Gesualdo Bufalino, Di pensieri e umori sbagliati

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?”

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Le scimmie di mare, 17ª puntata

Nel cinema non c’è una grammatica.
Yasujirō Ozu, Scritti sul cinema

Andavo ogni giorno al Museo in ore sempre diverse, come per coglierlo di sorpresa. Il cartello sul portone permaneva, insensato: chiuso per restauri interiori.
Poi smisi di bussare. Mi limitavo a fare qualche giro intorno all’edificio guardandolo con disprezzo.
Fu durante una di queste ispezioni inutili che notai sul retro una minuscola finestrella del tutto anomala e asimmetrica. Sembrava costruita apposta perché qualcuno vi mettesse l’occhio. Mi accostai come al mirino di una cinepresa.
L’inquadratura mostra solo parzialmente un vano che dev’essere molto ampio.
Scarsa illuminazione da una fonte imprecisata.
Due anziane poltrone con l’aria spaesata.
Casse di bottiglie gettate sul pavimento alla meno peggio da un magazziniere canaglia.
Fioriscono le piccole imprese dei ragnetti lavoratori.
Il set è suggestivo, fra un deposito di contrabbandieri e il soggiorno di un Robinson Crusoe poco più abbiente dell’originale.
Cinque minuti. Nessuno entra nell’inquadratura.
Mi innervosisco come quegli spettatori che se la prendono con la moglie: «Ma non succede niente in questo cazzo di film!», neanche lo avesse prodotto lei.
Finalmente qualcosa accade, ma fuori campo.
Effetti sonori.
Ruggiti (del custode invisibile).
Legni si schiantano, tramezzi crollano, vetri si infrangono. Risate di trionfo.
Fumi e bagliori di piccoli incendi. Il vecchio (che continua a rimanere fuori campo) dev’essere un piromane esperto, non vuole incendiare l’intero edificio ma solo eliminare il superfluo. Con la mazza e col fuoco.
La finestrella esercitava su di me un’attrazione simile alla dipendenza. Andavo a dare una sbirciata tutti i giorni, con l’ottusità di quei registi senza idee che girano chilometri di pellicola così come viene, sperando che durante il montaggio tutto acquisti un senso, non si sa perché.
A volte, il vecchio custode entrava nell’inquadratura con la mazza ancora calda di massacro, si lasciava cadere su una delle poltrone sbilenche e si attaccava alla prima bottiglia che trovava. Tirava lunghe sorsate tenendo gli occhi chiusi, li riapriva, constatava che tutto era uguale a prima e si rimetteva giù a poppare.
Dopo le pause alcoliche più lunghe, si gettava su una brandina e dormiva – impossibile prevedere quanto, dipendeva dai bicchieri e dai sogni; quando ne trovava uno che gli piaceva non lo lasciava più, lo spremeva fino all’ultimo. Allora si svegliava nel malumore e nel rimpianto.
Fra i suoi sogni preferiti c’era quello dei gatti, che ambientava in appartamenti di un cattivo gusto orientale e sempre molto costoso. Gatti maschi tigrati e gatte femmine bianche.
Dio, come lo desideravano quelle gattine, nessuno lo aveva mai amato così! I maschi tigrati gli sfilavano davanti con un inchino, gli si strusciavano sulle scarpe in segno di sottomissione; le femmine bianche perdevano la testa per la sua gamba di legno, l’abbrancavano e miagolavano di piacere mentre la unghiavano per ricavarne lunghi fili che cadevano sul pavimento formando delle ricciolute collinette di Venere; e il piacere delle gatte si irradiava in tutto il corpo di lui come se quell’arto non fosse più un povero pezzo di legno ma un conduttore amoroso che lo congiungeva a corpi femminili furibondi e ansiosi di possederlo. Quando il sogno svaniva, gli occhi del custode incontravano il muso del suo vecchio gatto tarlato che aveva assistito al baccanale nel silenzio di chi ha già visto tutto. Quella fissità mandava in bestia il vecchio che sturava la bottiglia delle recriminazioni: quando mai lui (il gatto) si era strofinato contro la sua gamba? In tutti quegli anni era stato solo capace di chiedere, chiedere e basta, con quegli occhi di vetro, chiuso in quel suo mutismo così femminile – (insensato, visto che era un esemplare maschio); non aveva nessun diritto di essere geloso di quelle gattine così giovani ma già capaci di apprezzare il fascino di un uomo maturo.
Da anni, il gatto aveva deciso di non lasciarsi trascinare nelle discussioni di coppia; gli avevano causato un’alopecia nervosa che lo faceva assomigliare a un péluche dimenticato in soffitta, oltre ad avergli rovinato l’appetito. E adesso quel suo padrone decerebrato credeva di rimediare mostrando la scatola delle crocchette Bozita e facendo la voce felina: “Non parliamone più. Guarda cosa ti ho preso…”.
Tampinava il gatto per tutta la casa come un marito con la coda fra le gambe. Al gatto, già la sola vista delle Bozita gli faceva saltare i nervi; il custode non le comprava mica per le vitamine e i sali minerali ma solo per la suggestione del nome. Nella giungla marcita del suo cervello, Bozita doveva evocare una qualche danzatrice brasiliana, forse fantasma di gioventù. Il vecchio fuori controllo ne imitava le movenze, ancheggiava perfino, e scuoteva la scatola come una maraca solitaria mentre improvvisava una canzoncina demente, sul genere di: “Quant’è bbona la Bozita!”.
Il gatto s’incupiva e più ancora si preoccupava; certe cose sono brutte da pensare ma bisogna tenere i piedi per terra: aveva appena compiuto dieci anni, che per un gatto sono la soglia della terza età; quella del padrone non la sapeva esattamente. Difficile indovinare chi sarebbe morto prima. Se fosse toccato al vecchio scimunito, la qualità della vita sarebbe migliorata senza tutte quelle petulanze e quelle arroganze, quelle violenze e quelle escandescenze. Rimaneva però l’incognita del sostentamento; in paese non tirava buona aria per i randagi. Viceversa, sarebbe potuto morire lui prima del padrone, allora l’avrebbero gettato nella discarica appena fuori dall’abitato come un vecchio televisore. Meglio così, si diceva nei momenti più bui, almeno sarebbe finita quella routine degradante. Tanto più (si consolava) che gli animali non temono la morte – lo aveva sentito dire tante volte sia dagli uomini che dagli altri gatti e si sforzava di crederci a tutti i costi. Non la temono, percepiscono solo il suo passo leggero all’ultimo momento, quando si avvicina, e si limitano a dire: “Ah, eccola.”
Ma questa faccenda non lo convinceva, gli sembrava così incredibile starsene tranquilli in poltrona mentre la morte entrava nella stanza. Cosa ne potevano sapere quei suoi amici gatti, ben vivi e pasciuti, che filosofeggiavano durante il pasto, tra un rognone e una mousse di anatra? Per approfondire, aveva consultato svariati manuali, ma erano tutte stupide pubblicazioni destinate alle vecchie svanite che cercano solamente lettiere e tronchetti per le unghie.
Oppresso dai pensieri, esasperato dalla reincarnazione della ballerina brasiliana, il gatto infilava di corsa il suo sportello ritagliato nel portone per prendere una boccata d’aria, ma il padrone lo perseguitava anche lì con le sue smancerie.
A volte, capitavo sul piazzale del museo durante queste sceneggiate domestiche e affrettavo il passo per entrare, ma in quattro salti il gatto infilava il suo sportellino inseguito dal padrone che riusciva sempre a sbattermi il portone in faccia.
I miei tentativi di entrare al museo erano diventati inutili; il vecchio aveva fatto piazza pulita di tutti i reperti di tutte le stagioni teatrali, comprese le mie. Ogni tanto compariva alla guida di un furgoncino carico di barattoli di vernice. Guidava euforico, derapava, zigzagava, il finestrino abbassato, la radio accesa al massimo. Con in testa un cappelluccio di carta di giornale come i manovali di una volta, giocava all’allegro imbianchino. Appena mi vedeva, incominciava a cantare forte. Voleva provocare. Dovevo immaginarlo che era stupido, fin dal primo incontro, quando mi aveva estorto tutte quelle banconote per farmi entrare. Avido come uno stupido. Credeva di farmi rabbia, non capiva che mi aveva sollevato da un compito penoso.
Tutto andato. Tutto perduto. Pazienza. Tutto sepolto sotto quattro mani di bianco. Cosa ne potevo io? Avevo fatto il possibile. Una fatalità. Mi sentivo leggero.
Gli stupidi sono lo strumento dell’imperscrutabile che decide i fatti nostri, possono anche produrre effetti positivi.
Lo studiavo mentre portava nel museo sempre nuovi carichi di colore. Saliva e scendeva dal furgone con un’agilità sospetta. Volteggiava sul pianale, si caricava quattro o cinque latte di vernice, saltava e atterrava a piedi pari come i ginnasti.
Il lettore ne è testimone: fino a qualche pagina fa, il custode aveva una gamba di legno, adesso non ce n’era più traccia. Sparita dalla sera alla mattina. Forse l’aveva sostituita con una protesi di ultima generazione che imitava perfettamente i muscoli e la carne.
Oppure la gamba di legno era stata un trucco ben riuscito.
I misteri del custode non si limitavano alla gamba; tutta la sua persona era in preda a una metamorfosi progressiva e inspiegabile. Le rughe del viso si spianavano in tempo reale come negli spot delle creme anti-età; ogni mattina il suo corpo appariva più sodo, più snello.
Era diventato anche più alto.
Quando il vecchio rottame ebbe risalito il corso degli anni fino alla soglia della trentina, la sua rigenerazione fu compiuta.
Me ne accorsi una mattina, verso mezzogiorno, quando scese da una Mazda decappottabile bluette intonata al suo vestito carta da zucchero; mi attraversò con lo sguardo, si diresse al portone del Museo, che era stato sostituito da una vetrata a rettangoli colorati (triste imitazione di Mondrian) e lo aprì strisciando una tessera magnetica.
In pochi minuti la Mazda decappottabile si riempì di ragazze a fiori.
Masticavano gomma, erano impazienti. Aspettavano lui, il filibustiere ristrutturato.
Una magra magra con in cima un cappello di paglia da turista, si allungò tutta e cacciò uno strillo:
– Sbrigati Bob!…
L’ex vecchio si faceva chiamare Bob, senza pudore.
Incontrandolo nella sua versione precedente, la magra magra gli avrebbe allungato una monetina e subito si sarebbe disinfettata le mani. Ma alle ragazze della Mazda non interessa il prima, hanno solo voglia che lui le porti via, non importa dove. Andare. Adesso. Subito. Molta voglia, e fanno suonare il clacson perché si sbrighi.
Uno zefiro leggero prende a soffiare sulle gonne. Le ragazze a fiori stormiscono, si sentono belle, fresche, e soprattutto nuove come tanti germogli
Loro non lo sanno, ma sono le spore di una Primavera- madre che riempie tutto il cielo che fa esplodere il piazzale abbandonato alla polvere in un festival di verzure e di uccellini colorati
che guarisce le piaghe dei cani randagi invasi dalle larve e li restituisce al vivere civile in forma di quadrupedi brizzolati, ben portanti, sulla cinquantina, più che dignitosi
che raddrizza le catapecchie sbilenche e le riscatta dall’anonimato pitturandole come donnine allegre degli anni Venti
che impasta gli abitanti con un’argilla nuova e rigenerante.

