Le sue cose da bambino lo irritavano: aveva ficcato i giocattoli in un armadio a muro nel corridoio, stipandoli sino a schiantarne le parti più delicate; aveva squartato mezza dozzina di animali impagliati e seppellito stuoli di soldatini in fosse comuni nel giardino. Implorando che gli rifacessero la stanza. Altrimenti se la sarebbe rifatta da solo. Aveva assillato la madre durante le loro cene solitarie (cibi surgelati accompagnati da ottimi Bordeaux), chiedendole di liberarlo dai balocchi sospesi al soffitto e dai dinosauri sul copriletto, di liberarlo dai colori vivaci alle pareti, di sostituire la cassapanca da bambino, la libreria da bambino, le lampade da bambino, e di far spazio agli emblemi della sua germogliante virilità, tipo i poster di giocatori di baseball che già aveva malamente appiccicato qua e là per nascondere il carattere infantile di quella ridotta. Quel paradiso infantile avrebbe ceduto il posto al paradiso degli uomini, cioè il paradiso delle ghiandole endocrine, dei brufoli e delle creme antibrufoli, il paradiso dell’oggettizzazione delle donne, il paradiso delle seghe circolari e della pubertà e degli esplosivi fatti in casa, il paradiso dei fucili ad aria compressa e dei giornaletti porno e degli improvvisi cambiamenti d’umore e degli alcolici bevuti di nascosto. Sua madre propendeva sì per ridipingere la stanza, però color lavanda, con grande irritazione di Dexter, il quale (stando alla rievocazione di Mavis Elsworth dopo il fatto) sosteneva che il lavanda fosse il colore dei f-f-f-finocchi, M-m-mamma, delle c-checche.
Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo di una flussione d’occhi, che lo tormentava da parecchi anni. Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere giustizia. Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima parte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello. A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi. Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro: – Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione.
Capitolo decimo che dimostra come non sia facile liberarsi del teatro
Col passare degli anni, molte persone e molte cose finiscono per sembrarvi così buffe e irrisorie che le guardate con l’occhio del bambino. Patrick Modiano, Nel caffè della giovinezza perduta
Gli effetti della disillusione sono proporzionali alla grandezza d’animo del soggetto disilluso; per Foscolo, Beethoven, De Musset, Goethe (tramite Faust) e molti altri, le rispettive disillusioni si tradussero in una nuova e vitale creatività. La mia disillusione non trovò una sua forma espressiva. Praticai per qualche tempo la malinconia, ma non ero portato e dovetti smettere. Frequentavo sempre più svogliatamente il teatro. Per vincere la noia (ecco, forse l’unica vera conseguenza della disillusione), mi concentravo sui particolari irrilevanti degli spettacoli; un paio di scarpe ridicole che pretendevano di essere del XVIII secolo grazie a due fibbie indorate con lo spray; l’occhiata storta di un attore alla collega entrata con un attimo di ritardo; una valigetta dimenticata in mezzo alla scena. Come negli ultimi giorni degli amori più tristi si studiano i particolari dell’altro per provocare in noi una repulsione disonesta che ci induca ad andarcene, così mi stavo allontanando dal teatro ignorandone deliberatamente il senso e i segni per concentrarmi sulle sue epifanie più meschine. Il mio distacco non passò inosservato. Un Direttore di teatro lo scambiò per una tardiva maturità; gli parve che, dopo tanti anni di teatro inconsulto, io avessi messo la testa a posto nonostante fossi già piuttosto vecchio. Nel mondo dello spettacolo, così come ovunque, i vecchi vengono normalmente evitati. A volte, un regista un po’ dandy sale nella soffitta degli attori dismessi e quando ne trova uno ancora in discreto stato lo restaura e lo ricolloca sul mercato come un’anfora romana di modesta fattura ma nobilitata da un pedigree di duemila anni. Quasi sempre la critica si intenerisce. Tutti credevano che fosse morto, invece il tempo, le rughe, l’artrosi deformante, le cataratte lo hanno trasformato in un grande attore. E pensare che negli anni Cinquanta faceva il boy di Wanda Osiris. Al cinema, aveva recitato con Totò (era il barista che serve il cappuccino nei “Tartassati”) con Steeve Reeves e Sylva Koscina (“Le fatiche di Ercole”, schiavo della regina delle Amazzoni), e con tanti altri, mostrando sempre una grande duttilità: tartaro stupratore con la coda di cavallo incollata sul cranio rasato, tassinaro che porta Belinda Lee, usciere ministeriale strapazzato da Mario Carotenuto, contadino della bassa padana in “Novecento”. Adesso recita Re Lear. Indecifrabili sentieri del teatro. Mea culpa collettivo: come abbiamo potuto trascurare un simile interprete per tanti anni? Con un po’ di fortuna tirerà le cuoia in scena al quarto atto mentre declama: «Vieni, andiamo in prigione. Noi due da soli canteremo come uccelli in gabbia.» Invece il restauro dell’autore vecchio è meno frequente e dà minori soddisfazioni. Nessuno si è mai chiesto se sia morto o vivo, quindi non si può festeggiare la sua resurrezione. Nel mio caso, quando mi presentava, il Direttore del teatro aggiungeva sottovoce: – Ha attraversato le stagioni dell’avanguardia. – Ah, ecco… – Quella degli anni Sessanta e Settanta… – Mmm… Annuivano e continuavano ripetere “Ah, ecco…” e “Mmm…”. Intanto pensavano ad altro. Cosa voleva dire attraversare le stagioni? Mi guardavano i denti come si fa coi cavalli. Cercavano di attribuirmi un’età. Comunque c’era qualcosa di poco chiaro. A incominciare da quella Avanguardia