Le scimmie di mare feuilleton. 7ª puntata

Capitolo settimo
Che ricostruisce una cerimonia cui fecero seguito molte e importanti conseguenze.

Certo mi è forte, questo effetto di dejà vu (et nu et connu)
Edoardo Sanguineti, Mikrokosmos

Come avviene nelle famiglie signorili, la nascita del Teatro Stabile di Bologna fu avvolta dalla discrezione.
I plenipotenziari del Piccolo di Milano, che si erano insediati in città già da un mese, furono perentori. Niente strombazzamenti, niente fuochi di artificio. Sì ai giornali perché non se ne poteva fare a meno, purché moderassero la foia tipica della stampa locale. Ricevimento sobrio e inviti controllati, anzi meglio nessun invito, tanto chi doveva sapere sapeva già.
Anche il Governatore mandato da Milano era di basso profilo. Si presentò al rinfresco con una maglia color mattone da ciclista anni Trenta che ricordava quella di Gerbi, il Diavolo rosso. Vincendo la repulsione, le signore lo attorniavano e alitavano: «Direttore… direttore….» Lui precisava: «Sono soltanto un umile artigiano del teatro» – e quelle pensavano che purtroppo era proprio così. Umile lo era senz’altro; visto fuori dalla Sala Rossa del Comune, lo si poteva scambiare per uno di quegli omarelli che aggiustano le serrature, danno un’imbiancata alle cantine, sgomberano solai. Le famiglie se li passavano l’una con l’altra.
– Devo montare due scaffali nella camera dei ragazzi ma non voglio spendere nel falegname per un lavoretto come questo. Hai qualcuno?
– Il signor Ramponi! Sono tanti anni che viene da noi. Sa fare tutto. È rispettoso, gentile e anche un po’ filosofo. Quello che gli dai, è sempre contento. E poi, finito il lavoro, pulisce così bene che non ti accorgi di niente.

Il Governatore si compiaceva di esibire maglie troppo strette che mettevano in risalto le rotondità del suo fisico e giacchette da grandi magazzini. Era convinto che la crisi del teatro riflettesse quella della borghesia, arrivata ormai alle ultime gocce di benzina, altro che classe dirigente (se mai lo era stata). «Persino il Piccolo di Milano», confessava con amarezza ai suoi intimi, «rischia di essere un teatro per borghesi intelligenti. Che bel risultato!» Era necessario suscitare l’interesse delle masse popolari per creare un pubblico nuovo – e preso com’era dalla visione degli spettatori del futuro, quelli del presente non li sopportava più, erano diventati come certe vecchie amanti che si spera di liquidare prima o poi, ma non subito, perché una casa con dentro una mummia mezza viva è sempre meglio di una casa con le ragnatele.
In attesa della palingenesi rivoluzionaria, il Governatore esprimeva il suo rifiuto del pubblico borghese (quello di Bologna, in particolare) esagerando la sgradevolezza del suo corpo molle, il ventre a palloncino, le gambe corte, annegate dentro pantaloni larghissimi, i capelli ispidi e neri sui quali tutte le mattine spalmava degli unguenti che trovava in certe profumerie malfamate.
Alla cerimonia dell’insediamento nella Sala Rossa i deferenti erano numerosi; l’ufficio stampa del Piccolo aveva convocato le categorie più rappresentative, gli avvocati (meglio se con simpatie radicali) i primari massoni (anziani, ancora un po’ inizio secolo), gli esponenti delle cooperative, i dirigenti e soprattutto le maestranze dell’industria motociclistica (Ducati, Morini, Italjet). Quelle erano le masse da conquistare, esuberanti e barbare. Al momento se ne fottevano del teatro, più che altro sognavano di stringere fra le gambe un Settebello 125 carenato per andare a schiantarsi sulle curve della Futa con le loro ragazze in bilico fra il terrore e il piacere.
Com’erano invece fastidiosi quei maggiorenti che continuavano a chiamarlo “direttore”, che s’improvvisavano critici teatrali, che si permettevano di dare suggerimenti:
– Sarebbe bello, direttore, se riuscissimo a portare nella nostra Bologna Renzo Ricci.
– E Gianni Santuccio.
– E la Ferrati!
Li pregustavano. Se li immaginavano nelle loro case ottocentesche con qualche pennellata di moderno, dopo il teatro. Una cena fredda ma sostanziosa e abbondante (perché anche gli attori mangiano, sono uomini e donne come noi, no?). Un buffet, ecco, un buffet elegante e disinvolto che già compilavano mentalmente: galantina, insalata di riso, lasagne, vol-au-vent ripieni di ragù. Qualche padrona di casa sognava di lasciare la sua piccola impronta nella storia dello spettacolo creando un piatto dedicato, per esempio la “gramigna alla Raf Vallone”, che le piaceva anche come uomo. (Un ostacolo: la gramigna non si poteva mica servire fredda).
Il Governatore annuiva a ciascuno e non rispondeva a nessuno. Quando gli si accalcavano troppo intorno, sorrideva e tutti facevano subito un mezzo passo indietro perché lui scopriva una chiostra di dentini pericolosi come quelli di un animale, di una piccola scimmia capace di mordere.
Altri sorrisi molto più cordiali riservava ai lavoratori della meccanica che formavano una macchia di tute azzurro scolorito in fondo al tavolo del rinfresco. Con loro diventava premuroso. S’informava di turni, di stipendi, di tempo libero, poi saltava sul trabattello dell’immaginazione e sotto i loro occhi disegnava un teatro tutto nuovo, tutto per loro, di lotta, naturalmente, non quello solito della classe dominante che ormai aveva rotto (lo diceva piano, con complicità) i coglioni. Le tute non si pronunciavano ne sapevano poco di quel teatro lì – a parte che era troppo caro, per il Comunale o il Duse ci volevano i vestiti adatti. Però avendo i soldi ci sarebbero andati volentieri, certo che sì!
Il Governatore li guardava perplesso:
– Cosa significa questo? Anelano sia pure confusamente ai classici oppure cercano solo uno strapuntino sul vagone della borghesia prima del deragliamento finale?

C’è una grande società dei corpi, e il mio vi è stato introdotto; è entrato nel salone con le sedie dorate.
Virginia Woolf, Le onde

Nonostante l’ambiente della Sala Rossa le fosse del tutto nuovo, Mimì Desderi si muoveva sicura fra gli invitati, tutti a lei sconosciuti. Come una giovane skipper di lungo corso, navigava disinvolta fra i promontori dei signori massicci e gli scogli aguzzi delle signore. Era a mani libere, la sola che non si affannasse col bicchiere, le posate di plastica e il piatto in equilibrio; ignorava gli involtini e il Sangiovese forniti dalle cooperative e tutto sommato anche gli invitati. Gli impresari, i registi e gli scagnozzi del Comune l’affascinavano meno della grande Sala Rossa con i suoi cristalli, gli scranni lucidati dai secoli e i ritratti degli uomini illustri alle pareti. La loro identità misteriosa ne aumentava la suggestione. Quegli occhiacci, pensava Mimì, erano stati testimoni di segreti innominabili, ed era lusingata che ora si puntassero su di lei, soppesandola e spogliandola con il gelo dell’anatomista, il rigore del teologo, il fremito del libertino.
Non ne era intimorita. Aveva sempre desiderato di essere ammessa nel tempio che li custodiva per vincere il senso di oblio che è comune a tutte le piccole attrici.
«Ora io sono qui», ripeteva piano a se stessa – e “qui” significava: nella storia – una storia soltanto cittadina per il momento, ma tutti le dicevano che ancora così giovane…!
Si guardò intorno. Delle attrici, nessuna traccia. Era l’unica. In quella stagione, le primedonne avevano altro da fare, cavalcavano il turbine delle tournée, inseguite dai loro bauli e dai pullman degli ammiratori, capaci di viaggiare una notte intera per godersele ancora una volta dopo lo spettacolo, in camerino, mezze discinte. «Di una cosa sono sicura», pensava la parte cinica di Mimì, «quando sarò una primadonna, col cavolo che andrò a tenere a battesimo un teatro stabile di provincia!»
Diede ancora un’occhiata di conferma: le Donati, le Sarti, le Pizzi e tutte le altre colleghe concittadine non si vedevano. Anche la Zanini, che era tanto portata dai frati dell’Antoniano e aveva fatto la Madonna in televisione il Venerdì Santo. Tutte a casa. Pensò, senza superbia, che era giusto così, visto che lei aveva già lavorato con dei registi “di fuori” – poi, per una stupida storiella (niente a che fare con l’amore) aveva dovuto allontanarsi dalla compagnia, ma sarebbe stata solo una pausa, ne era certa.
Un gessato blu le si parò davanti:
«Finalmente riesco a conoscere di persona la famosa Desderi!»
Era un assessore a qualcosa di complicato che Mimì non aveva mai sentito. Nonostante non avesse niente a che fare con la cultura, l’assessore seguiva il teatro e soprattutto seguiva lei. Aveva visto devotamente tutti i suoi spettacoli e adesso le baciava la mano per rifarsi di tutte le mancate visite in camerino.
– Lei conosce il Direttore?
Strana domanda. Chi lo conosceva? Erano andati a pescarlo nei magazzini più reconditi del Piccolo Teatro.
– Il Direttore avrebbe piacere di salutarla.
L’assessore le fece da battistrada.
La moltitudine dei notabili si apriva come davanti a un commis di Stato che tiene alta una lampada per segnalare la sua missione speciale. A Mimì pareva di vederla, quella luce, ne sentiva anche il calore sulle guance.
Quando si trovò davanti al Direttore/Governatore, il caldo si trasformò in uno sconcerto freddino. La maglia da ciclista era diventata più spessa per il sudore che ricopriva anche la fronte direttoriale in forma di perline.
– Sono contento che tu abbia accettato il mio invito.
Il tu? Il suo invito? Cercando affannosamente una risposta adeguata, a Mimì venne in mente: “Sono forse io, Signore?” Si
trattenne. Ma il Direttore non aveva bisogno di una spalla per proseguire: «Lo sai che sei proprio bravina?» E poi al popolo, col compiacimento del padre che presenta la figliola: «Sì, questa ragazza ha i numeri per fare bene. Vedremo di darle qualche occasione per dimostrarlo.»
Sentendosi molti occhi addosso, compresi quelli del sindaco, Mimì accennò a un inchino stilizzato come faceva durante i ringraziamenti. Tutti sorrisero ammirati; per l’età che aveva, quella comica era molto disinvolta, cioè navigata, vale a dire eccitante.
Il Direttore puntò l’indice su Mimì:
«Bolzano, lo scorso ottobre. Pirandello, “Il giuoco delle parti”, regia Fantasio Piccoli. Lei non lo sa ma io ero in platea… Non mi ricordo più perché ero finito a Bolzano…»
Quindi, ancora al popolo: «… Sì, la ragazza se la cavava molto bene… Signora borghese e al tempo stesso puttana… Una lettura molto lucida del personaggio.»
Quello spettacolo, Mimì se lo era quasi dimenticato. Ricordava solo che la compagnia lo aveva preso molto sottogamba.
«Così giovane e già tanto guitta!», scherzavano i colleghi durante le prove: «Ma fai bene, in provincia si può andare in culo all’autore senza che succeda niente, anche se è Pirandello.»
Invece per il Direttore quello spettacolo era stato la rivelazione di un’attrice dotata di un misterioso istinto critico, fino a quella sera ignoto a tutti (incominciando dalla stessa interessata) tranne che a lui.
Mimì si sentiva nuda, non a disagio tuttavia. Il corpo che esponeva alla cittadinanza non era il suo, ma quello dell’attrice sconosciuta che si nascondeva in lei e che solo il Direttore poteva sondare e assaporare liberamente come nella stanza di un albergo a ore.
L’improvvisa intimità in cui erano entrambi venuti a trovarsi fu interrotta da un brusio. Il cardinale Lercaro, in un primo momento impossibilitato a intervenire, aveva deciso di affacciarsi per fare gli auguri al neonato Teatro Stabile. I bolognesi erano abituati alle sue incursioni; molti sospettavano che in quella disinvoltura si annidasse qualche germe di comunismo, ma si inchinavano a baciargli l’anello perché non volevano passare per atei.
Quando Lercaro si avvicinò a Mimì, qualcuno gli sussurrò: «La signorina è attrice.» E il cardinale: «Brava! Pensi che io, da ragazzo, sono riuscito a vedere Eleonora Duse. Chissà che un giorno non venga ad applaudire anche lei.»
Mimì si genuflesse per baciare il sacro anello; il cardinale si abbassò per sollevarla, sollecito, e dietro di lui comparve la figura del Direttore che fissava la sua nuova creatura dall’alto di un metro e sessantacinque. Parve a Mimì che quegli occhi improvvisamente cattivi la guidassero in ogni più piccolo gesto dettandole l’inclinazione del capo, l’angolo delle ginocchia e l’ampiezza del sorriso; così quando sfiorò con le labbra il sigillo d’argento si rese conto che il suo inchino non la sottometteva solo all’autorità ecclesiastica, ma anche a un altro potere mai sperimentato prima, quasi certamente crudele.


