25 aprile … e io ero Sandokan

https://www.youtube.com/watch?v=YaLaz1flg7E

… e io ero Sandokan
dal film C’eravamo tanto amati, di Ettore Scola
Musica di Armando Trovajoli

Marciavamo con l’anima in spalla nelle tenebre lassù
Ma la lotta per la nostra libertà il cammino ci illuminerà
Non sapevo qual era il tuo nome, neanche il mio potevo dir
Il tuo nome di battaglia era Philipe ed io ero Sandokan

Eravam tutti pronti a morire, ma della morte noi mai parlavam
Parlavamo del futuro, se il destino ci allontana
Il ricordo di quei giorni sempre uniti ci terrà
Il ricordo che poi venne l’alba e poi qualche cosa di colpo cambiò
Il domani era venuto e la notte era passata
C’era il sole su nel cielo assolto nella libertà

Eravam tutti pronti a morire, ma della morte noi mai parlavam
Parlavamo del futuro, se il destino ci allontana
Il ricordo di quei giorni sempre uniti ci terrà
Il ricordo che poi venne l’alba e poi qualche cosa di colpo cambiò
Il domani era venuto e la notte era passata
C’era il sole su nel cielo assolto nella libertà

Il video della domenica. Il kitsch di Stato: La Venere influencer

https://www.youtube.com/watch?v=EOw57LXR-_M

Anche il testo è interessante, si accende quando una vocetta con le bollicine annuncia: “Eccomi qua, di vista già mi conoscete: mi chiamo Venere.”

Giuseppina Varacalli, Già nel 1964 Eco ci aveva divisi fra “apocalittici” e “integrati” di fronte all’innovazione

Apocalittici e Integrati nacque come una raccolta di saggi e di articoli pubblicati nel 1964, intorno al tema dei moderni strumenti di comunicazione di massa che si stavano facendo strada all’epoca. In realtà, “l’autore [nel suo libro] non pensava di dire nulla di nuovo, bensì di fare il punto su di un dibattito ormai maturo […]”, si legge nell’introduzione al libro. Il testo è la conseguenza di varie passioni di Eco – quella per il fumetto, per la televisione come nuovo strumento di comunicazione che permetteva di avere accesso a diversi contenuti – e degli studi che portava avanti tramite un corso libero all’Università a Torino, “Estetica e Comunicazioni di massa”, che aveva spinto un gruppo di giovani a riunirsi la sera, in un centro sociologico distaccato dal complesso universitario, per parlare delle strutture narrative dei settimanali femminili.

Leggi l’intero articolo: https://thevision.com/cultura/eco-apocalittici-integrati/

Enrico Terrinoni, La pagina nasce dal silenzio (Il Tascabile)

“Se parliamo o se scriviamo, altro non facciamo se non citare, citare sempre, citare inesorabilmente. Citare i vivi e i morti. Anche senza parlare, senza scrivere, li citiamo di continuo. Alla fine dei nostri giorni sarà il silenzio a condurci al riposo, e quel silenzio è la parola non detta più detta di sempre. E se “il resto è silenzio” come dice Amleto, questo accade, forse, perché ogni giorno viviamo un giorno in meno. Ma il silenzio non appartiene soltanto alla morte. Vive con noi quando dormiamo, ad esempio. E dormire è quasi come morire, insegna di nuovo Amleto; ma, aggiunge, nel silenzio della morte, i sogni, con la loro assenza, ci daranno pace.”

Leggi l’intero articolo: https://www.iltascabile.com/letterature/pagina-nasce-silenzio/