La Mazda bluette del sedicente Bob (che d’ora in poi verrà indicato come Bob) mi sorpassò con una mitragliata di clacson e scomparve insieme al suo carico di ragazze mentre mi trovavo davanti alla vetrina di un Armani Store.
La Primavera fecondatrice lo aveva fatto nascere quella notte insieme a tanti altri fratellini e sorelline.
Versace Store,
Cavalli Store,
Krizia Store,
Coveri Store,
Prada Store.
Tutta la via era una nursery di Store appena nati che si affacciavano alla vita sgambettando in una nuvola di borotalco.
Nell’open space dell’Armani Store trottavano commesse con i capelli tirati all’indietro e le code di cavallo. Dovevano essere sorelle perché papà Armani le aveva truccate e vestite tutte uguali.
Ho sempre saputo che non si devono sbirciare le commesse, anzitutto perché sono lavoratrici che faticano, e poi per ragioni di stile. Lo sapevo ma quella volta l’ho fatto. E sono stato punito. Infatti, mentre le guardavo, così solamente per guardare, mi sono visto riflesso nella vetrina. Unico in tutto il paese, la Primavera non mi aveva rigenerato per niente, al contrario mi aveva scaricato addosso un numero esagerato di anni.
Adesso erano le commesse nel negozio che guardavano me, così poco nuovo da risultare indecente.
Armana, la direttrice, era inquieta; la mia presenza davanti allo Store poteva deprezzare l’intera via. Ma la ragazza aveva fatto i corsi professionali e applicò la strategia della buona Samaritana.
– Si sente bene?
– Insomma. Dopo questa scarica di anni, è già tanto se sono ancora in piedi.
– Bene, è una buona notizia. Abita in paese?
– Diciamo di sì. Provvisoriamente.
– Bene. Il Provvisorio aiuta a restare giovani! Anche noi ragazze siamo qui solo di passaggio. Come uccellini sul ramo. (Ride. Ha denti belli). Appena avremo avviato questa nuova, meravigliosa avventura ci trasferiranno non si sa dove. Sono cinquant’anni che traslochiamo così da uno Store all’altro e non siamo per niente stanche. Non trova che sarebbe ora di tornare a casa?
Un ronzio segnalò che si stava aprendo la bocca di un garage. Ne uscì un minuscolo veicolo Armani guidato da un autista in scala uno a dieci.
– Dovrà adattarsi, i pulmini di taglia media li hanno spediti, ma arriveranno solo fra qualche giorno.
Intanto, le altre ragazze Armani erano uscite e aiutavano la direttrice a stipare il mio corpo nell’abitacolo; senza quelle manine specializzate in imballaggi sarebbe stato impossibile. Quando finalmente l’omino avviò il motore, riuscii a rigirarmi e sbirciai dal lunotto posteriore. Le commesse mi facevano ciao e tiravano sospiri di sollievo.
Nonostante il trabiccolo fosse firmato Armani, l’arrivo alla pensione non accrebbe il mio prestigio. Anzi. Come seppi in seguito, tutti gli Store ne tenevano una piccola flotta destinata ad accompagnare (a casa, se ne avevano una, oppure alla discarica) gli spaesati come me che non rientravano nel piano di rigenerazione del Nuovo.
Intorno al fabbricato originario era spuntata una piccola selva di altri parallelepipedi che ostentavano l’avanguardia dei loro materiali, resina, carbonio, e persino Fiber Reinforced Plastics, che nel mondo era ancora in fase di sperimentazione.
Sulle facciate dei nuovi edifici le finestre si aprivano generose.
La filosofia degli architetti filantropi era improntata all’inclusione, che consideravano un dovere morale, un risarcimento sociale. I passanti, derelitti per definizione, si sarebbero svagati gratuitamente guardando i personaggi più o meno famosi che transitavano da una finestra all’altra. Un sapiente gioco di luce e di buio li faceva apparire come incarnazioni di un immaginario sottratto alle leggi del tempo.
Antiche popstar planetarie, notoriamente defunte da decenni, si sballavano insieme ai rapper foruncolosi delle radio private.
Sottosegretari di pochi capelli, comparsi in qualche talk televisivo, prendevano sottobraccio un De Gaulle e un Arafat come vecchi compagni di scuola.
Le finestre sotto le quali si assembrava il pubblico erano quelle che lasciavano intravedere famosi personaggi femminili assortiti in una sorellanza molto libera.
Una Sharon Stone trentenne sparava raffiche di champagne su giornaliste contegnose, strafatte per l’occasione.
Tagli di luce balenavano su una femmina sacra che aveva spopolato a Hollywood in un tempo lontano.
– E quella chi sarebbe?
– Boh.
– Cosa si è messa sulla testa? – Sembra un serpente.
– Che schifo!
– Senza contare il pericolo!
– Ma non vedete che è morto?
– Peggio! Un serpente imbalsamato.
– Pensa la puzza!
– Per non dire l’igiene!
– Dev’essere malata.
– Con quella faccia da sepolcro, non è certo il ritratto della salute!
– Ahahahahah!
– E tutto quel nero intorno agli occhi? – Avrà consumato un chilo di carbone. – Ahahahahah!
– Che stronza!
– Perché?
– Dicevo così per dire.
– Attenzione, è arrivata la Ilary.
– Finalmente un po’ di gioventù!
– Insomma… anche lei ha i suoi anni.
– Sì, ma vuoi mettere con la serpentona?
– La serpentona non è mica tanto vecchia, è solo un po’… – … Defunta.
– Ahahahahah!
– Guarda te come se la intendono!
– Forse Ilary la vuole scritturare per il suo nuovo show,“La morte in vacanza”. – Ahahahahah!
La serpentona era Theda Bara, la più famosa vampira di Hollywood, scomparsa oltre sessant’anni prima, che adesso faceva casino, oltre che con la Ilary in fiore, con le Antonelle, le Alessie, le Barbare, le Michelle televisive, tutte vive e vitali nel sogno del presente.
Conoscevo bene la commistione dei vivi con i morti, in teatro è cosa di tutti i giorni; mi chiedevo dove stesse il trucco. Come ogni virus, il Nuovo ne conosce di ogni genere, dai più sofisticati a quelli così banali che quando li scopri ti senti un idiota.
Il trucco me lo rivelò la stessa Signora della pensione, che nel frattempo era stata ribattezzata Holiday Inn.
– Ha visto, ieri, che serata? Un po’ costosa, ma per la première bisognava fare le cose come si deve. Io francamente ero a corto di idee, l’illuminazione è venuta a Bob. Bob è pieno di risorse. Oltre che di contatti.
(Ride. Bob è il suo amante. Sicuro. Lei gli lascia la briglia lenta perché coltivi le sue relazioni perverse. Complici e amanti. Niente di strano. I corpi dei due ristrutturati erano ritornati giovani ed elastici – logico che ora vibrassero. Ma forse la tresca risaliva a molto prima, quando erano ancora la Vedova il Vecchio Filibustiere. Forse lui si smontava la gamba di legno prima di immergersi nel corpo molle di lei sciolto fra le lenzuola).
L’illuminazione di Bob era stata rivolgersi un’agenzia di sosia. La Signora ci teneva a mostrarmi il catalogo patinato.
– Vede? Tutti Top Selection. Da Jennifer Aniston a Catherine Zeta Jones. Alcuni sembrano dei veri e propri cloni e sono piuttosto cari, ma Bob ha detto che per una serata di promozione popolare andavano bene anche le seconde scelte.
Ci sono degli sventurati privi di tutto che fingono di essere Elton John. È la loro ultima risorsa, hanno perso il lavoro, e la madre si è portata nella fossa la pensione. La mattina, davanti allo specchio, mentre si ritocca la frangetta bionda, Elton non si chiede “Chi sono io?” (è una domanda da reddito medio-alto), ma: “Posso sembrare ancora a lui?”
Si pesa. Cristo! impreca, e cade in ginocchio ai piedi della bilancia. Due chili in un mese nonostante abbia mangiato solo pasta e tonno in scatola.
Più un chilo che aveva preso il mese scorso.
Tre in sessanta giorni.
Quelli dell’agenzia erano stati chiari:
– Mi dispiace, Elton, ma se continui così dobbiamo metterti fra i sosia amatoriali, lo sai come funziona qui.
Lo sa bene, e sa cosa significa: cachet dimezzati, ingaggi pochi, giusto alle convention di ultimo livello con i concessionari più incazzati:
– Quello lì ci ha soltanto le chiappe di Elton John. Verificare per credere!”
– Ahahahahah!
Poi l’estromissione dal catalogo e la fine.
Proverà ad abolire la pasta, ma riuscirà a vivere di solo tonno?

