Le figurine di Radiospazio. La speranza

Mentre arrancava (perché rollava come una nave in mare) e guardava torvo (perché i suoi occhi non si fissavano mai su qualcosa direttamente, ma con uno sguardo obliquo che deprecava lo scherno e la rabbia del mondo – aveva poco cervello, lo sapeva), mentre si aggrappava alla ringhiera e si issava su per le scale e rollava di stanza in stanza, cantava. Lucidando lo specchio della lunga specchiera e guardando di sbieco la sua figura dondolante, dalle labbra venne un suono – qualcosa che forse vent’anni prima, sulla scena, era anche stato allegro, un motivetto canticchiato e ballato, ma che ora, venendo da una donna senza denti, con la cuffia in testa, che faceva le pulizie, era privo di significato, era come la voce della stupidità, del ridicolo, della caparbietà stessa, calpestata ma sempre risorgente, tanto che mentre la donna arrancava, spolverando, strusciando, sembrava dire come era una lunga pena e un lungo dolore, come era alzarsi al mattino e andare a letto la sera, mettere fuori le cose e riporle nuovamente. Non era né facile né comodo quel mondo che conosceva da quasi settant’anni. Era tutta curva, per la stanchezza. Per quanto, si chiese, inginocchiandosi sotto il letto con le ossa che scricchiolavano, per spolverare bene le assi, per quanto sarebbe durata? ma si rialzò di nuovo in piedi tentennando, si tirò su, e di nuovo con quello sguardo obliquo che scivolava via e rifuggiva anche il proprio volto, e i propri dolori, si rialzò e si guardò allo specchio con la bocca aperta, sorridendosi senza scopo, e riprese il solito dondolio, tirando su stuoie, riordinando tazze e piatti, guardando di traverso nello specchio, come se, dopo tutto, avesse le sue consolazioni, come se in realtà al suo lamento si intrecciasse un’incorreggibile speranza.

Virginia Woolf, Gita al faro, Feltrinelli

Il video della domenica. Vugar Efendi, Film Meets Art. Quando il cinema cita la pittura

https://www.artribune.com/television/2016/03/quando-il-cinema-cita-la-pittura-un-video-svela-i-prestiti-piu-famosi/

Narrativa. Amalia Guglielminetti, La rivincita del maschio (1921). Frammento

Ugo di Sant’Agabio si mordeva convulsamente un labbro, picchiava le dia nervose sul tavolino e cercava frattanto un mezzo strategico che gli permettesse di avvicinare senza offesa la bella sconosciuta.
Questa doveva essere di natura generosa, perché non lo lasciò cercare a lungo. Trasse dalla borsetta un piccolo astuccio d’oro, o di finto oro, ne tolse una sigaretta, la introdusse pel vertice in un bocchino d’ambra, o di finta ambra, e se lo portò alle labbra, volgendo intorno un’occhiata circolare e interrogativa ad informarsi se non esistesse nelle vicinanze un cameriere o un altro compiacente personaggio munito del fuoco necessario a concederle la voluttà del fumo.
Il personaggio era già stato tacitamente designato e Ugo fu pronto ad alzarsi e precipitarsi verso di lei, tutto sorridente e premuroso, frugandosi in tasca. Quando le fu vicino fece scattare la molla dell’accendisigaro e con un trepidante “Permetta, signorina” comunicò a quella sigaretta, attraverso una fiammella azzurra, una scintilla del suo fuoco interiore.
La signorina aspirò due boccate di fumo, disperse la nuvoletta bianca con un colpo della mano, poi gli volse con un luminoso sorriso d’occhi e di denti mormorando: “Grazie”.
Ugo di Sant’Agabio, benché italiano e ligure, aveva una nella testa da inglese moderno, bionda, lucida, liscia, una di quelle schiette figure fiovanili segnate di freschezza e di signorilità, ma leggermente inespressive, che gli sport d’oltre Manica hanno oggidì diffuso anche fra noi.
Nondimeno l’anima e i nervi latini gli vibravano nella voce calda, nei gesti pronti, nelle iridi sempre fosforescenti di trattenute domane e di mute investigazioni.
Ella gli porse l’astuccio aperto, ma Ugo lo chiuse con delicatezza e ne considerò il fregio leggero.
“Grazie. Non fumo. Ma trovo che la sigaretta stia molto bene fra le sue labbra. È un piccolo vizio che le invidio.”
“Ha ragione. I miei sono assai più gravi e più pericolosi.”
“Ad esempio?”
“Amo il giuoco e vado pazzo per le donne belle.”
“E perché rimanete qui ad annoiarvi in questo caffè deserto?”
“Non è deserto, poiché ci siete voi.”
Ella rise.
“Suppongo che non sarete qui per me, poiché ignoravate la mia esistenza nel mondo, come io ignoravo la vostra.”
“Difatti aspettavo i miei compagni di poker, ma vi giuro che avrei lasciato la partita più interessante, giuoco più travolgente per guardarvi e per seguirvi”.
“Dove?”
“Ovunque vi piaccia. C’è qualche cosa di oscuro e d’immateriale, come un fluido, come una fatalità che m’attira da mezz’ora verso di voi e che mi tiene da dieci minuti legato a voi. Non so chi né cosa siate, e non m’importa di saperlo Siete la donna che in questo momento completa la mia personalità, agita la mia vitalità e che esiste soltanto per piacermi.” Ella crollava il capo con un sorriso d’ilarità incredula e sarcastica che a tratti le balzava lieve dalle spalle.
“Dunque, questa sera io esisto soltanto per piacervi.” Ripeté divertita, “ e non vi importa di sapere chi né cosa io sia.”
“Le donne possono sempre mantenere l’incognito, specialmente se sono graziose, come voi siete. Ciò che conta maggiormente in una donna non è quello ch’essa fa, ma quello ch’essa rappresenta nel mondo,  ma. La sua apparenza esteriore, la sua linea, il suo sguardo, la sua grazia, tutti quegli attributi femminili che costituiscono il fascino. Due begli occhi e una fila di denti candidi valgono assai più d’un titolo accademico, d’una corona comitale, o d’una indiscussa celebrità.”
“In tal caso ci piacciono anche le donne stupide.”
“Sono quelle che amo di più. Mi sembra di adorare il vero idolo di carne, coperto di sete, d’oro e di gemme, ma insulso e inutile, come dev’essere sempre la divinità.”
“Vi avverto che io non appartengo a questa categoria.”

