Julio Cortázar, Del sentimento del non esserci del tutto

Per tante cose sarò sempre come un bambino, ma uno di quei bambini che fin dall’inizio portano dentro di sé l’adulto, in maniera che quando il mostriciattolo diventa adulto davvero succede che a sua volta questo porta dentro di sé il bambino, e nel mezzo del cammin1 si verifica una coesistenza raramente pacifica fra almeno due aperture sul mondo. Tutto ciò può essere inteso in senso metaforico ma comunque è indice di un temperamento che non ha rinunciato alla visione puerile come prezzo della visione adulta, e questa giustapposizione che crea il poeta e forse il criminale, e anche il cronopio e l’umorista (questioni di dosaggi diversi, di tronche e di sdrucciole, di scelte: ora gioco, ora uccido) si manifesta nel sentimento di non esserci del tutto in nessuna delle strutture, delle tele che tesse la vita e in cui siamo al tempo stesso ragno e mosca. Molti miei scritti vanno catalogati sotto il segno dell’eccentricità, visto che fra vivere e scrivere non ho mai ammesso una netta differenza; se, vivendo, riesco a dissimulare una partecipazione parziale alla mia circostanza, non posso invece negarla in quello che scrivo dato che scrivo proprio perché non ci sono o perché ci sono a metà. Scrivo per difetto, per dislocazione; e siccome scrivo da un interstizio, non faccio che invitare gli altri a cercare i propri e a guardare, attraverso questi, il giardino in cui gli alberi hanno frutti che ovviamente sono pietre preziose. Il mostriciattolo non demorde.

Julio Cortázar,. Il sentimento della letteratura, SUR

Le figurine di Radiospazio. Finali improvvisi

«Guardate il cielo, Nasten’ka, guardate! Domani sarà una giornata stupenda; che cielo azzurro, che luna! Guardate: ecco, adesso quella nuvola gialla la coprirà, guardate, guardate!… No, le è passata accanto. Guardate dunque, guardate!…»
Ma Nasten’ka non guardava la nuvola, ella se ne stava ferma, in silenzio, come inchiodata al suolo; un momento dopo cominciò con una sorta di timidezza a stringersi forte a me. La sua mano cominciò a tremare nella mia mano; la guardai… Ella si appoggiò a me ancora più forte.
In quell’istante passò accanto a noi un giovane. Egli a un tratto si fermò, ci guardò fissamente e poi fece di nuovo alcuni passi. Il mio cuore tremò… «Nasten’ka», dissi sottovoce, «chi è, Nasten’ka?»
«È lui!» mi rispose lei in un bisbiglio, stringendosi ancora di più a me trepidando… Io mi reggevo a stento sulle gambe.
«Nasten’ka! Nasten’ka! Sei tu!» risuonò una voce dietro a noi e in quello stesso istante il giovane fece alcuni passi verso di noi…
Mio Dio, come gridò! Come sussultò! Come si strappò dalle mie braccia e gli volò incontro!… Io ero lì fermo e li guardavo come colpito a morte. Ma appena ella gli ebbe dato la mano, appena si fu gettata tra le sue braccia, improvvisamente di nuovo si voltò verso di me, in un lampo mi fu accanto e, prima che riuscissi a raccapezzarmi, mi gettò entrambe le braccia al collo e mi baciò forte e con ardore. Poi, senza dire una parola, si lanciò di nuovo verso di lui, lo prese per le mani e lo trascinò con sé.
Io rimasi lì a lungo a guardarli… Finalmente entrambi sparirono alla mia vista.

Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche , Garzanti classici

Il video della domenica. Steve Cutts, A Brief Disagreement

https://www.artribune.com/television/2022/10/video-corto-animato-guerra-steve-cutts/

Il video descrive in poco più di tre minuti la storia dell’umanità come un’infinita guerra tra uomini, o meglio, ominidi, che se le danno di santa ragione per i motivi più futili. Partendo dalla preistoria, il film attraversa le epoche: cambiano le armi, più evolute e sofisticate, ma restano i protagonisti, burberi scimmioni incapaci di parlare e trovare un accordo a parole, ieri come oggi.

