Le figurine di Radiospazio. Il candidato prima del comizio

ATTORE  (nervoso, schiarendosi la voce)  … Allora, vediamo, non perdiamo la calma… Se paragonassi l’anarchia a un ser­pente? E il potere a un vampiro? Sì, ma non basta, ci vuole qualche frase ad ef­fetto. Parole che trascinano: “Chiudere l’età delle rivoluzioni. Camarille! Diritti imprescindibili. Virtualmente.” Eccetera.  Adesso però calmiamoci. Un po’ d’ordine. Gli elettori saranno qui tra poco. La sede è tirata a lucido… i posti d’onore attribuiti… Il Presidente qui, ai lati i due segretari. Io in mezzo. Qui  il bicchiere con l’ac­qua… ho già una sete terribile, ancor prima di incomin­ciare… (beve) … Calma, ho detto. Il Presidente mi è amico…ci pensa lui ad aprire la seduta: “C’è qualcuno che vuol fare domande al nostro candidato?” Uno degli elet­tori alza il braccio…Vuol fare una domanda-traboc­chetto, glielo leggo in faccia. Io mantengo un’aria tranquilla e af­fondo la mano nel gilet. Maledizione, la paura mi afferra qui all’epigastro… (beve)  Andiamo, niente debolezze. Un uomo ne vale un altro, e io ne valgo molti. E poi, se sono candidato ci sarà  pure una ragione, no?

Le figurine di Radiospazio. Teste artificiali

TESTE ARTIFICIALI! Un articolo che viene affermandosi con sorprendente rapidità presso il pubblico più esigente. La testa artificiale, da applicarsi sulla naturale, offre i seguenti van­taggi:
Protezione da pioggia, vento, sole, e da tutti gli altri agenti che comunemente sono di molestia alla testa naturale impedendo lo svolgimento della funzione speculativa che le è propria.
Potenziamento delle comuni facoltà sensorie: con orecchie arti­ficiali l’udito è assai più acuto che con le naturali; del pari la vi­sta raggiunge la portata di un buon binocolo, ed analogamente risultano l’olfatto e il gusto. Le facoltà sensorie possono altresì essere a volontà regolate: portandosi in posizione B l’apposita levetta si potrà inoltre sospenderne del tutto l’azione, ciò che consente un’altra efficienza della vita spirituale. Stanzette soli­tarie, chiostri, eremitaggi, foreste, e consimili accorgimenti ri­sultano in tal modo superflui: l’isolamento è ottenibile anche in mezzo alla folla più chiassosa.
La testa artificiale viene fornita su misura; essa è di agevole applicazione e d’uso semplicissimo. Non abbisognandole alcuna protezione particolare (capelli, parrucche, ecc.), la sua superfi­cie resta disponibile come spazio pubblicitario. Potrete affit­tarla a importanti ditte e ammortizzerete in tal modo il pur modesto costo dell’apparecchio.

Christian Morgenstern, Inserzioni su un giornale del 2407, “Umoristi del ‘900, Garzanti, Traduzione di G. Cusatelli

Flannery O’ Connor, Enoch e il gorilla (frammento)

All’interno del furgone c’era un voce registrata che borbottava sotto la pioggia
“Ecco Gonga, gente: Gonga il gigante, divo di Hollywood! Stringete la mano a Gonga, gente!”
La portiera del furgone si aprì e ne scese un uomo. Passarono altri due minuti, poi apparve il gorilla, con l’impermeabile fino al mento. Intorno al collo aveva una catena di ferro. L’uomo la afferrò, trascinò giù l’animale, e i due si rifugiarono sotto il tendone a grandi balzi. Dietro il vetro della biglietteria c’era una donna dall’aria materna, che stava preparando i biglietti d’ingresso gratuiti per primi dieci coraggiosi che si sarebbero fatti avanti a stringere la mano del gorilla. Il gorilla ignorò completamente i bambini e seguì l’uomo fin sopra a una piccola piattaforma. L’animale salì, si girò verso i bambini e cominciò a ringhiare. L’uomo si rivolse al pubblico.
“Chi è il primo? Avanti, su, chi è il primo. Un biglietto gratuito al primo che si farà avanti.”
Prima di Enoch c’erano solo due bambini. Il primo strinse la mano al gorilla e si fece da parte. Il cuore di Enoch batteva violentemente. Il bambino davanti a lui finì e si fece da parte, lasciandolo a fronteggiare la scimmia, che gli  prese la mano con gesto automatico.
Era la prima mano che veniva tesa a Enoch da quando era arrivato in città. Era morbida e calda.
Per un secondo rimase semplicemente là, fermo, con quella mano nella sua. Poi cominciò a balbettare: “Mi chiamo Enoch Emery. Ho frequentato la Rodemill Boys’ Bible. Lavoro allo zoo comunale. Ho visto due tuoi film. Ho solo diciotto anni, ma lavoro già per il comune…”
Il divo del cinema si chinò leggermente in avanti e i suoi occhi cambiarono espressione: un brutto paio di occhi umani si avvicinò a Enoch e lo guardò di traverso da dietro quelli di celluloide, mentre da sotto il vestito da scimmia proveniva una voce bassa e roca: “Ma va’ all’inferno!”
La mano si ritrasse bruscamente.