Amalia Guglielminetti, La rivincita del maschio, 8tto Edizioni

In ricordo di Paolo Brunati, tre anni dopo

Bisognava andarselo a cercare, il Brunati, mica si proponeva, tanto meno si promuoveva. Non “frequentava”, come si suol dire. O meglio, frequentava ambienti molto diversi da quelli in cui si coltivano relazioni e ci si compiace della comune appartenenza alla Società Letteraria. I suoi spazi erano le montagne, il mare e l’aria, nella quale un tempo aveva volato a bordo degli alianti. Scrittore-camminatore, sulla scia di un’alta tradizione, i taccuini erano i compagni con i quali si intratteneva durante le soste. Ne ha riempiti moltissimi, riserveranno delle sorprese all’editore che vorrà avventurarsi nella loro lettura: Colloqui con il pesce sapiente, che Miraggi editori ha provvidenzialmente pubblicato poco prima che Brunati se ne andasse possono essere un primo passo nell’esplorazione di un autore che ha vissuto per tanti anni nella Scrittura. La coltivava ogni giorno, intrattenendo con essa un rapporto scettico e spesso beffardo, ma necessario. Il giorno dell’uscita del libro, nel pieno della malattia che lo ha portato via, mi aveva confidato: “Mi piace questa mia metamorfosi cartacea”. “Come sei brunatiano”, gli avevo risposto. I suoi lettori sanno che cosa intendevo dire.

Sull’eterna giovinezza dei morti


Un morto si deve dire che non è più o bisogna dire che è ancora?
Io propendo per la seconda ipotesi, che sia ancora, Però un morto dura molto meno di un vivo per certe reazioni chimiche che gli si innescano dentro.
Ho letto che i morti, quasi immediatamente dopo morti, incominciano ad autodigerirsi, partendo, com’è giusto, dallo stomaco. Non vedono l’ora di mangiarsi, di andare a tavola. A causa di questo pasto la vita del morto dura molto meno di quella del vivo che si consuma invece all’esterno e può durare, quella umana, persino più di un secolo.
La vita dei morti invece di andare avanti arretra fino a ridursi all’osso. E quasi contemporaneamente, nei vivi, si ossifica il ricordo di loro (il ricordo è la parte impalpabile dei morti che rimane nei vivi, una sorta di loro anima terrena. C’è niente di più terreno dell’anima). Il morto diventa indolore e pulito. Non fosse per la quarantena in cui lo si tiene, rigorosamente separato dai vivi, lo si potrebbe dare in mano anche a un bambino, ci si potrebbe giocare o tenerlo come portafortuna, come soprammobile.
È insomma evidente che la morte non può cogliere che nel pieno della vita, di cui è un’improvvisa e rivoluzionaria trasformazione.
Ma è con le donne che la giovinezza dei morti appare in tutto il suo fulgore.
Credo abbia a che fare con la fisiologia del ricordo, dove le immagini ricordate rimangono fisse, e con il tabù ancestrale dell’incesto, ma  che una donna possa morir vecchia mi pare contro natura quanto un rapporto sessuale con una novantenne.
Le ragazze con cui ho giaciuto son morte? da anziane signore, da mogli e madri esemplari, da care nonnine?
La Morte sceglie soltanto donne giovani e leggiadre, e vecchie e laide lascia altrui.