La storia dei sosia è antica come il teatro, ma il Nuovo se ne fotte della Storia. L’importante è riciclare. Una verniciata a spruzzo, un packaging sottovuoto, e i sosia sono pronti, freschi di giornata.
Tutto odorava di Nuovo. Il grande embrione di cemento accanto all’Holiday Inn era stato terminato nella notte e si presentava come una smisurata arena vuota ma già risonante di un pubblico invisibile.
Gli abitanti del Paese (dove si erano nascosti per tutto questo tempo?) stazionavano con i vestiti della domenica davanti alla porta di casa, gli occhi fissi sull’unica strada asfaltata.
Poiché dal curvone continuava a non spuntare nulla, gli abitanti capirono che dovevano aver fiducia e credere, credere fortemente. Si scatenò una caccia affannosa alla fede. Alcuni se ne fecero una posticcia, alla buona, altri ricorsero al baratto e alle minacce. Solo i vecchi se ne stavano seduti tranquilli e li guardavano come tanti scemi; era da mo’ che loro non si aspettavano più niente.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
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9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/
13ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23477&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=1c1693b818&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
14ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23497
15ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23526
16ªpuntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23547

Romain Gary, Il bambino prodigio

Fin da quando nacqui, mia madre nutrì la speranza che sarei diventato un bambino prodigio, un incrocio fra Yacha Heifetz e Yehudi Menuhin che all’epoca erano al culmine della fama. Avevo solo sette anni, quando fu comprato un violino d’occasione un negozio di Wilno, nella Polonia Orientale, dove eravamo di passaggio, e fui condotto solennemente a casa di un uomo spento, vestito di nero e dalla lunga chioma, che mia madre con un mormorio rispettoso chiamava « maestro ». In seguito, vi tornai da solo, coraggiosamente, due volte la settimana, col violino racchiuso in una custodia color ocra tappezzata di velluto viola. Del « maestro » non ho conservato che il ricordo di un uomo profondamente stupito ogni volta che impugnavo l’archetto; il grido « Ahi! Ahi! Ahi!», che cacciava ogni volta portandosi le mani alle orecchie è ancora vivo nella mia memoria. Credo che il « maestro » soffrisse enormemente per la mancanza di armonia universale in questo squallido mondo, una mancanza nella quale io dovetti giocare, durante le tre settimane che andai a lezione, un ruolo importante. Dopo la terza settimana, il « maestro » mi strappò l’archetto e il violino dalle mani, disse che avrebbe parlato con mia madre e mi mandò via. Non ho mai saputo ciò che si dissero i due, ma mia madre passò molti giorni a sospirare e a guardarmi con aria di rimprovero. Di tanto in tanto mi abbracciava in uno slancio di pietà. Un grande sogno si era infranto.

Romain Gary, La promessa dell’alba

Pier Paolo Pasolini, La napoletanità

Io so questo: che i napoletani oggi sono una grande tribù che anziché vivere nel deserto o nella savana, come i Tuareg o i Beja, vive nel ventre di una grande città di mare.
Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle proprie possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia o altrimenti la modernità. La stessa cosa fanno nel deserto i Tuareg o nella savana i Beja (o fanno anche, da secoli, gli zingari): è un rifiuto, sorto dal cuore della collettività (si sa anche di suicidi collettivi di mandrie di animali); una negazione fatale contro cui non c’è niente da fare. Essa dà una profonda malinconia, come tutte le tragedie che si compiono lentamente; ma anche una profonda consolazione, perchè questo rifiuto, questa negazione alla storia, è giusto, è sacrosanto.
La vecchia tribù dei napoletani, nei suoi vichi, nelle sue piazzette nere o rosa, continua come se nulla fosse successo a fare i suoi gesti, a lanciare le sue esclamazioni, a dare nelle sue escandescenze, a compiere le proprie guappesche prepotenze, a servire, a comandare, a lamentarsi, a ridere, a gridare, a sfottere; nel frattempo, e per trasferimenti imposti in altri quartieri (per esempio il quartiere Traiano) e per il diffondersi di un certo irrisorio benessere (era fatale!), tale tribù sta diventando altra. Finché i veri napoletani ci saranno, ci saranno; quando non ci saranno più, saranno altri (non saranno dei napoletani trasformati).
I napoletani hanno deciso di estinguersi, restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili e incorruttibili.

(Queste righe meravigliose e commoventi furono dettate dal grande friulano ad Antonio Ghirelli. Durante le riprese del Decameron, effettuate proprio a Napoli, Pasolini aveva potuto osservare da vicino il popolo napoletano e ne rimase folgorato, per la tenacia unica al mondo con cui respinge gli insulti della cosiddetta modernità. Scrive Ghirelli: «Gli sottoposi le mie domande e dettò questa pagina stupefacente». Il testo fu pubblicato dal giornalista napoletano in La napoletanità, edito da Società editrice napoletana, nel 1976)

Giorgio Manganelli, Un signore privo di fantasia e amante della buona tavola incontrò per la prima volta se stesso

Un signore privo di fantasia e amante della buona tavola incontrò per la prima volta se stesso ad una fermata d’autobus. Si riconobbe immediatamente, e ne provò solo un blando stupore; sapeva che, sebbene rari, avvenimenti del genere erano possibili, anzi non infrequenti. Ritenne opportuno non far mostra di essersi riconosciuto, dato che non erano mai stati presentati? L’incontrò la seconda volta lungo una strada, ed una terza davanti a un negozio di abbigliamento  maschile. Questa volta si fecero un breve cenno reciproco, ma non si rivolsero la parola. Ogni volta egli si era esaminato con cura: aveva trovato che il se stesso era dignitoso, elegante, ma gravato da un’aria triste, o almeno pensosa, che non gli riusciva di capire. Fu solo al quinto incontro che si salutarono con un sommesso “Buona sera”, ed anzi egli sorrise, e si accorse, o così gli parve, che l’altro non rispondesse al suo sorriso. La settima volta, all’uscita di un teatro, il caso volle che essi venissero sospinti dalla folla l’uno verso l’altro. il se stesso lo salutò garbatamente, e fece alcune osservazioni giudiziose; egli parlò  degli attori, e il se stesso acconsentì ad alcuni rilievi. A partire dall’inizio di un qualsiasi inverno, gli incontri divennero frequenti. Era chiaro che egli e se stesso abitavano in quartieri non lontani; che avessero abitudini simili, non era cosa da stupirsene. Ma sempre più egli era convinto che il se stesso avesse un’aria eccessivamente malinconica. Una sera osò rivolgergli la parola, chiedendogli se non avesse qualche cruccio cui egli non partecipava, e il se stesso gli confessò di essere innamorato, e senza speranza, di una donna che in ogni caso era indegna del suo amore; per cui, la conquistasse o meno, egli era condannato ad una penosa, intollerabile situazione. Egli fu sconvolto dalla rivelazione, giacché non era innamorato di nessuna donna; e tremò al pensiero che si fosse creata una scissione così insormontabile. Cercò di dissuadere se stesso, ma quegli rispose che né amare né disamare stava in lui. Da quel giorno, egli è caduto in una cupa malinconia. Passa con se stesso gran parte del suo tempo, e chi li incontra vede due decorosi signori parlare sommesso, ed uno che, il capo immerso in un’ombra, talora assente, talora nega.

Giorgio Manganelli, Centuria, Rizzoli

Le figurine di Radiospazio. I fili

Tutto è necessario. Ogni minimo particolare. È questa in fondo la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato. Perché, vedi, non sappiamo dove stanno i fili. I collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui si può fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere che cosa può stare in piedi e che cosa può cadere. E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente parte anch’essi della storia e la storia non ha dimora né luogo d’essere se non nel racconto, è lí che vive e dimora e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare. Non c’è mai fine al raccontare.

Cormac McCarthy, Oltre il confine, Einaudi, Traduzione Andrea Carosso

Le scimmie di mare, 16ª puntata

IV Parte
Capitolo I
Nel quale si succedono alcune metamorfosi che l’autore accetta senza indagarne troppo le cause.

e la fine di tutto il nostro esplorare sarà di giungere donde partimmo
T.S.Eliot, Attratti da questo amore, alla voce di questo richiamo

Ero poi riuscito a tornare in quel Paese assente dalle carte geografiche. In che modo non saprei dire. Forse era più vicino di quanto pensassi, così vicino che mi era bastato scavalcare una linea sottile senza accorgermene, come in quel gioco; come si chiamava? La Campana, ecco. Una decina di caselle disegnate col gesso sulle quali dovevamo saltellare come giovani gru su una gamba sola. Non ero mai riuscito a capire le regole, così finivo sempre sui numeri sbagliati. Le bambine ridevano.
Tanti anni dopo, eccomi di nuovo spaesato.
Non riuscendo a ricostruire il mio itinerario, mi sentivo come chi non è né andato né tornato; evidentemente esistevano un qui e un là che giocavano a prendermi in mezzo; si rincorrevano, si accapigliavano, si fondevano in uno e subito si separavano per ricominciare.
Cosa volevano dirmi con quel rimpiattino dispettoso?, che il viaggio me lo ero figurato io e che invece stavo girando come un vecchio fuori di testa e di età in groppa al cavallino di una mia giostra tutta personale?
Quando entrai nel soggiorno della pensione la Signora alzò appena gli occhi dall’ultimo numero di Harpers Bazaar che stava sfogliando:
– La chiave è lì sullo scaffale…
Come se io fossi l’addetto al contatore del gas.
Ho detto La Signora perché subito mi resi conto che non avrei mai più potuta vederla e nemmeno pensarla come La Vedova. Dalla sua pelle incrostata di lacrime e liquori fatti in casa erano scomparsi i peli ribelli, le verruche, le scrofolette e i grappoli di vescicole multicolori come i palloncini del tiro a segno.
Solo un racconto magico poteva spiegare una metamorfosi così radicale. Provavo a ricostruirne la trama: durante la mia assenza La Vedova era definitivamente affogata nella palude del suo scontento; quel fango doveva avere straordinarie proprietà terapeutiche, perché la morta non solo era resuscitata, ma si era reincarnata nella Signora che adesso sfoggiava l’epidermide luminosa di un’antica teiera giapponese.
Tanto per dire qualcosa, le annunciai che la mattina dopo sarei andato al museo.
La Signora richiuse spazientita la rivista:
– Ancora con questo museo!…
Diede un’occhiata a un piccolo Baume&Mercier quadrato: – È l’ora dell’ufficio stampa.
Sorrise. Chiamò, in la maggiore:
– Berta… Louise … Nina… Chantal… Katia…
Entrano in ordine sparso: un abitino a volant, una t-shirt a coscia, un pigiama con bretelle, un top con pizzo più gonna a palloncino, un leggins skinny in tulle più canotta a orlo e smerlo, una mini denim più giubba militare, un pantaloncini vita elastica più camicetta fantasia pitone.
La Signora emerge da un lungo caffetano écru che la slancia – e non di poco, avrà guadagnato almeno una decina di centimetri rispetto a quando era La Vedova.
Niente gioielli, solo un giro di coralli rosso sangue intorno al collo.
Lo staff è riunito in uno spazio operativo protetto da una parete di vetro. Sequenza (per me) priva di audio.
Soggetto della sequenza: le pubbliche relazioni.
Pantaloncini e Mini denim sono ai telefoni. Leggins skinny le fotografa. T-shirt digita. Abitino a volant e Top con pizzo si baciano. Buffa idea. Ridono. Leggins skinny è contrariata perché ha perso quello scatto prezioso. Chiede alle due di ripetere. Non accontentata, fa il broncio. Mini denim fotografa il broncio e invia subito. Tutte si fotografano mentre fanno il broncio. Invio. Pantaloncini stappa una bottiglia di vino. Leggins skinny strabuzza gli occhi. T-shirt la fotografa. Strabuzzano tutte. Si passano velocemente la bottiglia. Bevono a collo. Rivoletti di vino e saliva. Risate. Foto e invio. Abitino a volant fa la faccia ubriaca. Tutte ridono e si fotografano con la faccia ubriaca. Invio. Pigiama con bretelle fa il segno di I love. T-shirt le storce il dito mignolo. Pigiama fa la smorfia della bambina che piange. Foto e invio. La sequenza acquista velocità. Capelli (una ciocca sopra le labbra a fingere un paio di baffi). Nasi (deformati da un dito che li spinge all’insù oppure esplorati da altri diti tra smorfie di disgusto collettivo). Bocche (a papera, a culo di gallina, alla “vieni che ti faccio vedere come si bacia”). Lingue (alla Einstein, alla fragola, alla porno).
La Signora controlla i like sullo schermo del computer. È soddisfatta, sembra che tutto questo stia piacendo molto.
– Piacendo a chi?
– Al mondo, no? – che domanda!
Qualche giorno dopo, mi avrebbe detto, en passant (da quando si era trasformata nella Signora, parlava quasi sempre en passant):
– Una bella squadra, sono fiera del mio staff, tutte laureate in Scienze della Comunicazione.
– E cosa comunicano?
Pausa incredula.
– La Comunicazione! Ha presente? Ma dove vive lei?