Flannery O’ Connor, Enoch e il gorilla, Bompiani, traduzione di M. Caramella

Fëdor Dostoevskij, Le notti bianche (frammento)

  • Ascoltatemi… io non posso fare a meno di tornare qui, domani notte; sono un sognatore; è così poca la mia vita reale e vivo così di rado momenti come questo, che non posso fare ameno di riviverli nei miei sogni. Io sognerò di voi tutta la notte. Ritornerò qui domani, esattamente qui, in questo stesso punto, esattamente a quest’ora, e sarò felice ricordando quanto è avvenuto oggi…
  •  Va bene, forse tornerò anch’io qui domani, alle dieci.  Io devo trovarmi qui, ma non crediate che vi abbia dato appuntamento, io devo trovarmi qui per motivi miei… Però vorrei vedervi… per dirvi due parole. Non mi giudicherete male, vero? Non penserete che do appuntamenti con troppa facilità? … Prima  facciamo soltanto prima un patto…
  •    Un patto? Parlate, dite, sono d’accordo su qualunque cosa, sono disposto a tutto.
  • Siate buono, siate gentile, non innamoratevi di me… Questo è impossibile, ve lo assicuro. Per un’amicizia sono disponibile, eccovi la mia mano… ma innamorarsi no, ve ne prego!
  • Lo giuro!
  • Basta, non giurate, so bene che siete pronto ad accendervi come la polvere pirica. Buona notte, e ricordate che mi sono messa nelle vostre mani. Appena vi ho visto mi è subito balenata l’idea di confidarmi con voi…
  • Ma in nome di Dio, di che cosa?
  • A domani notte. Lasciamo che questo rimanga per ora un segreto. Sarà meglio per voi, somiglierà, almeno alla lontana, a un romanzo. Arrivederci. A domani.
  • A domani.

Le figurine di Radiospazio. Il tiranno interiore

I tiranni più crudeli, i nostri nemici peggiori sono dentro di noi, e se pochi uomini sono liberi di fuori, uomo non c’è che dentro di sé si possa dire veramente libero. Sebbene uomo dicente e uomo scrivente per elezione e professione, Nivasio Dolcemare è forse colui nel quale la sproporzione tra cose dette e cose non dette è maggiore. Riuscirà egli un giorno ad abbattere questo vigilantissimo, questo insonne tiranno interno che finora gli ha vietato e tuttavia gli vieta di dire tutto quello che egli ha da dire? Nescimus. Questo uomo intanto va guardato come si guarda la porta chiusa sul tesoro di una cattedrale, come si guarda lo sportello blindato serrato sul sotterraneo della banca più ricca di accumulato oro. E qual meraviglia se un giorno Nivasio Dolcemare dovesse abbattere il suo tiranno interno, a veder sciamare dalla bocca di lui tutto quello che egli ha pensato, ha formulato in parole ma detto non ha! Egli stesso considera il mondo, gli uomini, le cose per quello soprattutto che mondo, uomini e cose non hanno detto, non hanno fatto, non hanno manifestato ma tuttavia si tengono in corpo e forse morranno portandosi quei tesori nella tomba; ed è per questo che mondo, uomini, cose appaiono a lui in maniera così diversa e tanto più ricca; è per questo che tanto più curioso egli è e tanto più sollazzato dagli spettacoli che egli solo vede; è per questo che egli conosce e capisce gli altri nel loro esterno e nel loro intimo, mentre gli altri né conoscono lui né lo capiscono.