Da Colloqui col pesce sapiente, Miraggi editori

Le figurine di Radiospazio. Il mistero

Pietà è saper trattare col mistero. Per questo il suo linguaggio e i suoi modi hanno ripugnato tanto l’uomo moderno che si è lanciato freneticamente, a trattare solo con le cose chiare e distinte. Cartesio assegnò come qualità alle idee la “chiarezza” e la “distinzione.” Nulla da obiettare. Ma rimane un immenso territorio che c’avvolge e abbraccia che ci respinge sommergendoci a volte nell’angoscia o nella disperazione, e che non è né chiaro, né distinto. E lì sta; dobbiamo farci i conti in ogni istante. È semplicemente la nostra propria vita. Il mistero non si trova fuori; sta dentro ognuno di noi, ci circonda e ci avvolge. In lui viviamo e ci muoviamo. La guida per non perderci in lui è la Pietà.

Marìa Zambrano,. Frammenti sull’amore, Mimesis

Il video della domenica. Matthew A. Cherry, Hair Love. Candidato all’Oscar nella categoria Best Animated Short Film

https://www.artribune.com/television/2020/01/video-hair-love-corto-animato-oscar/

Narrativa. Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene (framment0)

Ogni donna scimmia vuole una caverna, anche minima, con un tetto sopra la testa, solida roccia alle spalle e un’apertura stretta che si possa presidiare a difesa dei cuccioli con qualche probabilità di successo. Si può anche chiuderla con un albero sradicato, e dentro, in alto, ricavare una nicchia dove nascondere il neonato o tenere le provviste. Ma tutte queste cose le sanno anche gli animali, gli orsi come i leoni e le tigri dai denti a sciabola, sicché le caverne non bastano mai. Ben poche sfuggono all’occupazione di questa o quella famiglia di senza tetto d’ogni specie; e nessuno accetta di coabitare, salvo qualche serpente. Abbiamo scoperto che se è un grosso felino a occupare una caverna, di regola bisogna lasciargliela; o cedergliela facendo rapidamente fagotto se per caso ci abitavi tu ma la voleva lui. Ciò non impedisce alle donne di continuare a lamentarsi. Figurarsi! Erano capaci di andare avanti per ore. Metà della loro conversazione riguardava le caverne: le deliziose grotte che un tempo avevano avuto… finché il loro maschio aveva consentito a un grosso orso di scacciarli brutalmente; magnifiche caverne spaziose e asciutte nella provincia vicina, che si potevano avere, se appena si rispettava l’opinione di una donna, semplicemente sloggiando quei quattro leoni spelacchiati poche miglia più in là (dove, ad ogni modo, c’erano altre caverne vuote, e molte di più); caverne ideali che si potevano scoprire, libere da leoni, pur di prendersi la briga di andarle a cercare, anziché starsene sempre lì con la scusa di affilare selci; e invece, ecco l’invivibile e fatiscente spelonca che avevano… indegna di tale nome, mera tettoia, rientranza del pendìo che ci piove anche dentro, e senti che brutta tosse ha il bambino…

Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, Adelphi, Traduzione di Carlo Brera