imprecisata. Appartenevo a un racconto lontano e sbiadito – forse anche prestigioso, come si definisce tutto ciò che ci annoia. Per alcune stagioni, il Direttore riservò dei piccoli spazi ai miei spettacoli nel cartellone del teatro. Mi ero procurato cinque sgabelli e li avevo fatti dipingere di grigio. Erano la mia scenografia. Non diversamente da quanto succede nel mondo, anche in teatro la povertà ha i suoi estimatori. Sempre che si tratti di una povertà certificata e coerente; alcuni ottimi mendicanti si rovinano la reputazione perché all’ora di pranzo si fanno sorprendere dai loro benefattori in un bar mentre mangiano un tramezzino con gamberetti e maionese – costa esattamente come il suo omologo col salame ma fa una cattiva impressione, peggio ancora se è accompagnato da un bianco frizzante. La povertà dei miei allestimenti, così ostinata e ripetitiva, destò l’interesse di un piccolo nucleo di spettatori. Credo che venissero a teatro solo per curiosità: come avrei disposto gli sgabelli nel nuovo allestimento? Quando nella piccola sala si riaccendevano le luci, mi avvicinavano sorridenti come chi ha compiuto un gesto moralmente encomiabile. Dopo qualche tempo, insieme agli spettatori abituali comparvero in platea esemplari molto più giovani. Si sedevano con le gambe aperte per mettere in mostra gli inguini dei pantaloni elaborati, merlettati, con passamanerie sgargianti e applicazioni fluorescenti. Alla fine dello spettacolo non esprimevano niente, se non il desiderio di uscire al più presto per radunarsi in uno dei loro locali. Erano, come seppi in seguito, i nuovi attori, registi e drammaturghi creati dai bandi teatrali che le banche promuovevano a pioggia. Io le avevo sempre temute, le banche. L’eccesso di alluminio. Il linguaggio bifido degli impiegati. Il clima ospedaliero. Invece, le nuove banche ci tenevano a mostrare di avere un cuore, e per di più sensibile al teatro. Infatti avevano creato delle incubatrici in cui facevano crescere tanti piccoli avannotti dello spettacolo; bastava che fossero sotto i trentacinque anni e potevano partecipare a un bando che aveva “ I sottotrentenni correvano avanti e indietro nei teatri ridendo e spintonandosi, in una confusione di stivaletti, di sciarpe, di ciuffi, di sottovesti, di Borsalino declinati al femminile e di volant che spuntavano sotto barbe selvatiche. Quell’allegra confusione aveva contaminato anche i ruoli; tutti facevano tutto; mentre recitavano scrivevano un testo con la mano sinistra e intanto si occupavano dell’organizzazione, e stavano alla cassa, la sera dello spettacolo, e declamavano una poesia strappando i biglietti d’ingresso. In breve, gli avannotti si svilupparono, uscirono dalla nursery e incominciarono a riprodursi – velocemente, poiché erano molto giovani e fertili. Le banche, per nulla preoccupate da quell’inflazione, moltiplicarono i bandi. Le generazioni si accorciarono, oramai duravano solo qualche mese, e ogni generazione era sconosciuta alla precedente e a se stessa. Mentre le stagioni filavano via sempre più veloci, i miei spazi nel cartellone teatrale si restringevano di anno in anno. Io li presidiavo all’antica. Passeggiavo avanti e indietro lungo i confini, ma era inutile; le stagioni, spinte dal vento, lasciavano cadere spore di teatranti che avevano raccolto chissà dove. Quando uscivo, la mattina, ne trovavo sul terreno sempre di nuovi. Alcuni se ne stavano sparsi qua e là come avanzi di una battaglia che si era consumata durante la notte. A prima vista potevano sembrare dei morti, invece respiravano, si muovevano, parlavano, ma solo fra loro, perché quando mi avvicinavo giravano la testa. Altri erano più difficili da individuare perché non appena toccavano terra si confondevano subito col paesaggio; così, durante le mie ricognizioni, quando mi fermavo per bere a una fontana, scoprivo che si trattava di un esemplare appena arrivato e già perfettamente mimetizzato. Come i finti morti, anche questi esemplari camaleontici non mi rispondevano mai, nemmeno quando li smascheravo. Si trinceravano dietro la loro nuova identità e mi guardavano come per dire: «Che vuoi da me, non lo vedi che sono un rastrello?» (oppure un erpice, un irrigatore). Rimanevano perfettamente immobili e mi seguivano con gli occhi mentre mi allontanavo e appena ero fuori tiro si sgranchivano e si disarticolavano con una sguaiataggine che offendeva il panorama; più di una volta avevo fatto dietrofront e li avevo beccati: l’albero si era stravaccato sul muretto, la carriola si massaggiava i piedi, l’irrigatore fumava appoggiato al pozzo. Incominciai a diradare le ricognizioni, finché non vi rinunciai del tutto.
Adesso vivo per il mio lavoro. Vivo per il mio lavoro. Vivo soltanto per il mio lavoro. Un giorno finalmente avrò un lavoro degno del mio talento e dei miei desideri. Un giorno. Questo spero. Questo giuro a me stessa. Voglio che mi amiate per il mio lavoro. Ma se voi non mi amate io non posso continuare a fare il mio lavoro. Perciò amatemi, vi prego – così potrò continuare a fare il mio lavoro. Sono intrappolata qui dentro! Sono intrappolata dentro questo manichino biondo con la faccia così. Posso respirare soltanto attraverso questa faccia! Queste narici! Questa bocca! Aiutatemi a essere perfetta. Se Dio fosse in noi, noi saremmo perfetti. Che Dio non sia in noi lo dimostra il fatto che non siamo perfetti. Io non voglio né denaro né fama, voglio soltanto essere perfetta. Il manichino biondo Marilyn Monroe è me e non è me. Non è me. È com’ero nata. Sì, voglio che amiate lei. Così amerete me. Oh, voglio amarvi! Dove siete? Io guardo, guardo e lì non c’è nessuno.
