La nuova questione della lingua: l’italiano e l’inglesorum (MicroMega)

L’italiano è una lingua bellissima, un’opera d’arte realizzata in secoli di scrittura, prima ancora che di parola, come le meraviglie della nostra pittura, scultura, architettura e, appunto, letteratura. Essa è armonica nella sua complessità semplice: il suo sistema verbale, e in genere grammaticale, è tanto grande da poter abbracciare tutti i modi e i tempi, fino ai più impalpabili, del pensiero e del sentimento; il suo vocabolario è così ricco da poter spendere espressioni per ogni emozione e concetto, anche i più intangibili; la sua fonologia, cioè i suoi suoni, è così melodiosa, con tutte quelle vocali, da far danzare ogni ragionamento e sensazione, fino a rendere raffinati ed eleganti anche quelli più grossolani.

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Il video della domenica. Breve viaggio del grande Cortot nel mondo di Schumann. 2’41”

TRADUZIONE
L’ultimo brano, “Il poeta parla”, questo è il titolo che Schumann stesso ha aggiunto a questa pagina immortale, dovrebbe essere trasposto in una dimensione di sogno, più intima, no?… Non solo la bella sonorità, la decantazione espressiva della frase, ma un sentimento più sognatore. La verità è che bisogna sognare questo brano, non eseguirlo. Mi permette di prendere il suo posto? … Qui non bisogna legare le due frasi, sono due elementi diversi della stessa condizione musicale… E qui, come una specie d’interrogazione… e qui di nuovo un’altra… teneramente… interrogare l’avvenire… E da questo momento bisogna che s’inscriva semplicemente non nella musica ma, come proveniente dal genio, nell’immortalità… E lasciar svanire le sonorità che devono sparire, spegnersi… Lasciarle semplicemente… in presenza di un sogno che prosegue.

Molti, moltissimi anni fa il Caso mi fece assistere a un’esibizione dal vivo del grande Alfred Cortot. Riporto questo fatto personale perché ha ormai il valore di una testimonianza storica: era il 1952 e credo che tutti coloro che hanno assistito a un concerto del maestro oggi siano abbondantemente morti; io sono sopravvissuto solo perché a quell’epoca ero un bambino.
Scena: l’austera sala del conservatorio di Bologna, pubblico delle grandi occasioni. Nonostante la mia tenera età, avevo già ascoltato grandi esecutori ma Cortot era diverso da tutti. Immaginate un vecchio (quello che vedete nella fotografia) semicieco che sale i gradini del palco sorretto da un commesso e quindi abbandonato, varato come un vascello in un mare incerto. Il maestro raggiunse il pianoforte seguendo una striscia di gesso appositamente tracciata.

Fu una grande entrata teatrale. E la teatralità crebbe quando quando Cortot, che fino a quel momento aveva puntato il suo profilo sullo Stenway gran coda, si girò di faccia  al pubblico per ringraziare sobriamente con un cenno del capo. Quel volto incartapecorito e incorniciato da due bandeau grigi era truccato. Una riga sottile color minio disegnava le labbra disidratate dal tempo; le palpebre erano ombrettate di un azzurro ingenuo che trasformava la pieghe senili in un plissé civettuolo, da fanciulla al suo primo ballo. In programma c’era il Carnaval , l’opera pianistica nella quale Schumann mette in scena un turbine di maschere musicali, da quelle della commedia dell’arte a quelle, ineffabili, dell’anima.
Un video è una labile traccia, ma credo che in questi due minuti di lezione il maestro riesca a socchiudere per qualche istante la porta che mette in comunicazione l’interpretazione col sogno.

Gianni Rodari, Voglio fare un regalo alla Befana

La Befana, cara vecchietta,
va all’antica, senza fretta.
Non prende mica l’aeroplano
per volare dal monte al piano,
si fida soltanto, la cara vecchina
della sua scopa di saggina:bef
è così che poi succede
che la Befana… non si vede!
Ha fatto tardi fra i nuvoloni,
e molti restano senza doni!
Io quasi, nel mio buon cuore,
vorrei regalarle un micromotore,
perché arrivi dappertutto
col tempo bello o col tempo brutto…
Un po’ di progresso e di velocità
per dare a tutti la felicità!