Tutto era cambiato, anche la pensione aveva una sua tristezza nuova, me ne accorsi dopo cena. Niente confessioni all’ombra delle bottiglie di liquori casalinghi, niente racconti, niente malinconie, niente rievocazioni del marito morto in circostanze oscure. La Signora svolazzava con le Louise e le Chantal del suo staff e ogni mezz’ora ringiovaniva in modo preoccupante. Intorno alla mezzanotte, di fronte a me c’era un crocchio di ginnasiali di quelle che ridacchiano e additano i maschi raggruppati contro la parete opposta.
Poiché l’unico maschio presente ero io, cercai conforto nella notte che circondava l’edificio.

Dev’essere mezzanotte. Meno cinque minuti. Si dorme.
Jules Laforgue, Veglia d’aprile

Quando uno esce nel buio per rigenerarsi, questo buio dovrebbe essere abbastanza vuoto, così da assomigliare anche vagamente al nulla. Invece lo spazio intorno alla pensione era in gran parte occupato da una struttura di forma indecifrabile alta una ventina di metri. Lo schieramento dei ponteggi e delle gru diceva che era destinata a crescere chissà quanto.
Che senso aveva un’opera ciclopica con pretese futuribili in un paese dove non capitava mai nessuno tranne me? Rientrai e mi misi a letto. Ogni poco mi alzavo, andavo alla finestra, spiavo.
Il grande embrione di cemento era sempre là. Dormiva tranquillo, lui.

Il mattino viene a deflagrare nella mia camera molto presto.
È una sinfonia di betoniere che grufolano, di carpentieri che canticchiano “Se ce mettimme a fa’ ammore”, di elevatori che fanno uuuh, di muratori calcificati che cristonano con gli avventizi, di bulldozer con la voce catarrosa dei vecchi aeroplani.
Il primo sole esalta la superficie di un enorme parallelepipedo bianco, come se nella notte un architetto avesse calato una corazza luminosa sul grande embrione rendendolo top secret – pensavano che avessi visto già troppo?
Da una terrazza privata, la Signora assapora il bordello dissonante che fa tremare la sua creatura:
– Niente di tutto questo esisterebbe senza di me.


Lasciate ch’io vada a rintracciare la vita passata per risuscitarmi da questa morte presente.
Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, LIII

Tarda mattinata. Il piazzale davanti al museo è abbandonato a una polvere senza rimedio. Non aiuole, non pavimentazione, non segnali stradali, non lampioni, non passanti, nemmeno vecchie rotaie arrugginite a testimoniare che un tempo qualcuno era transitato da quelle parti.
Alla desertificazione del piazzale è scampata solo un’anziana, dignitosa panchina verde sulla quale sta seduto un gatto imbronciato, anche lui con un piede nella pensione. Sono assortiti bene, hanno l’aria di due che s’incontrano tutti i giorni alla stessa ora per un tacito appuntamento e restano lì al sole senza aprir bocca, perché le parole le hanno finite da un pezzo.
Mi siedo anch’io con cautela, in punta di panchina; nessuno mi ha invitato e non vorrei spaventare il gatto, il quale proprio non mi vede nemmeno, ha altro per la testa, e devono essere pensieri fastidiosi di denaro, di scadenze, di grane familiari. Ogni tanto si volta, dà una occhiata al museo che sta alle nostre spalle e tira moccoli molto simili a quelli degli uomini.
L’avversione del gatto per il museo è anche la mia. Guardo la facciata sgradevole come un ufficio postale. Mi vedo mentre ripercorro ancora una volta le stanze con i graffiti delle attrici morte scoprendone di nuove con altri reperti di spettacoli in decomposizione ormai illeggibili.
Non sarebbe stato piacevole. Lo sapevo, ma mi dicevo che era necessario attraversare ancora una volta quelle stanze se volevo archiviarle una volta per tutte. Insomma, concludevo virilmente, ci sono degli appuntamenti col destino ai quali non ci si può sottrarre.

Come quando ripescano una salma nelle acque del lago: tre mesi fra le alghe a venti metri di profondità sono tanti, ci vuole l’occhio di un familiare stretto.
– Pronto, signora C*?… Qui è ancora il comando dei carabinieri… Ho chiesto conferma al maresciallo; mi dispiace, ma la sua presenza è indispensabile per l’identificazione… Passiamo a prenderla fra mezz’ora.
Mentre la signora C* si riveste (sono le quattro del mattino), il suo strazio si incrocia con una domanda: sarà in grado di riconoscere il corpo del signor C*? È un pensiero fra l’assurdo e l’empio che non può condividere con nessuno, tanto meno con i carabinieri. Cosa ne sa lei di quel corpo? Da molti anni il signor C* le è sempre apparso già vestito e confezionato entro giacche doppiopetto o monopetto, maglie girocollo e pantaloni, felpe, cappotti, salopette blu; la signora C* conosce quel guardaroba capo per capo, potrebbe scriverne l’inventario completo, dalle camicie, ai calzini, alle mutande, tutto, invece sul corpo nudo del signor C* teme di fare scena muta come una studentessa che ha preparato solo la lezione del giorno; Odoacre lo sa tutto a memoria, ma le guerre puniche chi se le ricorda?
Cerca di riepilogare il corpo del marito. Le vengono in mente solo immagini molto parziali; due braccine scarne che sbucano da una canottiera bianca, un pezzo di gluteo fuoruscito dallo slip, qualche visione del pube del signor C* mentre s’infila l’accappatoio dopo la doccia, ma sono fotogrammi rari e vedovi perché di solito suo marito si chiude in bagno a chiave.
C’era stato un tempo in cui i signori C* dormivano nudi anche d’inverno e quando si svegliavano scendevano dal letto e andavano in cucina così com’erano. Per una coppia agli inizi la cucina è un teatro anatomico ricco di imprevisti; le carni giovani, così compatte e sicure di sé, si frammentano in un buffo caleidoscopio e si moltiplicano sugli acciai del tostapane, della caffettiera, dei coltelli inox. È un modo nuovo di riscoprire il corpo dell’altro fuori dalle solite lenzuola, nuovo e anche divertente, come quando il signor C* si avvicinava ai fornelli per punzecchiare le salsicce e il suo pene finiva per trovarsi proprio all’altezza delle fiamme. Allora la signora C* rideva come una matta mentre gridava: «Cosa fai? Guarda che se te lo abbrustolisci non mi piace più!», e cose simili – una volta si scompisciò fino ai singulti quando lui se la mise sulle ginocchia e prese a sculacciare il suo sedere fresco di sposa con una luganega ancora calda.
Ma le risate si erano spente da tanto tempo, e alla signora C* quel tempo sembrava molto lontano, ormai consegnato a un’epoca mitica sempre più incerta.
Le salsicce, insieme con le uova e a tutte le altre cose buone, erano uscite dal menù della prima colazione, sostituite dalle fette biscottate e dal miele d’acacia. Anche i fuochi erano spenti; niente più minacciava il membro del signor C* e il sedere della signora C* che si aggiravano per la casa protetti da un pigiama di cotone a strisce e da una vestaglia in pura lana con farfalle. Per qualche anno la signora C* patì nel silenzio la mancanza delle grigliate e delle luganeghe. Un mattino, si rese conto che quella mancanza era venuta meno, che mancava della mancanza e che non cercava nemmeno più di ritrovarla. Quello stesso mattino, il signor C*, dopo aver fatto presente che era finito lo yogurt magro, osservò: «Cos’hai, non ti senti bene? Oggi mi sembri un po’ smorta.» Da qualche minuto la signora C* era ipnotizzata dal processo di decomposizione dell’Orzoro in grande tazza filettata di rosso, e intese un po’ morta. Mormorò: «Sì, lo credo anch’io». Alzò la testa. Di fronte a lei, un vecchio maligno annegava nel latte una formella di Weetabeex.
Si è rivestita alla meglio. È pronta. Seduta in entrata con la borsa sulle ginocchia, aspetta i carabinieri. Sentirà la sirena in avvicinamento? Le metteranno una mano sulla testa prima di farla entrare nella volante? Dove avverrà il riconoscimento, sulla riva del lago o all’obitorio? Domande oziose che fanno schermo a quella più impegnativa: come si presenta oggi, 26 gennaio, alle quattro e mezza del mattino, la salma del signor C*? Una formella di Weetabeex impiega meno di un minuto per sciogliersi in un liquido – come si trasforma un corpo umano dopo tre mesi sul fondo di un lago?
La signora prende una decisione, riconoscerà qualunque cosa. Anche se i carabinieri le mostreranno un grumo informe di un metro e settanta, dirà: «Sì, è mio marito.»
Si chiede se sarà così orribile.
È sola, la casa è vuota. Dietro i vetri è spuntata un’alba antipatica che le volta le spalle con ostentazione, figurarsi se la ascolta. È sola, quindi si può rispondere sinceramente. No, non sarà orribile. Grottesco, semmai. Identificare un corpo che le è estraneo da più di vent’anni.
Quando la signora C* mi raccontò la notte del rico- noscimento, la mia prima reazione fu egoistica: «Questo a me non potrà capitare; privo di congiunti come sono, non mi verrà mai chiesto di identificare nessuno.» Non pensavo che un giorno sarei stato chiamato a un confronto più difficile di quello della signora C*, riconoscere per un’ultima volta i resti dei miei spettacoli. L’utero sfibrato del palcoscenico. Ero scivolato giù senza neanche accorgermene. Per andare dove? In cerca di una Scrittura che fosse capace di camminare da sola, una pagina dopo l’altra, senza le stampelle delle voci, dei corpi, delle luci ruffiane e di tutto l’armamentario del teatro.
– Insomma, un romanzo», mi era stato detto sbrigativamente.
– Non esageriamo, avevo risposto.
Guardai l’orologio. Era inutile tirarla in lungo. Mi alzai dalla panchina.
Fu allora che il gatto si voltò verso di me. Aveva scoperto che esistevo. Mi fissava come i paesani dei borghi selvatici guatano i turisti: «Con tutti i bei posti che ci sono, cosa gli è saltato in mente di venire nel nostro buco schifoso! Capaci che hanno anche i soldi. Che coglioni.»
Non è facile sostenere lo sguardo di un gatto, io per lo meno non ero abituato.
Un lungo fischio venne a incrinare l’imbarazzo.
Era un richiamo sguaiato, volgare, che avrebbe fatto imbestialire anche il cane più bonario, figurarsi un gatto. Un esemplare un po’ fumantino avrebbe cercato il fischiatore per dargli una buona ripassata di unghie, invece il gatto della panchina era uno di quegli introversi che si tengono tutto dentro. Consultò il sole, constatò che era già mezzogiorno e venti, crollò il capo, scese dalla panchina e si avviò a passi lenti verso il museo. Strascicava le zampe come un detenuto alla fine dell’ora d’aria. Stringeva il cuore. Mi ricordò un amico di una certa età che aveva appena sposato una ragazza di vent’anni più giovane. Era entusiasta della nuova vita coniugale, rimanevano solo alcuni punti da perfezionare. «Per esempio», mi confidò, «prima di rientrare a pranzo e a cena devo prendere venti gocce di Lexotan.»
Mi incamminai verso il museo. Il gatto se ne accorse, appiattì le orecchie, partì di corsa e infilò il suo sportellino personale ritagliato nel portone.
Dai battenti pendeva un avviso scritto in uno stampatello incerto: “Chiuso per restauri interiori”.
Ne fui sollevato come uno studente davanti alla scuola distrutta da un incendio la mattina del compito in classe, poi subentrò la rabbia. Quel cartello idiota era senz’altro un’iniziativa personale del custode.
Presi a battere i pugni sulla porta strepitando: avrei fatto rapporto al sindaco e il filibustiere sarebbe stato cacciato; in un paese di anime senza presente né futuro, quella miseria di museo era comunque una risorsa, non poteva perdere il suo unico visitatore per colpa di un vecchio che rubava il denaro del popolo.
Da una finestra aperta del primo piano si affacciò il gatto. Mi guardava come si guarda un ubriaco notturno, con fastidio e compassione. Sospirò e chiuse lentamente le persiane.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
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9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/
13ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23477&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=1c1693b818&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
14ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23497
15ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23526