Un uomo è convinto di essere morto. Dice ai familiari: «Sono
morto» e i familiari lo mandano da uno specialista. Subito tra medico e
paziente incomincia un’accanita discussione. Il medico fa appello ai sentimenti
dell’uomo verso la vita, verso la famiglia. Poi prova a farlo ragionare,
dimostrandogli l’intrinseca contraddizione di una frase come »Sono morto»: i
morti non sono in grado di dire che sono morti, perché è appunto in questo che
consiste l’essere morti. Alla fine il medico ricorre all’evidenza dei sensi.
Domanda all’uomo: «I morti sanguinano?». «Certo che no» risponde l’uomo,
spazientito dall’ottusa dabbenaggine della mente del medico. «Lo sanno tutti
che i morti non sanguinano». Al che il medico gli punge un dito. Ne esce una
goccia di sangue. «Ma guarda un po’, chi l’avrebbe mai detto» esclama l’uomo.
«I morti sanguinano, eccome».
Capitolo nono Nel quale si cerca di far passare molti anni riempiendo il minor numero possibile di pagine.
Ha quattro torri e quattro fianchi intorno, quattro torri custodi e quattro porte, e piantata nel mezzo ha un’altra torre, che vien di cinque il numero a comporre. Giovambattista Marino, Adone, Canto II
Me n’ero andato. Definitivamente. Dopo qualche ricerca avevo trovato un approdo. Non era la spiaggia che sognavo, ma con una certa buona volontà potevo illudermi che le somigliasse; soprattutto soddisfaceva la mia esigenza di allora, essere pagato per ciò che scrivevo. La parola, così immateriale in teatro, si poteva pesare come lo zucchero o il filetto, e valutare secondo le tabelle della Società Italiana degli Autori ed Editori. Un tanto a pagina, al chilo, al minuto. All’inizio mi avevano messo nell’ammezzato della prima torre, che era riservato agli sceneggiati televisivi del pomeriggio (quelli serali si trovavano al settimo piano della medesima torre). Nel microcosmo dei programmi pomeridiani c’era di tutto. Soprattutto bambini. Bambini ideali così come se li figuravano i dirigenti della Grande Azienda chiusi nella prima torre. Bambini desiderosi di diventare bravi cittadini. Bambini consapevoli che la scuola non può insegnare tutto e che dopo i compiti dovevano correre al televisore per apprendere sempre di più. Oltre ai piccoli, c’erano anche adulti, smarriti nelle nebbie delle cataratte e della vita, che prendevano tutto per buono, cioè per contemporaneo, fresco di giornata, anche gli sceneggiati sulla Repubblica Serenissima di Venezia. Il giorno dopo le trasmissioni scrivevano all’Azienda; erano addolorati per il destino del Doge che se n’era dovuto andare come un ladro e maledicevano i francesi. Ogni tanto venivo convocato nella prima torre da un dirigente che voleva conversare con me sulla filosofia delle trasmissioni passate e future. Rispetto alle povere cose di cui si parlava, il termine filosofia mi sembrava così improprio che per pudore provavo a sostituirlo con “drammaturgia”, ma venivo subito corretto: no, no, intendevano proprio la Filosofia. I dirigenti la consideravano come una dipendente arrendevole, forse anche un po’ scema, che pur di tenersi lo stipendio era disposta ad accoppiarsi con tutto e con tutti: Filosofia della rete, Filosofia dei palinsesti, Filosofia dell’organigramma, Filosofia della mensa, Filosofia delle bacheche, Filosofia dei contratti, Filosofia del servizio di sicurezza, Filosofia della nastroteca, e persino Filosofia della mobilità interna (intesa come manutenzione degli ascensori e delle scale antincendio). Durante quei colloqui nella prima torre i dirigenti cercavano di illuminarmi sulla Filosofia dello specifico televisivo. A dispetto dell’enunciato, il fondamento teoretico era semplice: il teatro e la televisione sono due cose molto diverse, e secondo loro io odoravo ancora un po’ troppo di teatro; come un pane chiuso nella madia accanto a una testa d’aglio s’impregna di quell’odore penetrante e difficile da mandar via, così nelle mie sceneggiature ristagnava quello stantio che è tipico del palcoscenico. Io ero giovane e avevo tutto il tempo di evolvermi, cioè di far prendere aria ai dialoghi e alle trame, ma se mi sbrigavo era meglio. A parte la prima torre, che sorgeva isolata nel mezzo di un piazzale, le altre tre comunicavano fra loro tramite camminamenti coperti. Io ci passavo spesso perché le produzioni che mi venivano affidate erano le più varie e ognuna aveva una collocazione diversa: gli sceneggiati radiofonici originali, torre 2, secondo piano; la rielaborazione di opere letterarie edite, torre 3, quarto piano, e così via. Ogni settore dipendeva da un funzionario con cui dovevo intrattenermi prima di iniziare i lavori: non solo sulla Filosofia delle trasmissioni, ma su loro stessi, sulla loro storia nell’Azienda, sul loro passato e sulla loro vita in generale, dentro e fuori quelle mura. Uno collezionava rane di ogni genere e formato. La scrivania ne era invasa. Reminiscenze dei suoi studi pascoliani: “Nei campi c’è un breve gre gre di ranelle…”, mormorava, poi recitava per intero “La mia sera”, perché, oltre che italianista era stato anche un attore, anzi un fine dicitore. Uno aveva cenato con Luca Ronconi. Uno credeva di essere la reincarnazione di Joseph Conrad. Assomigliava a Clark Kent. Era molto ammirato dalle donne. “Grazie”, diceva, “ma preferisco il mare.” Uno tirava qualche boccata di tabacco Dunhill da una pipetta del XIX secolo che teneva in bella vista sul tavolo. A cinquant’anni si era dedicato allo studio della lingua inglese, quindi aveva tradotto The Giaour, di Byron (“Un’illuminazione!”) riuscendo anche a farlo pubblicare da un editore di Bari (non Laterza). Quell’esperienza lo aveva rivitalizzato, come succede a certi vegliardi che fanno un figlio con una venticinquenne. Uno era amico del gastronomo Veronelli con cui disquisiva di cucina e letteratura. Citava spesso Gadda e il risotto. Sua moglie non era avvenente, non lo era