Bisogna controllare i nostri impulsi, ma qualche volta bisogna cedervi.
Jacques Cazotte, Il diavolo innamorato

Non avendo partecipato, come tutto il popolo dei teatranti bolognesi, alla cerimonia fondativa del Teatro Stabile, il mio racconto si basa su quello che mi fece Mimì Desderi nella quale mi imbattei qualche mese più tardi.
Non ci frequentavamo abitualmente. Prima di quell’incontro ci eravamo visti una sola volta, in un caffè e anche allora per caso.
Mimì era conosciuta in città fin da molto giovane, e pur non atteggiandosi a diva sapeva circondarsi di un’aura fosforescente, come una lucciola scaltra che, anziché concentrare tutta la luce nell’addome per attirare il maschio fecondatore, distribuisce i suoi kilowatt intorno all’intera figura.
Durante il nostro secondo incontro tutto si era svolto in modo molto diretto.
«Ho letto un tuo testo», esordì, e disse un titolo che oggi non posso e non voglio ricordare; fortunatamente tutti i miei primi balbettii teatrali se ne sono andati insieme all’adolescenza.
«Stavamo pensando, col regista Regazzoni, di metterlo in scena.»
Per quanto ne sapevo, Mimì ignorava che io esistessi, e i miei copioni circolavano solo nella cerchia ristretta dei drammaturghi segreti.
La Desderi era stata arruolata da tempo in quello che chiamavamo “il teatro ufficiale”, un Moloch ottuso e cinico sprofondato in un materasso di denaro, che noi combattevamo opponendogli un silenzio muto e sprezzante.
Non ero abituato a ricevere proposte e quella di Mimì suscitò subito cinque considerazioni.
a) In quanto militante nelle fila dell’establishment, la Desderi doveva essere, se non cretina, molto ingenua: perché si interessava a un testo concepito per le catacombe dell’avanguardia?
b) Un dubbio: forse nel mio copione le tracce di sperimentazione erano minime e Mimì non le aveva colte.
c) Oppure: le aveva colte ma sapeva che nella messa in scena di un energumeno come Regazzoni sarebbero scomparse del tutto.
d) Una tentazione. Mimì Desderi era molto bella. Guardandola, ripensavo a quando avevo fantasticato di creare la compagnia dalle Scimmie di mare. Che idea macchinosa! I ritocchi estetici e le operazioni chirurgiche che avrei dovuto compiere su quei corpi bislunghi per metterli a norma! Un corso di dizione e recitazione, forse anche di lingua italiana, perché chissà come si esprimevano quegli esseri. “Vermi”, le aveva definite il mio compagno Aldo Chiesa. Era stato precipitoso e crudele gettarle subito nel cesso. Forse col tempo potevano diventare artiste complete come prometteva la pubblicità, ma quanta fede bisognava avere per credere alla loro evoluzione!
Invece Mimì Desderi, oltre che molto bella, era già fatta, rifinita e con tutto il suo corredino vocale e gestuale già pronto.
Immaginavo la tournée. Io avrei viaggiato nel mio vagone personale di autore; sarei comparso ogni qualche replica in palcoscenico a ringraziare, e via per una nuova piazza.
e) Un’altra tentazione. Mimì Desderi era innamorata di me. Non mi sembrava probabile perché era più grande di qualche anno e già saliva con disinvoltura su automobili nere e lucide che io non avrei nemmeno saputo mettere in moto.
Ma le lusinghe sfuggono alla verosimiglianza e alla logica.
Mentre tenevo a bada le tentazioni, percepii accanto a me la presenza di Robert Schumann nel quale a quell’epoca tentavo di identificarmi; cercavo addirittura di stabilire qualche analogia fra le allucinazioni della sua malattia mentale e certe mie piccole fissazioni nelle quali vedevo l’annuncio di un Nuovo che avrebbe rigenerato la mia scrittura così anemica.
Di Schumann ascoltavo spesso il Carnaval, in particolare l’ultimo quadro, “Marcia dei difensori di Davide contro i Filistei”, là dove Davide ero io (supportato da qualche drammaturgo delle salette) e i Filistei nemici della cultura erano il regista Regazzoni, il poeta Mazzoleni che andava in giro con La Fiera letteraria sotto il braccio, il commediografo Cevenini che avvelenava le masse con le sue farse dialettali, il critico teatrale Gavioli responsabile di avere stroncato la prima messa in scena italiana delle Bonnes di Genet (“La commedia non approfondisce la problematica delle lavoratrici domestiche”), e tutta la filiera dei burocrati che decidevano a chi concedere i teatri.
Il campo dei Filistei costituiva, insomma, una solida maggioranza; lo stesso Robert Schumann mi sfidava provocandomi: puoi andare, se vuoi, la causa di Davide non sa cosa farsene di uno come te.Mimì Desderi non aveva fretta che le rispondessi; ordinava una spremuta, chiacchierava col barista, aggiornava l’agendina. Chiese infine un gettone per telefonare, scomparve per qualche minuto, poi uscì salutandomi con un “Ci sentiamo.” La sua proposta se n’era andata con lei. Oppure non era mai stata formulata. Uscii sul marciapiede, nessuna traccia di Mimì.

La bocca fiorita in un mezzo sorriso
E la sua fronte che si lascia leggere
come un libro aperto
Théophile Gautier, La Diva

– Fossi in te, andrei a parlare con Giorgio. Se vuoi, posso prenderti un appuntamento.
– Per dirgli cosa?
– Anche solo per uno scambio di idee. Gli parli di quello che hai fatto, dei tuoi progetti, non so…
Giorgio era Giorgio B*, l’appena insediato Governa- tore/Direttore dello Stabile di Bologna, che la Desderi poteva chiamare per nome da quando era diventata di fatto la prima attrice. Non l’unica; a volte la affiancavano le ali grigie di qualche primadonna, ma erano ombre che passavano veloci e sempre più sbiadite a ogni stagione; Mimì le accudiva come una nipote premurosa che spera di essere ricordata nel testamento della zia ricca. Da giovane previdente, si costruiva un passato di ricordi che avrebbe sfogliato molti anni più tardi nella Casa di riposo per Artisti Drammatici; già aveva incominciato a incollare in un album le prime immagini della sua carriera nelle quali sorrideva, con la protervia del fiore, accanto a Paola Borboni, Pina Cei, Misa Mordeglia Mari e tante altre; foto di scena, ma anche istantanee di vita quotidiana in camerino – attestati della sua precoce iscrizione a un club esclusivo di interpreti.
Al nostro terzo incontro, in lei non c’era più traccia della piccola attrice che saltellava da una compagnia all’altra; adesso aveva gambe solide e un buon tetto sulla testa, e come tutte le nuove padrone di casa ci teneva a mostrarmi il suo appartamento nuovo.
– Guarda che Giorgio non è come sembra. In città gli fanno la guerra per motivi politici; dicono che sa parlare solo di cifre, statistiche e abbonamenti, ma non hanno la minima idea di cosa sia un teatro pubblico, zotici e provinciali come sono! Certo, a lui non piacciono i venditori di fumo, gli autori che scrivono contemplando il proprio ombelico – quelli li sega subito… Ma è logico… se uno vuole costruire un teatro civile, impegnato… un teatro concreto, come dice lui… è inutile andare a proporgli degli spettacoli… non so… simbolisti, futuristi e cose
simili. La Desderi venne colta dal dubbio che il drammaturgo ombelicale mi assomigliasse. Aveva ragione, lo pensavamo tutti e due.
– … Comunque Giorgio è molto aperto verso i giovani autori. Abbiamo appena contattato il vincitore dell’ultimo Premio Riccione… cioè gli ha parlato lui, io lo accompagnavo..
– Pensa che ha solo ventidue anni, un ragazzo… Si chiama… Candini… Candiani…?
– Non so, non seguo il Premio Riccione.
– E sbagli. Tu scrivi bene, ma hai scelto una strada che non porta a niente; le cantine, i teatrini… è proprio un volersi tagliar fuori da soli. Se io sapessi scrivere come te parteciperei a tutti i premi teatrali. E andrei a parlare con Giorgio.
Perché insisteva tanto?
In un racconto di De Musset, una nobildonna veneta di alto casato s’innamora di un giovane pittore maledetto e pieno di talento, Pomponio Filippo Vecellio, figlio del grande Tiziano, chiamato prosaicamente Pippo dagli amici (che secondo me è una stonatura in un racconto costruito su una delicata ragnatela romantica). Non si capisce se la giovane ami più l’uomo o l’artista; forse il secondo, anche se in questi casi è difficile distinguere. Certo è che Beatrice Donati (questo il nome dell’intraprendente ragazza) agisce con un duplice intento: sedurre Pippo, recuperarlo alla pittura e restituire alla Repubblica Veneta un artista che si sta distruggendo col vino, le puttane, le bische e le risse.
La strategia di Beatrice poteva assomigliare vagamente a quella di Mimì Desderi, ma le discrepanze erano troppe.
Del mio eventuale talento, non poteva avere la minima idea. La mia vita era tutt’altro che dissoluta.
Mancava il movente amoroso.
Quanto a Bologna, non era una repubblica, stava benissimo con la sua rete di cooperative in espansione e non aveva nessuna passata grandeur da recuperare.
Forse Mimì voleva solo mettere alla prova il suo piccolo potere così come il fattore di un’importante azienda agricola fa costruire un nuovo recinto per le galline senza avvertire il proprietario.
Le dissi che ci avrei pensato, e preparai la partenza.

Capitolo ottavo
Che è poco più di un elenco di nomi.

Le anime volarono via dai loro corpi
– volarono alla beatitudine o alla dannazione;
e ogni anima mi passò accanto sibilando.
Coleridge, La ballata del vecchio marinaio

Nessuno sa con esattezza chi è, anche se ci pensa tutte le mattine. A maggior ragione non lo sapevano quegli anni così superficiali. Certo non pensavano che un giorno sarebbero diventati oggetto di convegni, tesi di laurea, inserti vintage sui rotocalchi; non potevano immaginare che le televisioni, tanti anni dopo, avrebbero setacciato gli ospizi alla ricerca di qualche testimone dei “mitici Sessanta” per restaurarlo e mandarlo a spegnersi nell’ultimo show fra le braccia di una conduttrice.
Io dico anni, in realtà sto parlando di uno in particolare. Oggi, tutti lo chiamano 1962, ma è una convenzione
Si dice 1962 e si crede di aver detto tutto. Quelle quattro cifre, apparentemente così semplici, erano solo una facciata dietro cui si intrecciavano eventi che facevamo fatica a collegare al nostro quotidiano. Eventi lontani e vicini. Il New Deal di Kennedy e il primo happening alla galleria de’ Foscherari; la morte di Mattei e il matrimonio a sorpresa della Dida Masetti, non ancora diciassettenne, con uno sconosciuto che l’aveva messa incinta al primo colpo.
In quel tempo, il mondo era smisurato e pochissimo esplorato; gli eventi giungevano a noi da un oceano farraginoso affiorando solo in parte. Non avevamo nessuna voglia di tuffarci in quelle acque dalla profondità incerta, preferivamo analizzare quello che ci riguardava molto più da vicino – la Dida Masetti, per esempio, e il Teatro Stabile, due istituzioni dai destini opposti: la prima era capitolata per mano di un avventuriero misterioso proprio mentre nasceva la seconda istituzione ad opera di una potenza estranea e imperialista che certamente ci avrebbe eliminati.
Le riunioni nelle salette si diradarono spontaneamente fino a che non spirarono del tutto con la naturalezza di chi muore nel sonno.
Quando i drammaturghi si incontravano, ormai solo per caso, alludevano vagamente a una stagione comune, ma molto lontana e malinconica come quelle trascorse al mare, da bambini, quando l’agosto poteva sconfinare serenamente nel settembre perché la scuola era ancora lontana.
I drammaturghi passavano la maggior parte del tempo chiusi in casa a fare congetture sul loro futuro, tentando, per quanto possibile, di prevederlo e di esorcizzarlo.
Giuseppe Bardi. Scriveva atti unici di un anticlericalismo tormentato.
Sposò una ragazza troppo vivace per lui, che morì in giovane età lasciandogli due figli. Schiacciato dal lutto e dalle responsabilità, Bardi cercò riparo nella fede e nella politica. Divenne consigliere comunale della Democrazia Cristiana, corrente Donat-Cattin.
Piergiorgio Sani. Antropologo culturale, il teatro lo interessava solo come strumento di divulgazione. Soggiornò per due anni negli Stati Uniti dove entrò in contatto con alcuni esponenti dei Black Panthers e incominciò a scrivere delle brevi pièce politiche. Durante la pubblica lettura di un suo testo, un attivista nero gli gridò che i bianchi progressisti come lui facevano cagare più di quelli del Ku Klux Klan. Tornato a Bologna, divenne un barone universitario fra i più inflessibili.
Gianni Bergamini. Fra i drammaturghi delle salette era il più marxista. Il suo dramma “Vita e morte del ribelle Barbanera” incominciava con l’entrata in scena di un capo partigiano ferito. “Cazzo!”, esordiva, “Valeva la pena di farsi ammazzare per finire insieme a questi merdosi?” (I fascisti che all’ultimo momento erano saltati sul carro dei liberatori) “Ma io ci piscio sopra!” Deponeva il mitra, voltava le spalle al pubblico, si sbottonava la patta e urinava su un muretto che doveva rappresentare l’abside di una chiesa.
Il Partito storse il naso. La linea togliattiana era chiara; con la Chiesa bisognava andarci piano: via libera alle polemiche con le alte gerarchie cattoliche, ma attenzione alla sensibilità delle masse cattoliche. Bergamini era ligio alla disciplina di partito, e dopo un serrato dibattito accettò di sostituire l’abside con un cespuglio rimediato all’ultimo momento. Anche se così, recriminava l’autore, la scena perdeva molto del suo impatto.
Morì prima di vedere la sua unica nipote, Tatiana Bergamini, eletta Miss Padania-Emilia Romagna, e poi deputata nella Lega di Salvini.
Pierino Delcolle. Era fissato con l’Opera di Pechino. Dopo aver visto La destituzione di Hai Rui aveva ripudiato tutto il teatro occidentale.
Lo incontrai un anno dopo che si era sciolto il gruppo dei drammaturghi. Lavorava per l’ufficio stampa del PSDI. “Visto che non si può fare la rivoluzione”, filosofeggiò, “tanto vale pararsi il culo.”
Mi confidò di aver sposato una donna molto più alta di lui ma di essersi pentito perché la casa era troppo piccola per tutti e due.
Ornella Lanfranchi. L’unica donna che frequentava saltuariamente il gruppo. Pittrice, aveva realizzato per noi qualche scenografia, sempre bestemmiando per la mancanza di soldi. Di famiglia facoltosa, poteva permettersi lunghi soggiorni a Parigi dove frequentava Novella Parigini. Una notte, la famosa pittrice le aveva mostrato, in estrema confidenza, alcuni scritti autografi di D’Annunzio da lei gelosamente custoditi. Ornella, insonnolita, disse che non gliene fregava un cazzo. Di qui, la rottura con la Novella e il ritorno a Bologna.
Raimondo Toscani Dell’Orto. Evitavamo di coinvolgerlo nelle nostre pubbliche letture perché plagiava le commedie di Aldo De Benedetti. Il rischio di sputtanamento era alto. Cercavamo di spiegargli che quella roba non c’entrava niente con la sperimentazione. Lui sorrideva senza ascoltare e sproloquiava di un teatro “leggero come lo champagne”. Gli piacevano quelle signore sinuose, fintamente ingenue, e quegli uomini di mondo che cadevano nelle trappole amorose come dei liceali. “Bisogna capire”, ripeteva, “sotto una superficie frivola, in quel teatro degli anni Trenta c’era un mondo pieno di valori.”
Gli sembrava una riflessione critica importante e si riprometteva di scriverne un saggio. “Ecco, sì…”, dicevamo noi, “è un’ottima idea”.
Si proclamava monarchico per ragioni di famiglia – ma liberale, precisava. Il craxismo gli fece scoprire di essere anche socialista e quando il PSI s’impadronì del teatro italiano divenne un manager itinerante. Non c’era regione in cui Raimondo Toscani Dell’Orto non fosse appena stato (o fosse sul punto di diventare) condirettore di un Teatro Stabile.
La rai gli commissionò la sceneggiatura per un documentario su Garibaldi.
Mario Arduini. Non si sa come, divenne amante di una primadonna in ascesa che scatenò un putiferio per farlo debuttare nella regia. Ma il regista non valeva nemmeno un quarto dell’amante, e la primadonna in ascesa gli saltò agli occhi fin dalle prime prove stroncando una carriera incerta e una passione che poteva durare ancora qualche mese.
Santo Musumeci. Ogni scenografia gli sembrava uno sfarzo scenico che lo mandava in bestia. “Cosa cazzo mi rappresentano tutti quei mobili? Siamo mica nel negozio di un antiquario! E quegli alberi dietro le vetrate? Me ne fotto se sono i ciliegi della minchia di Cechov, non servono!” “Datemi due riflettori, un praticabile e un attore”, minacciava, “ve lo faccio vedere io il grande teatro!” “Brecht!”, concludeva, come un imperativo e un anatema. Il tempo lo rabbonì. Si dedicò al teatro per l’infanzia. Le madri lo guardavano con sospetto, ma i bambini ridevano molto.
Flavio Manunza. Essendo poeta, si sentiva in dovere di scrivere teatro in versi. Noi tentavamo di dissuaderlo. “Non se ne parla”, rispondeva, ” è una questione di coerenza.” Quando uscì il teatro completo di Mario Luzi, smise e non pubblicò nemmeno la sua annuale raccolta di poesie.
Aldo (“Dado”) Fantinel. Compilava drammi storici ambientati a Bologna documentandosi per mesi in biblioteca. Per puro caso, vide uno spettacolo del Living theater, credo fosse Mysteries. La violenza che si sprigionava da quei corpi silenziosi lo aveva lasciato tramortito, al punto che era rimasto seduto da solo nella piccola platea quando tutto il pubblico era sfollato. Dopo molto tempo – così gli parve – si stropicciò gli occhi come uscendo da un sogno e si trovò di fronte Julian Beck che lo guardava incuriosito e gli chiedeva: «E tu cosa ci fai qui?.» Il turbamento fu tale che Fantinel non ricorda il seguito; probabilmente rispose qualcosa come: «Non so… io voglio soltanto seguire te, maestro.» Scomparve per anni. Di lui giungevano rare notizie. Si diceva che peregrinasse insieme alla tribù del Living con il compito di gestire le sostanze, visto che aveva una laurea in medicina.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156