Ludovico Casalegno, Turismo di massa e kitsch

Turismo di massa e kitsch sono due parole che vanno facilmente a braccetto. Come è possibile che ogni monumento, ogni panorama, ogni oggetto, se toccati dal turismo di massa vengano istantaneamente trasformati in kitsch? Eppure prima dell’era del turismo i racconti dei viaggiatori non riportavano mai nessun elemento kitsch nelle visite effettuate agli stessi luoghi. Forse dipende dal modo di viaggiare, completamente diverso da quello che intraprendevano i nostri antenati, perché ora contaminato dal “viaggio organizzato”, fonte di ogni aspetto kitsch. I turisti del viaggio organizzato non devono parlare la lingua del posto, non devono necessariamente mangiare i cibi tipici, visiteranno solamente i “posti famosi”, avranno già tutte le risposte in tasca grazie alle guide cartacee o alle guide in carne e ossa. Questo turismo è in grado di rendere standardizzata e trasformata in cliché una gran parte dei riti che rendono un luogo affascinante: pensiamo alle ghirlande a Honolulu o alle gondole sul Canal Grande. Come si può credere che  ci sia ancora qualcosa di realmente tipico negli usi dei Pellerossa americani nelle loro riserve-Casino, o nei balletti folkloristici dei resort  in qualche esotica parte del mondo ? Forse quest’ultima citazione riguardo ai resort turistici merita un approfondimento. Che cosa può esistere di più kitsch di un villaggio posto in qualche esotica meta? Pensiamo all’architettura della sala comune che spesso scimmiotta lo stie locale pur accogliendo le comodità a cui un turista occidentale è abituato (il bar all-inclusive…), oppure alla serata  di cucina tipica  del ristorante che propone, di fianco al piatto originale, la variante occidentalizzata per i palati deboli, o ancora lo spettacolo serale che offre pseudo balletti e musiche del luogo che ospita il villaggio. I villaggi vacanze sono un vero esempio di kitsch. D’altronde, quando il turismo di massa si imbatte in qualche aspetto genuino di una cultura, immediatamente ha il potere di trasformarlo in un vuoto simulacro svuotandolo di ogni originalità, in un sostituto di realtà che, come abbiamo visto, è il fondamento del kitsch. Di per sé la gondola veneziana è ammirabile e interessante, forse unica nel suo genere, ma trasformata in ridicolo quando gli si accosta il termine “wi-fi gratis”  o “we speak russian” e direttamente spedita nel reame del kitsch. D’altronde i siti turistici, ampiamente documentati da guide, web, siti internet di chi vi è già stato, blog, quale sorpresa possono ancora riservare? Nessuna se non in negativo. La sognante Roma ne “La dolce vita” non potrà che apparire, nella realtà, più sporca e trafficata;  Venezia non potrà che essere solo più scomoda e maleodorante rispetto all’ideale di bellezza forzata che le cartoline patinate ci hanno imposto. Certo il meccanismo del turismo di massa non può che dipingere ogni luogo visitato come magico e unico perché risponde alle ferree regole del profitto e del marketing: vendere al meglio un prodotto, in questo caso una esperienza, perché possa essere comprato al miglior prezzo e nella massima quantità. ll kitsch, abbiamo già detto, nasce dal desiderio di piegare l’arte alle regole del business. Qui si cerca di piegare l’arte, la natura, la storia, la culinaria e quant’altro un viaggio può mettere a disposizione alla dura legge del profitto. Il turismo di massa ha la capacità di rendere qualsiasi spettacolo della natura o dell’uomo un evento mediatico, uno pseudo evento. Così il Colosseo non esisterà veramente come opera d’arte se non per apparire su cartoline, siti di operatori turistici, o sotto forma di statuetta e gadget. Il leone della foresta esisterà solo quando il pulmino dei turisti passerà a cercarlo e lo appiattirà in centinaia di fotografie digitali riversate sui social media. Questi pseudo eventi vivranno ed esisteranno solamente per essere registrati su supporti digitali ed essere scaricati su internet. La natura, per la prima volta, può diventare kitsch.

Ludovico Casalegno, Il kitsch: Dai nani da giardino alle dittature, Google books

Le figurine di Radiospazio. Single del XVIII secolo

Io risposi che una donna, finché stava sola, era pari ad un uomo nella sua capacità politica, perché aveva il pieno possesso di quanto era suo, e l’intera direzione delle proprie azioni; che non era sorvegliata da nessuno, non avendo da render conto a chicchessia e non essendo soggetta ad anima viva. E recitai questi due versi di…: “Oh, è piacevole essere liberi; la più dolce amante è la libertà”. Aggiunsi, che qualunque fosse la donna la quale, avendo un patrimonio, lo desse via per divenire la schiava di un grand’uomo, cotesta donna era una sciocca, e non era buona ad altro che a far l’accattona. Essere mia opinione che qualunque donna fosse adatta ad amministrare e godersi il suo patrimonio, senza bisogno di un uomo, così come poteva fare un uomo senza una donna; che, se avesse in mente di divertirsi, poteva pagarsi il lusso di mantenere un uomo, come un uomo fa con un’amante; che, finché era sola, rimaneva padrona di sé; ma se dava via cotesto potere, meritava di diventare la più miserabile creatura del mondo.