Le figurine di Radiospazio. Aumenti

Gettato sul lastrico, Lewinston si trovò a sguazzare nella più infima melma, e questa lo travolse, lo ingoiò nelle tenebre; una panchina dei giardini pubblici diventò la sua casa, e la «coda per il pane» il suo mezzo principale di sussistenza.
L’attesa, nella notte piovosa, pareva interminabile a quegli uomini  taciti e affamati. Finalmente la fila si ruppe, diventò una folla informe. Lewinston, cogli altri, si fece sotto e poté leggere il cartello:
«Considerando che il prezzo del grano è salito a due dollari allo staio, non ci saranno più distribuzioni di pane da questo forno, salvo ulteriore avviso»

Frank Norris, Uomini e grano. Bompiani. Trad. Piero Gadda Conti

Emma Thompson, Il piacere è tutto mio. Vogue

«Interpretare una donna sul punto di oltrepassare i limiti che ha sempre osservato è stata una sfida incredibilmente stimolante», dice Emma Thompson su Il piacere è tutto mio 

Il film è un’esplorazione del piacere e della vergogna, nonché un ritratto del lavoro di operatore sessuale come di una professione assistenziale.

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Le figurine di Radiospazio. Parole congelate

In alto mare Pantagruele scrutò intorno e disse:
– Sentite ? Mi par di udire delle voci, eppure non vedo nessuno…  
Il pilota gli rispose:
– È normale, signore, siamo al confine col mar Glaciale, dove ci fu una grande battaglia. In quell’occasione le parole e le grida gelarono nell’aria. Adesso, passato l’inverno, tutti quei rumori si sciolgono.
Ci gettò sul ponte alcune manate di parole… Piccanti, sanguinanti, orrifiche, le quali, fondendosi insieme, sentivamo hen hen; ticche, torcia, lorcia; frr frr , bu, bu, on, on, on; goth e magoth … Credete che ci divertimmo davvero.

François Rabelais, Pantagruele, Enaudi, trad. Mario Bonfantini

Narrativa, Selma Lagerlof, Il libro di Natale (frammento)

C’è una tradizione a Marbacka, che quando si va a dormire la Vigilia di Natale si ha il permesso di avvicinare un tavolino al letto metterci sopra una candela r poi leggere finché si vuole. Questa è la più grande di tutte le gioie di Natale. Non c’è niente di più bello che starsene lì sdraiati con un bel libro avuto in regalo, in libro nuovo che non si è ancora mai visto e che nessun altro in casa conosce, e sapere che si può leggere pagina dopo pagina finché si riesce a stare svegli. Ma cosa di fa la notte di natale se non si sono ricevuti libri?
“Che libro hai ricevuto?” chiede Daniel allungandosi verso di mel
Lo apro e resto lì a fissare il frontespizio a bocca aperta.
Non capisco una parole.
“Fammi vedere”, dice, e legge:
Nouveaux contes de fées pour les petits enfants par Madame la Comtesse de Ségur”. Daniel chiude il libro e me lo restituisce.
“È un libro di fiabe in francese”, commenta, “Avrai di che divertirti.”
Ho preso lezioni di francese da Aline Laurell per sei mesi, ma sfogliando le pagine del libro in francese mi rendo conto che non capisco niente.
Ricevere un libro in francese. Quasi peggio che non riceverne neanche uno.
Faccio fatica a trattenere le lacrime. Ma per fortuna mi cade l’occhio su una delle figure. La più incantevole principessina del ondo viaggia un una carrozza tirata da due struzzi e, a cavalli di uno dei due struzzi, c’è un paggetto in alta livrea con lo stemma ricamato e le piume sul cappello. La principessina ha le maniche a sbuffo e una sontuosa gorgiera. Gli struzzi hanno in testa alti pennacchi e le redini sono ornate di grosse catene d’oro. Non si può immaginare niente di più bello.
Man mano che sfoglio, trovo un vero e proprio tesoro di illustrazioni, altere principesse, re maestosi, nobili cavalieri, fate raggianti, orribili streghe, meravigliosi castelli fatati. No, non è un libro per cui piangere, anche se  in francese.
Per tutta la notte di Natale me ne sto sdraiata a guardare le figure, soprattutto la prima, con gli struzzi. Mi basta quella per passarci ore.