Le scimmie di mare feuilleton. 6ª puntata

Capitolo quinto
Sugli imprevedibili mutamenti di clima e di umori in una tranquilla città.

Il Puer non vuole mai essere cacciato dall’Eden, perché là conosce il nome di tutte le creature, perché là i frutti crescono sugli alberi e basta allungare la mano e coglierli.
James Hillmann, Puer aeternus

Il sonno del poeta era lo stesso in cui giaceva la città: una polverina impalpabile proveniente dal colle di San Luca e pompata da un respiro regolare, si insinuava fino nei vicoli più stretti, nei portoncini più inchiavardati, nelle serrature più sgangherate degli umili, ma si spandeva anche nelle belle piazze accoglienti e lungo le vie più ariose e passeggevoli. Sollecita e democratica, la polverina del sonno non si negava a nessuno, per il godimento sia individuale sia collettivo, perché niente è più confortante del vivere in una comunità adagiata nello stesso unico giaciglio protetto da una cinta di mura medioevali.
La polverina non aveva effetti indesiderati, il sonno che generava era leggero e di ottima qualità, così che i bolognesi potevano svolgere le loro incombenze come se fossero svegli – anzi, quello stato di sopore sviluppava in molti un incosciente ottimismo: gli imprenditori creavano le loro piccole imprese anche senza capitali, i letterati fondavano riviste d’avanguardia piluccando sovvenzioni alle poetesse anziane, i nottambuli si arrampicavano sulle guglie gotiche per stupire gli amici. Tutti pensavano che nessuno si sarebbe fatto male davvero; esisteva il sentimento dell’abisso, ma l’eventuale caduta sarebbe stata solo una parentesi, l’apnea di un istante, come sulle montagne russe, quando la carriola, dopo una noiosa salita da beghina, ti precipita in un terrore ridicolo prima di ritornare alle colline del tran tran.
Sui giovani drammaturghi la polverina agiva con più forza che sugli altri abitanti. A volte sembrava che qualcuno fosse consapevole di quell’aura di sonno e confessava: «Non so perché, ma da qualche tempo mi vengono solo delle commedie oniriche.»
L’onirico, di solito, erano i morti, parenti litigiosi che il drammaturgo ripescava dall’aldilà per riprendere antiche beghe familiari, oppure giovani della Wehrmacht caduti sulla linea Gotica coinvolti in drammatiche storie d’amore .
Questi nazisoldati erano sempre problematici: che colpa ne avevano se a dieci anni erano stati inquadrati nella Hitler- Jugend? Avevano incominciato ad aprire gli occhi dopo l’incontro con una ragazza italiana molto bella (a volte staffetta partigiana). Ma la storia non poteva durare più di tanto perché una granata veniva a interrompere l’amore e la presa di coscienza.
I giovani nazisti quasi redenti erano immersi in flash back a forti tinte, con le bende intrise di sangue, le trincee, le mitragliatrici, i botti che simulavano le bombe e la truppa che correva avanti e indietro per la scena gridando: «Achtung… Schnell… Schnell!» – e poco altro, visto che l’autore non masticava il tedesco, ma non aveva importanza perché non è che sotto le bombe si possono fare tanti monologhi.
Poi la battaglia s’interrompeva di colpo, i soldati smettevano di correre avanti e indietro e si pietrificavano come statue (per significare che erano tornati alla loro condizione di morti).
«Ma non così stravaccati, non siete mica al bar!”», gridava il regista. «Più tensione!… Serrare le chiappe!… Non fate i furbi, si vede benissimo che siete molli! L’attore deve stringere il buco del culo, quante volte ve l’ho detto!… Voglio dei corpi dilavati, calcinati dalla guerra!.»
E ancora rientrava in scena la ragazza italiana che si avvicinava al soldato tedesco, sospettosa ma democraticamente aperta al dialogo.
Le attrici giovani si trovavano a loro agio nei flash back e nell’onirico (che a teatro sono spesso la stessa cosa). Il nero sfilava le loro silhouette, e l’onirico le snelliva spiritualmente. Invece gli attori maschi erano a disagio in quella rarefazione.
Il peggio era quando si organizzavano delle prove aperte per qualche classe di liceali in libera uscita; bastava un titolo come L’uccellino azzurro, di Maeterlinck, per attivare eccitazioni nascoste sottopelle.
Stimolato dalla platea adolescente, il regista si esibiva e infieriva sugli attori maschi:
– No, guarda, non ci siamo… Ti sento ancora troppo presente, come dire?, sei troppo qui… Tyltyl e Myltyl sono due fratellini che si avventurano in un mondo fantastico alla ricerca di un uccellino introvabile… Due creaturine disegnate da una matita leggera leggera…
– Troppo qui in che senso?
– Troppo presente, troppo massiccio! Guarda come tieni quei piedoni piantati sul palcoscenico! Cerca di essere più altrove… Quanto pesi?
– Ottantasette.
– Non c’è niente da fare, si vedono tutti. Manca l’illusione… Il pubblico dovrebbe credere che ne pesi la metà. Anche la voce è tanta, troppa, non siamo mica alla Scala… Tyltyl, il tuo personaggio, è un bambino che si perde in un mondo incantato con la sorellina. Io vorrei chiudere gli occhi e sentire due voci sottili come sonaglini… (Recitando, in un falsetto impudico): Myltyl?… Myltyl…? Dimmi, Tyltyl…» Senti? Dev’essere tutto un cinguettio. In questo spettacolo, i veri uccellini siete voi. Su, riprendiamo…
Consapevoli che i loro corpi così padani non si sarebbero mai alleggeriti di un etto, gli attori lavoravano di lima sulle voci cercando di assottigliarle, di renderle simili a quelle delle colleghe che al regista piacevano tanto, ed era tale l’impegno che i loro nasoni finivano per appuntirsi come becchi e gli occhi diventavano vitrei.
«Siete inguardabili», diceva il regista.

Ora l’Umanità è tutta agitata, di notte come di giorno, un impellente, spaventoso stato di veglia sfavilla i sensi eccitati.
Stephan Zweig, Il mondo senza sonno.

L’interruzione del sonno cittadino non giunse improvvisa come quelle che ti fanno saltare sul letto. Per qualche tempo il risveglio fu preceduto da un brontolio appena percepibile. Qualcuno che aveva le orecchie fini disse: «Secondo me viene dal nord.» Tutti si strinsero nelle spalle: «E con questo? Qui a Bologna siamo in ottimi rapporti con il nord. Molti pensano addirittura che il nord siamo noi.»
Mentre il brontolio diventava ogni giorno più percepibile, la polverina del sonno prese a scarseggiare; come una terra da vigna troppo spremuta, il colle di San Luca stentava a mantenere lo standard di produzione. La stessa Madonna del santuario, quella volta all’anno che scendeva in città, non sorrideva più come nel primo dopoguerra; si vedeva che per lei quel fine settimana in duomo era un supplizio che accettava per puro senso del dovere.
Quando anche ultime scorte di polverina incominciarono a calare si dovette ricorrere al razionamento e i bolognesi furono costretti a passare molte ore della giornata in uno stato innaturale di veglia.
Apparentemente la vita quotidiana si svolgeva come sempre, ma l’assenza della polverina del sonno rendeva nevralgico ogni contatto. I coniugi, improvvisamente imbizzarriti, si saltavano agli occhi per una parola fuori posto; bastava un niente, e la zuppiera della domenica fumante volava contro il muro che si riempiva di schizzi e chiazze grondanti un sugo macabro. Sui luoghi di lavoro, l’uscita dall’ipnosi abituale metteva a nudo la durezza degli imprenditori e la rabbia dei sottoposti, fino a quel momento inconsapevoli. I vecchi padroni dai bianchi capelli non distribuivano più le pacche emiliane sulle schiene degli operai; entravano nel piazzale con l’Alfa a tavoletta e se arrotavano qualcuno scendevano tirando madonne e verificavano i danni alla carrozzeria.
Un’asprezza dolorante si era impadronita di tutti i centri vitali della città. Nei pubblici locali, nei caffè, nelle pasticcerie, nei night club, ci si andava solo per attaccar briga: sul servizio che faceva schifo, sui prezzi delle consumazioni (una rapina da arresto immediato); perfino le entraineuse, quelle stesse che fino a una settimana prima spalancavano con le loro manine le porte del sogno, sembravano vecchie battone da rifilare al terzo mondo come faceva la Olivetti con le macchine per scrivere riciclate.
Nei mercati, i pescivendoli e i verdurai minacciosi andavano sotto il naso delle clienti impugnando capitoni e cavoli:
«… E questo secondo lei non sarebbe fresco? Lo ripeta!…»
Ai quali le signore tenevano testa: «Ho sempre pensato che lei fosse un farabutto, oltre che una bestia! Adesso chiamiamo i vigili.» – perché le difficoltà della veglia forzata avevano contagiato anche i modi della buona borghesia.