Jerome David Salinger, I pescibanana (frammento)

Il giovanotto si alzò in piedi e guardò l’oceano:

– Sybil, lo sai cosa faremo adesso? Cercheremo di acchiappare un pescebanana.

– Un cosa?

– Un pescebanana. Immagino che ne avrai visti parecchi, ai tuoi bei tempi.

– No.

–No? Ma si può sapere dove vivi?

Si spinsero avanti finché l’acqua giunse alla vita di Sybil.

– Resti coi capelli così, senza cuffia, senza niente?

– Non lasciarmi andare. Tienimi forte, adesso.

– Non preoccuparti, tu devi solo tenere gli occhi aperti per il caso che passi qualche pescebanana.  Questo è un giorno ideale per i pescibanana.

– Non ne vedo neanche uno.

– È comprensibile. Hanno delle abitudini molto singolari. Lo sai cosa fanno?

–No.

– Nuotano dentro una grotta dove c’è un mucchio di banane. Sembrano dei pesci qualunque, ma una volta entrati si com­portano come dei maialini. So da fonte sicura di certi pesci­banana che, dopo essersi infilati in una grotta bananifera, sono arrivati a mangiarsi la bellezza di 78 banane. Naturalmente dopo una scorpacciata simile sono così grassi che non possono più venir fuori dalla grotta. Non passano dalla porta.

– E poi cosa fanno?

– Ecco, mi rincresce molto dovertelo dire, Sybil.

– Perché?

– Ecco… gli viene la bananite. È una malattia terribile.

– Ne ho visto uno!

– Cosa?

– Un pescebanana.

– Santo cielo, no! Aveva delle banane in bocca?

– Sì, sei.

– Beh, adesso si torna.

Il giovanotto spinse il materassino verso la spiaggia finché Sybil poté scendere. Poi lo tirò fuori dall’acqua e lo portò a riva.
– Ciao, – disse Sybil, e corse senza rimpianto in direzione dell’albergo.

Jerome David Salinger, Un giorno ideale per i pescibanana, Einaudi

Le figurine di Radiospazio. Il silenzio degli dei

Gli Dei muoiono anche solo a stare tra noi, ha detto René Char. E invero da gran tempo non stanno più tra noi. Quando udirono il grido della voce meridiana «Il grande Pan è morto!», fuggirono via e si allontanarono per sempre. Forse si rifugiarono proprio là ove suppose che stessero Epicuro: negli intramundia, negli intervalli di vuoto e di silenzio dell’essere, dove trapassano ignari di vicende e di afflizioni, sereni e incorruttibili: figure eterne del non essere.
Cominciò allora «la notte del mondo», diceva Hölderlin. Tutti i nostri gesti, che un tempo erano sacri, perché appunto li abitavano silenziosamente gli Dei fornendone il modello, divennero profani. Cominciò quella «prosaica» vicenda «umana, troppo umana» che assegniamo solitamente alla «storia», di contro al mito senza tempo del passato.

Carlo Sini, Il gioco del silenzio, Mimesis

Clarín, Il duetto della tosse (racconto)