Patrizia Cavalli ha fatto convivere nei suoi versi ragione e tenerezza, è per questo che la amiamo (The Vision)

Cavalli è stata tra le voci poetiche del Novecento a dare spazio in poesia al quotidiano, al prosastico, alle piccole cose significanti, quelle piccole epifanie che lentamente emergono dai gesti comuni e arricchiscono di senso la parabola della nostra vita, che sempre sono e sempre si ripeteranno, sempre uguali a se stesse, ma sempre uniche di una loro specificità, sancita da un luogo, da un tempo, da una disposizione del nostro sentire il mondo, quasi come sonnambuli o medium, anche quando vorremmo annullare la soggettività del nostro sguardo, forse per trovare pace. “Pigre divinità e pigra sorte / cosa non faccio per incoraggiarvi, / quante occasioni con fatica vi offro / solo perché possiate rivelarvi! / a voi mi espongo e faccio vuoto il campo / e non per me, non è nel mio interesse, / solo per farvi esistere mi rendo / facile visibile bersaglio”.

Leggi l’intero articolo https://thevision.com/cultura/patrizia-cavalli/

Narrativa. Aldo Palazzeschi, Quelle… (Racconto)

Un temporale di violenza inaudita s’era formato rapidissimo e dal mare in movimento di tromba aveva investito il litorale oscurandone l’aria, intorbidandola di polvere e di sabbia.
Preceduti dall’architetto in capo, i maestri costruttori erano usciti di sottoterra, e con aria di eccezionale gravità valutavano in un primo sguardo l’entità del disastro e la sotterranea città devastata dove le vittime si contavano a migliaia. L’aspetto dell’architetto in capo circondato dai fidi maestri era di una glaciale, funebre tristezza. Si guardavano intorno senza decidersi a rompere un silenzio di cupa rassegnazione, del tutto religiosa.
È bene sapere che le formiche non conoscono la gioia spensierata che ad altri animali è concessa, l’esercizio del ridere non sanno che sia, un sorrisetto ironico produrrebbe nel loro mondo un’insanabile ferita, e una risata squillante risuonerebbe come la più sconcia bestemmia. Due attività conoscono le formiche che regolano la loro vita: il lavoro e l’obbedienza.
Senza un attimo d’incertezza l’architetto in capo prese a impartire ordini per iniziare nel minor tempo possibile la ricostruzione della città devastata.
– Bianca!
– Rosetta!
– Delfina!
– Stella!
– Dora!
– Gemma!
– Celeste!
– Fiorella!
– Alba!
– Pellegrina!
– Urania!
– Palmira!
– Kikì
– Ninetta!
Mentre chiamava a sé le sue operaie, l’architetto in capo sentì provenire dalle fronde di un albero lì accanto un intrecciarsi di grida vivacissime
– Hai sentito che roba?
– Hai avuto paura?
– Credevo di morire, stai zitta, non respiravo più. M’ero aggrappata al ramo stretta stretta, lui mi diceva: «Stringimi sai, stringimi forte altrimenti sei perduta». Lo stringevo da strozzarlo.
– Ci avevi preso gusto, di’ la verità.
– Capirai, in certi casi non si guarda più nulla.
– Io ero entrata proprio dentro le foglie. Vuoi che te lo dica? Quando ho capito che non sarei caduta ero tutta contenta: che altalena!
– Taci che ho perso tutti i miei rubini.
– Io non ho ancora contato i miei zaffiri, sono trentadue, capirete… come si fa?
– Mentre nel basso, fra i tronchi della giovane foresta viveva la sotterranea città delle formiche, sulle cime dei pini vivevano le farfalle in piena luce e libertà. Fu in un attimo di silenzio che quelle indiavolate ciarliere poterono rendersi conto come là sotto si parlasse di rovine… di feriti… di funerali imminenti… Le farfalle vennero assalite da un riso convulso. Ridevano a crepapelle. Si sbellicavano tutte insieme dalle risa, in un crescendo che produceva una sinfonia.
– Hai sentito?
– Gli è rovinato ogni bene.
– Gli è rovinata ogni cosa.
– Non ti posso descrivere fino a che punto sono contenta.
– Sono morte a migliaia.
– Fossero morte fino all’ultima!
– Si fosse perso il seme di quella razza maledetta!
– Stai fresca, fra quindici giorni sono più di prima.
Al crescente schiamazzo, immerse nelle loro preoccupazioni gravissime, le formiche
socchiudevano gli occhi, stringevano le labbra, abbassavano la testa.
Hanno ragione quelli che le infilano vive in uno spillo.
Da epoca preistorica s’era perpetuata fra le due specie una convivenza assurda, nella quale ogni giorno si allontanava la possibilità di un’intesa. Le formiche, quando volevano indicare le soprastanti di casa, dicevano soltanto una parolina: «quelle…». Dopo di che tacevano, facendo conto che non ci fossero. E il più bello si è che per designar loro, dicevan «quelle…» anche le altre, ma loro sempre vi aggiungevano una parolina. Alle farfalle pareva troppa la distanza fra loro e le brutte vicine.
– Che colpa ne abbiamo se il Signore ci ha fatto belle e loro brutte da far paura?
– Che schifo.
– Si può dare una sagoma più ridicola?
– Dall’alba al tramonto non fanno che trafficare per portar roba a casa.
– E tutti quei chicchi appartengono a loro? Quali diritti hanno sopra di essi?
– È roba rubata. Sono ladre.
– A me, quando ho fame, tutti i fiori spalancano le braccia.
– E a me? Mi danno il cuore e l’anima: «vieni anche da me, bella, e a me non m‘hai visto? Non ti piaccio? Ti faccio paura? Sentirai come son buono. Vieni, tesoro mio, son tutto zucchero».
Quella mattina l’architetto in capo delle formiche, dato il suo stato d’animo eccezionale, e le preoccupazioni che si agitavano nella sua mente, prima di scendere dopo aver detto «quelle…», vi aggiunse anche lui una parolina incomprensibile, che soltanto chi gli era accanto poté udire: «quelle…»