Poi, mentre dormivo, avvenne il cambiamento.
H.P. Lovecraft, Dagon

Quasi nessuno era abbastanza lucido per interrogarsi sulle cause di quel turbamento collettivo. Pochi, azzardando, le facevano risalire a una recente eclissi totale di sole dalle conseguenze imprevedibili;
Antonioni ne aveva tratto ispirazione per uno dei suoi film peggiori;
qualche temerario aveva sfidato il fenomeno senza gli appositi vetrini e ci aveva rimesso gli occhi;
una dozzina di depressi si erano tolti la vita convinti di essere sprofondati nel buio eterno;
non erano mancate clamorose di grandi delinquenti;
molti animali domestici, durante i pochi minuti dell’eclissi, si erano trasformati in belve feroci – una sindrome che aveva colpito anche diversi bambini.
Dunque, si congetturava, era possibile che l’eclissi avesse determinato, oltre ai noti fatti di cronaca, anche quell’aggressività diffusa che ammorbava la vita cittadina.
Ma gli unici che leggono in trasparenza il presente per cogliervi i primi filamenti del futuro sono sempre gli artisti, così i teatranti erano sicuri che la spiegazione fosse un’altra: l’eclissi non c’entrava niente: da qualche tempo incombeva su Bologna la grande ala di un’Entità il cui nome veniva pronunciato con timore da tutti, artisti e profani: il Piccolo Teatro di Milano.
Erano spuntati in città i suoi primi Ispettori. Cercavano di non farsi notare ma saltavano agli occhi i loro gabardine beige volutamente stropicciati e le camicie azzurre su cui risaltavano i rigoni delle cravatte regimental, viola e arancione, fragola con verde e nero, blu notte tagliato di zabaione, e altri cromatismi che facevano dire ai bolognesi: «Quello lì, o è un cretino o è qualcuno che conta.»
Gli Ispettori guardavano spesso l’orologio, non vedevano l’ora di terminare la loro missione per tornare a Milano. Guardavano l’orologio anche quando un critico del Comune li guidava in una visita istituzionale nelle sale della Pinacoteca; gli sorridevano come a un brav’uomo e intanto lo sospingevano nella sala seguente.
«… La pittura dei Carracci contribuisce in modo determinante all’uscita dalla crisi del Manierismo…»
«Va bene, va bene… Qui avete anche del Guido Reni, vero?»
«Sì, certo…»
«Allora passiamo a Guido Reni, che è tardi.»
Anche i ristoranti li innervosivano. Sceglievano con una certa diffidenza i più esclusivi e scorrevano in fretta le colonne delle gramigne e degli strichetti, delle cotolette e delle galantine, ma alla fine ordinavano sempre un piatto di bresaola, a quei tempi sconosciuta fuori Milano. Di fronte allo sgomento del cameriere, e al gestore che andava a scusarsi tagliavano corto:
«Va bene, va bene… Ci porti due fette di ananas.»
Gli Ispettori si spostavano sempre in coppia, anche quando scivolavano con discrezione nei piccoli teatri della città (il vero obiettivo della loro missione). Sedevano sempre in ultima fila. Spesso li accompagnava un partito, il PCI o la DC, o il PSI, a rotazione.
Gli attori si accorgevano subito se in platea sedeva qualche Ispettore; a parte le cravatte li si notava perché tenevano sempre a portata di mano una penna e un taccuino. Dal palcoscenico, gli attori non li perdevano di vista (nel caso prendessero appunti o addirittura annotassero qualche nome!), e finivano per recitare peggio del solito, ma erano patemi inutili, perché gli Ispettori non trovavano mai niente di interessante da annotare e quello che pensavano se lo comunicavano con certe occhiate in milanese stretto, indecifrabile nella penombra.
Quando gli Ispettori rientrarono al Piccolo di Milano e lessero la loro relazione sulla vita teatrale a Bologna, Paolo Grassi impugnò il suo tagliacarte d’argento e disse solamente: «Vabenevabenevabene.»
Tutti si alzarono e uscirono perché quello era il segnale di fine riunione.
Gli Ispettori sapevano stare al loro posto. Il teatro l’avevano sotto gli occhi tutto il giorno ma non potevano assaggiarlo, come i fattorini delle pasticcerie che vedono le torte solo nelle vetrinette dell’esposizione.
Per quanto abituati alla irrilevanza, gli Ispettori si sarebbero aspettati qualche parola di apprezzamento, almeno pro forma, ma in quel caso la loro relazione era solo decorativa; sarebbe stata inviata al Ministero dello Spettacolo per buon peso, insieme a molte altre carte inutili.
Perché tutto era stato deciso altrove.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata http://5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token

Gaetano De Virgilio, Francesco Piccolo – L’animale che mi porto dentro (L’indice dei libri)

“Nell’adolescenza, ad un tratto, non si può sapere con esattezza quando, arriva il momento in cui si dorme assieme ad una ragazza, vicini, per una notte intera. Per tutto quel tempo, con timidezza e accortezza, si mette in atto uno dei procedimenti erotici che porteremo sempre con noi, anche quando l’adolescenza sarà conclusa. Il metodo è questo: fare delle cose facendo finta di non farle, e dunque sfiorare, premere, spingere facendo finta di non sfiorare, di non premere, di non spingere.”

Leggi l’articolo: https://www.lindiceonline.com/letture/narrativa-italiana/francesco-piccolo-lanimale-mi-porto-dentro/

Le figurine di Radiospazio. Essere vivi

Son viva — credo —
i rami sulla mia mano
sono pieni di convolvolo
e sulla punta delle dita
il carminio pizzica
e se tengo un vetro
sulle labbra, si offusca
per il medico segno che respiro.

Sono viva perché
non sono in una stanza
in genere il salotto
dove arrivano i visitatori
si inchinano, guardano di lato
poi dicono “quanto è fredda”
o “era cosciente” quando entrò
nell’immortalità?

Son viva perché
non ho casa di mia proprietà
dedicata solo a me
destinata a nessun altro
con su scritto il mio nome di ragazza,
perché chi viene a trovarmi
riconosca una porta
e non provi con una chiave sbagliata.
Com’è bello essere vivi!
Com’è infinito essere
vivi due volte: sono nata un tempo,
e ora rinasco in te!

Le scimmie di mare feuilleton. 5ª puntata

Capitolo quarto
Che è piuttosto breve perché i fatti di cui tratta non necessitano di approfondimenti.

Vorrei che tu mi armassi la mano per incendiare il piano padano.
Antonio Delfini, Per andare in Paradiso col mio cuore

In quei tempi fece furore l’incipit di un dramma in versi che s’intitolava Il sangue delle nuvole. L’autore proveniva anche lui dalle salette calcinate. Era un marxista-darwinista-dannunziano con la corporatura di un pugile in pensione che fantasticava di essere stato fino a qualche anno prima un giovane leggiadro e di membra armoniose.
Dopo una lenta panoramica di sfida alla platea, salì sul palco impugnando il copione e tromboneggiò:
«Fu una sera di maggio, sul sagrato/ che una fanciulla mi parlò del suo mestruo.»
Seguì una pausa interrotta da una risata dell’autore che voleva essere quella di un demone scettico e demente. Il seguito l’ho dimenticato, come tutti i presenti, perché fu oscurato da quei primi due versi (che è poi la sorte di quasi tutti i poemi).
Bologna, la mia città di allora, era molto permeabile. Quell’incipit, non si sa come, fuoruscì dalla conventicola e prese a diffondersi entro il perimetro delle vecchie mura trainando il suo drammaturgo, il marxista-darwinista- dannunziano, che nel frattempo, insieme ad altri, era diventato anche parasurrealista.
Le famiglie medio-signorili sentivano ripetere che in quegli anni Sessanta appena iniziati spirava il vento di un Nuovo non meglio precisato e videro nell’autore dell’incipit mestruale una specie di Giovanni Battista. Lo avrebbero preferito più presentabile, ma gli aprirono le porte delle loro dimore che ancora non conoscevano l’essenzialità del design giapponese promosso da Dino Gavina.
L’ombelico di quelle case era il bar all’americana, che custodiva numerose bottiglie di cristallo intagliato di Boemia, ciascuna con la sua targhetta in ottone: Cognac, Coca Buton, Whisky, Grappa alla ruta, Amaretto di Saronno, Calvados, Doppio Kummel.
Il marxista-darwinista-dannunziano e fresco parasurrealista se le ciucciava senza favoritismi. Intervallava i cicchetti con grandi manate sulle cosce, sue o della vicina di divano:
«Ma qui non c’è niente da mangiare, perdio? Queste schifezze hanno ridotto il mio stomaco a una fogna che sta per traboccare!»
Allarmate, le padrone di casa correvano al frigorifero, ma il Battista le raggiungeva subito, preferiva rovistare lui e arrangiarsi da solo. Tornava dalla cucina impugnando lunghe fette di salumi che depositava direttamente nella gola attraverso le fauci spalancate. Momentaneamente placato, declamava Lautréamont:
“Oh, com’è dolce strappare brutalmente dal suo letto un bambino che ancora non ha niente sul labbro superiore!…”.
Poi passava a Gottfried Benn: “Distruzioni/ ma dove non c’è più nulla da distruggere,/ persino le rovine invecchiano/ fra piantaggine e cicoria”.
Gli piaceva il suono della parola piantaggine, molto meglio del tedesco wegerich.
(Breve excursus: anticamente, con la piantaggine ci curavano le emorroidi).
Quel nazista di Benn – diciamo le cose come stanno – se ne intendeva di distruzioni (sarcastico). Ma Benn era anche un poeta, non bisognava mai dimenticarlo (severo).
– Lei lo avrebbe impiccato?» – Io? …Chi?
– Gottfried Benn.»
La padrona di casa si torce le mani. Il suo marito inutile traccheggia – niente di nuovo, ha fatto sempre così nei momenti difficili della loro vita. Ma questa volta è innocente, nemmeno lui ha mai sentito parlare di Ben, un poeta nazista evocato da un marxista-darwinista eccetera.
Non era finito il dopoguerra? Non era tutto sistemato?
C’è uno sgomento fresco e insolito negli occhi dei due coniugi che si cercano dopo chissà quanti anni.
Dialogo muto di anime nude.
Ma il poeta ebbro se ne fotte dei palpiti coniugali e assedia la padrona di casa con D’Annunzio:
“O pantera flessibile da li occhi ove brucia il desio/ ei t’avvinghi pei fianchi, là, come un gladiatore/ e su l’erba t’inchiodi…
Il marito s’intorbida, più di imbarazzo che di gelosia. L’ombra del Drago ha già coperto una buona metà di sua moglie. È congelato sul da farsi. In tanti anni di inutile apprendistato alla vita nessuno gli ha mai detto come ci si comporta in casi come questo. Fruga tra i suoi ricordi cinematografici. Il magazzino è scarso, sono svaniti tutti nel momento del bisogno. Alla fine trova in un angolo “La fiamma del peccato”, con Barbara Stanwick che seduce un assicuratore perché l’aiuti far fuori il marito e a vivere di rendita – suggestione fuori luogo, sua moglie è una sempliciona, una donna di pasta più frolla che omicidiaria…
Passa nel reparto commedia. Cary Grant.
Ecco, sì, Cary Grant stamperebbe un elegante cazzotto sul muso del Drago, lo getterebbe giù per le scale e rientrerebbe aggiustandosi i gemelli. Il marito rabbrividisce all’idea e torna di corsa alla realtà; siamo a Bologna, ragazzi, non a Hollywood, qui si pratica l’arte della mediazione. E poi lui patisce il contatto fisico. Anche con sua moglie, figurarsi con un poeta ebbro. Ma non ce n’è più bisogno, l’Ombra è scivolata via. La moglie si ricompone le pennette sul davanti.
Dalla poltrona verde, dove giace a gambe spalancate, l’Ombra esala i suoi due versi famosi:
«Fu una sera di maggio, sul sagrato/ che una fanciulla mi parlò del suo mestruo.»
Lunghissima pausa che solo la padrona di casa interrompe: «E poi?»
Si è mai sentita una domanda più inopportuna? Sono cose
che non si chiedono; se il poeta tace, avrà le sue ragioni. Solo una sciocca come lei può pretendere di capire tutto. Il marito sbircia gli invitati ancora seduti al tavolo che giocherellano con gli avanzi nei bianchi piatti Wedgwood – non sono comparsi fino ad ora nel racconto in quanto figuranti collaterali e illetterati. Però sogghignano.
Fortunatamente il poeta non se ne è accorto, perché dorme.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138

Il nostro piccolo Sherlock Holmes

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“Ognuno di noi ha nel suo cervello uno Sherlock Holmes in miniatura. Il suo compito è “ragionare all’indietro” da ciò che possiamo osservare nel momento presente e dimostrare quali serie di cause comuni hanno portato a determinati effetti particolari. L’evoluzione ci ha dato uno “Holmes interno” perché il mondo reale è pieno di storie (intrighi, trame, alleanza, relazioni di causa ed effetto) ed è bene riconoscerle. L’attitudine narrativa della mente è un essenziale adattamento evoluzionistico che ci consente di esperire la nostra vita come qualcosa di coerente, ordinato e dotato di senso, e non come un caos travolgente. Ma la mente narrante è imperfetta. Dopo quasi cinque decenni di studio sull’omuncolo affabulatore che risiede nel cervello sinistro, Michael Gazzaniga è giunto alla conclusione che questo omino, pur con tutte le sue innegabili virtù, può essere un saputello supponente. La mente narrante è allergica alle incertezza, alla casualità, alle coincidenze. È assuefatta ai significati, e se non riesce a trovare degli schemi significativi nel mondo esterno, cercherà di imporveli. In parole povere è una fabbrica che, quando può, produce storie vere ma quando non può sforna menzogne.”

.Jonathan Gottschall, L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno resi umani,
Bollati Boringhieri, Traduzione G.Divero

Le figurine di Radiospazio. Sbronze ferroviarie

L’uomo si mise a sedere vicino a lei. 
 – Non toccarmi, o mi sentirò male. Era meglio se tornavo nel mio scompartimento.
L’uomo si mise la vestaglia e versò due bicchieri di whisky.
– Prendilo come medicina.
Alzarono i bicchieri. L’odore del whisky la prese alla gola e sentì che fisicamente non ce l’avrebbe fatta ad ubriacarsi.
Vieni a SanFrancisco con me e andremo insieme a Monterey e mi accorderò con Leonie per ottenere il divorzio.
– Ma io sono fidanzata, disse piuttosto fiaccamente la ragazza.
– Non lo ami. Non avresti potuto fare quello che hai fatto stanotte, se tu lo amassi.
– Ero sbronza, – disse lei monotona, a bassa voce.
– Una ragazza come te non si lascia prendere da un uomo solo perché è ubriaca.

Le scimmie di mare feuilleton. 4ª puntata

Capitolo terzo
Nel quale fa il suo ingresso un personaggio apparentemente collaterale (ma chi può dire quali sono gli incontri davvero importanti della vita?)