mai stata nemmeno da giovane, mi aveva confidato (chissà perché). Però era dolcissima, e per amore era diventata una cuoca appassionata e frenetica. Una sera, mentre lui rincasava dall’ufficio sotto una pioggerella di quelle che fanno pensare, si era imbattuto in una venditrice di violette e subito gli era venuta in mente la devozione della sua sposa che in quel momento gli stava preparando la cena. Da quanto tempo non le portava un fiore? Quante volte l’aveva tradita, sia pure solo mentalmente, con le attrici che sfilavano nel suo ufficio in cerca di scritture? (Una notte, per la verità, si era verificato anche l’atto carnale vero e proprio, ma non contava perché l’attrice, ubriaca, aveva vomitato nel letto. Lo schifo e l’imbarazzo con l’albergatore, la mattina seguente, erano stati un’abbondante espiazione). Eccolo dunque mentre apre la porta di casa con un sorriso da fidanzato e il mazzolino timido in mano. La moglie vede le violette e s’illumina: «Che pensiero squisito!» – è proprio un grido che le prorompe dal petto. Gli strappa di mano i fiori, corre in cucina, prepara zucchero, tegame e manuale «Le faremo candite!» dice, «Yum Yum…!» Uno aveva sposato Miria Canelli, che era stata Miss Italia nel 1955 e subito aveva preso la brutta china del fotoromanzo. Ma dopo il matrimonio ci aveva pensato lui a sistemare le cose piazzandola alla radio come annunciatrice, un posto tranquillo e ben protetto – non poteva mica passare la vita a rincorrerla da un set all’altro! L’immagine della moglie che si baciav con uno di quegli idioti di Grand Hotel o di Bolero film lo rabbuiava, e lì terminava il nostro colloquio. Le vite dei funzionari, tutte così rivolte al passato, si infiltravano giorno dopo giorno nella mia vita come rigagnoli, e le nostre vite, sempre più intrecciate le une con le altre, confluivano nelle vene di quell’organismo tanto più grande di noi che era l’Azienda, e il nostro pensiero e il pensiero dell’Azienda erano della medesima sostanza così come lo sono l’aria e i gabbiani, dei quali essa regge i fili mentre volteggiano e fanno i matti credendosi i padroni dello spazio. Quando transitavano nel complesso delle torri, gli anni rallentavano, il loro tasso di acidità aumentava e corrodeva velocemente la pellicola che protegge le identità dei singoli. Osservavo gli altri autori (eravamo in tanti). Tutti si andavano somigliando sempre di più; mi avvicinavo a un crocchio (non si muovevano mai da soli) e sentivo un’unica voce moltiplicata per otto o per dieci. Questo fenomeno era più evidente negli autori della quarta torre, quella del Varietà, presso la quale venni distaccato per qualche tempo. All’inizio tentai di oppormi: – Sarebbe un cattivo affare per l’Azienda e per me; il Varietà è la cosa più lontana dalla mia sensibilità. – Qui non ci sono sensibilità, qui si tratta di mestiere. 52 – Appunto, questo mestiere non lo so proprio fare. – Stronzate. Tutto s’impara. – Ma perché dovrei impararlo proprio io? Ci sono centinaia di aspiranti autori che sognano di passare la vita inventando quiz a premi, siparietti, sketch e parodie di canzoni. Il dirigente era di quelli che non si spazientiscono. Nella sua lunga carriera aveva tenuto anche dei master sulla Filosofia dell’autorialità giovanile. Sollevò la sua mole importante dalla scrivania: – Usciamo, facciamo due passi. Si metta il cappotto. Il piazzale in cui sorgeva la quinta torre era immerso in un pulviscolo acquoso di novembre. – Ha un berretto? – Credo di sì – in tasca tenevo un kangol che non usavo mai perché mi dava un’aria poco intelligente. – Meglio che lo metta. È umido, qui. Si preoccupava per me. Aveva indossato un cappello di tela cerata blu col sottogola, di quelli da baleniere. Guardava il cielo, indeciso se incamminarci in senso orario o antiorario. Infine ci muovemmo. Sentivo che non sarebbe stato un viaggio breve. Compimmo alcune circumnavigazioni della torre. Il dirigente non aveva fretta; a casa non lo aspettava nessuno, mi confidò: la moglie se n’era andata da una decina d’anni, quando era rimasta incinta di un funzionario di seconda fascia da cui avrebbe poi avuto due figli: «Era un uomo di scarse ambizioni. L’ideale per una donna come quella. Nessun rancore.» Sembrava sollevato che lei avesse fatto i figli con quell’altro. Quando i fari accesero le loro luci gialle e incominciarono a perlustrare il piazzale avanti e indietro, il dirigente entrò in argomento: la mia resistenza al Varietà lo aveva stupito, più che deluso – ero giovane, ma avevo già una certa esperienza alle spalle, non come le reclute dei corsi sulla Comunicazione che si riempiono la bocca con la drammaturgia, i generi, le scritture… Puttanate buone solo per i seminari e i convegni… per carità, mica diceva di sopprimerli… anche i teorici, i critici, gli autori autoriali, povere anime, avevano diritto di vivere… Si era fermato e aveva sollevato l’ala anteriore del casco baleniero per guardarmi in faccia: – … Ma l’Azienda non è una nursery, né un parco giochi. E neppure una provincia dell’Arcadia. Qual è l’ultima trasmissione che ha fatto? – Il pipistrello rosa, un cabaret letterario. – Titolo del cazzo. – Alla Direzione generale è piaciuto. – Lasciamo stare. Programmazione serale, immagino. – Sì, da luglio a settembre, alle ventuno. – Programmazione serale, estiva e culturale. A lei piace stare nel bagnasciuga del palinsesto, là dove sguazzano le signore sole e gli insegnanti zitelli. – Non conosco bene il pubblico di quella fascia oraria…– Lo conosco io. Ascoltatori desiderosi di accedere alla cultura in pillole che assumono prima di coricarsi. Per tre mesi lei è stato il loro farmacista di fiducia. Le avranno scritto molte lettere, immagino… – Qualcuna… – … Lettere piene di gratitudine per un programma intelligente e istruttivo, finalmente degno di un’emittente pubblica e altre ruffianate del genere.