Aldo Palazzeschi, “Tutte le novelle”, Mondadori

Le figurine di Radiospazio. Biblioteche mute

A volte guarda la sua biblioteca e non ci trova niente, tutti quei libri parlano soltanto della sua noia: sono una lunga frase ininterrotta che incomincia in alto a sinistra e finisce in basso a destra, nella quale si parla solo della sua noia, una frase che non risparmia nessun dettaglio, il menu della sua noia, una dissertazione interminabile e piatta che si propone di fare il punto sulla sua noia – un’enciclopedia in mille volumi il cui unico articolo parla della sua noia – una summa della sua noia.
Allora Crab ha la tentazione di fracassarsi la testa contro il muro.

Éric Chevillard, Un fantôme, éditions de Minuit

Scholastique Mukasonga, L’iniziazione

L’iniziazione. La paura. La vergogna. Per Modesta, era successo in classe. Aveva sentito un liquido caldo colare giù per gambe e quando si era alzata le compagne della fila dietro avevano visto una grande macchia rossastra che si allargava sui suoi vestiti, un filo di sangue scendere per la sua gamba, gocciolare sul pavimento. « Signora! » aveva gridato una compagna indicando Modesta. La professoressa aveva visto il sangue per terra. «Presto, aveva detto, immacolata, portala da suor Gerda.» Modesta seguì Immacolata, piangeva tutte le lacrime del suo corpo. « Non piangere, diceva Immacolata, è così per tutte le ragazze. O credevi che a te non succedesse? Adesso sei una vera donna. Avrai dei bambini » Immacolata bussò alla porta di suor Gerda. «Ecco, disse suor Gerda, è Modesta, non l’aspettavo così presto. Allora, sei diventata una donnina. Vedrai quanti dolori per questa faccenda; è Dio che l’ha voluto a causa del peccato di Eva, la porta del diavolo, di nostra madre e di tutte noi. Le donne sono fatte per soffrire. Modesta è un bel nome per una donna per una cristiana, e d’ora in poi ogni mese questo sangue ti farà ricordare che non sei che una donna, e se tu ti credi troppo bella, il sangue continuerà a ricordartelo sempre: sei solamente una donna.»