Il potere di questa donna è terribile; non ha che da fare un gesto, e la sua volontà si compie; basta che dica: quest’uomo mi irrita, e quest’uomo sparisce dalla scena del mondo.
Pétrus Borel, Madame Putiphar

La Lettrice comparve all’improvviso e senza una ragione apparente. Non fu proprio un’imboscata – certo mi colse in un momento delicato, forse il più delicato, quello in cui un drammaturgo è impegnato a borbottare compiaciuto il suo copione. Per di più, stavo rileggendo uno dei passaggi più fatui del mio testo, la prova microfono del conduttore televisivo Slim, che raccontavo in versetti.
La voce di Slim scende giù in basso, spolpando la cronaca all’osso
insinuandosi in ogni rececsso
palpeggiando ogni privato abisso
di ogni singolo spettatore. Questo è il segreto
di Slim sommozzatore.
– Allora, va bene la voce? – Cazzo se va bene:
sono già svenute in quattro: una panettiera
un’ostessa
un’avvocatessa
e una pitonessa della televisione di quartiere.

La Lettrice scosse il capo con grazia: «Non m’intendo di teatro.»
Sorrideva indulgente. Se Julia Kristeva finisse, non si sa come, nella giuria di un concorso letterario per i ragazzi delle banlieue, sorriderebbe allo stesso modo.
Era una Lettrice nera. Come genere, dico; non di un nero integrale, perché sulla sua figura c’era qualche schizzo di colore, una cintura rossa morbida e un gilè di pizzo su cui fiorivano ranuncoli verdi. Anche il rossetto era verde. Forse si dedicava alle scrittrici nordafricane. Forse con alcune era anche in corrispondenza. Forse organizzava circoli di lettura ad alta voce.
Queste mie congetture eludevano le questioni più importanti.
Ci eravamo mai conosciuti? Perché si trovava nella mia stanza? Come in certi gialli di Ellery Queen, la porta chiusa dall’interno non presentava segni di effrazione. Non poteva essere entrata. Forse era stata sempre annidata lì, e soltanto quella mattina ne avevo registrato la presenza: era possibile, considerando la mia capacità di ignorare le cose che non m’interessano – per alcuni anni ero riuscito a non vedere due grandi quadri appesi proprio di fronte alla porta d’ingresso.
Lettrice stava alle mie spalle, aveva indossato un paio di occhiali dalla montatura rossa e si concentrava sullo schermo del computer.
Mi sentii in dovere di spiegarle. Il testo che stavo scrivendo non era tutto così. Alcune parti davano sullo stupido, ma almeno non erano in versi. Provavo a rassicurarla: di solito non giocavo con le strofette e le allitterazioni, ma il soggetto pop di quella pièce mi aveva preso la mano: un tycoon paranoico che si allea con una crudele prostituta giapponese per spacciare sui mercati mondiali gli occhi dei tonni.
«Non si preoccupi, non ha importanza», sorrise.
«Credo che si intitolerà Occhi di tonno.»
«L’avevo immaginato.»
Per la Lettrice, quasi nulla aveva importanza e in particolare ciò che mi riguardava. Tutte le parole che avevo letto e tutte quelle che avrei potuto scrivere se le era già immaginate. Ne ebbi la conferma nei giorni seguenti. Girellava per la stanza, sceglieva un libro a caso dagli scaffali, sfogliava qualche pagina e annuiva con un sorriso che significava: «… Come prevedevo!»
Sedeva su una piccola poltrona di fronte al mio tavolo e mi osservava con la pazienza di una donna che ha alle spalle un passato straordinario e troppo complesso per essere raccontato, soprattutto a uno come me.
Mi sorvegliava come un’istitutrice esperta che incoraggia i suoi bambini ma non scommette mai su questo o su quello perché sa bene quanti se ne perderanno per strada – pratica- mente quasi tutti.
È molto difficile scrivere sotto il tiro di due occhi prensili che aspettano soltanto di leggere, così in breve imparai a far solamente finta di lavorare a quegli Occhi di tonno che avevano provocato la repulsione della Lettrice – e quindi, in me, la vergogna per essere stato sorpreso nella flagranza di un atto letterariamente impuro:
La voce di Slim scende giù in basso,
spolpando la cronaca all’osso
insinuandosi in ogni recesso…

Avrebbe potuto dimenticare, la mia dirimpettaia, il ghigno di quei versetti? Certamente no. Sembrava il tipo che prende tutto sul personale: capacissima di pensare che li avevo scritti contro di lei, per sfregio.
Quando alzavo la testa dal mio lavoro simulato provava ad avviare qualcosa di simile a una conversazione:
«Ha letto Macchinosi passaggi a vuoto, di Mario Pellegrini?»
«… Credo di no»
«È un romanzo molto psicanalitico. Pellegrini cura quasi maniacalmente la psicologia dei suoi personaggi.»
«Non lo conosco.»
«Dovrebbe leggerlo. In teatro la psicologia dei personaggi è la chiave di tutto, no?»
Potevo risponderle che per me i personaggi erano solo delle escrescenze procreate da un unico grumo indecifrabile e maleodorante? No, non potevo, le lettrici di questo genere hanno il disgusto facile.
Mi ero sempre tenuto lontano dalla macchina che sforna i personaggi. La immaginavo come un enorme paiolo, collocato chissà dove, che da tempo immemorabile bolliva una broda in cui piovevano detriti sentimentali, freudismi, autoanalisi, confessioni, retropensieri, verità inconfessabili, insomma tutti gli ingredienti di quella sbobba che viene chiamato psicologia del personaggio. Non so per quale processo chimico quelle sostanze si combinavano e lievitavano finché non assumevano forme di varia grandezza, dal metro e cinquanta al metro e novanta. Quando raggiungevano una dimensione umanoide si staccavano e risalivano in superficie.
Questi, per come li conoscevo io, erano i personaggi: mamozzi inerti che mi giravano per casa.
Fumavano e si esprimevano a monosillabi. Forse aspettavano istruzioni. Ogni tanto gettavano un’occhiata fuori dalla finestra, allora subito cercavo di rianimarli come quegli in- segnanti che cercano di vivacizzare la lezione in tutti i modi. La finestra: il paesaggio che vedevano era solo la minima parte di un mondo formato da mari, montagne, pianure e città nelle quali erano sparsi miliardi di uomini e un numero imprecisato di teatri.
«Ah, ecco!…» dicevano i mamozzi.
Solo questo. E aspettavano. Che cosa? Che li aprissi in due per sondare la loro complessità?
All’inizio ero caduto nella trappola. Appena arrivavano, me li studiavo da ogni parte. Li assillavo con una quantità di domande. Cercavo traumi passati, malinconie sommerse, fragilità, pulsioni, e magari anche qualche episodio oscuro, ignoto a loro stessi.
Tutto inutile, erano vuoti come neonati. Così grandi e grossi non sapevano far niente. A volte, qualcuno mi fissava con un’intensità insolita e subito io mi illudevo come uno scemo che quell’involucro di uno e ottanta fosse meno vuoto degli altri, invece voleva soltanto scroccare l’ennesima sigaretta.
Un giorno, decisi di farla finita con la psicologia dei personaggi. Mi sentii sollevato. Continuavo a usarli, natural- mente, perché purtroppo erano necessari, ma avevo imparato a non farmi fregare. Quando ne arrivava uno nuovo, gli davo un’occhiata sommaria e lo spedivo insieme agli altri in una stanza che avevo adibito a deposito. Per non finire subito nel mucchio, alcuni facevano i furbi e mi mostravano una scheda con un breve profilo psicologico sul genere di: “Raimondo, trentacinque anni. Carattere pensoso tendente allo spleen che maschera con una conversazione brillante. Talvolta riaffiora in lui il bambino di tanti anni prima…” Non ci cadevo più, il mio cuore si era indurito. Nonostante le proteste, anche quel ruffiano finiva nello stanzone con tutti gli altri Raimondi e i loro bambini interiori.
La voce del mio brusco cambiamento nei rapporti con i personaggi si diffuse fra i teatranti dei dintorni. Alcuni incominciarono a parlare senza mezzi termini di maltrattamenti. Non avevano tutti i torti, qualche volta perdevo il controllo sul serio.
Mi accadde con un personaggio femminile, anche lei col suo foglietto di presentazione: “Assunta, venticinque anni. È vestita da popolana con qualche pretesa di eleganza. Capelli rossi, grandi occhi neri”. Non era un profilo peggiore di tanti altri, ma mentre lo leggevo Assunta ebbe l’infelice idea di intonare a bassa voce “Jesce, jesce sole!”. Voleva solo farmi sentire la sua vocina intonata, povera ragazza, ma reagii male, stracciai la scheda e la trascinai nello stanzone comune senza dir niente. Mi dispiaccio ancora oggi di quell’eccesso dovuto all’esasperazione.
La Lettrice aveva aspettato che uscissi dalle mie divagazioni. «… E Un soffio di cenere, di Donata Rossetti, lo ha letto?» «No.»
«L’ho finito ieri.»
«Psicoanalitico anche questo?»
«Sì, ma con un taglio molto diverso rispetto a Pellegrini. Psicanalitico-malizioso, direi. A incominciare dall’incipit, che è divertente. ‘Snella e arruffata, Delia stava sbucando dal caposcala con in mano una tazza di tè. La sua vestaglia gialla, priva di cintura, era lievemente sollevata sul retro da una dolce arietta mattutina…’»
«Che memoria.»
«Veramente questa immagine dovrebbe appartenere alla memoria comune, in un certo senso.»
La Lettrice sottolineava molto i corsivi, un artificio che le veniva spontaneo. Forse certe parole le pensava direttamente in corsivo.
Ma io non le sembravo abbastanza divertito, questo la indispettì.
«Ho solo detto che è una trovatina graziosa, non un capolavoro! Forse non se n’è accorto, ma Delia compare in cima alle scale proprio come Buck Mulligan nell’Ulisse: lui regge una ciotola piena di schiuma da barba, lei, invece, una tazza di tè. Mi divertiva il calco joyciano in chiave ironica, tutto qui!»
Non mi venne da rispondere niente.
Nemmeno questo le fece una buona impressione.
La Lettrice aveva una predilezione per gli incipit, credo che le piacesse anche la parola. L’incipit era il semino (lo disse abbassando appena gli occhi) che conteneva virtualmente l’intera storia. Lei la pensava proprio come Malamud: “Storie, storie, storie. Non esiste altro!”. «Altrimenti è solo stile, aria fritta», aggiunse di suo. Detestava gli autori del nouveau roman, che praticavano la strage programmata delle storie. Per informarsi, ne aveva letti un paio, ma le davano una sofferenza quasi fisica: «Sa cos’è? Mi fanno pensare a quei pittori che non riescono a dipingere le persone, così dipingono sedie.»
Si rabbuiò leggermente: purtroppo in certi casi il semino non germogliava; un suo amico molto caro (solo amico, precisò abbassando ancora gli occhi) scriveva degli incipit che accendevano in lei un desiderio spasmodico di storie. Invece, dopo cinque o sei righe, stop, tutto finito.
Ciò era crudele.
«Qualche volta ho pensato che fosse tutta una manovra per tenermi sulla corda e scoparmi…»
Si arrestò, sbigottita, e si guardò intorno come se avesse parlato un’altra.
«Naturalmente il mio amico non potrebbe nemmeno concepire un pensiero così ignobile… è un uomo buono, semplice e raffinato, capace di intrattenerti per ore passando da Dionigi di Alicarnasso alle pitture pompeiane, a Rilke, a Ligabue (sia il pittore che il cantautore)… Chissà, forse il suo blocco narrativo è dovuto ai suoi troppi interessi culturali… Una specie di ingorgo, chi lo può dire?»
La Lettrice nera cadde nel silenzio dell’ingorgo, sopraffatta dalla visione di una rotatoria rigurgitante di automobili alte e cattive che imprigionavano la panda di quell’uomo mite.
E lei che non poteva fare niente per lui.
Sospirò. Bisognava comunque continuare a vivere.
– … A proposito di incipit, come inizia questo suo lavoro sui tonni?
– Nel buio, parte un collage di voci, effetti e musiche. Una luce sale in lenta assolvenza …
– Lasci perdere le luci, dicevo il testo, la prima battuta.
– È: “Mangia, porca!”
Non ero il suo autore, lo sapevamo tutti e due senza dircelo, ma neanche questo aveva importanza. La Lettrice continuò a soggiornare nel mio studio, non so se per scelta o perché costretta da un disegno più grande di noi.
Certe mattine, aprivo la porta e non la vedevo. Mi illudevo che se ne fosse andata, perlustravo la stanza, poi l’intera casa. Nessuna traccia. Allora mi mettevo al lavoro senza più fingere, ma erano ore di libertà provvisoria; sarebbe tornata, ne ero certo, per controllare il poco che avevo scritto durante la sua assenza; riusciva a leggere attraverso lo schermo del computer, acceso o spento che fosse.
Sul mio collo alitava il fiato di una committente implacabile. La Lettrice non mi aveva mai commissionato niente (era l’ultimo dei suoi pensieri), ma controllava giorno dopo giorno l’avanzamento del mio lavoro al quale peraltro rimaneva del tutto estranea.
Gli attori sono disposti a ogni bassezza per conquistare la platea, il mio obiettivo era l’opposto: non volevo sedurre la Lettrice, al contrario, desideravo che se ne andasse, che tornasse ai suoi psicoromanzi, che riprendesse le passeggiate negli orti dell’erudizione con il suo amico enciclopedico rinfrescandosi con i madrigali frondosi di Gesualdo da Venosa, e che tutti e due andassero a fottersi tra le pagine di qualche poema persiano.
Ma era necessaria una strategia.
Per indurre la Lettrice a uscire dalla mia vita dovevo aumentare la sua repulsione. Incominciai a scrivere copioni sempre più scombinati, illeggibili e non rappresentabili, ma anche le porcherie drammaturgiche più provocatorie cadevano nel vuoto.
Col passare dei giorni, il vuoto finì per diventare il nostro habitat naturale, mio, della Lettrice e anche dei miei testi, sempre più eterei, come i bozzoli di certe crisalidi nei quali si riesce a leggere solo il profilo vago dell’inquilino che se ne andò.
Però nel vuoto si stava più larghi.
Ci si incontrava sempre meno, anche se non è mica necessario vederlo, l’altro, per sapere che c’è, da qualche parte, e che prima o poi comparirà, non importa se fra dieci minuti o fra due giorni; si manifesterà in forma di figura, o di voce, o di tramestii nella stanza accanto. Quando sai che l’altro c’è, c’è sempre, come ci sono i morti, che giocano sull’ambiguità della presenza e dell’assenza, lo fanno tutti, anche quelli per i quali hai scelto la tomba più profonda del catalogo senza badare a spese.

