 500 euro. Se io venissi premiato in un concorso di poesia, sia pure come non poeta, tutto diventerebbe terribilmente ambiguo.
– No, su questo non posso venirle incontro. Il messaggio è chiaro: “Sei un poeta?/ 500 euro”.
– Allora non se ne fa niente.
– Come crede. Però non dovrebbe essere così rigido.
– Io rigido? Ma niente affatto! Ecco, legga qui… “Io sono un piccolo e dolce fanciullo/ dimenticato da tutti gli umani…”
– Lasciamo perdere. Lo dicevo per lei. Sa quanti si stanno già iscrivendo al concorso?



Arianna Dell’Arti, Il Male (frammento)

Stamattina mi sono svegliata con un inspiegabile buonumore. Poi, per fortuna, è andato tutto a puttane. Ed è tornato subito il cattivo umore E non parlo di tristezza, io non ci so stare nella tristezza, o meglio, il mio inconscio non ci sa stare, e come arriva l’infelicità lui subito la trasforma in aggressività, perché al mio inconscio non va di piangere, anche perché poi uno si lagna, e la lagna è “che palle”, e le persone non ti parlano più, a ragione, dico io, invece con l’aggressività le insulti, le persone, così almeno poi loro ti menano. Io divento aggressiva, molto, proprio cattiva. Dentro di me ci stanno proprio sentimenti tremendi, io provo odio con molta facilità, io veramente faccio pensieri orrendi, di morte, non la mia. Forse la vostra. (Prende di mira uno spettatore tra il pubblico) Forse proprio la tua. Puoi toccarti se vuoi. Anche se poi credo di non essere la prima persona ad averti augurato la morte. Puoi continuare a toccarti se vuoi. Anzi, secondo me dovresti toccarti da adesso fino alla fine del pezzo. Però scommetto, voglio dire, ti sarà capitato di tagliare la strada a qualcuno con la macchina e magari questo qualcuno poi ha detto: magari muori. Credo che la nostra morte, di tutti intendo, ci sia stata augurata veramente moltissime volte, molte più volte di quante ci sia stata augurata la vita, che poi ci viene augurata solo al compleanno o ai matrimoni, cento di questi giorni, cioè vuoi che io viva comunque 145 anni, che è molto peggio che augurarmi la morte. Ma comunque, a questo signore che ti ha augurato la morte, voglio dire, questo desiderio prima o poi verrà esaudito, non si può certo dire che sarai eterno. Oppure sei eterno? Non lo sai, lo saprai solo dopo la morte. Vogliamo ucciderti per scoprirlo? Poi però se adesso muori è un casino, sangue, pianti, ambulanze. Non ci serve la tua morte, ci serve solo il desiderio, questo augurio: magari muori. Anche se, forse, molto meglio, e più efficace sarebbe sicuramente non dire “magari muori”, che tanto lo sappiamo tutti che accadrà. Molto meglio dire: magari muori MALE. Ecco, questo è molto più crudele, perché poi è di questo che stiamo parlando, di dare sfogo alla propria crudeltà. Non giriamoci intorno.

Arianna Dell’Arti, Wanderwoman, Golem

Le figurine di Radiospazio. Vocazioni

La danza non migliorò molto la figura robusta e paffuta di Jane, ma solo il suo appetito. Poi arrivarono le scarpette speciali. Ora studiava danza classica. Aveva scoperto un istituto chiamato Scuola D’arte. In quell’edificio a cinque piani si insegnavano pianoforte, danza e pittura. Jane riprese a sorridere al marito: «Vedi, Bob, la vita può e deve essere resa più bella, più piacevole, e tutti dovrebbero contribuire,nel loro piccolo, alla bellezza e alla poesia del mondo.»
Nel frattempo Bob vuotava la pattumiera e si assicurava checi fossero ancora patate in casa.

Il video della domenica. SANDY WIDYANATA , PLASTIC – SHORT FILM. 7′

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Cosa c’è di più romantico – e di più banale – di una ragazza che si prepara per il primo appuntamento con l’uomo che ha sempre desiderato invano? Ma se la ragazza si pensa un po’ troppo in carne e sul suo naso spunta un brufolo aggressivo, l’euforia dei preparativi si trasforma in un’emergenza irrimediabile. Ci vorrebbe la bacchetta magica, che in questo short movie compare miracolosamente sotto forma di una crema di bellezza: grazie ad essa, la ragazza può modellare il suo corpo come desidera. Contrariamente a quanto si può pensare, ci dice la regista Sandy Widyanata, ciò non è un bene, e questo short movie ce  lo dimostra. Però c’è un lieto fine

Narrativa. Philip O’ Connor, La canzone di Gerald (frammento)