La scrittura può rendere tollerabile l’esistenza». Un’intervista a Geoff Dyer

Una frase che mi ha davvero colpito, nell’Infinito istante è: «Dorothea Lange è sempre stata desiderosa di scoprire e rappresentare la dignità umana. […] Il pericolo di un simile approccio è che le persone possano essere ridotte alla loro dignità», anche se non sono sicura di aver davvero capito. Potrebbe spiegarmi?

Sì, la dignità è ciò che resta, secondo un certo calcolo estetico, quando tutto il resto viene tolto. Ma in realtà spesso c’è ben poca dignità nella posizione in cui si trovano le persone. Penso che sia simile a qualcosa che diceva uno scrittore palestinese sugli appelli all’“umanità”; lui pensava che gran parte dell’essere umano venga divorato ogni giorno da una rabbia cieca, indicibile, per ciò a cui è sottoposto, ed è stato sottoposto, ad esempio, il popolo palestinese. Ora, a noi piace restringere l’idea di “umanità” alla compassione, alla cura, al senso di giustizia e così via, ma io preferisco la sua idea onnicomprensiva di cosa significhi essere pienamente umani: magari bruciare di rabbia per il modo in cui queste nozioni possano essere strumentalizzate in manovre ideologiche più ampie.

Leggi l’intero articolo.   https://www.labalenabianca.com/2023/09/25/intervista-geoffdyer/

Hervé Le Tellier, L’alternativa (frammento)

Un giorno, Mosè andò dal rabbino del villaggio e gli disse: – Rabbino, ho sentito una parola nuova della quale ignoro il significato. È la parola «alternativa». Cosa vuol dire? Il rabbino ci pensa su e risponde: – Mosè, torna domani con l’atto di proprietà che hai sulla riva del fiume e risponderò a questa domanda. L’indomani, Mosè torna. Ha con sé l’atto di proprietà. – Bene, dice il rabbino. Adesso tu andrai al mercato di Radom, e tornerai con due conigli, un bel maschio e una femmina giovane. Il giorno dopo, ecco Mosè con i due conigli in una gabbia. – Bene Mosè, adesso ascoltami bene. Tu andrai a recintare il terreno vicino alla riva del fiume, là dove la terra è più morbida, e sistemerai i conigli. Fra qualche mese, avrai venti coniglietti, ne venderai la metà al mercato, e investirai il denaro della vendita nel terreno attiguo che recinterai. Alla fine dell’anno, avrai comprato il terreno che costeggia il fiume fino al ponte e sarai l’uomo più ricco del villaggio. Continuerai il tuo commercio, gli investimenti, comprerai tutti i terreni sulle due sponde del fiume e quelli a valle fino al villaggio di Brentsk e sarai uno degli uomini più importanti della regione. Sposerai la giovane Sara – mi sono accorto di come la guardi, Mosè, non negarlo – dunque, tu sposerai la giovane Sara e farete due bei figlioli, un bambino e una bambina. Intanto, tu avrai continuato ad allevare le tue migliaia di conigli, a venderli sui mercati di Radom, di Piotkrow, di Kativice, e sarai ricco, molto ricco. I tuoi figli cresceranno, la ragazza incomincerà a frequentare un medico di Lublino, il ragazzo incomincerà i suoi studi a Lodz. E allora, Mosè… – Allora, rabbino? – Allora, ci sarà una piena del fiume, una inondazione incredibile, tu perderai tutto, i terreni saranno spazzati via, i conigli annegheranno a migliaia, tu andrai in rovina, tua moglie ti lascerà maledicendo la tua imprevidenza, i tuoi figli rifiuteranno anche di rivolgerti la parola, e finirai alcolizzato e senza un soldo come un povero mendicante. Ecco quello che succederà. – Ma, rabbino. Non ho capito. Tu dovevi spiegarmi il significato di «alternativa». Il rabbino rifletté un istante e disse: – L’alternativa, Mosè? L’alternativa è l’anatra. Sì, Mosè, è semplice: l’alternativa, è l’anatra.

Hervé Le Tellier, Assez parlé d’amour, Le livre de poche

Peter Fischli  e David Weiss, THE WAY THINGS GO. Video (3′)

https://www.google.com/search?q=The+Way+Things+Go+Peter+Fischli+y+David+Weiss.&rlz=1C5GCEM_en&oq=The+Way+Things+Go+Peter+Fischli+y+David+Weiss.+&gs_lcrp=EgZjaHJvbWUyBggAEEUYOTIICAEQABgWGB4yCAgCEAAYFhgeMggIAxAAGBYYHtIBCjQ0NzIxajBqMTWoAgCwAgA&sourceid=chrome&ie=UTF-8#fpstate=ive&vld=cid:48ede6c3,vid:GXrRC3pfLnE,st:0

Jennifer Guerra, Sputiamo su Hegel. Carla Lonzi, la filosofa riluttante (Limina)

Carla Lonzi ha vissuto molte vite, pur in una vita piuttosto breve. È stata prima una critica d’arte, poi una femminista, una saggista e una poetessa. Ma è stata anche una filosofa riluttante che, con una formazione accademica completamente diversa, a 39 anni decide di intitolare il suo brevissimo e folgorante debutto teorico Sputiamo su Hegel, bersagliando il Filosofo per eccellenza. Oggi, a più di cinquant’anni dalla sua prima edizione, il testo è tornato in libreria per La Tartaruga, con la curatela di Annarosa Buttarelli. Il ritorno di Lonzi era più che mai atteso: dopo l’edizione di Gammalibri del 1982, pubblicata all’indomani della morte dell’autrice, l’unico modo per leggerla era scovare uno dei rari Libretti verdi di Rivolta, la piccola produzione editoriale del gruppo di Rivolta femminile. Per la sua difficile reperibilità – e anche grazie a un titolo indimenticabile – Sputiamo su Hegel è diventato un libro per cui è giusto scomodare un aggettivo spesso usato a sproposito, iconico.

Leggi l’intero articolo: https://www.liminarivista.it/comma-22/sputiamo-su-hegel-carla-lonzi-la-filosofa-riluttante/?fbclid=IwAR23R8aEFwfuxMh9oI17hDVxHhCxfA_fmbgrC1y_ApcZUah3PIVfsDBMf-Y

Le figurine di Radiospazio. Camerieri e Vaudeville

Signor Goldfein, rispose Charlie Dubin, sono un buon cameriere. Trascrivo senza errori le ordinazioni, e le porto subito dalla cucina. Non voglio essere un comico di vaudeville. Non mi chieda di comportarmi come Pat Rooney o Smith e Dale. Se i clienti vogliono il vaudeville, vadano a teatro. Sei licenziato, disse il padrone.

Bernard Malamud, Le vite di Dubin, Minimum classics,
Traduzione Bruno Oddera, Giovanni Garbellini

Le scimmie di mare, 15ª puntata

III parte

Capitolo I
Nel quale un incontro casuale diventa molto impegnativo

C’è un’intesa segreta fra le passate generazioni e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla terra
Walter Benjamin, Angelus Novus

Se avessi avuto una moglie sarebbero sorti dei malumori; un convitato immateriale ma invasivo come l’ombra di quel Clemente Calcaterra che mi ero messo in casa (colazione, pranzo, cena) avrebbe fatto scricchiolare qualunque ménage. Certe notti si infilava anche nei miei sogni, così dovevo alzarmi per tornare a leggere le uniche due raccolte delle sue poesie che avevo trovato in biblioteca (ne esistevano altre, ma erano irreperibili).
Se avessi avuto una moglie, ne ero certo, l’avrei tormentata con le mie congetture su quel piccolo autore sepolto e dimenticato da decine d’anni – pure e semplici congetture, perché, non sapendo quasi niente di lui, lo creavo un giorno dopo l’altro; ma non mi stava riuscendo bene, era acido, faceva il sostenuto e forse si lavava poco. Un pomeriggio, durante il caffè, una moglie avrebbe mostrato i primi segni di nervosismo.