Non puoi dividere te stesso da me senza che io ti segua.
Shakespeare, La commedia degli errori, Atto II, Scena I, Adriana

In certe occasioni la Lettrice si mostrava discreta. Nei giorni in cui mi incontravo con gli altri aspiranti drammaturghi scompariva fin dal mattino presto, così io uscivo abbastanza tranquillo, quasi come se lei non esistesse, ma niente era mai certo. Più di una volta me la ritrovavo seduta a un tavolo nella saletta accanto alla nostra con un libro e un bicchiere di vino. Beveva un sorso di Chardonnay, scorreva qualche riga, sottolineava e fingeva di guardare le bottiglie allineate sulle mensole del locale. Evitava di voltarsi verso la nostra saletta, poteva sembrare una turista distratta che non fa caso a una decina di drammaturghi intorno a un tavolo.
I miei compagni erano troppo presi dai loro copioni per notare la cliente della sala accanto.
Mi chiedevo se anche qualcuno di loro avesse una sua Lettrice della quale evitava di parlare, ma mi sembrava impossibile, erano tutti così liberi! In particolare quelli sposati. La pratica matrimoniale li aveva resi ruvidi con le donne. Se una mattina si fossero trovati per casa una Lettrice non si sarebbero chiesti se era reale o immaginaria, e comunque ci avrebbero pensato le loro mogli a sbatterla fuori .
A volte, organizzavamo una pubblica lettura in qualche sala da conferenza abbandonata; qui, davanti a una piccola platea raccogliticcia, si misurava il destino delle nostre drammaturgie; non era in discussione la scrittura ma la protervia di ciascuno, cioè la sua predisposizione al successo.
Fu durante queste serate che sperimentai la crudeltà di quello che oggi chiamano spettacolo dal vivo. Si trattava di portare a casa la pelle, non importava come. Tutto era lecito pur di non annegare nell’indifferenza del pubblico.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125

Le figurine di Radiospazio. Sussurri fra le righe (molto prima di twitter)

flaubert

Léon continuava a leggere. Emma lo ascoltava, facendo girare con gesto meccanico il paralume su cui erano dipinti dei pierrot in carrozza e delle funambole in equilibrio sulla corda. Léon si interrompeva indicando il suo uditorio addormentato; allora si parlavano a voce bassa e la loro conversazione, proprio perché nessun altro la poteva intendere, sembrava acquistare intonazioni più delicate.
Così si stabilì tra di loro una specie di sodalizio, uno scambio continuo di libri e romanzi; il signor Bovary, per nulla geloso, non se ne meravigliava affatto.

Don Bettazzi

Don Bettazzi, allora giovanissimo prete, era stato il mio professore di religione al liceo Galvani di Bologna. Tutti ricordiamo che le ore di religione si dipanavano nella noia, spesso originata dallo stesso docente svogliato e routinier), o addirittura fra moderati lazzi e altre più innocue occupazioni. Con don Bettazzi il clima era completamente diverso. Ci colpiva la passione di quell’uomo poco più grande di noi che collegava le questioni di fede al problemi della società e che, soprattutto, ci parlava con un linguaggio niente affatto ecclesiale e ancor meno catechistico. Non mi meravigliai, quindi, quando lessi che, appena insediato nel Vescovato di Ivrea, scese in campo – letteralmente, anzi sui binari sedendosi accanto agli operai della Olivetti un attimo prima che il questore ordinasse ai suoi uomini la carica. Anni dopo, quando lo incontrai e gli ricordai quell’episodio, commentò divertito: “Sai, mi ero presentato con la mitria e il pastorale. Il questore frenò bruscamente (non poteva menare il vescovo) e venne verso di me per trattare. Come prima cosa gli presentai l’anello vescovile. Il questore si chinò a baciarlo. Che altro poteva fare? Quindi parlammo.” La ragione del nostro incontro a Ivrea era un’intervista di un’ora per la trasmissione “Lo specchio del cielo” in palinsesto su radiodue. Registrammo quasi tre ore di conversazione piacevolissima e divertente. Purtroppo la durata della trasmissione era di sessanta minuti e scioccamente, anche a causa dei tempi di lavorazione molto stretti, non ebbi l’accortezza di conservare le due ore che ero stato costretto a tagliare.

Le scimmie di mare feuilleton. 3ª puntata

Capitolo secondo
Nel quale compaiono delle creature destinate a lasciare un’impronta in questa storia.

Se qualcuno compra questa bottiglia, il diavolo sarà ai suoi ordini; tutto ciò che desidera […] sarà suo non appena avrà espresso un desiderio.
Robert Louis Stevenson, Il diavolo nella bottiglia

Una notte, mentre leggevo illegalmente un giornaletto, incontrai le Scimmie di mare.
Il riquadro pubblicitario occupava mezza pagina, era stampato in un bianco e nero approssimativo ma l’insieme dava l’idea di un technicolor fra l’esotico e la fantascienza. Lo accompagnava un coupon con le istruzioni per l’acquisto in contrassegno.

Entrate nel meraviglioso mondo delle
SCIMMIE DI MARE
Una vasca di felicità!
Il miracolo della vita istantanea. Aggiungete dell’acqua, è tutto!
In un secondo le stupefacenti
SCIMMIE DI MARE
nasceranno dalle minuscole uova
sotto i vostri occhi!
Allevare le
SCIMMIE DI MARE
è così facile
che anche un bambino di sei anni può farlo.
POSSONO ESSERE AMMAESTRATE!
Sempre attivissimi e allegri, questi animaletti scherzano e
giocano tra loro continuamente. Possono suonare il violino,
recitare, danzare ed eseguire ogni altro esercizio che vorrete insegnar loro!
SORPRENDERETE TUTTI I VOSTRI AMICI!

Quasi tutte le scimmie erano femmine. Dietro i loro corpi in primo piano comparivano alcuni esseri indefiniti che si tenevano aggrappati alle rocce emergenti dalle acque; sembravano preoccupati di ricadere giù negli abissi marini dove forse giacevano le loro identità tormentate.
Le scimmie femmine erano molto più donne che scimmie, ma incarnate entro corpi magrolini disegnati alla buona; pochi fianchi e niente seni, che l’illustratore aveva sostituito con scarabocchi vaghi come degli omissis. Invece per i visi si era impegnato e il risultato era brillante – quelle bocche hollywoodiane e quegli occhi che sembravano sbattere le palpebre come le insegne intermittenti dei casinò; poi, per rendere il quadro più marino, aveva dotato le sue creature di pinne, dorsali in alcune, caudali in altre, e impreziosito le loro teste con qualche piccola antenna simile a quelle delle chiocciole, circondata da pulviscoli di bollicine.
Circolava molta musica implicita in quel disegno male inchiostrato.
Le musiche implicite sono pericolose, creano l’illusione di un’orchestrina invisibile che suona soltanto per te. È il vecchio trucco dell’intimità. Il momento unico. La nostra canzone. Sembra condivisione, ma è contagio. Infatti, proprio per il contagio della musica implicita, gli sguardi delle scimmie di mare (che diventavano sempre più simili a delle ragazze) incominciarono a puntarsi su di me. Si proponevano. (Per gli attori è normale ma ancora non lo sapevo). Ero lusingato e imbarazzato come di fronte a un dono sorprendente che nasconde la magagna. (Una donna bellissima e di forme perfette ha perso la testa per te ma, poniamo, le mancano gli alluci – un turbamento momentaneo è comprensibile).
Tuttavia la tentazione era forte: quelle creature, compreso il loro codazzo di esseri indefiniti, potevano diventare di mia proprietà esclusiva. Bastava compilare il coupon.
La mia compagnia. Le mie attrici. Le avrei viste nascere mentre rompevano le piccole uova. In pochi secondi si sarebbero sviluppate e formate sotto i miei occhi come le fanciulle delle tre melarance – che però, una volta sbucciate, erano già pronte, senza pinne né antenne, con i seni e tutto.
A riguardarle bene, le loro escrescenze avevano una certa grazia ma limitavano parecchio il repertorio; che ruolo può sostenere un’attrice con la schiena pinnata come un pesce ragno? Conoscevo bene lo scoramento del metteur en scène che deve arrangiarsi per carenza di interpreti, era la mia pena quotidiana. Avevo ereditato una mezza dozzina di burattini disastrati che ogni giorno mi costringevano a compromessi mortificanti; di protagonisti con un fisico presentabile, neanche parlarne; in più, rimanevano scoperti tre ruoli fondamentali come il Diavolo, il Re e il Malvagio. Per non parlare delle donne. In compagnia ne avevo solo una, scrostata dall’età e dall’usura (ma nemmeno da giovane doveva essere stata una bellezza) che si doveva sobbarcare tutte le parti femminili, quasi sempre sdoppiandosi o triplicandosi.
Rispetto a quella accozzaglia di teste di legno, le scimmie di mare aprivano nuovi e sconfinati orizzonti teatrali: erano originali, a loro modo spiritose e soprattutto potevano diventare vive. Mentre riguardavo i loro corpi disegnati mi tornò in mente il racconto di un collega di mio padre sulla separazione dei gemelli siamesi. Sembrava che un chirurgo rumeno (o forse polacco, comunque oltre la cortina di ferro) avesse operato con successo due sorelle unite per la schiena – se si fosse trattato delle teste, sottolineava il collega, sarebbe stato molto più difficile. Mio padre era scettico, come su tutte le notizie che venivano dall’impero sovietico.
Quella notte, il destino delle sorelle siamesi era l’ultima cosa di cui mi preoccupavo; pensavo invece che se un rumeno era riuscito in un’operazione così delicata, io, come figlio di medico di un paese evoluto e sotto l’ombrello della NATO, potevo benissimo intervenire sui corpi delle scimmie di mare con qualche taglietto; sarebbe bastato un paio di forbicine, oppure, meglio ancora, uno dei bisturi che mio padre teneva in ambulatorio. Avrebbero gridato? Purtroppo sì – in quanto attrici, dovevano pur avere qualche corda vocale.
Questo era imbarazzante.
I loro strilli nel silenzio della notte. La famiglia che accorre. Il sangue (ma forse no, se erano pesci. Accantonai la questione). Il dolore. Non disponevo di anestetici, pazienza – d’altra parte, quando gli adulti mi seviziavano con l’alcol e le iniezioni non si facevano tanti scrupoli: «È questione di un attimo… non fare il bambino…», stanche e odiose formule come quelle che certi vecchi parroci recitano col naso: «Dies irae, dies illa, / Solvet seclum in favilla…» – se ne fregano del morto, del tremor futurus e del judex venturus, hanno solo fretta di archiviare la pratica e avanti con la prossima salma.
Invece io sarei stato molto tenero con le mie piccole scimmie di mare mentre le tenevo sotto i ferri. Suadentemente, avrei parlato dei tanti sacrifici che impone il teatro; loro non lo sapevano perché non avevano ancora debuttato, ma per un attore, così come per un regista o un drammaturgo, era fondamentale sfrondare… alleggerire… Bisognava uscire dal carcere del corpo… (e intanto avrei tagliato via qualche pinna)… l’interprete deve essere duttile, pronto ad assumere sempre nuove identità (qui avrei estirpato dal cranio un paio di quelle fastidiose antennine). Eliminati gli orpelli con cui le avevano sconciate la Natura e il loro disegnatore morboso, sarebbero state pronte per qualsiasi ruolo.
Sì, avrebbero gridato e sanguinato, ma era inevitabile: ogni genitore, insieme alle cure e al nutrimento, deve somministrare ai figli anche la paura e il dolore; non c’era ragione che le scimmie di mare fossero esentate da ciò che era toccato a me e a tutti i viventi di ogni specie.
Dovevano metterselo bene in testa: non ero soltanto il loro regista ma anche colui che le aveva fatte nascere gettando le piccole uova in un paio di litri d’acqua. Avrebbero capito. Oppure avrebbero subìto, peggio per loro.