Le mie azioni sono calate, le mie azioni sono nella cera­mica e sono calate. Dove combattono i soldati distruggono tutta la ceramica; le mie azioni sono investite nella società che importa quella ceramica, altre azioni sono aumentate, ma le mie sono calate. Calate a causa della guerra in quel paese dove c’è la ceramica.
Devo pensare a mia madre. Vivo con lei, le compero della roba, è minuta e pallida, e quando si muove le scricchio­lano le ossa. Si preoccupa che quando morirà non avrò niente. Chiede: «Come va la ceramica?»
Io dico: — Cala. — Lei si china, fa un fischio e dice: «Oh, Gerald!»
«Oh, mamma!»
La ceramica sembrava un buon affare, la ceramica aveva un futuro, la ceramica era sicura. Nella
ceramica ho messo tutti i soldi che mi ha lasciato mio padre. La cera­mica è scesa a un dollaro, si è quasi volatilizzata.
«Oh, Gerald!»
« Oh, mamma!»
«Gerald, devi fare qualcosa. Mi ammalerò per la preoccu­pazione se non farai qualcosa.»
«Che cosa posso fare?»
«Non deludermi adesso.»
«Che cosa posso fare?»
«Oh, Gerald!»
«Oh, mamma!»
Tirò la sua tazza da tè. Mi colpì in fronte.
«Vuoi far qualcosa, razza di stupido!?»
Ho telefonato al nostro deputato al congresso, ho telegrafato al ministro degli esteri e ho scritto una lettera al presi­dente. In un modo o nell’altro tutti mi hanno detto che la guerra non si può fermare. Alla mamma ho detto: — Non possono fermarla. Una volta che si è dentro è difficile uscirne.
«Sei stupido come il governo.»
«Sta’ calma, mamma.»
«Come si può stare calmi quando si sta per andare all’ospi­zio?»
Da molti giorni mamma è sempre sveglia, sta seduta ri­gida, fissa il davanti della mia camicia e dice: «Gerald, sei sempre stato un minchione.»

Philip O’ Connor La canzone di Gerald, “Narratori di poche parole”, Guanda, trad. L. Schenoni

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Le figurine di Radiospazio. Una ricetta per l’innocenza

«Eppure questi ginnasiali non sono ancora abbastanza ingenui. Lei non immagina, caso collega, quanto siano cocciuti e mal disposti:non vogliono essere freschi come la carota novella. Non vogliono! Non vogliono!»
Il collega lo rimproverò bruscamente:
«Come non vogliono? Bisogna che vogliano? Adesso le dimostrerò come si stimola l’ingenuità. Scommetto che fra mezz’ora la dose di ingenuità ambientale sarà raddoppiata. Questo il mio piano: comincio con l’osservare gli allievi, faccio capir loro che li considero ingenui e innocenti. La prenderanno per una provocazione, e cercheranno allora di provarmi che non sono affatto innocenti, e in quello stesso istante cadranno in quello stato di ingenuità e di innocenza che per noi pedagoghi è una vera manna dal cielo.»
Ciò detto, si nascose dietro una grossa quercia per spiare i ginnasiali.

Il video della domenica. ANDY WARHOL, The Cars: Hello Again [Music Video] (1984). 5′

warhol-autoritratto

 )

Quando Warhol registra questo video, la sua immagine turbina ormai da trent’anni nei poster, nei video e in tutti i media esistenti (chissà come avrebbe interpretato la rete, se non fosse morto, tre anni più tardi, nel 1987). Il mix di automobili, lingue e corpi femminili sui quali pulsa in sovrimpressione, come un’insegna, la parola Hallo! interpreta e sigilla gli anni Ottanta così come le sue Marilyn, i suoi Mao Tse-Tung, i suoi Che Guevara avevano contrassegnato in modo indelebile i Sessanta.

Narrativa. Piero Jahier, Gino Bianchi (frammento)

M.CAMPIGLI-famiglia

Massimo Campigli, “La famiglia Cardazzo”, 1938

Il personaggio è un impiegato posseduto dal lavoro, imbevuto di lavoro, che ha introiettato la visione più integralistica della burocrazia. Il suo mondo sono le scrivanie, i superiori, gli orari, le promozioni, i colleghi, il giorno 27, gli avanzamenti di carriera, i Capostanza, la carta suga (carta asciugante)i timbri, le discussioni su una finestra troppo aperta o troppo chiusa, le firme…
L’autore di questo romanzo dal titolo arcaico e asettico(“
Gino Bianchi. Resultanze in merito alla vita e al carattere, 1915) è uno dei grandi poeti appartati del ‘900, che viaggiando nel grottesco del mondo burocratico anticipa la trasformazione dell’individuo in macchina – uno dei temi ce percorreranno tutto il “secolo breve”.