UNA MOGLIE: – Senti, riusciamo a non parlare di questo Calcaterra per mezz’ora? Non capisco cosa ti ha preso. Fra l’altro, dici che le sue poesie sono brutte.
IL NARRATORE: – Non ho detto brutte, ho detto: poco interessanti.
UNA MOGLIE: – Sono così poco interessanti che ci passi sopra le giornate e le nottate, te ne rendi conto?
Troppo complicato da spiegare.
Certi pensieri nascono afflitti da una gracilità congenita; fin dalla prima occhiata abbiamo la certezza che rimarranno sempre così, bozzoli gelatinosi senza forma e senza futuro; non per questo smettiamo di accudirli e di crescerli come i pensieri ben riusciti, ma non ci verrebbe mai in mente di mostrarli in pubblico, tanto meno a una moglie ipotetica. Un bozzolo di pensiero non è sempre un bel vedere; come niente, questo le avrebbe fatto troppa pena oppure troppo schifo.
(«Cosa fai, adesso me lo metti anche sotto il naso? Portalo via, per favore!»)
La mia attrazione per Clemente Calcaterra doveva rimanere clandestina; io per primo non ne capivo molto ma non volevo indagare, mi faceva compagnia e me la tenevo addosso come uno di quei malesseri che ti danno la piccola illusione di non essere solo.
Col Clemente si era in due per modo di dire. Lui se ne stava bello morto e sistemato nella sua porziuncola di Novecento, io ero messo molto peggio: avevo un piede nel nuovo millennio ma tutto il resto di me era sbilanciato sul XX secolo; bastava un piccolo smottamento e volavo giù, non c’erano santi: tutte quelle sue poesie mi distraevano, erano pericolose, oltre che inutili: più le rileggevo, meno riuscivo a distinguerle l’una dall’altra, come le collegiali di Santa Marta che incrociavo da bambino: camicia bianca, gonna blu e mantella nera («Vedi?, sono le orfane», mormorava mia madre); io sbriciavo cercandone qualcuna carina, ma la Morte, oltre che sui genitori, aveva messo il suo copyright anche sulle figlie; non c’era niente da leggere in quelle creature destinate a fare le comparse nella solenne messa in scena del Lutto.
Le poesie del Calcaterra non erano propriamente orfane, ma figlie di un padre anaffettivo come lo sono tutti i padri con la mania della riproduzione: delle loro creature non gli importa granché, ma sono contenti quando le vedono riunite tutte insieme, una volta all’anno, sotto il tiglio, al grande pranzo di Ferragosto.
Per Clemente, la nascita di una nuova poesia era un atto quasi fisiologico, dunque poco interessante. «Mi vengono da sole, io non devo fare altro che scriverle.» Fortunatamente per lui, viveva anche ore appassionate, ore lunghe, passava interi pomeriggi a riordinare i suoi versi con la pignoleria un po’ infoiata del collezionista di soldatini. Anziché in brigate, reggimenti e compagnie, le raggruppava in sezioni, che è snervante perché le poesie tendono alla vaghezza e all’insubordinazione. Solo dopo molti dubbi, riesami e interventi disciplinari l’opus era formata in tutti i suoi organi e pronta per essere consegnata, sotto forma di dattiloscritto, alla Storia letteraria, Ufficio accettazioni.
Sul funzionamento di questo ufficio Clemente si interrogava spesso: perché certi autori venivano accettati ed altri esclusi? Rimaneva un mistero venato di ingiustizia, ma era fiducioso.
«In fondo», si diceva, «che cos’è la Letteratura? Tutto ciò che è stato scritto e conservato nelle biblioteche», e poiché alcuni bibliotecari amici avevano inserito qualche sua raccolta nella sezione di poesia contemporanea, pensava che la Storia letteraria, messa di fronte al fatto compiuto, le avrebbe acquisite senza tante istruttorie.
Era quindi morto serenamente.
Un’uscita di scena esemplare, anche se eccentrica, secondo i pochi testimoni.
Mentre i medici allargavano le braccia e borbottavano i loro rosari di malaugurio, Clemente si faceva qualche calcolo: quattro copie delle sue raccolte erano state inviate per legge alle biblioteche nazionali di Firenze e di Roma; altre erano conservate in quelle comunali sparse sul territorio: il calcolo delle probabilità garantiva che nei successivi dieci, venti, cinquant’anni (non c’era fretta) qualche habitué delle sale di lettura sarebbe inciampato nelle sue poesie. Quanti? Impossibile azzardare una cifra, ma era poi così importante?
Più che alla vita eterna – sulla quale, in quanto diacono, aveva molto meditato – i pensieri di Clemente si rivolgevano ai suoi lettori di là da venire; non erano ancora nati ma già li sentiva familiari; difatti rimasero accanto lui anche durante l’estrema unzione. Per istam sanctam Unctionem… indulgeat tibi Dominus … Mentre il prete gli segnava la croce sulle palpebre socchiuse, vedeva i suoi futuri lettori accucciati accanto al letto insieme ad alcune figure lattiginose, probabilmente ultraterrene, che presenziavano con la faccia di circostanza. Quella compunzione gli dava sui nervi. Non potevano pazientare qualche minuto? Perché tanta fretta? C’era tutta l’eternità per fare conoscenza.
Un attimo prima del commiato si guardò intorno e mormorò: «Ci vediamo, ragazzi….» Il celebrante stupì; anima semplice, ignorava che certi poeti non smettono mai di promuovere le loro pubblicazioni quali che siano le circostanze, è più forte di loro, e quando intravedono qualche lettore, sia pure ipotetico e postumo, possono anche morire col sorriso sulle labbra.


Il difficile, è sempre il portare avanti più vite – o piuttosto il vedere in ogni istante tutte le vite parziali alla luce centrale di quella che è la sola e la unica.
René Daumal, La conoscenza di sé

Se avessi avuto una moglie, mi sarei poi deciso a dirle tutto sull’affare Calcaterra. L’avrei svegliata nonostante l’ora nonostante le sue proteste.
– Sono quasi le due… Cosa c’è di tanto urgente? Non puoi aspettare domattina?
No che non potevo aspettare. Appena entrato avrei subito vuotato il sacco, e pazienza se il protocollo coniugale non lo prevedeva, per una volta se ne sarebbe fatta una ragione. Se voleva, poteva anche continuare a dormire mentre mi confessavo.
In mancanza di una moglie, mi aggiravo per la casa – a quei tempi era inutilmente grande – come colui che va in cerca di qualcuno senza rendersene conto.
Non trovai nessuno, naturalmente, ma scoprii una porta di cui non ricordavo l’esistenza. La aprii. Lo spazio era ampio, ben proporzionato ed estraneo. Con le stanze succede come con le persone; puoi incontrarle anche tutti i giorni, ma se non le pensi è come se non esistessero; quella stanza era forse la più grande della casa, eppure mi ero dimenticato di pensarla – da quanto tempo?
Entrai. Mi accolse un armadio ad ante spalancate su un guardaroba femminile.
Il letto era disfatto, l’abitatrice della stanza doveva essere uscita all’improvviso per non tornare più.
Sul comodino, una bottiglietta di birra appena iniziata.
Un giradischi Grundig teneva il suo braccio sospeso su un 33 giri. Nonostante la polvere, si leggeva ancora l’etichetta, “Save a prayer”.

Di fronte al letto, il poster di un ragazzo fresco di parrucchiere.
A prima vista, la camera di un’adolescente.
E perché non di una moglie? L’una non escludeva l’altra. Oltre al chiuso stagnante, si sentiva il tipico odore di trama morta – cercando bene, se ne sarebbero trovati i resti sotto qualche mobile. Non era difficile ricostruirla. In piena notte, una moglie esasperata, col conforto di una birra e di un sottofondo musicale, aveva fatto un salto nello strapiombo della sua adolescenza; atterrata sul pianoro dei quindici anni, si era ritrovata integra e viva come non le sembrava di essere mai stata, con due polmoni freschi di fabbrica che reclamavano aria nuova e un paio di gambette scalpitanti.
Logico che avesse infilato la porta senza voltarsi.
Forse era andata così. Ma mi riguardava? Di trame come questa se ne producono ogni giorno a migliaia, tutte quasi uguali, tutte così leggere, così volatili che si disperdono per le città e i continenti finché non vanno a ricadere chissà dove, sulle teste e sugli abiti dei passanti – ecco perché quando cediamo alla debolezza di riordinare le sequenze della nostra vita ne troviamo sempre qualcuna di provenienza dubbia: la trama ci è familiare, ma gli attori? Potremmo essere noi come chiunque altro.
Diedi un’occhiata alla stanza. Il pulviscolo di una moglie, anche se anonima e fuggitiva, era ancora presente. L’insieme dava un poco sullo spettrale ma era meglio così, una donna completa di corpo e spirito mi avrebbe reso più difficile il discorso.


Da una quantità di dettagli ci si accorgeva che egli intratteneva sempre meno rapporti fra l’uomo che era e quello che avrebbe voluto essere
Emmanuel Bove, Un uomo che sapeva

In materia di confessioni ero un po’ arrugginito, avevo conservato solo qualche suggestione vecchia di molti decenni. La mezza tenebra della chiesa. Il tremolio delle anime penitenti in forma di candele. Il confessionale ligneo di un falso barocco. E soprattutto la grata corrosa dall’immondizia dei peccati dietro la quale stava acquattata Presenza, una sagoma che alitava, sospirava e mugolava Durante i passaggi più gravi Presenza tirava su col naso.
Il pulviscolo di Una moglie si è addensato. Se ne sta a mezz’aria in forma di Assenza, un personaggio astratto come quelli che compaiono nei morality plays medievali (Bellezza, Mondo, Avarizia, Buone Azioni…).
Assenza non ha un’identità sessuale. Decido di attribuirgliene una femminile – di confessori maschi ne ho già una collezione.
Prendo una sedia mi avvicino al letto: «Posso?» Silenzio, variamente interpretabile.

