Narrativa. Henry Fielding, Un tragico incidente (frammento)

Partridge entrò vacillante nella stanza, con una faccia pallida come un morto e con gli occhi fissi. Pareva insomma che avesse visto uno spettro o che fosse addirittura lui stesso uno spettro. Tom fu impressionato da quell’aspetto ed egli pure impallidí domandandogli che cos’era successo. “Spero, signore,” disse Partridge, “che non si metterà in collera con me. Io non ho ascoltato ma son dovuto restare nell’altra stanza. Cosí fossi stato lontano cento miglia, piuttosto d’aver udito quel che ho udito!” “Insomma, che cosa c’è?” “Oh Dio mio! La donna che è uscita era quella che era con lei a Upton?” “Sí, Partridge.” “E lei, lei è stato realmente a letto con quella?” domandò tutto tremante. “Temo che quello che c’è stato fra me e lei non sia un segreto.” “Ma faccia il favore, per amor del Cielo, mi risponda!” “Ma sí, voi lo sapete.” “Ah! Allora… il Signore abbia misericordia dell’anima sua! Allora, mi perdoni, ma com’è vero ch’io sono vivo, lei è stato a letto con sua madre!” A queste parole Tom divenne per un momento un’ancor peggiore pittura dell’orrore che Partridge stesso. Tutti e due restarono muti guardandosi con occhi stravolti. Finalmente Tom balbettò: “Come! Cos’è che mi dite?” “Non ho abbastanza fiato per dirglielo. Quella donna è sua madre. Che disgrazia è stata per lei, signore, ch’io non l’abbia vista a Upton, per impedirglielo! Certo è il diavolo stesso che ha fatto in modo che questo avvenisse!” “Ah, la fortuna,” gridò Tom, “non la finirà con me se non quando m’abbia fatto impazzire? Ma perché biasimo la fortuna? Sono io stesso la causa della mia infelicità. Tutti i terribili guai che mi sono toccati sono conseguenze delle mie follie e dei miei vizi. Dunque la signora Waters era… Ma inutile ch’io domandi, perché voi la dovete certo conoscere. Se avete un po’ d’affetto per me, io vi supplico andate e riconducetemi qui quella disgraziata! Oh Dio buono, l’incesto! con mia madre! a che cosa ero riserbato!”

Henry Fielding, Tom Jones, Feltrinelli, Traduzione Decio Pettoello

Le figurine di Radiospazio. Fantasmi musicali

Lui suona la sua nota, la mattina, appena sveglio e fino a sera. Crab suona la sua nota lunga, è insopportabile. I vicini impazziscono, sempre la stessa nota, né falsa né stridente ma ripetitiva, con qualche interruzione di varia durata; gli intervalli fra due note sono imprevedibili, possono durare anche alcuni minuti, alcune ore. Poi Crab suona due o tre volte di seguito la nota e si ferma un istante, riprende, si ferma di nuovo e più a lungo. È questo che fa uscire di testa. Si arriva a desiderare la fine di questi intervalli di silenzio minaccioso. Ci si sorprende a fischiettare la nota di Crab. Tutto il quartiere ne è coinvolto. Dalle prime luci del giorno fino a sera, in ogni casa c’è qualcuno che ripete la nota di Crab ­– il quale peraltro non abita più lì da molti anni, forse oggi è già morto, con ogni probabilità.

Éric Chevillard, Un fantôme, Minuit

Il video della domenica. Uno svolazzo in bianco e nero. FRED ASTAIRE, BOJANGLES OF HARLEM FROM SWING TIME (1936). 2’50”

Questa breve sequenza è tratta da Swing Time, del 1936, interpretato da Fred Astaire e Ginger Rogers, regia di George Stevens. È un omaggio a Bill “Bojangles” Robinson (1878-1949), grande ballerino e attore nero di Hollywood, che conobbe tempi difficili prima di affermarsi. La musica dei neri, nonostante la ghettizzazione, otteneva sempre maggior consenso; di conseguenza molti cantanti e ballerini se ne impadronirono tingendosi la faccia, grotteschi ibridi che riflettevano un tragicomico corto circuito socio-culturale. Citando Bill Robinson, Fred Astaire si propone come il bianco-tinto-di nero che imita il nero-nero indossando un costume prevalentemente bianco sullo sfondo di tre ombre (ovviamente nere) che registrano i movimenti del suo corpo: un gioco di specchi leggermente vertiginoso.
Secondo le cronache, il virtuosistico frammento nacque da un errore di illuminazione che l’ingegnoso coreografo sfruttò immediatamente facendone il perno della sequenza.