La magia di questo fiore produrrà impensati effetti
Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, Atto III, Puck

Il mio compagno Aldo Chiesa era un bambino mite, molto vestito e imbrillantinato. Divenuta una signora al termine di un lungo percorso, mamma Chiesa ci teneva a mantenere lo status e imponeva a tutti i familiari un’immagine irreprensibile, quindi anche i capelli di Aldo dovevano essere sempre lisci e ordinati, con un piccolo tirabaci sulla destra e una ben disegnata scriminatura al centro, una calotta nera spaccata in due e percorsa da qualche barbaglio sul modello dei gangster cinematografici. Tutta quella ostentazione di lucido mi faceva pensare al mio compagno come a un apprendista debosciato; lo confermavano le sue mani un po’ pingui, singolari in un bambino di peso normale; io me le immaginavo già adulte, ancora più molli e piene di anelli orientali da satrapo. Fu per questo che lo coinvolsi nel progetto delle scimmie di mare.
Avevo visto giusto. Quando gli mostrai il giornaletto, Aldo si rivelò subito molto interessato, ma essendo figlio di due commercianti che parlavano spesso di magazzini e di stoccaggio, mi chiese: «Quanto sono grandi?»
Non ero preparato a una domanda così diretta. Mi spacciai per un esperto di scimmie di mare e improvvisai, divagai, ne descrissi le abitudini e il carattere, inventai qualcosa sulla loro fisiologia, ma il mio compagno insisteva: «Quanto sono grandi?» Infine trovai un argomento che lo mise a tacere: se nascevano da uova minuscole, non sarebbero certo diventate dei dinosauri.
Aldo era un po’ torpido, feci una certa fatica ad accenderlo. Provai a illustrargli le grandi potenzialità di quelle creature nate per lo spettacolo – per ogni genere di spettacolo, sottolineai. Certo, avremmo dovuto realizzare gli allestimenti – le scene e tutto il resto – ma il materiale umano (per così dire) di partenza era straordinario. Si profilava un orizzonte ricco di stagioni teatrali che spaziavano dalla prosa all’operetta, dal cabaret al circo.
Aldo guardava il giornaletto e annuiva, ma la fantasia non lo sorreggeva:
– Qui nel disegno non si capisce bene. Sono nude?
– Certo che sono nude, vuoi mica che nascano vestite. Ai costumi penseremo noi.
– E dopo, quando sono grandi, possiamo farle spogliare? – Siamo i loro impresari, decidiamo tutto noi.
– Ma queste qui non hanno le tette. Io non le vedo.
L’avevo sottovalutato. Credevo che Aldo si fosse appena incamminato sulla strada del vizio, invece era già un debosciato rifinito.
La nostra società incominciava a scricchiolare prima di nascere.
Spesso i drammaturghi inesperti incrociano personaggi del genere; all’inizio sono entusiasti: non devono preoccuparsi per i soldi, ci pensano loro, come no?, poi si scopre che non gliene frega niente del teatro; puntano alle attrici – più che altro come idea, perché di solito riescono a combinare molto meno di quello che avevano fantasticato.
Pensai di ritirarmi dall’impresa, ma purtroppo Aldo mi serviva, avevo deciso di mandarlo in avanscoperta: lui avrebbe comprato la bustina con le uova, l’acquario e tutto il resto; se l’esperimento fosse riuscito, l’avrei estromesso e mi sarei fatto una compagnia di scimmie di mare tutta per me.
La mia linea difensiva fu ipocrita come il mio operato – la signora Chiesa non arrivò a parlare di circonvenzione d’incapace ma mi accusò di avere riempito la testa di Aldo di suggestioni malsane. I teatri. Le scimmie. Le donne nude che emergevano dal mare. Le uova. Io restai coperto: avevo solo mostrato a suo figlio un giornaletto, tutte le fantasie morbose ce le aveva messe lui.
E poi, cosa volevano da me? L’intera famiglia Chiesa era stata consenziente, avevano compilato tutti insieme il coupon e pagato in contrassegno.
«Ma perché credevamo che si trattasse di pesci tropicali!», strepitava la madre. L’idea di un acquario da mettere in soggiorno l’aveva sedotta; era una donna sensibile all’esotico, se fosse stata una lettrice le sarebbero piaciuti i romanzi di Pierre Loti, e probabilmente anche lo stesso Loti che, secondo le testimonianze, si dipingeva la faccia di rosa e portava i trampoli.
La delusione di mamma Chiesa era stata grande, molto più di quanto Aldo, narratore primitivo e di poche parole, mi sapesse rappresentare:
«Insomma, un tale schifo che abbiamo finito per buttarle nel cesso.»
Oltre che torpido e debosciato, il mio compagno era anche anaffettivo. Non appena tirato lo sciacquone, la sua mente si era subito riadagiata al sole, tranquilla come una palla bucata. La strage delle creature non aveva lasciato residui.
«Ma quali creature? Ti dico che erano vermi. Hai presente i bigatti delle pere? Tre volte più grossi.»
Eravamo seduti nel cortile della scuola durante la ricreazione: due vermi bambini biancastri ai quali era stata data una chance per diventare qualcosa di definito prima di precipitare, come tutti, nel grande cesso finale: non così brutalmente, dalla sera alla mattina, come era toccato alle piccole scimmie di mare – avevamo ancora un po’ di tempo davanti a noi, anche se i nostri primi dieci anni di vita non lasciavano presagire granché.
Era escluso che Aldo potesse imparare a suonare il violino o a recitare; sarebbe diventato un vermone di uno e settanta; me lo vedevo seduto nel negozio di suo padre mentre guardava l’ora per tirare giù la serranda e trascinarsi verso casa dove l’aspettava una sua omologa più minuta di lui, una di quelle vermette iperattive con gli anelli sempre in moto. Ogni tanto, durante la pennichella del dopo pranzo, si strusciavano e si riproducevano prima che lui rientrasse in negozio. Nessuno dei due pensava al giorno in cui avrebbero raggiunto le piccole scimmie di mare nella nera cloaca senza fondo.
Quanto a me, non avrei mai avuto una mia compagnia personale, ero stato raggirato da una banda di farabutti che spacciavano illusioni ai drammaturghi bambini. Li vedevo sogghignare seduti al tavolo di un baretto malfamato, alla faccia di Aldo, che nella sua indolenza se ne fregava, e soprattutto alla faccia mia, che era diventata calda di febbre e di vergogna.
Mi restavano solo due alternative: tornare a improvvisare con i vecchi burattini o rassegnarmi a fare un teatro solamente scritto, sulla carta, immateriale. Ripassai con disgusto gli spettacoli umilianti che allestivo da bambino (era trascorso molto tempo, in quei pochi giorni): due sedie collocate a un metro di distanza una dall’altra e ricoperte da un brutto tappeto dietro cui stavo rannicchiato mentre manovravo quegli spaventapasseri che dicevano per bocca mia le più infantili banalità.
No, non sarei mai più tornato a quelle teste di legno.
Un teatro di parole senza suono, di nomi senza corpi, di scenografie inesistenti, solamente descritte, ecco ciò che mi aspettava.
Pazienza, sempre meglio di quelle zucche vuote e screpolate.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117

Virginia Woolf, Un’incorreggibile speranza (frammento)

Mentre arrancava (perché rollava come una nave in mare) e guardava torvo (perché i suoi occhi non si fissavano mai su qualcosa direttamente, ma con uno sguardo obliquo che deprecava lo scherno e la rabbia del mondo – aveva poco cervello, lo sapeva), metre si aggrappava alla ringhiera e si issava su per le scale e rollava di stanza in stanza, cantava. Lucidando lo specchio della lunga specchiera e guardando di sbieco la sua figura dondolante, dalle labbra venne un suono – qualcosa che forse vent’anni prima, sulla scena, era anche stato allegro, un motivetto canticchiato e ballato, ma che ora, venendo da una donna senza denti, con la cuffia in testa, che faceva le pulizie, era privo di significato, era come la voce della stupidità, del ridicolo, della caparbietà stessa, calpestata ma sempre risorgente, tanto che mentre la donna arrancava, spolverando, strusciando, sembrava dire come era una lunga pena e un lungo dolore, come era alzarsi al mattino e andare a letto la sera, mettere fuori le cose e riporle nuovamente. Non era né facile né comodo quel mondo che conosceva da quasi settant’anni. Era tutta curva, per la stanchezza. Per quanto, si chiese, inginocchiandosi sotto il letto con le ossa che scricchiolavano, per spolverare bene le assi, per quanto sarebbe durata? ma si rialzò di nuovo in piedi tentennando, si tirò su, e di nuovo con quello sguardo obliquo che scivolava via e rifuggiva anche il proprio volto, e i propri dolori, si rialzò e si guardò allo specchio con la bocca aperta, sorridendosi senza scopo, e riprese il solito dondolio, tirando su stuoie, riordinando tazze e piatti, guardando di traverso nello specchio, come se, dopo tutto, avesse le sue consolazioni, come se in realtà al suo lamento si intrecciasse un’incorreggibile speranza.

Virginia Woolf, Gita al faro, Mondadori

Le figurine di Radiospazio. La luce fantasma

Come ci sei finito qui? In un teatro.
Eh. Non so bene.
Forse c’entra il fatto che un teatro non può mai essere al buio. Cosa che pochi sanno.
Un teatro non può mai essere al buio?
No. La vedi quella luce alle tue spalle? Sí? È sempre accesa. Indipendentemente da tutto. Sai come si chiama?
No.
Si chiama luce fantasma.
E cos’è, ce n’è una in ogni teatro?
Sí. Una in ogni teatro. Ed è sempre accesa.
Giorno e notte? Giorno e notte. Sí. Non c’è scampo. No. Anni di vagabondaggi catturati nel ricordo di un istante. E come forse avrai notato un teatro vuoto è vuoto di tutto. È una metafora del mondo abbandonato che fu.

Cormac Mccarthy, Il passeggero, Einaudi, Traduzione Maurizia Balmelli

Le scimmie di mare feuilleton. 2ª puntata

I bambini devono avere le loro marionette, le loro commedie.
Goethe, La vocazione teatrale di Wilhelm Meister

Come quello di Wilhelm Meister, anche il mio apprendistato teatrale si era svolto fra le mura domestiche, ma con una variante: al posto delle marionette recitavano, senza fili, le amiche di mia madre.
Il palcoscenico era il salotto, all’ora del tè. Non avevo mai visto uno spettacolo e mi sembrava logico che il teatro fosse quello; la finzione si rivelava nelle toilette delle signore che io passavo in rassegna una per una come fossero le divise di una truppa variopinta e bislacca convocata, il mercoledì, per il mio intrattenimento. Quei personaggi così fisici e profumati trasumanavano quando si riflettevano dentro una grande specchiera dorata che stava sopra il divano; un paio di secoli avevano corroso il fondo argentato creando delle chiazze nerastre nelle quali le signore annegavano e riapparivano in un gioco del cuccù versione adulta.Da quelle nuvole spuntavano come uno squillo araldico i cappelli.
Gli uccelli appollaiati sulla testa della signora Chistoni richiamavano il suo volo dinoccolato nell’alta società che attraversava con distacco; come per tutte le autentiche dame di Parma, il suo riferimento era Maria Luigia e figuriamoci se si lasciava impressionare dalle argenterie che i milanesi e i bolognesi esponevano ancora fresche di Sidol. Con quel suo naso lungo aristocratico li beccava tutti, i parvenu. Non era malevola, anzi aveva un décollété largo, accogliente, le piaceva solo divertirsi un po’, e rideva ancora quando scappava via per un nuovo impegno, contornata dallo svolazzo dei suoi uccelli devoti.
Due possenti ganasce mordevano il cappello color piombo della signora Sommaruga con tanta forza che il viso della penitente esprimeva sofferenza anche quando tentava di sorridere.
«Oramai non se ne accorge neanche più, ci è abituata» derubricavano le più ciniche: «Anche a casa sua è tutto un dolore.»
Secondo alcune, la Sommaruga era una sventurata. A causa del marito. Secondo altre, una cretina. Ne era la prova vivente lo stesso marito, giudicato da tutte non sposabile. È vero che lei l’aveva conosciuto quando era ancora una giovane sciocchina e lui già un notaio, ma anche la vergine più ottusa avrebbe intuito, sotto quella grisaglia consunta e in quegli occhi scoloriti, la crudeltà dell’avaro e la foia del pervertito.
Quattro figli le aveva fatto fare, a cui imponeva di raccattare tutti i rifiuti metallici che trovavano per la città, molle rotte, viti arrugginite, tubi di scappamento a brandelli, barattoli sventrati. A turno, prima di cena, i ragazzi dovevano mostrare al padre il bottino, un pezzo dopo l’altro, lì sulla tovaglia. Come una sordida gazza, il notaio esaminava ogni reperto, incurante della morchia e dei microbi, e tutto riponeva, tutto catalogava
«Ogni cosa può tornare utile in caso di catastrofe. Non si può mai sapere.»
Era il suo pensiero fisso. Qualcuna commentava che la catastrofe era già avvenuta quando la Sommaruga si era messa un uomo simile in camera da letto – «Con quelle mani…» – e tutte rabbrividivano mentre immaginavano le unghie del corvide sul corpo femminile.
Lo scarafaggio di velluto nero ancorato da due clip metalliche sul cranio fragile della Giovanna Accorsi, vedova di una guerra ancora fresca, ricordava le bande degli scarafaggi, vivi e pazzi che di notte si disperdevano in preda al terrore nella nostra vecchia cucina quando accendevamo la luce. Era un terrore contagioso a cui reagivamo menando colpi di scopa isterici nel mucchio. Quasi tutti a vuoto, ma qualche tenebrionide più emotivo degli altri veniva sempre a suicidarsi sotto le punte della saggina; spiaccicato per metà, tentava di trascinarsi al riparo di un mobile, e allora fuorusciva dal suo corpo una striscia lattiginosa, una sorprendente anima candida imprigionata in quella corazza nera da nazista. Poiché erano stati proprio i nazisti (in combutta coi repubblichini) a trucidare il marito Accorsi, mi chiedevo perché sua moglie se ne andasse in giro con quel fregio funereo sulla testa: era un memento, come le piccole lapidi che spuntavano in quegli anni agli angoli delle strade con i nomi dei partigiani caduti? O non era invece, quello scarafaggio di velluto, un potente segno scenico che riscattava la signora dalla sua triste biografia trasformandola in un personaggio teatrale senza passato, finalmente libero di galoppare in una nuova drammaturgia dell’assurdo?
Questa seconda ipotesi mi piaceva, così ai miei occhi l’Accorsi dimise panni della vedova e diventò la Dama col bagarozzo in testa. (Non si sa come, qualche batterio surrealista era venuto a contaminare il tessuto compatto del neorealismo familiare).
Seduto su una piccola poltrona della mia misura, ero l’unico spettatore di quelle rappresentazioni pomeridiane nelle quali cercavo di cogliere una trama. Ma era impossibile collegare tutti gli argomenti che si accavallavano. I morti, le malefatte dei primari, la Società dei concerti, la guerra, il naso di De Gasperi, gli sfollati, lo scià di Persia, la guerra, l’alluvione del Polesine, i sontuosi buffet dei congressi di medicina a Torino, la guerra, il burro, l’ex-Federale che passeggiava sotto i portici lustro come un gatto soriano, i gelati di Palermo, la guerra, il pericolo rosso, i gelati di Torino, l’immondo delatore fascista Franz Pagliani, le corse notturne nel ventre delle cantine durante i bombarda- menti, la guerra, la Nuova Fiera di Milano, la guerra, la cortina di ferro, il pane bianco, i topi, il paciugo di gelato alla ligure, la guerra.
Infine mi convinsi che in quegli spettacoli di signore non riuscivo a trovare una trama qualsiasi, come nei piccoli romanzi che avevo incominciato a leggere, per la buona ragione che essa non esisteva.