IL NARRATORE – Stia tranquilla, non sarà una confessione tanto lunga, riguarda solo il mio rapporto con Clemente Calcaterra. Per chiarirlo, se possibile. Glielo devo, signora.
Assenza dà un’occhiata all’orologio sulla parete di sinistra.
IL NARRATORE – Clemente Calcaterra è un imbecille. Punto. Questo sarebbe stato il mio giudizio sul poeta quando avevo vent’anni – mio e di tutti i drammaturghi delle salette. Oggi mi rendo conto che “imbecille” è eccessivo, sbagliato e ingiusto, ma, lo sappiamo, a quell’età i ragazzi tagliano tutto col coltello.
Con un gesto, Assenza fa segno di stringere.
IL NARRATORE – Che cos’erano ai nostri occhi i poeti come Calcaterra? Glielo spiego con un piccolo racconto esemplare che s’intitola Le signorine Galli.
Assenza sospira.
IL NARRATORE – Le signorine Galli erano due anziane gemelle che avevano sempre vissuto insieme. Inseparabili. Niente mariti, né figli, né amanti a impicciare il loro ménage. Sempre vestite propriamente, vaporose e profumate, gentili con tutti ma molto riservate, come chi protegge una delicata vita interiore.
Per quanto si sapeva, nessuno del quartiere era mai entrato in casa loro. Morirono tutte e due la stessa notte. Fu la verduraia a dare l’allarme, qualche giorno più tardi, inquieta per la prolungata assenza delle clienti.
Quando i pompieri forzarono la porta ed entrarono nel grande e polveroso appartamento Galli trovarono le signorine composte in un letto matrimoniale, ciascuna con la sua camicina da notte a fiori, una sul lilla, l’altra sul verde tenero.
Si tenevano per mano come quando erano bambine. «Sembra che dormano», recitò il pompiere più giovane.
«E questo chi è?», chiese il caposquadra, ruvido.
«Uno nuovo. Ha preso servizio la settimana scorsa», illustrò il numero due.
«Incominciamo male», masticò il capataz da sotto l’elmo. E prese ad annusare l’aria.
«Avete notato quanti fiori? Ce n’è dappertutto!», garrì il debuttante inconsapevole.
«Silenzio!», abbaiò il segugio, «Se è come penso io, vogliono essere altro che fiori», e si diede a seguire una pista nel corridoio.
(Breve sospensione. Assenza si è in parte dispersa per la stanza. Il climax narrativo non l’appassiona – colpa del mio racconto o è proprio refrattaria alle storie in generale?).
IL NARRATORE – Giunti nella penombra di un salotto, oltre ai fiori predetti, i pompieri si trovano di fronte a una grande cristalliera con file e file di barattolini a chiusura stagna, tutti uguali e forniti di un’etichetta manoscritta.
«Ammazza, è una collezione!», strilla eccitato il ragazzo pompiere mentre fa il gesto di aprire la cristalliera. (Per lui, la vita è tutta un caleidoscopio di scoperte). Prontamente, il numero due gli ferma il braccio a rischio di amputazione.
Un raggio di sole si fa largo fra le tende (a fiori).
Il Capo esamina un barattolino controluce. Legge: «Des. 15 aprile 19….» Lo ripone e passa ai successivi:
«Arm. 15 aprile 19…», « Des. 16 aprile 19…», « Arm. 16 aprile 19…» « Des. 17 aprile 19…», « Arm. 17 aprile 19….»
«Informatevi dai vicini come si chiamavano le defunte.» «Desolina e Arminia Galli!», squilla l’underdog.
«È scemo ma non privo di risorse. E se prendesse il posto del numero due che non ha più lo smalto dei primi tempi?», machiavellizza il Capo.
«Allontanatevi.»
Infila un paio di guanti scientifici. Con l’indice e il pollice circospetti apre il tappo di un barattolino tenendolo ben lontano dal viso.
Richiude immediatamente.
Non si ritengono necessari ulteriori esami.
«Aveva ragione il mio naso.»
«Cioè?», s’informa il giovane in odore di promozione.
Casa Galli è molto più grande degli appartamentini dei tre pompieri messi insieme. Esso consta di: quattro camere da letto, camera degli ospiti, boudoir, salotto, sala da pranzo, cucina, guardaroba, ampio ripostiglio, due bagni, soggiorno, sala della televisione, sala della musica, sala degli arazzi, pinacoteca. Ogni angolo, ogni anfratto, ogni mozzicone di corridoio viene scandagliato dagli occhi analitici del Capo (quelli degli scagnozzi essendo fuori uso in quanto abbagliati dalle vestigia della borghesia che fu).
Barattolini ovunque. Dal pavimento al soffitto. Un diario escrementizio monumentale da far scomparire il Journal di Gide. Come le madri sollecite che pesano le creature prima e dopo la poppata, Desolina e Arminia avevano raccolto e museificato, giorno dopo giorno, gli elaborati dei rispettivi intestini.
«Si potrebbe dire che ci sono due vite in questi barattolini», filosofò il Capo.
«Se posso permettermi, non si tratta di vite del tutto intere», si permise il pompiere giovane. «Secondo un calcolo sommario i reperti ammontano a circa 40.000: 20.000 di Desolina e altrettanti di Arminia. Ipotizziamo che le due signorine ne abbiano riempiti uno a testa ogni giorno. (Ci sarà stata anche qualche battuta d’arresto, ma non dovrebbe incidere sulla stima globale). Dunque, 20.000 diviso 365 fanno 54 anni. Poiché le sorelle ne hanno ottantaquattro, dovrebbero aver iniziato la loro attività sulla trentina.»
Silenzio.
ASSENZA – (che nel frattempo è ritornata più visibile) Finisce così?
IL NARRATORE – Sì. Un racconto esemplare non è una crime story: quando ha detto quello che aveva da dire, finisce.
ASSENZA – Secondo me, ogni racconto andrebbe concluso, ma non facciamone una questione.
Quando qualcuno dice: non facciamone una questione, sta per aprirne una di quelle che non finiscono più, quindi tagliai corto e venni al punto. I poeti alla Calcaterra (e forse tutti i poeti) erano come le signorine Galli. La stessa ritualità ossessiva, la stessa contemplazione del proprio elaborato – che si trattasse di deiezioni o di parole non cambiava molto: le gemelle affidavano ai barattolini la memoria del loro passaggio tra i vivi, i poeti ai libri. (Fra parentesi: gli escrementi delle signorine avevano resistito per mezzo secolo, un risultato che non tutte le raccolte di poesia possono vantare).