Il funzionario Gino Bianchi venne ad accorgersi di non essere sistemato: non aveva nessuno che gli guardasse la biancheria; le minestre sciacquine del ristorante minacciavano di rovinargli lo stomaco; frequentava i caffè non sapendo cosa fare; fornicava due volte la settimana, per i che, dopo il rincaro di tutti i generi di prima necessità, non vi era capienza nel suo stipendio.
Non farà quindi meraviglia se fu tratto a prendere in considerazione l’istituzione del matrimonio, come quella che ha per iscopo di ovviare a tali inconvenienti.
Tanto più che dal primo dell’anno era a duemilatre.
Esaminando, però, tale stipendio alla luce matrimoniale, si convinse tosto di non potersi sposar solo; bisognava che anche il suo stipendio sposasse qualcosa.
Alla necessità di Gino Bianchi di sposare una moglie, faceva riscontro quella del suo stipendio di sposare una dote.
E il problema si complicava ancora: sposare una moglie con dote o una dote con moglie?
Gino Bianchi inclinava verso la prima soluzione, ma non se ne nascondeva le maggiori difficoltà.
Tali difficoltà parvero tuttavia appianarsi quando, all’Associazione degli Impiegati Civili, gli fu presentata la Signorina Rosina Turchini.
La signorina Turchini aveva, sia pure per ragioni differenti, la stessa necessità di maritarsi che Gino Bianchi aveva di ammogliarsi.
Le sue amiche erano tutte sposate.
Non sapeva più con chi stare.
Il suo corredo, in attesa del fausto evento, minacciava di intignare.
Quando era venuta la moda della scollatura a spacco aveva mostrato le gambe e i peluzzi biondi traverso le calze velate; quando venne la scollatura completa, mostrato il canale profondo.
Non sapeva più cosa mostrare.
L’avevano fiutata a caldo, a freddo; si erano tanto abituati a vederla nubile, che nessuno aveva più il coraggio di rompere questa abitudine.
La Signorina Turchini si sentiva passar di stagione.
Eppure possedeva tutti i requisiti matrimoniali.
Era una ragazza onesta: la sua onestà non era mai scesa sotto il livello di quella che conviene alla figlia di un commerciante, – né salita al disopra.
Suo padre era Impresario di Pompe Funebri, commercio che Gino, dopo il funerale paterno, aveva imparato a apprezzare.
Se suo padre è commerciante, deve avere la dote, come io, perché sono funzionario, ho lo stipendio.
Così ragionava Gino Bianchi.
Gli avvenimenti posteriori dovevano smentire questa deduzione: Gino Bianchi si è sposato solo; il suo stipendio è rimasto celibe.

Piero Jahier, Gino Bianchi, Resultanze in merito alla vita e al carattere, Vallecchi

Le figurine di Radiospazio. Sam Shepard, Rock Star

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La musica ce l’hai solo in testa, ragazzo. Sei uno strimpellatore cieco che fa finta di suonare. C’è una voragine fra le corde e le tue dita. Neanche Chuck Berry ti può rimettere in sesto. Stai facendo una pantomima nell’occhio del ciclone. E non hai neanche il buon senso di cercare aiuto. Ti sei perso, hai perso l’honky tonky. Hai perso la testa la prima volta che in un club ti hanno chiesto di suonare “Rising River Blues” per un ballo di debuttanti. Ti sei distrutto dentro e tutto quello che ti è rimasto è il veleno che chiami il tuo talento. Sei solo un bamboccio con la puzza sotto il naso.

Il video della domenica. Marilyn in salsa giapponese. KEIICHI TANAAMI. GOOD-BY, MARILYN (1971)

Senza titolo

http://www.ubu.com/film/tanaami_marilyn.html

Fra le tante declinazioni del mito di Marilyn c’è anche quella di Keiichi Tanaami, grande artista multigenere, graphic designer, illustratore, videoartista che si affermò fin dagli anni ’60.
Good-by Marilyn nasce da una costola della pop art ma con un forte gusto della contaminazione; l’esecuzione in salsa giapponese della canzoncina che accompagna le immagini conferisce a questo piatto d’annata un forte retrogusto di ironia.
Il video ricorda indiscutibilmente Warhol e Tanaami paga il suo debito al Maestro del quale ebbe a dire: “Le sue strategie erano identiche quelle impiegate da agenzie di pubblicità. Ha usato icone contemporanee come motivi nelle sue opere e per altre sue imprese multimediali come film, giornali e gruppi rock. In altre parole, Warhol stava vendendo le sue opere al mercato dell’arte. Rimasi sconvolto da questa intuizione, era il modello su misura per me.”