                   Il nascosto di cui parliamo non è quello del segreto o del mistero, ma il nascosto di quello che continuamente si esibisce.
François Jullien, Il saggio è senza idee

Quella conclusione mi tranquillizzò; potevo starmene seduto e seguire lo spettacolo senza impegnarmi troppo. Qualche anno più tardi avrei scoperto che le passerelle finali del varietà funzionavano più o meno allo stesso modo. Sfilavano tutti, le ballerine, il cantante, la soubrette, il capocomico… Sfilavano e basta, dovevano soltanto mostrarsi così com’erano, perfetti e compiuti nel loro sorriso da passerella. Quel girotondo di corpi rammendati e ripittati chissà quante volte era sostenuto da una musichetta che suonava: “Siamo tutti mezzi morti/ proprio questo il nostro bello.” Quando il pubblico si surriscaldava, il serpentone dei variopinti e delle discinte incominciava a correre come un trenino elettrico che ripete all’infinito il suo anello.
Invece, nel teatro del salotto le signore stavano ferme: la dinamica scenica era alimentata dalle battute – quelle battute di cui non capivi se erano le stesse che ritornavano in sequenze sempre diverse oppure se erano sempre diverse ma recitate in modo da sembrare tutte uguali. Questa oscillazione tra l’uguale e il disuguale generava in me un torpore ipnotico, un desiderio inappagato che, ancora non lo sapevo, è il motorino della Conversazione – un mulinello morbido, di superficie, sul quale è facile galleggiare, basta fare il morto e lasciare che siano le frasi a girarti intorno. Ma mentre ti rilassi in quell’acquetta tiepida senti un rumore che risale dal basso. Sono i racconti. Se ne stanno giù sul fondo, una matassa inquieta che si deforma e si strazia, perché ciascuno vorrebbe svincolarsi dagli altri, risalire in superficie e decantarsi anche solo per qualche minuto.
Nei dialoghi delle signore affioravano numerosi tentacoli di racconto, ma erano apparizioni troppo fugaci da cui era impossibile ricavare un plot.
«… Allora io gli ho detto che dovevamo assolutamente parlare, noi due. Passeggiavamo avanti e indietro sulla banchina vicino ai vagoni letto. Aveva tutto il tempo per dirmelo, invece ha preferito darmi una pugnalata al cuore, e via.»
Fine. Niente prima e niente dopo. Anche quello scampolo narrativo della signora Bonfanti sarebbe finito con gli altri spezzoni di storie inutilizzabili; ne avevo raccolti molti, ma tutti insieme non facevano un racconto, impossibile combinarli, non si prendevano proprio. Stavano bene così, ciascuno soddisfatto della sua incompiutezza, come certi cani a cui hanno tagliato la coda da piccoli: mica si sentono menomati, fanno le feste come i cani interi e agitano tutti contenti quel mozzicone malinconico che certifica il loro pedigree.
Non saprei dire quanto tempo trascorsi, spettatore solitario, nella platea di quel Teatro della Conversazione. Ricordo però quando alla fascinazione subentrò l’insofferenza.
Le signore delle repliche pomeridiane mi sembravano troppo estroverse. Recitavano i loro ruoli come quelle piratesse di palcoscenico che macinano i copioni – tutti i copioni di tutte le epoche – con una disinvoltura aggressiva, la stessa con cui nella vita di tutti i giorni entrano in un negozio di scarpe, fanno disperare la commessa ed escono senza aver comprato niente.
Avrei voluto sabotare quella naturalezza, imbavagliarle strette e farle tacere per qualche minuto. Calcare quei loro cappelli fino agli occhi, strangolarle con le loro lunghe collane fantasia (due o tre giri intorno al collo e sarebbero diventate meno disinvolte, oh sì!). Afferrarle per i capelli e gridare: «Adesso basta scherzare, si prova seriamente. Ricominciamo dalla prima battuta!». Oppure, al contrario, sedurle e piegarle (anche se non sapevo come). Piegarle e plasmarle. Le fissavo con un brutto cipiglio, ma quelle tiravano dritto, ciascuna sul suo binario.
A volte, qualcuna si accorgeva che la guardavo e faceva una fermata fuori programma: «Il piccolo sta per addormentarsi. Le nostre chiacchiere devono annoiarlo a morte» e mi passava un cioccolatino sulle labbra avanti e indietro come lo stick di un rossetto, finché non le socchiudevo.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112

Le scimmie di mare feuilleton. 1ª puntata

Prima parte

Capitolo primo
Nel quale si deve ritornare indietro per segnare un punto d’inizio.

Riguardo alla trama trovo del tutto inutile la vita reale. La vita reale sembra non avere trame. E poiché una trama è desiderabile e quasi necessaria, ho questo cruccio ulteriore contro la vita.
Ivy Compton Burnett, Tè e Tao

Quasi tutto era andato. Una decina di righe potevano bastare per ricomporre ciò che era rimasto. Di parole ne erano avanzate poche. Ciascuna se ne stava per i fatti suoi, quando si incontravano non si salutavano neanche più.
Scendevo sempre meno volentieri nel magazzino delle parole; ogni volta dovevo constatare che ne mancavano sempre di nuove, anche se non ero in grado di dire quali, così prendevo uno sgabello e mi sedevo a guardare gli scaffali cercando di ricostruire i vuoti. Ma quasi subito mi distraevo e invece di fare l’inventario pensavo a quando, molti anni prima, ero stato il titolare di un’impresina individuale che produceva parole per il teatro. Funzionava. A quell’epoca c’erano altri piccoli produttori come me e tutti più o meno tiravano avanti, anche perché allora il processo di lavorazione delle parole era più semplice – più disinvolto, direi, come quegli anni che procedevano al trotto.
Le parole per il teatro si generavano e si combinavano grazie a una forza interna sulla quale non stavamo tanto a indagare, bastava scrivere qualche nome sulla pagina: Finkel, Annabelle e Livermore, per esempio. Chi erano? L’autore non perdeva tempo a chiederselo; circolava la convinzione euforica che i nomi contenessero già tutto; la nostra macchina drammatica era sempre accesa e per avviarla bastava una battuta qualsiasi:
Finkel: – Purtroppo il nostro incontro sarà molto breve. (guarda l’ora) Praticamente sto per ripartire.
Il resto della scena si sarebbe sviluppato da sé, come nella vita, della quale molti pretendevano che il teatro fosse lo specchio.
Io opponevo una resistenza silenziosa. Vista la mia età prematura il concetto di vita mi sembrava vago e inutile; pensavo che semmai si sarebbe precisato molto più avanti, quasi verso la fine, quando non avrei più saputo cosa farmene – devo dire che ancora oggi non mi sembra un chiarimento così necessario. Invece tutti gli altri produttori di parole per la scena ne erano avidi. Di vita e di trame. Le trame della vita. Che non finiva mai di stupirli, sostenevano. I più ingegnosi costruivano sottotrame tortuose, cunicoli che diventavano sempre più bui e nei quali quegli stessi ingegneri finivano per smarrirsi come talpe analfabete.
Qualche drammaturgo forzuto aggrediva le vite con lo scalpello e ne ricavava dei blocchi rudimentali. «Ormai m’interessano soltanto le tranche de vie», diceva con una certa aria snob. Ma sempre di vite si trattava anche se sulla scena viaggiavano scombinate, un pezzo di qua e uno di là – e comunque l’autore si preoccupava sempre di rimetterle sui binari per lo scioglimento finale che il pubblico aspettava sbirciando l’orologio.
Su questo appuntamento obbligato c’era poco da fare i furbi: niente finale, niente applausi, che erano la stagnola dorata delle nostre spagnolesche bottiglie.
Le vite che i miei colleghi drammaturghi scrivevano per il teatro erano quelle di operai in lotta, preti in crisi d’identità, minatori imprigionati nel buio della terra, prostitute indomite, partigiani con il mitra ancora tiepido, borghesi a caccia di lolite proletarie che allora venivano chiamate ragazze perché di Nabokov non si sapeva ancora niente.
Quasi tutte queste povere vite riuscivano a trovare una qualche forma di esistenza; raramente sul palcoscenico, più spesso per voce degli stessi autori che leggevano i loro copioni teatrali riuniti nelle salette più interne delle osterie cittadine. Alla nausea nervosa, tipica delle competizioni, si aggiungeva un piccolo malessere; forse era un embrione di pietà solidale, perché un autore che accetta di recitare la sua operina dattiloscritta davanti a una decina di altri autori è una creatura smarrita e disposta a qualunque bassezza.
Mezzi falsetti di maschi ancora incompleti supplivano alla mancanza di voci femminili. Qualche didascalia tentava di aggiungere profondità alle battute (“Impallidisce improvvisamente”. Come può un attore sbiancare a comando? Non ce lo si chiedeva. La didascalia aggiungeva un che di letterario alla pièce, e tanto bastava).
E l’imbarazzo prima di incominciare: «Devo leggere il nome del personaggio prima di ogni battuta oppure si capisce dall’intonazione?»
E la calce francescana delle piccole osterie si rifletteva su quelle vite dattiloscritte alle quali tentavamo di dare voce.
E dopo quelle performance sembrava che il Teatro fosse sempre più lontano (in città ce n’era solo uno accessibile, gli altri erano in mano alla reazionaria borghesia). Quell’unico teatro del nostro desiderio era tenuto prigioniero nel corpo di un palazzo rosso ottocento del centro città, ben protetto dalle barriere dei burocrati giù nell’atrio:
«Ma questo spettacolo ha qualche attinenza alla classe operaia?»
Gli spettacoli che avevano attinenza venivano dotati di una scenografia molto sobria: tavoli e sedie che sembravano proprio veri, un paravento – giusto per non mostrare gli attori e le attrici in mutande – a volte un catino con treppiede nel quale il protagonista si lavava la faccia dopo una giornata di lavoro e di lotta – e l’acqua (autentica) si mescolava alle lacrime (teatrali) che l’attore virilmente si asciugava.
Gli spettacoli che non avevano attinenza (alla classe operaia) erano catalogati come sperimentali. I burocrati li guardavano con sospetto perché temevano le reazioni dei lavoratori:
«… Sai, bisogna andarci piano… Un povero cristo si rompe la schiena tutto il giorno, rientra in fretta, esce di casa con la moglie, va a teatro e si trova davanti a una cosa del genere…».
Di conseguenza, niente scenografia.
«Già vi diamo la sala per due sere, al resto dovete pensarci voi.»
Refrattario com’ero a mettere in scena trame e vite, i miei copioni finivano d’ufficio fra quelli sperimentali. Insomma, ero stato arruolato senza aver firmato il cartellino, così mi davo da fare per onorare la divisa. Scrivevo operine dai titoli improbabili, come X corpus, o Tutto rosso. I personaggi erano del tutto casuali. Entravano in scena e subito incominciavano a raccontarsi. Non gliene importava niente dei racconti degli altri, toccava allo spettatore ricomporre quei frammenti narrativi, non erano certo fatti miei.
Il Partito Comunista, che qualche volta assisteva seduto in fondo alla sala, taceva. Forse elaborava. Anche gli altri spettatori rimanevano in silenzio ma elaboravano poco, direi, più che altro sospiravano. Brave persone, erano rassegnati ai tempi nuovi, speravano solo che sarebbero passati presto.
Alcuni si sentivano in dovere di venire a salutare dopo lo spettacolo, frastornati, loro e io, come dopo un evento ingombrante e irreparabile – un lutto, ad esempio, ma di un parente lontano che fa un’improvvisata dopo vent’anni e muore stecchito sul divano lasciandoci quel suo corpo fuori luogo da sistemare.

Essere d’avanguardia è conoscere ciò che è morto; essere di retroguardia è amarlo ancora.
Roland Barthes, Risposte

Delle mie scorribande nelle regioni del teatro ero chiamato ogni tanto a rendere conto. Quando il mio maestro Luciano Anceschi veniva a vedere uno spettacolo, il mattino seguente mi convocava per telefono. Mentre lo accompagnavo all’Università poneva domande molto elementari, sorprendenti in un uomo così immerso nella complessità:
«…Ma questo tuo lavoro, in che cosa sarebbe sperimentale?»
Era coerente alla scuola fenomenologica, praticava la sospensione del giudizio e aspettava che parlassi io. Il teatro gli interessava poco, credo che lo considerasse qualcosa di simile a una scampagnata della Letteratura.
Alcuni anni dopo, in ufficetto soffocato dal luglio romano, Giuseppe Bartolucci, critico, teorico e architettore del Nuovo, sospirava:
«Sto lavorando a una mappa teatrale degli anni Settanta… Praticamente avrei finito. Otto mesi di lavoro… ascendenze, contiguità, affinità… Leo e Perla… Ricci… Quartucci, Vasilicò… Li ho sistemati tutti, ma te non so proprio dove metterti, sai?»
Ero imbarazzato. Davvero. Mi dispiaceva turbare una cosmogonia così ben organizzata; tutti quei pianeti avrebbero viaggiato tranquilli nella loro orbita se non fossero inciampati in quel corpo estraneo che ero io – molto estraneo, come una lavatrice o un aspirapolvere proiettati nella galassia dell’avanguardia da un dio distratto: mi aveva fatto dono del dialogo (un po’ sghembo, quindi sperimentale), ma si era dimenticato la teatralità. Di quella proprio non c’era traccia.
“Che cos’è la teatralità? È il teatro meno il testo” – su questo punto, Roland Barthes era chiaro. Di conseguenza io ero fottuto; nei miei copioni c’era soltanto un va e vieni di gente che parlava, anzi che diceva dei testi scritti; naturalmente avevano anche un corpo, ma per me era un accessorio secondario così come le scene e i costumi.
Se mi otturavano il rubinetto delle parole, tanto valeva che chiudessi subito bottega.

(Continua)