Le figurine di Radiospazio. Laurence Sterne, Nasi misteriosi

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La locandiera, che non riusciva a staccare gli occhi dal naso del forestiero, bisbigliò al marito: «Per santa Radegonda! È ben più grosso che una dozzina di nasi messi insieme. Non è un nobile esemplare?
«È un’impostura, mia cara, è un naso finto.»
«È un naso vero
«È fatto di abete, sento odor di trementina. »
«Non vedi che ha un porro in cima? »
«È un naso morto. »
«È un naso vivo; vivo come me, e voglio toccarlo. »
«Ho fatto voto a san Nicola, – disse il forestiero, «che nessuno toccherà il mio naso fino a…» Qui si interruppe e alzò gli occhi al cielo.
«Fino a quando? »
«Nessuno lo toccherà, ribadì lo sconosciuto, «fino a quell’ora. »
«Quale ora?
«Mai, mai, finché non sarò giunto a…», esclamò il forestiero.
«Per amore del cielo, dove? »
Il forestiero ripartì senza aggiunger parola.

Narrativa. Fabio Bacà, Te lo ricordi Kobobo? (frammento)

«… prendi Kabobo. Te lo ricordi Kabobo? È successo a Milano, tre o quattro anni fa. Esatto. Il pazzo con il piccone. Il ghanese che uccise tre poveracci incontrati per caso a Niguarda. Sì, Proprio lui. Il clandestino che disse di aver sentito delle voci nella testa e se ne andò in giro a spaccare quelle altrui, e che alla fine si beccò una condanna relativamente mite grazie alle contestatissime attenuanti invocate da uno psichiatra del tribunale. Anche se a me sembra più significativo quello che era accaduto qualche ora prima. Te lo ricordi? Non credo. Ormai l’hanno dimenticato quasi tutti. Un dettaglio indubbiamente subordinato all’enormità del fatto in sé, come no, ma in un certo senso altrettanti emblematico della vicenda di un trentunenne irregolare che trova un piccone in un cantiere incustodito e lo usa per silenziare i mortiferi suggerimenti di una voce nella sua mente. Alle tre di quel mattino, Kabobo aggredisce a mani nude due persone: nei pressi di piazza Belloveso una ragazza gli sfugge solo perché abita a due passi ed è velocissima ad aprire il portone di casa; mezz’ora dopo, un poveraccio non altrettanto fortunato si becca un cazzotto in faccia. Ora, la cosa strana è che alle autorità non arrivano segnalazioni in proposito. Non è sorprendente? Una coppia di tranquilli cittadini sfugge alle lusinghe potenzialmente fatali di un evidente squilibrato, ma nessuno dei due spende mezzo minuto per una telefonata alla polizia. Tra le cinque e le sei Kabobo si procura una spranga e ferisce seriamente due passanti. Ne insegue un terzo che porta a spasso il cane, ma quello si mette a correre, e il nostro rinuncia a inseguirlo dopo pochi passi. E indovina un po’? Anche qui nessuno si sogna di denunciare l’accaduto alle autorità. Uno dei due sprangati si fa addirittura medicare il braccio al pronto soccorso, ma ai medici fornisce spiegazioni vaghe; né ho idea del perché questi ultimi abbiano trascurato di avvertire le autorità come avrebbe imposto sia la legge che il codice deontologico. A quel punto Kabobo ha già rinvenuto lo strumento che darà un contributo esponenziale all’efferatezza delle imprese successive. Cinque aggrediti, zero segnalazioni: cinque potenziali strangolati o sprangati a morte, ma non una sola chiamata giunta ai centralini di carabinieri o polizia. A seguire, il solito plotone di sociologi, psicoanalisti, filosofi e sobillatori di professione che somministra al pubblico interpretazioni autorevoli: l’egoismo epidemico, l’autismo emozionale, il crollo dei valori come civismo, empatia e solidarietà. Tutte opinioni sensate, certo. Ma io ti dico che c’è di più. Qualcosa che non ha moto a che fare con la logica elementare o l’erosione del senso di umana pietà. Io credo che la maggior parte delle persone non sia preparata a un evento psichicamente traumatico come un’aggressione brutale. Considerata la società in cui viviamo, è assolutamente probabile che un occidentale tipico si predisponga all’eventualità di subire un qualche tipo di violenza: ma ti assicuro che fra la presa d’atto di un fatto spiacevole e la sua metabolizzazione emotiva c’è un abisso. Sono pronto a scommettere che nessuna delle persone scampate alla furia di Kabobo avesse avuto esperienza dell’aggressività tanto da identificarla e gestirla a un livello razionale più profondo. No, non sto divento che la sensibilità del cittadino medio sia diventata impermeabile alle conseguenze interiori di una tentata picconata, detta così, sembrerebbe che il problema sia l’indifferenza. No. Io sostengo una cosa ben diversa, ossia che per quasi tutti noi la violenza è un fatto emotivamente alieno. Non è che il cittadino medio sia diventato immune ai contraccolpi psichici di un agguato: è che non riesce a stabilire un collegamento produttivo tra l’impatto razionale e le inferenze emotive che tale impatto innesca. La parola fondamentale, qui, è “produttivo”. Il problema è che abbiamo perso contatto con qualcosa di essenziale dentro di noi. Pensaci un attimo. Com’è possibile che una ragazza scampata a un pazzoide sotto casa non sia in grado di intuire c he l’assalitore potrebbe scegliere la prossima vittima tra le persone che conosce nella stessa via? Come può no barattare il fastidio di una telefonata al 112 con il sollievo di aver rimosso un pericolo mortale dal quartiere in cui vive? Che è poi lo stesso in cui vivono i genitori, magari – o i suoi amici, o il ragazzo che le piace? Come fa a ignorare che la mattina dopo potrebbe aprire la finestra e spalancare gli occhi davanti a un mucchio di segatura sul marciapiede con i residui mezzo assorbiti di sangue e fluidi cerebrali di un innocente?
«Come credi che reagirebbe, se accadesse?
«E tu?
«Fatti questa domanda, dottore.
«Come reagiresti, tu?“»