– Anche se così fosse… – È così, non faccia il furbo! Lo so perché alla sua età ho trafficato anch’io con la cultura. Guardi che non le rimprovero niente, è un lavoro sporco e qualcuno deve pur farlo. Bisogna averci lo stomaco. Si era fermato di nuovo, questa volta sotto un riflettore. La luce gialla lo trasformava in un vecchio Commendatore dalle orbite vuote. – Mi correggo, più che sporco è un lavoro mistificatorio. Quelle pillole radiofoniche sono innocui diuretici rivestiti da una pellicola di cheratina culturale; di notte, gli ascoltatori si svegliano un paio di volte e pisciano via tutto. Niente contro i diuretici, ma bisogna chiamare le cose col loro nome. Quasi tutti i dirigenti che avevo conosciuto erano fragili e corrosi da un furore autolesionista, Irridevano il mondo accademico e un attimo dopo piangevano sulle brillanti carriere universitarie che avrebbero compiuto se non si fossero lasciati accecare dal mito della comunicazione di massa e dall’Azienda. Il furore di questo dirigente non assomigliava a quello degli altri, era freddo, pragmatico, e mirava a un solo scopo: perfezionare la macchina già micidiale del Varietà con l’ostinazione dello scienziato che, dopo avere scoperto il gas nervino, prosegue gli esperimenti per potenziarlo ancora in attesa di trovare un’altra sostanza più letale. – Non sono un ingenuo, sa? È chiaro che per lei il Varietà è la merda. – Non l’ho detto. – Non faccia l’ipocrita, lo penso anch’io, ma questo non conta. Per l’Azienda è un prodotto importante, sicuro; il pubblico lo percepisce come genuino, senza secondi fini, altro che la divulgazione culturale! L’immediatezza del Varietà o, come dice lei, della merda, riconduce gli ascoltatori alla spontaneità dell’evacuazione, che è un atto di gioia, almeno durante l’infanzia, perché poi con gli anni le cose si complicano… Tacque. Completammo il giro intorno alla torre. – Veniamo al punto. Quelli della Direzione Generale hanno fatto una delle loro pensate: i programmi di Varietà devono essere ammodernati. Come, non lo dicono perché non lo sanno nemmeno loro. Inutile farli ragionare, non ti ascoltano, è come un raptus. Alzano il telefono e abbaiano “Rinnovare, rinfrescare, ammodernare! Da domani!” Dopo un quarto d’ora se ne sono già dimenticati, ma la rogna rimane e dobbiamo risolverla noi. Secondo me è una stupidaggine. La merda va servita nella sua versione base, come la pizza. Non so lei, ma quando vedo quei menù che non finiscono mai… alla Wagner, ai würstel con pere williams, alla Gay Pride, alla Peppe, al cacciucco, mi si chiude lo stomaco. Comunque è inutile contarcela fra noi, quelli si aspettano che facciamo qualcosa, almeno pro forma, almeno come alibi L’alibi dovevo essere io. C’era, nelle mie trasmissioni, in tutte, di qualunque genere, qualcosa di irrisolto. Reticenza congenita, pudore, – forse anche un po’ di snobismo che inserito in piccole dosi nei copioni del Varietà poteva funzionare come correttivo. La Direzione generale, ammetteva il mio stratega, non aveva tutti i torti: le trasmissioni stavano sbracando troppo, e la mia sola presenza nel team degli autori sarebbe stata raggelante. Certo non avrebbero accolto a braccia aperte, ma qualcuno doveva sacrificarsi. Questa volta era toccato a me. Oltre alle buone ragioni dell’Azienda, ce n’era un’altra, decisiva, che si era tenuta per ultima: – Lo sappiamo tutti e due: lei non è abbastanza ricco per dire di no.
Abbiamo grandi aspettative su di lei. Confido che farà la scelta giusta. “Quiz Show”, regia di Robert Redford 55
La mia permanenza nello stanzone del Varietà fu meno difficile di quanto temevo. Mi avevano messo in una scrivania isolata, lontana dal grande tavolo su cui gli autori lanciavano pagine e pagine che andavano a formare una montagna disordinata di carta; poi, quando suonava il mezzogiorno, tutti insieme si strappavano di mano i fogli come al rubamazzo e li ricomponevano in un numero imprecisato di copioni. Ogni tanto mormoravo qualche riflessione sul comico citando Pirandello, Musil, Alberto Sordi, oppure improvvisavo. I miei nuovi colleghi smettevano per un attimo di rovistare fra i copioni, annuivano e subito riprendevano perché dovevano consegnare prima della mensa. Una convivenza serena, tutto sommato. Gli autori del Varietà erano posseduti da un’allegria distruttiva, come la vittima di “Scarpette rosse” che dopo aver indossato le calzature diaboliche è trascinata in una danza sempre più frenetica culminante nella perdizione. Il Demone dell’allegria infuriava dentro quei corpi spenti. In ascensore, in mensa, al bar, la banda del Varietà si annunciava con uno sciame di battute che innescavano le risate, e le risate sovrastavano le battute, e passavano le settimane e i mesi. La turbina che ruotava nei loro corpi giorno e notte li condannava a un invecchiamento precoce, così come il sole africano delle Eolie cuoce i volti degli isolani trasformando gli adolescenti in arrostiscini rinsecchiti e le giovani madri in vecchi copertoni di camion. Questo processo risultava più evidente nelle donne. La Regina del Varietà, un’autrice che per l’anagrafe era giovane e fresca come un bocciolo, assomigliava a una foto di Liala settantenne che mostra la prima copia del suo libro “Di ricordi si muore”. In quel viso di cartapecora venticinquenne si muovevano solo gli occhi, piccoli e incattiviti; la Regina era consapevole di aver consumato la giovinezza nei lavori forzati dell’allegria, e il suo trono non le bastava più; ora pretendeva un risarcimento importante, proporzionato alla pena cui si era condannata da sola. Il suo tormento era diventato una fotografia di Liala settantenne. Un giorno se l’era trovata sulla scrivania. Certamente l’aveva messa lì qualche collega maligno e lei l’aveva conservata senza sapere il perché, così come si coltivano certi fiori velenosi.