Selma Lagerlof, Il libro di Natale, Iperborea

Le figurine di Radiospazio. La difesa del contribuente

Mi hanno querelata! Benissimo; lei conosce la mia norma inderogabile: combattere l’avversario fino all’ultimo sangue, qualsiasi cosa costi. Porti la causa fino alla Camera dei Lord, se occorre. Vede, mio caro, una donna ricca come me non può permettersi proprio nulla. Io devo lottare per difendere dal primo all’ultimo soldo che posseggo. Mendicanti, ricattatori, scrocconi, enti benefici, benemeriti al valore civile, cause politiche, leghe, istituzioni d’ogni genere possibile e immaginabile si lambiccano il cervello dalla mattina alla sera per cercar di farmi morire dissanguata. Basta che molli per un attimo, che ceda un centesimo perché a capo d’un mese io sia sul lastrico. Tutti gli anni verso cinque sterline per la Difesa del Contribuente, ma niente più: neanche un soldo di più. Lei deve sempre attenersi alle istruzioni ricevute; prevenire ogni azione, bloccare ogni richiesta di risarcimento con una controrichiesta dieci volte superiore. Non ho altro modo per poter scrivere a piene lettere sul cielo: “Indietro, borsaioli!”

Il video della domenica. Eige Ernst, Guernica (silenzioso)

https://www.ubu.com/film/helge_guernica.html

Una “fantasia d’immagine” ispirata alla pittura di Picasso. .

Alla fine della seconda guerra mondiale, artisti e documentaristi furono coinvolti nel cinema sperimentale. Lo stato danese ha sovvenzionato film sperimentali negli anni 1947-50, il che ha dato ulteriore forza al movimento. Questa antologia contiene tredici opere principali del film sperimentale danese. L’obiettivo principale è sugli anni di importanza internazionale intorno al 1950.

Laura Pugno, Melusina (Le parole e le cose)

Così ora è da sola, Alice, e può esplorare Nostra Signora della Foresta, Santuario, la ragione per cui è arrivata fino a lì, per cui ha compiuto, pensa, quello strano viaggio. Emma le ha scritto, ha suscitato la sua curiosità. Non dubita, non ha mai dubitato Alice, che Emma stesse eseguendo le ultime volontà di Marie-Ange, dichiarate o meno che fossero. Dall’altro lato rispetto alla grande cucina e alle camere comuni si apre una stanza ancora più grande e più nuda delle altre, con vista sulle onde del mare azzurrissimo, battuto incessantemente dal sole, un letto – poco più che sacchi tenuti insieme da lenzuola, pieni di qualcosa che forse sono piume, forse alghe, o un misto delle due cose – enorme, addossato a una parete, una cassapanca e un lettino di legno. Dev’essere qui che sua madre, Agnès, dormiva da bambina. Quell’infanzia, pensa Alice, non ha avuto niente in comune con la sua, con gli appartamenti in affitto o le residenze universitarie, i college di mezza Europa, le lingue continuamente cambiate, l’Accademia di tutti i Paesi come una comunità, i convegni in tutte le stagioni, le estati lunghe e dai cieli sempre più alti, sempre più al Nord. Quell’infanzia è stata vissuta in un altro tempo, direbbe quasi un altro mondo.
Perché mai Marie-Ange avrà scelto proprio quel luogo per fondare la sua, di comunità, la sua comune – per gli abitanti di Stellamarina, la sua setta o strana religione? Il cognome, certo, poteva tradire un’origine italiana, ma chissà di dove, e da quelle parti i Daras non hanno proprietà. Vagabondaggi, forse, incontri, amori o amicizie di quella giovinezza furibonda, e ancora dopo, molto dopo. Perché sono qui, si chiede Alice, sfiorando con le dita la coperta su quel lettino minuscolo, la stoffa che porta ancora l’incavo del corpo di sua madre bambina, o di chissà chi.

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Le figurine di Radiospazio. Scherzi in famiglia

Nella famiglia di mio padre anche gli adulti si facevano scherzi con vermi e scarafaggi di gomma; alle vecchie zie grasse si chiedeva di accomodarsi su seggiole traballanti, mentre gli zii facevano vento in pubblico dicendo: «Ehi, tenetevi laggiú», fieri di sé come se avessero fischiettato una melodia difficile. Non c’era verso che ti chiedessero quanti anni avevi senza una filastrocca burlona d’accompagnamento. E con Mary McQuade mio padre recuperava le abitudini familiari, esattamente come tornava a divorare montagne di patate fritte con carne di maiale e torte rustiche dalla crosta spessa e a bere tè nero e forte come una medicina da una teiera di smalto, sempre ringraziando: «Mary, tu sí che hai capito cosa ci vuole a tavola, per un uomo». E subito dopo: «Non sarà ora che te ne trovi uno tuo da sfamare, a proposito?», battuta che gli procurava il lancio dello strofinaccio dei piatti.

Alice Munro,. Danza delle ombre felici, Einaudi