Fabio Bacà, Nova, Adelphi

Riccardo Giacconi, Giochi dell’imitazione (Il Tascabile)

I tuoi piedi sono legati con degli stracci bianchi, le tue mani sono legate dietro la schiena. Una maschera ti copre il volto, e ti trovi su un palco, sola. La musica inizia. È una canzone triste e assillante, che non conosci. I tuoi piedi iniziano a muoversi da soli. La maschera inizia a scivolarti giù. Il pubblico inizia ad applaudire. È una sensazione strana, essere la marionetta. Chiudi gli occhi e ti concentri sul respiro”.

Leggi l’intero articolo https://www.iltascabile.com/letterature/giochi-imitazione/

Le figurine di Radiospazio. Varie umanità

Se vediamo un essere umano che, del tutto dedito al ventre, striscia per terra, quello che abbiamo davanti agli occhi è un arbusto, non un uomo. Se ne vediamo uno che è ridotto a brancolare come un cieco tra le effimere illusioni dell’immaginazione, proprio come tra i miraggi di Calipso, e che, sedotto dalle loro lusinghe carezzevoli, è schiavo dei sensi, stiamo osservando una bestia, non un uomo. Se invece ti capiterà di incontrare un uomo capace di discernere ogni cosa secondo la retta ragione dei filosofi, veneralo: è una creatura celeste, non terrena. Se vedi un puro contemplatore, noncurante del corpo, tutto ritirato nei penetrali della sua mente, questi non è una creatura terrena e neppure celeste: è un essere divino di piú alto rango, avvolto nella carne umana.