Quell’immagine era un cruccio da cui non poteva separarsi. Ogni tanto fermava il lavoro delle dita che crivellavano i copioni di battute comiche e interrogava il ritratto, come fanno le bimbe con le nonne, sul suo successo e sui suoi amori. Liala, almeno in fotografia, era tutto il contrario di una nonna sdolcinata, parlava schietto:
– Vuoi sapere del successo? Bene, incominciamo dalla nascita. Sicuramente essere di nobile lignaggio può servire. Tu, da che famiglia provieni? –… – Ho capito, lasciamo perdere. Punto secondo: anche gli uomini possono contare, non per quello che ti danno – più o meno è sempre la stessa musica – ma perché fanno curriculum. Per me, il matrimonio fu un buon avvio. Pompeo Cambiasi, marchese e ufficiale di marina. Io un fiore, lui piuttosto stagionato. Il naufragio coniugale era scritto prima delle nozze, infatti nell’entourage se ne parlò molto, il pubblico ama ciò che è del tutto prevedibile. Ottenne un buon successo anche la mia relazione con Vittorio Centurione Scotto, un altro marchese e con un nome che suonava bene. Quando morì tragicamente, la mia popolarità salì di parecchio – e pensare che non avevo ancora scritto niente. Il mio strazio fu la mia fortuna. Il pubblico mi amò ancor prima di leggere il mio primo libro. Giovane, bella, con un marito disperso e amputata di un amante ancora fresco… Tu come sei messa con gli uomini?” –… Più la Regina del Varietà approfondiva la conoscenza di Liala, più la Signora del romanzo rosa le appariva come un purosangue che galoppava irraggiungibile. Quegli amori, quei marchesi, quei lignaggi erano barriere troppo alte per i suoi garretti, buoni tutt’al più per il trotto o per il dressage. Ma nel racconto di Liala c’era una frase che le sembrava un piccolo scoglio cui aggrapparsi: “Il mio strazio fu la mia fortuna”. Un pomeriggio, la Regina del Varietà si stava arrabattando inutilmente sulla battuta conclusiva di uno sketch che doveva introdurre il Domandone finale del Quizzone. Tutte le battute comiche provocano un tormento fisico e morale in chi le scrive, soprattutto le battute comiche che preludono al Domandone finale. Quel pomeriggio passavano le ore e la battuta non voleva venire. Allora, finalmente, la Regina del Varietà pianse. Era la prima volta nella sua giovane vita. Prima di rabbia, poi d’impotenza, poi di paura. Poi fu presa da una sofferenza senza forma e venne avvolta da un boato che le trapanava le orecchie e la mente. Erano tutte le risate su cui aveva costruito il suo trono. “Il mio strazio fu la mia fortuna”. Ricordò ancora una volta le parole della sua ispiratrice. E fu la volta decisiva. Il giorno dopo diede in appalto la produzione di copioni a un’autrice senza pretese che si accontentò del 15 %, era tanto che aspettava un’occasione come quella! Divenne scrittrice. Piacque agli editori il suo personaggio: una bambina appassita che viveva in una grande casa un po’ sgangherata e circondata da un giardino selvatico in compagnia di un cane, due gatti, un leprotto e un’anziana tartaruga parlante (questo il profilo che aveva creato il suo ufficio stampa). Uno dopo l’altro, i libri della Regina spiccarono il volo dalle tipografie per andarsi a posare con grazia sugli scaffali e nelle vetrine delle librerie – erano libri leggeri ma per niente sprovveduti, mica andavano a infilarsi negli scaffali rasoterra. Quando ebbe preso possesso della sua nuova vita, la Regina (non più del Varietà) si ricordò dei vecchi compagni e li chiamò a condividere le gioie della Letteratura. All’inizio qualcuno era perplesso: davvero si poteva diventare scrittori così, di punto in bianco? La loro leader li rassicurava, non era difficile, bastava riprendere i vecchi sketch e metterli giù in forma di racconto. Storie un po’ quotidiane e un po’ surreali. Un po’ di nonsense e un po’ di satira. Bambini che strillano nella notte, biberon e separazioni. Cronache buffe del Premio Strega. Il bidone di Ferragosto. Amanti ma per ridere. Biscotti e bambocci. Un levantino misterioso. L’adozione di Turlurù. Falsi allarmi di menopausa. Il maschio incapace e la femmina verace. Il bodybuilding del collega introverso. Nostalgie agrodolci. Un tè con Jorge Amado. La rissa delle marmellate. L’amica pornostar. In quegli anni si stavano riscoprendo le risorse del riciclaggio. Film famosi venivano convertiti in spettacoli teatrali, i quali, opportunamente rielaborati, diventavano a loro volta romanzi che generavano altri film, e così via. Anche la banda del Varietà ci si mise d’impegno. Nacquero così libri e libriccini di ricette travestite da storie d’amore, di cronache matrimoniali in forma di abbecedario, di diari intimi da leggere ad alta voce come scioglilingua. Una sera, riconobbi uno di questi testi nati per il Varietà. Si era trasformato in copione teatrale. Gli avevano cambiato il titolo e lo avevano truccato con un paio di baffi e una parrucca brizzolata. A uno spettatore che ignorasse la sua origine poteva sembrare un copione come tanti altri. I copioni come tanti altri si andavano moltiplicando. Ne trovavo dappertutto. Nei garage teatrali che ammiccavano a quelli degli anni Settanta. Nei teatri a gestione familiare capocomicale. Nelle rassegne giovanili.
