
Questa è una vecchia, vecchissima fotografia della seconda classe del Collegio Cesarini. E queste siamo noi, le ragazze di tanti anni fa. L’ho trovata per caso in fondo a un cassetto. Le mie serate sono tanto vuote che non posso fare altro. Rovistare. Nei cassetti e nel passato. Ci sono anch’io, in primo piano, con le treccine. E queste sono le mie compagne. Credevo di averle perdute per sempre e invece eccole qua, tra le mie mani. Non possono fuggire.
«Tu, lassù, la prima a sinistra… tu sei Ada, dimmi, perché sorridi?»
— Non saprei, signora. Tutti sorridono quando ci si fa la fotografia.
«Cosa ne sai, tu? Sentiamo te, Rosetta: mi vuoi spiegare perché adesso sorridi?»
— Io?… Oh, è così buffo farsi fotografare… Mi viene da ridere… perché… siamo qui tutte in posa…
«E tu, Robertina? Anche a te pare così buffo?»
— Non so… ho sentito dire che nelle fotografie bisogna sorridere sempre…
«Sorridete tutte per poco, a quanto pare… E tu, Palometta?
— Io non sorrido, signora. Ho la bocca fatta così, e mi vengono fuori i denti, ma la mamma dice che sono carina lo stesso…
«Allora, coraggio, bambine, non mi avete ancora riconosciuta? Sapete chi sono?»
— La nuova direttrice?
«Macché direttrice! Sono una di voi. La Luisa, e mi ricordo di tutte, ad una ad una. Lo sapete quante di voi sono ancora vive oggi?… Qualcuna lo vuol sapere? … Nessuna? Allora ve lo dirò io: di trentotto che eravamo, siamo rimaste in quattro.»
— Luisa, senti, io ti ho regalato una borsettina di cuoio, ti ricordi? Dimmelo almeno a me: io sono ancora viva?
«Sicuro che mi ricordo, cara Maddalena… La borsettina! Ma poi, a diciotto anni, hai anche cercato di soffiarmi il fidanzato, vero?… Proprio per questo voglio accontentarti; sì, tu sei morta, da un bel pezzo morta e sepolta.»
— Da un pezzo? E perché da un pezzo?
«Sono più di quarant’anni, se lo vuoi sapere, che sono stata ai tuoi funerali. E non erano niente di speciale, te lo giuro. Difterite. »
— Signora, basta! Perché è venuta a dirci queste cattiverie?
«Adesso hai paura, Graziella… Però andavi a fare la spia alla maestra! Allora proprio tu devi sapere…»
— No, no, signora Luisa, la prego!
«Sì, invece. Così impari a fare la spia: a ventisei anni sei morta. Cameriera presso una certa famiglia Melloni… Eri l’amante di uno dei ragazzi… Morta di tifo all’ospedale, come un cane. Sorridi ancora?»
— Andiamocene via … Corriamo a chiuderci in camerata!
«Andare via? Ma se non potete muovervi neanche di un millimetro! Siete fotografate. E adesso, una per una, vi istruirò sulle disgrazie che vi capiteranno, vi dirò di che cosa siete morte… Sarà divertente. Abbiamo riso tanto, insieme. Bastava un niente… E adesso, invece… Sola, al freddo, in questa soffitta maledetta, povera, ignobile a vedersi, ecco la Luisa!… E non ho sonno, e la notte è lunga, e nessuno verrà a trovarmi… Lasciate che mi consoli raccontandovi come siete morte!»
Dino Buzzati, In soffitta, “Sessanta racconti”, Mondadori