Pico della Mirandola, La dignità dell’uomo, Einaudi

Narrativa. David Foenkinos, L’insegnante e il vuoto (frammento)

Forse il suo mestiere d’insegnante era semplicemente più difficile di un tempo? Si sentiva sempre più spesso parlare di genitori che si lamentavano e che a volte diventavano violenti. I professori finivano per essere lo sfogo di una società in crisi. Ma no, niente di tutto questo. Valérie non aveva mai incontrato il minimo problema nella sua scuola. Aveva sempre trovato studenti attenti e desiderosi di apprendere. Quando le avevano proposto una cattedra a Parigi, in una scuola molto più vicina a casa sua, aveva preferito restare a Villejuif, dove aveva i suoi punti di riferimento, dove era contenta di seguire il percorso di certi studenti ai quali era particolarmente affezionata. Allora perché aveva perso il gusto di comunicare?
Qualche mese prima, si era confidata con una collega che insegnava spagnolo, una donna un po’ più anziana di lei con la quale era in amicizia. «Questo tuo sentimento è del tutto normale», le aveva detto l’amica, «È comune a tutti gli insegnanti, prima o poi. La nostra è una vita professionale basata su una routine legata al calendario; si rientra sempre a settembre, le vacanze nelle solite date, si ha l’impressione che gli anni scivolino via gli uni sugli altri e che la vita scorra sempre uguale, senza nessun ostacolo. Dipende da te fare in modo che questo cambi. Puoi portare i tuoi studenti in gita scolastica, innovare, inventare delle cose…»
La sua collega non aveva torto. Valérie si sentiva schiacciata dalla routine e non cercava di reagire, mentre invece aveva un notevole margine di manovra. Finalmente si decise a portare i suoi studenti ad Auschwitz. Questa iniziativa aveva motivato la classe, gli studenti sembravano trasfigurati all’idea di questo viaggio nella memoria dell’orrore. Tuttavia Valérie si ricordava perfettamente che una sera, nella sua camera d’albergo, a Cracovia, non era riuscita a scacciare il sentimento di un vuoto assoluto. Qualcosa mancava terribilmente alla sua vita, ma non sapeva che cosa.

David Foenkinos, La famille Martin, Gallimard

Le figurine di Radiospazio. Donne decise

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La signora saliva in vettura raccogliendo gli ampi drappeggi della gonna e del mantello. L’uomo, poco distante, sul marciapiede, la guardava tremante.
Aveva un tale desiderio di raggiungerla, che fece ancora alcuni passi verso di lei e, senza accorgersene, posò la mano sulla maniglia della portiera, come per impedire che la carrozza rapisse l’oggetto del suo desiderio.
La donna abbassò la seta che le copriva il viso e domandò, con la massima naturalezza: «Volete salire, caro signore?»
«Scusate, signora, sono un idiota… calpesto il vostro mantello, a momenti salgo sulla vostra vettura… Scusate, scendo subito.»
Ella scoppiò a ridere, d’un riso franco, infantile. Il cocchiere, perplesso, aspettava ordini.
«Su, andiamo, Jean, porto il signore a casa mia!»

Narrativa. Witold Gombrowicz, Sul Sublime e i professori di liceo (irresistibile. N.d.R)