Le figurine di Radiospazio. Bocche immaginifiche

SALOMÈ (a Giovanni Battista) È della tua bocca che mi sono innamorata, Giovanni. La tua bocca è come una striscia scarlatta su una torre d avorio. È come una melagrana tagliata da un coltello d’avorio. I fiori di melograno che fioriscono nei giardini di Tiro e sono più rossi delle rose, non sono così rossi. Le grida rosse delle trombe che annunciano l’arrivo dei re e spaventano il nemico, non sono così rosse. La tua bocca è più rossa dei piedi di chi pesta l’uva nei tini. È più rossa dei piedi delle colombe che vivono nei templi nutrite dai sacerdoti. È più rossa dei piedi di colui che toma da una foresta dove ha ucciso un leone e ha visto tigri dorate. La tua bocca è come un ramo di corallo che i pescatori hanno trovato al crepuscolo del mare e che riservano ai re!… È come il cinabro che i Moabiti trovano nelle miniere di Moab e che i re si tengono per sé. È come l’arco del re dei Persiani che è dipinto col vermiglione e ha comi di corallo. Non c’è nulla al mondo rosso come la tua bocca… lasciami baciare la tua bocca.
GIOVANNI Mai! Figlia di Babilonia! Figlia di Sodoma!
SALOMÈ Bacerò la tua bocca, Giovanni. Bacerò la tua bocca.

Oscar Wilde,. Salomè, Feltrinelli, Traduzione Gaia Servadio e Raul Montanari

Il video della domenica. Avanguardie

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Racconto. Jane Martin, La majorette

Ho cominciato che avevo sei anni. La mamma segò il manico di una scopa, zio Carbo gli spalmò sopra una vernice d’argento, e io andai in cantina e cominciai a far volteggiare quel legno. Ho conosciuto il successo e la tragedia. Papà dice che mi ha messo energia nell’anima e acciaio nel cuore. Ho avuto la mano sinistra schiacciata da un cavallo, e anche se sono ritornata a far volteggiare il bastone, non ho più potuto farlo al massimo livello.
La gente crede che se fai volteggiare il bastone, se pratichi il twirling, sei uno sciocco. È un pregiudizio degli ignoranti. Una volta stavo esibendomi con quei bastoni infuocati in una gara notturna e all’improvviso vedo questo tizio che esce dalle tribune. Stavo esibendomi con tre bastoni e lui oltrepassa i giudici e viene verso di me: aveva in testa una fascia fermacapelli blu con le perline, riesco ancora a vederla. Arriva dritto su e quando mi volto di fronte dopo una giravolta, lui mi sputa in faccia. È stata l’unica volta in cui ho lasciato cadere il bastone. Li ho lasciati cadere tutti e tre davanti a sessantamila persone, e lui ha sorriso, e ha detto questa cosa che non ripeterò. È stato come venire violentata. Dimostra che la bellezza ispira l’odio, e che chi odia la bellezza è Satana in persona.
Non hai mai fatto twirling, vero? Riesco a capirlo dalle mani. Non puoi immaginare che cosa significa vedere quel bastone lì che volteggia in aria. Non puoi capirlo: i bastoni lasciano delle tracce, incidono l’aria, e se sei abile, se ce l’hai nelle mani, puoi avvicinarti al cielo.
Vuoi provare? Senti. Lascerò qui per te il mio bastone d’argento. Lo lascerò qui come se lo avessi dimenticato. E quando la gente uscirà tu puoi aspettare e raccoglierlo, può essere tuo, può diventare il tuo fardello. È la cruna dell’ago. Lo lascio qui per te.

Jane Martin, La majorette, “Narratori di poche parole”, Guanda, Traduzione Luigi Schenoni

Lidia Terzirani, Riprendiamo in mano don Milani (Pangea)

“Non c’erano le vacanze, non si finiva mai di imparare: “Non c’era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica. Nessuno di noi se ne dava gran pensiero perché il lavoro è peggio”. Certo qualche “professorone” studioso di pedagogia potrebbe non essere d’accordo, ma Lucio che aveva trentasei mucche da curare diceva: “La scuola sarà sempre meglio della merda”. Una frase inequivocabile, si può obiettare. Senza troppi giri di parole. Leggo: “Questa frase va scolpita sulla porta delle vostre scuole. Milioni di ragazzi contadini son pronti a sottoscriverla. Che i ragazzi odiano la scuola e amano il gioco lo dite voi. Noi contadini non ci avete interrogati”. E uno sguardo alle ragazze: “Delle bambine di paese non ne venne neanche una. Forse era la difficoltà della strada. Forse la mentalità dei genitori. Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina. I maschi non le chiedono d’essere intelligente. È razzismo anche questo”.