Daniel Defoe, L’amante fortunata ovvero Lady Roxana, Sansoni

David Foster Wallace, Generazioni (frammento)

American novelist David Foster Wallace (1962 – 2008), New York City, 2005. (Photo by Janette Beckman/Getty Images)

– Nonno?
– Joseph? Entra.
– Posso entrare?
– Entra. Siediti.
– Come ti senti?
– Bene, bene. Bene.
– Sono innamorato di te.
– Come sei arrivato fin qui, figliolo? Non c’è scuola oggi? Che giorno è?
– Sono innamorato di te, nonno.
– Innamorato di me?
– Sì.
– In che senso?
– Nel senso che sono innamorato di te, nonno. Voglio stare solo con te. Con te e basta.
– Che cavolo significa che sei innamorato di me?
– Io…
– Cos’è, uno scherzo?
– No, nonno.
– Ma insomma, Joe, anch’io ti voglio bene. Io e tua nonna siamo sempre andati molto fieri di te. Anche noi vogliamo stare con te. Vedrai, non appena esco di qui…
– Io non sto parlando di questo, nonno. Sono innamorato di te. Penso soltanto a te. La tua immagine vive e si muove dentro di me. Antepongo i tuoi interessi ai miei. La tua presenza agisce sul mio sistema nervoso, vivo nell’attesa che tu mi tocchi. Voglio stare con te. Sempre.
– Sono sposato. Sono sposato con tua nonna.
– Sì.
– Siamo dello stesso sesso.
– Questo è certo.
– Che giorno è, Joe? Come sei arrivato fin qui?
– …
– Sono vecchio, ragazzo mio. Sono malato. Ho soltanto mezzo colon. La faccia mi pende dal cranio. Dal sapore che ho in bocca capisco che l’alito mi puzza di uova marce.
– Aspetti marginali. È te che amo.
– Ne hai parlato con tuo padre?

–Non l’ho detto a nessuno. L’ho portato dentro di me. Da solo. Ho pensato che dovevo prima parlarne con te.
– Capisco.
– Bene.
– …
– Che classe fai, a scuola, Joseph? La quinta elementare?
– La prima media.
– La prima media.
– Sì.
– E sei innamorato di me.
– Sì.
– Credo di non sapere proprio cosa dire. Non so nemmeno che giorno della settimana è. Come potrei sapere cosa dire?
– Non dire nulla, nonno. Resta lì seduto. Così. È perfetto.
– Tuo padre ti ha mai raccontato che, quando studiava medicina, uno dei suoi compagni di corso si era innamorato di un cadavere?
– No.
– Quel tizio, a sentire tuo padre, si era innamorato perdutamente di un cadavere. L’aveva rubato dal reparto dell’università di medicina dove tenevano i cadaveri. Lo portava sempre con sé, ovunque andasse. Perfino in pubblico, a teatro.
– Qui la cosa è completamente diversa, nonno.
– Tuo padre dice che quel tizio gli raccontava di essere perdutamente innamorato del cadavere. Raccontava a tuo padre che per lui andava benissimo che il cadavere fosse sempre tranquillo e passivo, perché il cadavere era gentile, portatile, e sempre disponibile.
– Qui la cosa è diversa, nonno. Non c’è paragone.
– Ora che ci penso tuo padre dice che hanno dovuto rinchiuderlo da qualche parte, quel tizio. Diceva di non poter vivere senza il suo cadavere.
– …
– Non mi fissare così, figliolo, fa’ il favore.