Scholastique Mukasonga, Notre Dame du Nil, Gallimard

Sofia Torre, Cattive abitudini. Il Tascabile

Viviamo nell’epoca del benessere instagrammabile e del sorriso a tutti i costi, un’eterna Pressure to Party, come quel pezzo di Julia Jacklin: Pressure to feel fine after the fact/Out on the dance floor with my body back. Devi sorridere, ammiccare ed emanare vibrazioni positive, altrimenti sei devianza, non alimenti la produttività karmica che ti circonda e, in un certo senso, stai peccando. Guastare la festa agli altri con la propria infelicità – anzi, con la propria non felicità: l’infelicità presuppone sempre un certo coefficiente di malessere, mentre io cerco l’autenticità – è come rifiutarsi di partecipare al processo democratico, come disertare una guerra o lavorare poco e male.
Se non vuoi essere felice stai deviando. Eppure anche essere devianza ha i suoi lati buoni. Come suggerisce Durkheim, persino in una società di santi sono necessari i peccatori per rinforzare le norme che mantengono coesa e funzionale la collettività: abbiamo bisogno di modelli che ci insegnino cosa dobbiamo fare, ma è altrettanto importante avere un’idea chiara di cosa ci verrà rimproverato: quando siamo bambini il broncio è considerato il capriccio per definizione, mentre essere allegri e propositivi invece è performativo e indicativo di una certa capacità sociale ed emotiva. 

Leggi l’intero articolo: https://www.iltascabile.com/letterature/cattive-abitudini/

Il video della domenica. Mastroianni, il divo timido. Rai cultura

https://www.raicultura.it/cinema/articoli/2019/02/Il-divo-timido-db0add53-e619-4a5e-a3a7-d8f7ca2ddcdd.html

Io latin lover? Una cosa da impazzire di stupidità e poi mi involgarisce… Ma li avete visti i miei film? A 72 anni ancora scrivono latin lover. E che sono un fenomeno da baraccone?

Poesia. Laura Liberale, Unità stratigrafiche (Le parole e le cose)

Laura Liberale è una figura di studiosa-poeta molto complessa: dottore di ricerca in Studi indologici e specializzata in tanatologia, Liberale ha insegnato culture e filosofie dell’India e tenuto corsi di alta formazione per i professionisti della cura che accompagnano i pazienti terminali. 

a volte i morti gettano biglie colorate nei cortili dell’infanzia
nessuna uguale all’altra, piovono giù senza colpire
quando qualcuno passa

i morti potrebbero crivellarci
ma si limitano, parmenidei, ad associarsi
alla perfezione di minute sfere

nottetempo ha fatto a pezzi
il cippo a bordo strada per il padre
a meno di due metri dal punto esatto dello schianto

Leggi l’intero testo:
http://www.leparoleelecose.it/?p=40087

La serial killer delle donne.bonculture.com

Una serial killer delle donne. No, non è la protagonista di un film e tantomeno l’eroina di un romanzo, ma una donna realmente vissuta nel XVIII secolo. Era italiana e il suo nome era Giulia Tofana. Fu colei che inventò quella passata alla storia come acqua tofana, un liquido velenoso ampiamente usato nel Seicento, lo stesso che un secolo più tardi secondo Mozart qualcuno stava utilizzando per avvelenarlo.

Leggi l’intero articolo: https://www.bonculture.it/vintage/giulia-tofana-la-serial-killer-che-nel-seicento-liberava-le-mogli-dai-mariti-indesiderati/