Leggi l’intero articolo:   https://www.pangea.news/don-milani-linda-terziroli/

Le figurine di Radiospazio. Lettori difficili

– Le confesso, amica mia, che durante l’infanzia ho giocato pochissimo. I giochi di allora mi annoiavano come i piaceri d’oggi. Intendo dire i piaceri come qualità , i divertimenti che si pretendono tali.
– Allora, il teatro?
– Mai e poi mai. Mi fa dormire.
– E il cinema?
– Mi esaspera. È falso tramite il vero…
– Va bene. I viaggi?
– Mi stancano. L’obbligo di vedere!… Oh, i musei!
– La lettura?
– I romanzi li trovo insopportabili… Crede che un uomo che fa da vent’anni il mio mestiere possa leggere un romanzo?
Non faccio altro che attraversare esistenze, storie…
– E… la poesia?
– Me ne guardo bene.
– Capisco. Non insisto. Lei è di una gentilezza squisita.
– E aggiungo: la poesia la trovo dove non la si trova, e non la trovo dove la si trova.

Paul Valéry, L’idea fissa

Il video della domenica. Fondation Beyeler, Che cos’è l’arte?

https://www.artribune.com/television/2021/06/video-che-cos-e-larte-fondation-beyeler/

Quand’è che un oggetto diventa arte? Nessuno è in grado di produrre delle linee guida o definizioni precise. Non esiste nessuna autorità in grado di determinare, una volta per tutte, cos’è l’arte. L’unica cosa che sappiamo è che l’arte ha sempre a che fare con l’apprezzamento: le opere d’arte vengono lodate, amate o criticate aspramente”. Inizia con queste parole What is Art?, il nuovo video prodotto dalla Fondation Beyeler in collaborazione con UBS. Una breve ma efficace animazione che affronta la domanda più difficile di tutte – cos’è l’arte – prendendo spunto da un libro che la Fondazione stessa ha pubblicato nel 2012 dal titolo “What is Art? 27 Questions 27 Answers” in cui esperti e critici rispondono alle domande sull’arte poste da un gruppo di adolescenti.

Narrativa. Aldo Palazzeschi, La gallina

La notte non era finita. Mi aggiravo per il giardino e guardavo ancora i fiori uno per uno. Adesso facevano gli indifferenti, si fingevano intirizziti dal fresco improvviso che aveva preso a soffiare nel buio. In quel museo vegetale delle cere c’era tuttavia qualcosa che si muoveva dietro una siepe di bosso. Una gallina.
Sola. Ma ancor più inconsueta e bizzarra mi sembrò la presenza di un uomo, anch’egli dietro la siepe. Ne scorgevo la metà superiore: il busto e la testa, che era adornata da un cappello di paglia. Era evidentemente un giardiniere.
In quel momento riuscii a penetrare nei pensieri del giardiniere.
“La Massaia t’ingrassa, t’ingrassa… e non appena le sembrerà d’averti pasciuta abbastanza non si dimenticherà di pascersi di te. Fra le sue nocche legnose dovrai far coccodè l’ultima volta. E se ti risparmierà per un’ora sola, sarà, dopo averti tastato scaltra, per farti cacare un uovo di vantaggio e rimarrai quell’ora, ultima della vita, a pigiar nel covaccio; e uscendone alla fine col tafanario escoriato, e correndole incontro sfiancata dal troppo pigiare, per ricevere il giusto premio della tua fatica, protenderai il collo ignaro verso la megera che allora ti darà quanto ti aspetta: crrr… Poi, ciondoloni al suo braccio, nell’altra mano seco andrà  pesando e valutando l’uovo che facesti prima di morire, e le parrà piccino senza dubbio, storcerà naso e bocca al tuo ricordo, in una smorfia di rampogna e di disprezzo.
Domani, dopo averti cucinata, a suo talento, spremendo dalle tue carni un buon sugo o un buon brodo, farà scricchiolare le tue ossicine tenere fra i suoi dentoni gialli da cavalla e — puoi starne certa — si lamenterà che le tue carni non erano abbastanza morbide e saporite per il suo esigentissimo palato, e si rimprovererà nel fondo dell’anima d’averti troppo bene trattata e per tanto tempo e con scarso profitto. Non valeva la pena di usarti questo magnifico trattamento, e cercherà il tuo deretano sfibrato nel quotidiano travaglio, lo serberà per ultimo: «Questo è un boccone ghiotto» dirà la vecchia lupa avvicinandosi alle labbra di cartapecora il tuo culetto morbido «È un boccone da preti, questo!». E sopra, come esequie, vi tracannerà un buon bicchiere di vino, schioccando la lingua con gusto, soddisfatta e contenta, rasciugandosi col dorso della mano i baffi rossi agli angoli della bocca: «Con la buona grazia del Signore anche per oggi è fatta», esclamerà.”

Aldo Palazzeschi, La gallina, “Opere complete”, Mondadori