L’insegnante sospirò, si contenne, guardò l’orologio e parlò. «Un sommo poeta! Ricordatevelo, è importante! Perché lo amiamo? Perché era un sommo poeta: sì, un sommo poeta! Fannulloni ignoranti, ve lo ripeto, ficcatevelo bene in testa, e quindi ve lo ripeto un’altra volta: un sommo poeta, Juliusz Słowacki, un sommo poeta, amiamo Juliusz Słowacki e adoriamo la sua poesia perché era un sommo poeta. Adesso scrivete il titolo del tema da fare a casa: “Perché nella poesia del sommo poeta, Juliusz Słowacki, aleggia una bellezza immortale che suscita l’ammirazione?”.» A quel punto della lezione uno degli scolari incominciò ad agitarsi nervosamente e protestò: «Ma quando mai! A me non suscita niente! Non suscita niente di niente! Non me ne può fregare di meno! Non riesco a leggere più di due strofe e comunque non mi piacciono neanche quelle. Misericordia, come fa a piacermi se non mi piace?!». Strabuzzò gli occhi e sedette, sprofondando in un baratro senza fondo. A quell’affermazione così ingenua l’insegnante si sentì soffocare. «Taccia, per Dio!» sibilò. «Gałkiewicz, basta! Mi vuole rovinare, Gałkiewicz? Ma si rende conto di quello che ha detto, Gałkiewicz?»
GAŁKIEWICZ «Ma come faccio! Non capisco come fa a piacermi se non mi piace!»
INSEGNANTE «Gałkiewicz, come fa a non piacerle quando le ho spiegato migliaia di volte che le piace, Gałkiewicz?»
GAŁKIEWICZ «E invece non mi piace.»
INSEGNANTE «Questo è un suo problema personale, Gałkiewicz. Del resto lei non è molto intelligente, Gałkiewicz. Agli altri piace.»
GAŁKIEWICZ «Ma glielo giuro, non piace a nessuno! Come può piacere se non lo legge nessuno tranne noi, che lo leggiamo a scuola solo e soltanto perché siamo costretti con la forza?»
INSEGNANTE «Silenzio, per Dio! Sarà perché di persone veramente educate e all’altezza non ce ne sono molte…»
GAŁKIEWICZ «Ma no, non piace nemmeno alle persone educate. A nessuno le dico, proprio a nessuno.»
INSEGNANTE «Senta Gałkiewicz, io ho moglie e figlio! Abbia pietà almeno del bambino! Gałkiewicz, è un dato di fatto che la somma poesia ci debba piacere, e del resto Słowacki era un sommo poeta… Forse Słowacki non la commuoverà, Gałkiewicz, ma non mi venga a dire che Mickiewicz, Byron, Puškin, Shelley o Goethe, ad esempio, non le scuotono l’anima…»
GAŁKIEWICZ «Non me la scuotono, nessuno me la scuote! Non me ne frega nulla di nessuno, che barba! Non riesco a leggere più di due strofe di quella roba. Dio santo! È più forte di me…»
INSEGNANTE «Questo è inaccettabile, Gałkiewicz! La poesia somma, essendo somma ed essendo poesia, non può non piacere, e quindi piace!»
GAŁKIEWICZ «A me no. E a nessuno. Santo Dio!»

L’insegnante, la fronte madida di sudore, estrasse dal portafoglio la foto della moglie e del figlio, e con quella cercò di commuovere Gałkiewicz, che però continuava a ripetere: «Non ci riesco, non ci riesco!». E quel commovente «non ci riesco» cresceva, si espandeva, arrivava ovunque, ormai da ogni parte si sentiva mormorare: «Neanche noi ci riusciamo!» e una generale impotenza si spandeva come una minaccia. L’insegnante si trovò in una terribile impasse. Da un momento all’altro poteva eruttare… che cosa? L’impotenza, da un momento all’altro il grido selvaggio del disvolere poteva esplodere e raggiungere il preside e l’ispettore, da un momento all’altro l’intero edificio poteva crollare e seppellire il suo bambino: ma Gałkiewicz proprio non poteva, Gałkiewicz continuava a non potere e non potere. Lo sventurato professore sentì che il non potere rischiava di insidiare anche lui. «Pylaszczkiewicz!» strillò. «Pylaszczkiewicz, «Pylaszczkiewicz, illustri immediatamente a me, a Gałkiewicz, a tutti quanti la costitutiva bellezza di una delle poesie più eccelse! Presto, perché periculum in mora! State attenti! Se solo qualcuno fiata ci sarà un compito in classe! Dobbiamo potere, dobbiamo potere, perché altrimenti saranno guai per il mio bambino!» Pylaszczkiewicz si alzò e incominciò a recitare il brano di un poema. Declamò. Sifone non risentiva affatto dell’impotenza che si era improvvisamente diffusa, anzi poteva perché era proprio dall’impotenza che ricavava la propria potenza. Recitava dunque, recitava commosso, con la giusta intonazione e con slancio. Ma soprattutto recitava meravigliosamente, e la meraviglia della recitazione, unita alla meraviglia del poema e alla sommità del vate e alla maestria dell’arte, si trasformava impercettibilmente in un monumento a tutte le possibili meraviglie e sommità.
E ancora, recitava con mistero e con devozione; recitava con ardore e con ispirazione; e intonava il canto del vate esattamente come il canto di un vate dev’essere intonato. Oh, meraviglia! Che grandezza, che genio, che poesia! La mosca, la parete, l’inchiostro, le unghie, il soffitto, la lavagna, le finestre, ecco, ormai l’incertezza dell’impotenza era liquidata.

Witold Gombrowicz, Ferdydurke, Traduzione di Irene Salvatori e Michele Mari