Le figurine di Radiospazio. Identità variabili

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Ho un’alunna che cambia continuamente nome. Non me ne stupisco. Ho avuto allievi che ogni mattina, a lezione incominciata, entravano dalla finestra invece che dalla porta. Ho fronteggiato crisi epilettiche, crisi mistiche, crisi di panico, crisi puberali, crisi d’astinenza.
«Zanni Ornella», dico. È l’ultima in ordine alfabetico. Silenzio.
«Come ti chiami oggi?», le chiedo. Mi risponde l’amica di Zanni, Storano Samantha: «Se te lo dice, finisce che la chiami.»
«No, non la chiamo. Mi serve solo per vedere se c’è.»
Zanni e Storano si consultano. Vedo che Zanni dice: no no e no. Intanto il resto della classe si annoia per quel rito quotidiano. Lo ammetto: mi annoio anch’io. Zanni va per le lunghe, avverto pulsioni criminali. Ma invecchiando, sono diventato insofferente con gli adulti e più paziente con i ragazzi. Ormai so che niente cambierà.
«Questo nome, Zanni!»
«Forse te lo dice più tardi.»
Allora organizzo una messinscena dell’allegria. Lo faccio sempre, prima di dare inizio alla lezione. Li faccio ridere a crepapelle. Per un po’ sono il loro buffone. Mi piacciono quando ridono: hanno denti ancora sani, risate limpide; sembrano d’animo buono e destinati alla felicità.
Poi dico bruscamente: «Basta!»
È un segnale che non ammette discussioni. Loro si ricompongono, prendono il quaderno degli appunti, si preparano ad annotare. Io faccio la voce grave e mi estraggo dal petto carestie, pesti, catastrofi, regole locali, regole universali, errori probabili, errori in agguato, errori ortografici, errori.
«Zanni, questo nome!» È la prima volta non sono riuscito a farmi dire il suo nome.
Intanto la campanella sta trillando la fine dell’ora. Mi rialzo, chiedo con dolcezza: «Come ti chiami oggi?»
Storano, la sua amica, mi dice: «Non si sa. Non l’ha detto nemmeno a me.»

altre figurine:

Perle di bruttezza
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/07/06/le-figurine-di-radiospazio-giovanni-testori-la-gilda-del-mac-mahon/
Nasi misteriosi
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=16691&action=edit
Rock Star
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=16640&action=edit
Deputati/Vita privata
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=16549&action=edit
Oggetti caduti dal cielo
https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=16559&action=edit
Nonne guardone
https://radiospazioteatro.wordpress.com/2018/08/07/le-figurine-di-radiospazio-nonne-guardone/

Il video della domenica. Bára Halířová, il nascondino

Realizzato nel 2019 come tesi di laurea per la prestigiosa scuola di cinema FAMU – Filmová a televizní fakulta Akademie múzických umění di Praga, e solo di recente pubblicato sulla piattaforma Vimeo, il corto della giovane artista Bára Halířová– dal titolo Schovka, nomignolo con cui viene chiamato il nascondino in lingua ceca – vede come protagonisti un gruppo di bambini alle prese con il celebre gioco. Tra questi, uno in particolare perlustra la casa in cerca di uno spazio nel quale nascondersi. Ogni luogo, anche il più piccolo e il più remoto, appare ai suoi occhi come un posto magico, nel quale le dimensioni dello spazio e del tempo si stravolgono: i minuti diventano ore, e le ore diventano anni.

Edgar Lee Masters, Quella cosa umoristica che è la vita

Sonia la Russa

Io, nata a Weimar
da madre francese
e da padre tedesco, professore molto dotto,
rimasta orfana a quattordici anni,
divenni ballerina, nota sotto il nome di Sonia la Russa,
sempre su e giú per i boulevards di Parigi,
amante dapprima di parecchi duchi e conti,
e piú tardi di artisti poveri e di poeti.
A quarant’anni, passée, visitai New York
e incontrai sul bastimento il vecchio Patrick Hummer
rubicondo e vigoroso, benché sui sessanta,
che ritornava dall’aver venduto un carico
di bestiame in Germania, ad Amburgo.
Egli mi portò a Spoon River e qui vivemmo insieme
per vent’anni – la gente credeva che fossimo sposati!
Questa quercia vicino a me è la dimora preferita
di gazze azzurre che ciarlano, ciarlano tutto il giorno.
E perché no? Persino la mia polvere ride
pensando a quella cosa umoristica che è la vita.

Edgar Lee Masters,. Antologia di Spoon River