David Foster Wallace, Altra matematic, “Questa è l’acqua”, Einaudi,
Traduzione Giovanna Granato

Le figurine di Radiospazio. Il Desiderio

“Signore, disse il saggio, tu sei il primo a lamentare infelicità nella valle felice. Spero di convincerti che i tuoi lamenti non hanno alcun fondamento reale. Tu sei qui nel pieno possesso di tutto ciò che l’imperatore d’Abissinia può concedere; qui non è né fatica da sopportare né pericolo da temere, pure qui è tutto ciò che fatica e pericolo possono procurare o comprare. Guardati intorno e dimmi quale delle tue necessità non può essere soddisfatta: se non desideri nulla, in qual modo sei infelice?”. “Nel nulla desiderare, disse il principe, o nel non sapere quel che desidero, è la causa del mio lamento; s’io avessi una riconosciuta necessità, avrei un certo desiderio; tale desiderio spronerebbe ad impegno, quindi non mi lamenterei di vedere il sole muoversi così lentamente verso la montagna che sorge a occidente, né mi lagnerei quando, al nascere del giorno, il sonno non mi nasconderà più a me stesso. Ogniqualvolta vedo capretti e agnelli rincorrersi l’un l’altro, immagino che sarei felice se avessi qualcosa da inseguire. Ma, possedendo tutto ciò che io posso desiderare, trovo giornate ed ore esattamente uguali l’una all’altra, eccetto che l’ultima è assai più noiosa di quella che l’ha preceduta.

Samuel Johnson, Rasselas principe d’Abissinia, EPM

Natura inquieta. CARLO EMILIO GADDA, I PASSERI

Nell’universo linguistico di Gadda, questa favola mi sembra una tessera chepassero piccolo racchiude un concentrato di poetica. Si apre con un’immagine ieratica e leziosa, quella di un improbabile monsignor Taopapagòpuli arcivescovo di Laodicea (Lele Luzzati ne avrebbe fatto uno splendido pupazzo per la scena), racconsolato dallo spettacolo dei passeri che si addormentano nell’imminenza del tramonto. Raggiunto il climax linguistico, la macchina da presa, con uno stacco brusco, s’infila tra le foglie dell’albero dove i pensieri edificanti del porporato trovano una sorprendente smentita quando scopriamo (noi, non l’eminenza ignara) che quegli innocenti esserini sono in realtà una comunità di energumeni più trucidi di quelli che infestano le curve sud degli stadi. Entrate in questa ridda di dialetti che altercano, è un microscopico spaccato dell’Italia e dei suoi sgangherati abitanti.

Il passero, venuta la sera, appiccò lite a’ compagni da eleggere ognuno la su’ fronda, e ‘l rametto, ove posar potessi. Un pigolio furibondo, per tanto, fumava fuori dall’olmo: ch’era linguacciuto da mille lingue a dire per mille voci una sol rabbia.
Da un’aperta finestra dell’episcopio com’ebbe udito quel diavolìo, mosignor Basilio
imagesTaopapagòpuli arcivescovo di Laodicea se ne piacque assaissimo: e dacché scriveva l’omelìa, gli venne ancor da scrivere: «Insino a’ minimi augellini, con el vanir de’ raggi, da sera, ei rendono grazie all’Onnipotente, e implorando con le loro flebili voci il Suo celeste riparo contro la paurosa notte sopravvenente, richinano il capetto sotto l’ala, e beati e puri s’addormono»
Ma i glottologi del miscredente Ottocento sostengono che quel così rabbioso e irriverente schiamazzo che vapora fuor da ogni fronda dell’olmo non è se non:
– di sò, al mi barbazzàgn, fatt bèin in là…
– ditt con me?
–  propri con te, la mia fazzòta da cul!
– mo fatt in là te, caragna d’un stoppid…

– t’avei da vgnir premma, non siamo mica all’opera qui.
– sto toco de porseo…
– va a remengo te e i to morti…

– quel beco de to pare…
– e po’ taja, se no al mak el grogn, … tel digh me…, a te stiand la faza…
– levate ‘a ‘lloco, magnapane a tradimento!…
– né, Tettì, un fa o’ bruttone…
– puozze sculà

– ‘sta suzzimma, ‘e tutte  ‘e suzzimme!
– piane fforte  ‘e loffie!
– a tte te puzza ‘u campà!
– lèati, porco, ‘e cc’ero prima io…

– … sciu’  ‘a faccia tua…
– chiàveco!…
– sfacimme!
– recchio’, te ne metti scuorno o no!

– è ‘ttrasuta donn’Alfunsina!
– e cc’ero io, maledetta befana, costassù costì l’è la mi casa!

E altre finezze del trobàr cortese.

Carlo Emilio GaddaIl primo libro delle favole, Garzanti