Col suo“monumentum aere perennius” Orazio l’aveva presa molto alta; le gemelle e i poeti calcaterriani, poveretti, arrancavano sulla terra e balbettavano: “Siamo stati qui… Anche noi abbiamo vissuto, questa è la prova…”, ed esibivano le rispettive raccolte.
I teatranti, condannati all’illusione e all’effimero, questi cultori della sopravvivenza a tutti i costi, non li capivano proprio, e volentieri ci scherzavano su. I poeti non la prendevano né bene né male: per loro, il teatro non era cosa dietro cui perdere tempo: uno scheletro rudimentale rivestito di parole corruttibili, cioè inestetiche – una specie di cellulite che affligge la Letteratura.
Ogni tanto qualche poeta si affacciava ai nostri spettacoli come si va alla fiera del paese, oppure al casino (per via delle attrici, che tentavano di insidiare, ma per lo più senza riuscire a battere chiodo).
Quando venivamo a sapere che uno di questi Tartufi era stato respinto, l’attrice che gli aveva dato buca ci appariva improvvisamente come una donna di grande spessore morale. E subito volevamo sapere.
– … Non è successo niente di speciale… gli ho fatto capire che non c’era trippa per gatti, tutto qui.
– Sì, ma com’è andata esattamente?
– È venuto in camerino, mi ha fatto un sacco di complimenti… poi mi ha chiesto se mi andava uno champagnino insieme.
– Dio, lo squallore di uno champagnino!… cose che neanche un viveur di Reggio Emilia. E tu l’hai scaricato.
– No, sono andata.
– Ah.
– Non sono mica scema. Uno champagnino da Rodrigo, capisci? Hai presente quanto costa? Non mi era mai capitato. – E poi?
– E poi due palle così… Che lui, pur essendo un poeta, qualche volta aveva pensato di scrivere per il teatro ma gli attori erano tutti così banali… Che invece io quella sera gli ero piaciuta perché ero diversa… Che lui aveva frequentato Morandi e a casa aveva anche un suo disegno con dedica… Che sentendomi recitare gli era venuta l’idea di fare una lettura drammatizzata delle sue poesie con anche le musiche… Che poteva essere l’inizio di una collaborazione… Che un’altra volta si potevano leggere anche le poesie di Roversi, … e anche quelle di Leonetti, un altro amico, peccato che bazzicava col Gruppo 63… che era tutta una montatura editoriale… che i loro libri non vendevano neanche cento copie… Alle due e mezza non ce la facevo più, e gli ho detto: «Senti, il disegno di Morandi lo vediamo un’altra volta. Adesso devo andare a dormire altrimenti muoio qui stecchita.» Ci è rimasto male ma chi se ne frega. Oltretutto le letture drammatiche sarebbero state gratis.
Come le amavamo, le nostre piccole attrici, quando indossavano la corazza delle vergini guerriere!
Pausa.
ASSENZA – Questo non è divertente, sa di triste.
IL NARRATORE – Certo. Tutte le pratiche teatrali sono intrise di tristezza; non la si nota perché è rivestita di euforia.
L’euforia crea dipendenza, bisogna assumerne dosi sempre maggiori se si vuole tirare avanti nel calendario fatto di spettacoli e di niente.
I giorni del niente sono tanti. Sono la maggior parte dei giorni.
Una mattina, si scopre che l’euforia è finita. Può succedere. Rimane soltanto il suo residuo, un sorriso con intorno il niente. È imbarazzante.
Sparsi per i teatri, se ne incontrano molti di questi sorrisi senza ragione e senza padrone. Da qualche parte potrebbe esserci anche il mio. Sarebbe seccante se un idiota me lo riportasse credendo di farmi un piacere.
– Guardi cosa ho trovato, dev’essere il suo!
Naturalmente io giurerei che quel sorriso non mi corrisponde, che non ho mai avuto niente a che fare col teatro. Non ci sono riscontri, il teatro non lascia traccia, ma si sa come sono fatti questi soggetti, insistono; allora gli mostrerei la prova decisiva: il testo che sto scrivendo: “Quasi tutto era andato”. Quattro parole sono poche, ma persino quell’idiota capirebbe che non si tratta di teatro.
ASSENZA – Secondo me, sta facendo troppo affidamento su queste quattro parole.
IL NARRATORE – Anche i biglietti da visita sono di quattro parole e raccontano già molto. “Nino Costa, scrittore garibaldino”. “Riccardo Galeazzi, archiatra pontificio”. “Ornella Puliti Santoliquido, pianista”. Quando Nino, Riccardo e Ornella se ne vanno, le loro vite rimangono in quelle piccole pubblicazioni di una pagina stampata su cartoncino Bristol. Certo, come biografie sono scarne, ma un bravo lettore ci ritrova l’epopea dei Mille, le trame del Vaticano, il pianoforte giramondo della Ornella con tutti gli annessi di feste e di amori. Senza contare che, contrariamente a quelle dei biglietti da visita, le mie quattro parole potrebbero anche crescere, diventare capitoli e chissà che cos’altro.
ASSENZA – Insomma, un libro. Ci voleva tanto a dirlo?
IL NARRATORE – Ho già una certa età.
ASSENZA – … Così, prima di andarsene vorrebbe lasciare una traccia di sé. E quel piacere un po’ maledetto di morire e rinascere insieme allo spettacolo, sera dopo sera…?
IL NARRATORE – Tutte storie. Non si rinasce proprio per niente. Basta che tu non figuri in cartellone per un paio di stagioni e ti hanno già sepolto per sempre.
ASSENZA – Mah!… Questa sua ansia di lasciare un segno è tanto diffusa quanto banale. Confezionare le proprie merdine e affidarle ai posteri. Come le gemelle Galli.
IL NARRATORE – …
ASSENZA – Come i poeti anelanti a una modesta immortalità, che lei prendeva in giro.
IL NARRATORE – …
ASSENZA – Come quell’imbecille di Clemente Calcaterra.
IL NARRATORE – Gliel’ho detto, questo giudizio su Calcaterra risale ai miei vent’anni.
ASSENZA – E il suo giudizio di adesso?
IL NARRATORE – Su di lui l’ombra dell’imbecillità è rimasta, ma oggi la sento anche un po’ mia. È un’imbecillità accogliente. Come il fresco di un pergolato.
Te ne stai seduto su una panca di legno, con i grappoli d’uva che ti pendono sulla testa. I pochi che passano ti salutano. Il giorno che te ne vai si fermano un attimo:
– Hai visto?, da un paio di giorni non c’è più. – Che gli sia successo qualcosa?
– Sarà mica morto?
– Può essere.
Se per caso hai scritto un libro, il sindaco del paese con il pergolato organizza una piccola commemorazione. Qualche parola sullo scomparso (poche, perché non si sa quasi niente di lui), poi una breve lettura che incomincia con “Quasi tutto era andato”. Se il testo è tutto lì, la cerimonia finisce e si va a casa, ma può darsi che prima di allora le pagine siano aumentate, dipende da quando si muore.
ASSENZA – Quanti anni ha?
IL NARRATORE – Settantasette.
ASSENZA – Mah!… A questa età le conveniva rimanere continuare col teatro. A teatro, scomparire è del tutto naturale. Poco più di un soffio. Terminata la scena, si fa qualche passo, e si è fuori: Exit. Ce lo insegnano i classici. A turno, tutti exeunt, composti, senza fare storie, anche se la tragedia è in pieno corso. Questo sua smania di aggrapparsi a qualcosa di certo… di concreto come lei si illude che sia un libro, mi sembra, non so… una caduta di stile. Ci ripensi.
Sta diventando un’Assenza fastidiosa.
Adesso si è gonfiata il disopra e il disotto per accentuare la sua identità femminile.
Ha anche indossato un naso di cartapesta e all’insù, rimane dritto come un piccolo pennone, con sopra un paio di occhialetti alla Karl Kraus.
Nella fretta del travestimento, Assenza non ha notato che al naso nuovo sono collegati un paio di baffi.
Sul labbro superiore di molte donne cresce una leggera peluria; alcuni lo trovano addirittura attraente, ma i mustacchi di Assenza non si possono minimizzare.
Le significo a piccoli gesti che sotto il suo naso c’è qualcosa di troppo.
ASSENZA – (ignorando il mio messaggio) … Vede, se il suo fosse un libro di memorie – memorie e basta, senza secondi fini – poco male, quasi tutti ne scrivono uno prima di tirar le cuoia…
Nell’argomentazione, i baffi hanno incominciato a vibrare. Un pizzicorino maligno aggredisce il naso docente e genera uno starnuto demolitore
Fugge Assenza coprendosi il viso con una mano vergognosa «Oppardòn… Oppardòn!….»
Assenza fugge, ma verso dove?
Non troverà niente che la conforti in un momento così delicato, non uno specchio, né una toilette, né un bagnetto di servizio, neppure un letto sul quale gettarsi e piangere. Non troverà niente, perché con la sua scomparsa tutto per contagio si trasforma in assenza, le stanze, i corridoi, la casa intera.
Mi guardai intorno. L’unica presenza era la mia.

Nelle Nuove avventure di Pinocchio, Collodi Nipote racconta che cosa accadde all’eroe creato dallo zio dopo la sua metamorfosi in ragazzino perbene. Intorno a lui, tutto è scomparso. La casupola-bottega di Geppetto, lo stesso suo babbo putativo (certamente defunto), la Fata, l’intero borgo che lo aveva visto debuttare nel mondo. Pinocchio è solo e libero, pronto ad entrare nel secondo romanzo della sua formazione. Per inaugurare la nuova vita, l’eroe se ne va in trattoria. Di fronte al suo tavolo, una compagnia di comici al completo fa baldoria. L’amorosa, il padre nobile, il brillante, l’ingenua, il generico, il generico brillante e tanti altri. Governa la brigata il Cavalier De’Guitti, capocomico esuberante e cordiale, che tuona a Pinocchio: «Non le fa malinconia pranzare tutto solo? Venga qui con noi!.» Le attrici applaudono, strizzano i corsetti, lo fanno sedere in mezzo a loro, lo riempiono di premure, improvvisano mille giochi malandrini. In onore del nuovo arrivato si stappano una dozzina di bottiglie e ricomincia il carosello degli antipasti, seguiti dai polli, dagli arrosti, dalle lepri in salsa dolce, dalle rane fritte, dai saltimbocca, dagli spezzatini, dai brasati, dagli ossibuchi. Quando entrano sei vassoi di trippa alla parmigiana, il Cavalier De’Guitti dice che è meglio fermarsi e passare ai dessert perché nel pomeriggio ci sono le prove e bisogna star leggeri.
A proposito di prove: un attore è appena fuggito dalla compagnia per un impiego ben pagato di usciere (sarcasmi antiborghesi percorrono la tavolata) lasciando libero il ruolo di mamo. Il capocomico è sicuro che Pinocchio sarebbe un ottimo sostituto; dopo quarant’anni di teatro ha l’occhio clinico, saprà pur vedere se il ragazzo ha stoffa. Le attrici applaudono e ridono forte. Pinocchio ringrazia lusingato e imbarazzato, non sa proprio cosa sia questo mamo. Ci pensa l’amoroso a illuminarlo: «Il personaggio del mamo è un giovane ingenuo un po’ melenso, che viene spesso beffato, ma che vorrebbe apparire scaltro ed esperto della vita.»
Il padre nobile sentenzia: «Questo ragazzo è un mamo nato e sputato.»
Accolto nella compagnia per acclamazione, Pinocchio paga volentieri il conto della tavolata; è piuttosto salato, ma gli sembra il minimo, per sdebitarsi. Non vede l’ora di incominciare le prove.
«Per lei, oggi, niente prove», intima il Cavalier De’Guitti, «Pensi piuttosto a preparare le valigie, fra tre giorni ci imbarchiamo per l’America Latina.»
Quando lessi, da bambino, questa seconda vita di Pinocchio, non potevo immaginare che, a parte qualche dettaglio, la mia le sarebbe assomigliata. Contrariamente alle intenzioni di Collodi Nipote, non mi faceva per niente ridere la storia del ragazzo che si lascia abbagliare dal teatro (la versione adulta del Paese dei Balocchi); mi sembrava una trappola malvagia nella quale forse presagivo che sarei caduto anch’io.
Il resto del romanzo (cioè la gran parte) l’ho cancellato. Nella mia memoria rimangono solo le prime pagine che lasciano intuire inevitabili disastri, quindi un sicuro divertimento per (quasi) tutti i lettori – e questo, alla fine, era ciò che importava a Collodi Nipote e all’editore.
Non credo che nessun autore scriverà mai la parte finale delle avventure di Pinocchio, quella in cui il ragazzino perbene invecchia e muore. Qui le nostre due storie divergono profondamente. Per quanto ne sappiamo, l’attore Pinocchio, inguaribilmente giovane e ingenuo, sta ancora girovagando su e giù per l’America Latina con la compagnia De’ Guitti, mentre la mia tournée si è interrotta da qualche anno. Rimarrebbe da scrivere la terza parte delle mie avventure, quella conclusiva. Non è indispensabile, la vita si scrive benissimo da sé, quindi, volendo, ci si può anche risparmiare questa fatica. Però poi bisogna accettare il finale così come viene, senza lamentarsi – e sui finali la vita, a parte qualche trovata fantasiosa, non si impegna più di tanto; sarà che ha fretta di concludere, non so, sta di fatto che si assomigliano tutti. Dopo una dissolvenza esasperante, le luci sembrano spente.
– Ci siamo! sospirano i parenti convenuti in platea per l’ultimo atto, adesso è proprio buio.
Invece no. Nei riflettori resiste ancora un filamento sottile. Disappunto appena mascherato. C’è sempre qualcuno che mormora:
– Ma questa è ancora vita?
L’attesa si fa lunga. Le gambe fremono. Occhiate agli orologi. Colpi di tosse nervosa. Scricchiolii in platea.
I parenti si rivolgono agli addetti, gente pratica che vede due o tre exitus al giorno:
– Secondo me, questa notte riesce a superarla, potete tranquillamente tornare domani.»
E avanti così per giorni. Alla fine, i parenti si stufano, comprensibilmente. Il finale si consuma a platea vuota.
Ciascuno si regoli come crede; io preferisco scriverla questa ultima parte delle mie avventure. Per farlo, dovrò tornare in quel museo delle identità teatrali dimenticate che gli abitanti indicano come là-bas. È una fragile piattaforma da cui ricominciare, ma se voglio lasciarmi alle spalle il teatro dovrei trovare la voglia di attraversarlo ancora una volta, sperando che dopo le stanze delle attrici morte ce ne siano altre con le pareti pulite sulle quali riscrivere “Quasi tutto era andato”, e continuare.

(Continua)

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2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
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6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
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