In certi stati d’animo quasi soprannaturali, la profondità della vita si rivela interamente nello spettacolo, per quanto banale, di ciò che abbiamo sotto gli occhi. Ne diviene il Simbolo. Baudelaire, Fuochi d’artificio
Un pomeriggio, decisi di scendere in quella che era diventata una piccola discarica dei miei copioni e che un tempo avevo definito con enfasi adolescente “il magazzino delle parole”. Non lo chiamavo più così. Non lo chiamavo in nessun modo. Evitavo anche di pensarci, oppure lo pensavo come un là sotto che un giorno sarebbe stato venduto insieme alla casa. Nel contratto lo avrebbero definito cantina, perché là sotto non sarebbe piaciuto al notaio. La discesa non fu semplice. Avevo perso la chiave. Mi succede sempre con certe chiavi che aprono certe porte. Occorreva un fabbro, come ogni volta che dovevo andare nel là sotto: un fabbro e una chiave nuova. Ma in tutti quegli anni il vecchio fabbro era morto, me lo comunicò la moglie al telefono, stupita – ero l’unico che si ricordava di suo marito. Ne fui sollevato e rinunciai volentieri. Invece qualcuno, troppo solerte, mi diede il telefono di un fabbro vivo. Il fastidio dell’appuntamento. Lo scetticismo del fabbro nuovo di fronte alla serratura corrosa («Ma quanto tempo è che non entra qui dentro?»). La delusione dello stesso fabbro, una volta forzata la porta, nel vedere quei mucchi disordinati di carte («Tenere impegnato un vano così grande per questa roba è proprio gettare via i soldi.») Rimanemmo soli, io e i fogli. Ne scelsi una piccola risma a caso e incominciai a scorrerli appena in superficie. Me lo sentivo. Anche i miei erano diventati copioni come tanti altri. Come tutti gli altri. Quelli che avevo scritto, quelli che avevo letto, quelli che non avevo letto e anche quelli che non avrei mai potuto leggere perché se ne stavano sepolti nei cimiteri della Società autori, quelli appassiti insieme alle rose nei cassetti dei commediografi di provincia, quelli addormentati nei pensieri degli autori ancora bambini che sedevano sui banchi delle elementari senza sapere che di lì a qualche anno avrebbero incominciato a scrivere, senza ragione, degli atti unici per il teatrino della scuola – qualche insegnante di Lettere irresponsabile li avrebbe incoraggiati a continuare, li avrebbe seguiti con trepidazione anche dopo il Liceo, e un giorno avrebbe festeggiato con loro una menzione al premio teatrale Hystrio. Doveva esistere da qualche parte un Copione Padre occulto che si riproduceva incessantemente generando una quantità di copioncini solo apparentemente difformi; cambiavano i titoli ma la sostanza era la medesima, come quella delle piccole tagliatelle che formano l’interminabile nastro della Tenia. Ricordo lo sfogo di un amico regista, qualche tempo prima che si suicidasse: «È terribile, non sopporto più il rumore degli attori! È come quello del frigorifero, ma molto più forte. Se non ci pensi, non te ne accorgi, ma se ascolti davvero, come sei costretto a fare durante le prove, senti un bru-bru di sottofondo che ti porta alla pazzia. Recitano Ibsen, Neil Simon, Marivaux? Non lo sanno e anche tu l’hai dimenticato. Recitano il loro bru-bru di attori. Cinque, sei, sette ore di fila. Devo smettere.» Seduto sul grande tavolo della sala prove, dondolava le gambe nel vuoto e continuava a ripetere “bru-bru, bru-bru, bru-bru”, sempre più stanco, con la faccia di un vecchio asino condannato alla macina. Due mesi dopo si era tolto di mezzo. La moglie e gli amici dissero che se l’aspettavano perché da qualche tempo vedeva e sentiva cose strane. La solita fretta di archiviare il morto. L’intuizione del mio amico regista non riguardava soltanto le voci degli attori. Diedi un’occhiata alla discarica delle mie carte e mi resi conto che esisteva anche il bru-bru dei copioni generati dal Copione Padre. Mi sembrava che diventasse sempre più forte. Forse non sarei mai dovuto scendere. Uscii e chiusi la porta a doppia mandata con la chiave ancora fresca di fabbro. Risalii le scale e la gettai in un cassonetto.