La tosse del 32 era poetica, dolce, rassegnata. Sembrava quasi una litania, una preghiera, un miserere. Il 36 non aveva ancora imparato a tossire, così come la maggior parte degli uomini soffrono e muoiono senza avere imparato a soffrire e a morire. Il 32 soffriva con arte: con quell’arte del dolore antico, paziente, saggio, che si ritrova per solito soltanto nelle donne.
Il 36 si rese conto che la tosse del 32 gli faceva compagnia come una sorella che ti veglia; sì, sembrava tossire per fargli compagnia
Quanto al 32, la tosse del 36 le fece pena e le ispirò simpatia. Ben presto si accorse anche di quanto fosse tragica. «Stiamo cantando un duetto», pensò; e sentì perfino una punta di pudore, come se fosse una cosa sconveniente, un appuntamento nella notte. 
L’idea di coppia, d’amore, del duetto, nacque prima nel numero 32 che nel 36. La febbre le ridestava un certo misticismo erotico. Erotico? Non è questa la parola. Eros! L’amore sano, pagano, cos’ha a che fare qui? Ma era pure sempre amore, pacifica compagnia nel dolore. E fu così che quello che in effetti voleva dire la tosse del 32 al 36 non era molto lontano dall’essere proprio quello che il 36, nel delirio, credeva di udire:
«Sei giovane? Anch’io. Sei solo al mondo? Anch’io. Ti fa orrore l’idea della morte nella solitudine? Anche a me. Se ci conoscessimo! Se ci amassimo! Io potrei essere il tuo rifugio, il tuo conforto. Non ti accorgi dal mio modo di tossire che sono buona, gentile, discreta, casalinga… che saprei fare di questa vita precaria un nido di piuma morbida e dolce… Perché non alzarci, allora? Sì, mettere insieme il nostro dolore? La mia anima lo chiede e anche la tua.»
E la malata del 32 udiva nella tosse del 36 qualcosa di molto simile a quello che il 36 desiderava e pensava: «Sì, vengo. Tocca a me, certo. Sono un malato, ma sono anche un uomo, un cavaliere. È mio dovere, vengo…»

 Clarín, Il duetto della tosse, in “Racconti d’amore dell’800£, Mondadori
traduzione di Cesare Acutis

Il video della domenica. Martha Graham e la nascita della danza moderna

https://www.artribune.com/television/2022/05/video-martha-graham-e-la-nascita-della-danza-moderna/

All’età di 16 anni, dopo aver assistito all’assolo Radha di Ruth St. DenisMartha Graham capì che la danza sarebbe stata la sua vita, il suo futuro, tanto da praticarla fino alla veneranda età di 96 anni, seppur lontana dalle scene. Nata l’11 maggio del 1894 a Pittsburgh, la Graham è da tutti considerata la fondatrice della danza moderna, come spiega il video a lei dedicato da OVO.

Dino Buzzati, In soffitta (racconto)

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Questa è una vecchia, vecchissima fotografia della seconda classe del Collegio Cesarini. E queste siamo noi, le ragazze di tanti anni fa. L’ho trovata per caso in fondo a un cassetto. Le mie serate sono tanto vuote che non posso fare altro. Rovistare. Nei cassetti e nel passato. Ci sono anch’io, in primo piano, con le treccine. E queste sono le mie compagne. Credevo di averle perdute per sempre e invece eccole qua, tra le mie mani. Non possono fuggire.

«Tu, lassù, la prima a sinistra… tu sei Ada, dimmi, perché sorridi?»
— Non saprei, signora. Tutti sorridono quando ci si fa la fotografia.
«Cosa ne sai, tu? Sentiamo te, Rosetta: mi vuoi spiegare perché adesso sorridi?»
— Io?… Oh, è così buffo farsi fotografare… Mi viene da ridere… perché… siamo qui tutte in posa…
«E tu, Robertina? Anche a te pare così buffo?»
— Non so… ho sentito dire che nelle fotografie bisogna sorridere sempre…
«Sorridete tutte per poco, a quanto pare… E tu, Palometta?
— Io non sorrido, signora. Ho la bocca fatta così, e mi vengono fuori i denti, ma la mamma dice che sono carina lo stesso…
«Allora, coraggio, bambine, non mi avete ancora riconosciuta? Sapete chi sono?»
— La nuova direttrice?
«Macché direttrice! Sono una di voi. La Luisa, e mi ricordo di tutte, ad una ad una. Lo sapete quante di voi sono ancora vive oggi?… Qualcuna lo vuol sapere? … Nessuna? Allora ve lo dirò io: di trentotto che eravamo, siamo rimaste in quattro.»
— Luisa, senti, io ti ho regalato una borsettina di cuoio, ti ricordi? Dimmelo almeno a me: io sono ancora viva?
«Sicuro che mi ricordo, cara Maddalena… La borsettina! Ma poi, a diciotto anni, hai anche cercato di soffiarmi il fidanzato, vero?… Proprio per questo voglio accontentarti; sì, tu sei morta, da un bel pezzo morta e sepolta.»
— Da un pezzo? E perché da un pezzo?
«Sono più di quarant’anni, se lo vuoi sapere, che sono stata ai tuoi funerali. E non erano niente di speciale, te lo giuro. Difterite. »
— Signora, basta! Perché è venuta a dirci queste cattiverie?
«Adesso hai paura, Graziella… Però andavi a fare la spia alla maestra! Allora proprio tu devi sapere…»
— No, no, signora Luisa, la prego!
«Sì, invece. Così impari a fare la spia: a ventisei anni sei morta. Cameriera presso una certa famiglia Melloni…  Eri l’amante di uno dei ragazzi… Morta di tifo all’ospedale, come un cane. Sorridi ancora?»        
— Andiamocene via … Corriamo a chiuderci in camerata!
«Andare via? Ma se non potete muovervi neanche di un millimetro! Siete fotografate. E adesso, una per una, vi istruirò sulle disgrazie che vi capiteranno, vi dirò di che cosa siete morte… Sarà divertente. Abbiamo riso tanto, insieme. Bastava un niente… E adesso, invece… Sola, al freddo, in questa soffitta maledetta, povera, ignobile a vedersi, ecco la Luisa!… E non ho sonno, e la notte è lunga, e nessuno verrà a trovarmi… Lasciate che mi consoli raccontandovi come siete morte!»

Dino Buzzati, In soffitta, “Sessanta racconti”, Mondadori

Le figurine di Radiospazio. Finali deprimenti

– Bisogna riconoscere che Napoleone era qualcuno, disse Paul.
– Fare tutta quella storia per morire a Sant’Elena, bisogna essere coglioni, disse Giulia.

Raymond Queneau, Les dimanches de la vie, Folio

Il video della domenica. Che cosa è l’arte?

https://www.artribune.com/television/2021/06/video-che-cos-e-larte-fondation-beyeler/

Quand’è che un oggetto diventa arte? Nessuno è in grado di produrre delle linee guida o definizioni precise. Non esiste nessuna autorità in grado di determinare, una volta per tutte, cos’è l’arte. L’unica cosa che sappiamo è che l’arte ha sempre a che fare con l’apprezzamento: le opere d’arte vengono lodate, amate o criticate aspramente”. Inizia con queste parole What is Art?, il nuovo video prodotto dalla Fondation Beyeler in collaborazione con UBS. Una breve ma efficace animazione che affronta la domanda più difficile di tutte – cos’è l’arte – prendendo spunto da un libro che la Fondazione stessa ha pubblicato nel 2012 dal titolo “What is Art? 27 Questions 27 Answers” in cui esperti e critici rispondono alle domande sull’arte poste da un gruppo di adolescenti.

Amy Empel, Litania

Qui succede tutto quello che si può immaginare. E anche quello che non si può immaginare.

         Un ragazzino in triciclo a pedali supera una madre col suo figliolo. «Perché tu non sai andare in triciclo?» dice la madre al figlio. «Quel ragazzo ha meno anni di te! Perché non riesci neanche a entrare ad Harvard?»

         Sotto un lampione un uomo e una donna stanno parlando. L’uomo dice di essere sicuro che la donna gli sparerà ma di non poterci fare nulla, se non chiedersi quale calibro ha scelto.

         Donne che vivono sole col timore degli intrusi chiamano il commissariato per avere consigli. «Tenga i pomelli della porta ben lucidi» raccomanda un agente. «Così, se qualcuno entra in casa sua, troveremo delle impronte nitide».

         Una bella donna, un volto noto, esce accompagnata da un night club. Una ragazza del sud, in visita turistica, dice, «Scusi signora, ma lei non è un’amica di mia madre, giù a Sumner?» «Io sono Elizabeth Taylor» dice la donna «e va a farti fottere.»

         Un uomo stramazza sul marciapiede in preda a quello che sembra un attacco epilettico. Una signora ben vestita si getta con tutto il suo peso contro un segnale di divieto di sosta. Quando riesce a piegarlo fino a terra, ne spinge a forza l’angolo con la scritta “Rimozione forzata” nella bocca contratta dell’uomo. «Così» dice «non si morderà la lingua.»

         Questo è il genere di cose che succedono da queste parti. Sono cose che, dopo un po’, sommandosi, raggiungono un peso che logora le persone. Io mi sto logorando.

Amy Empel, Alle porte del regno animale, Serra e Riva,
Traduzione Ennio  Valentino