Voleva diventare perfetta. Bucky meritava la perfezione. Ed era un tale perfezionista! Non gli sfuggiva mai nulla. Ogni mattina Norma Jeane puliva da cima a fondo il loro appartamentino al pianterreno di Verdugo Gardens. Tre modestissimi vani, tutt’altro che spaziosi, e un bagno largo quanto bastava per contenere vasca e lavandino e cesso, e quegli spazi che aveva in consegna li puliva con la dedizione e il fervore di una missionaria. Per lei lavorare nella casa che le era stata affidata e per l’uomo che gliel’aveva affidata non era tanto un lavoro quanto un privilegio sacro e un dovere. “La casa” santificava qualunque sacrificio e qualunque sforzo. Tra i Glazer, accomunati da un non ben chiaro ma nondimeno tenace fervore cristiano, era opinione comune che nessuna donna, specialmente se maritata, dovesse lavorare “fuori di casa”. Persino durante la Depressione, quando alcuni di loro (Bucky, imbarazzato e pieno di vergogna, non era sceso nei particolari, e Norma Jeane non aveva osato approfondire) erano stati costretti ad abitare in una casa mobile nella San Fernando Valley, persino allora “lavorare” era rimasto prerogativa dei membri maschi della famiglia, tra i quali anche i bambini sotto i dieci anni, compreso il povero Bucky. Il fatto che le donne dei Glazer non dovessero lavorare “fuori di casa” era una questione di orgoglio, di orgoglio virile. Ingenuamente, Norma Jeane chiese a Bucky: “Anche adesso che c’è la guerra?” La sua domanda fluttuò nell’aria, inascoltata. “Mia moglie? Mai e poi mai!” Sapersi voluta da un uomo significa sapere io esisto! L’espressione degli occhi. L’indurirsi del cazzo. Anche se non vali niente, sei voluta. Anche se tua madre non ti ha voluta, sei voluta. Anche se tuo padre non ti ha voluta, sei voluta. La verità fondamentale della mia vita, verità autentica o caricatura di verità che fosse: finché un uomo ti vuole, sei salva.
Mentre le donne gridano mettendoci al mondo, c’è sempre
qualche altra voce al di là della parete o nel vicolo o presso il letto che se
non canta dice, bisbiglia una canzonetta. Quale fu la mia? Forse sono il nipote
di canzonette napoletane candide o bizzarre, come quella in cui le donne
domandavano al venditore ambulante di spille e di sicurezza: «Quante me ne dai
per un tornese?»… Oppure di quelle canzonette narrative, drammatiche: le
canzonette-fiume che raccontano tutta una vita. Formidabili atti d’accusa
all’amicizia, all’amore, alla fortuna… Per non parlare poi del repertorio dei
“posteggiatori”… A proposito, io nel mio funerale ci voglio proprio una
musica di “posteggiatori”: mi seguano, come mi hanno preceduto, le canzonette.
Quando sarò calato lentamente nella buca, esplodano le note furiose, rampanti,
di “Funiculì funiculà”.
Capitolo ottavo Che è poco più di un elenco di nomi.
Le anime volarono via dai loro corpi – volarono alla beatitudine o alla dannazione; e ogni anima mi passò accanto sibilando. Coleridge, La ballata del vecchio marinaio
Nessuno sa con esattezza chi è, anche se ci pensa tutte le mattine. A maggior ragione non lo sapevano quegli anni così superficiali. Certo non pensavano che un giorno sarebbero diventati oggetto di convegni, tesi di laurea, inserti vintage sui rotocalchi; non potevano immaginare che le televisioni, tanti anni dopo, avrebbero setacciato gli ospizi alla ricerca di qualche testimone dei “mitici Sessanta” per restaurarlo e mandarlo a spegnersi nell’ultimo show fra le braccia di una conduttrice. Io dico anni, in realtà sto parlando di uno in particolare. Oggi, tutti lo chiamano 1962, ma è una convenzione Si dice 1962 e si crede di aver detto tutto. Quelle quattro cifre, apparentemente così semplici, erano solo una facciata dietro cui si intrecciavano eventi che facevamo fatica a collegare al nostro quotidiano. Eventi lontani e vicini. Il New Deal di Kennedy e il primo happening alla galleria de’ Foscherari; la morte di Mattei e il matrimonio a sorpresa della Dida Masetti, non ancora diciassettenne, con uno sconosciuto che l’aveva messa incinta al primo colpo. In quel tempo, il mondo era smisurato e pochissimo esplorato; gli eventi giungevano a noi da un oceano farraginoso affiorando solo in parte. Non avevamo nessuna voglia di tuffarci in quelle acque dalla profondità incerta, preferivamo analizzare quello che ci riguardava molto più da vicino – la Dida Masetti, per esempio, e il Teatro Stabile, due istituzioni dai destini opposti: la prima era capitolata per mano di un avventuriero misterioso proprio mentre nasceva la seconda istituzione ad opera di una potenza estranea e imperialista che certamente ci avrebbe eliminati. Le riunioni nelle salette si diradarono spontaneamente fino a che non spirarono del tutto con la naturalezza di chi muore nel sonno. Quando i drammaturghi si incontravano, ormai solo per caso, alludevano vagamente a una stagione comune, ma molto lontana e malinconica come quelle trascorse al mare, da bambini, quando l’agosto poteva sconfinare serenamente nel settembre perché la scuola era ancora lontana. I drammaturghi passavano la maggior parte del tempo chiusi in casa a fare congetture sul loro futuro, tentando, per quanto possibile, di prevederlo e di esorcizzarlo. Giuseppe Bardi. Scriveva atti unici di un anticlericalismo tormentato. Sposò una ragazza troppo vivace per lui, che morì in giovane età lasciandogli due figli. Schiacciato dal lutto e dalle responsabilità, Bardi cercò riparo nella fede e nella politica. Divenne consigliere comunale della Democrazia Cristiana, corrente Donat-Cattin. Piergiorgio Sani. Antropologo culturale, il teatro lo interessava solo come strumento di divulgazione. Soggiornò per due anni negli Stati Uniti dove entrò in contatto con alcuni esponenti dei Black Panthers e incominciò a scrivere delle brevi pièce politiche. Durante la pubblica lettura di un suo testo, un attivista nero gli gridò che i bianchi progressisti come lui facevano cagare più di quelli del Ku Klux Klan. Tornato a Bologna, divenne un barone universitario fra i più inflessibili. Gianni Bergamini. Fra i drammaturghi delle salette era il più marxista. Il suo dramma “Vita e morte del ribelle Barbanera” incominciava con l’entrata in scena di un capo partigiano ferito. “Cazzo!”, esordiva, “Valeva la pena di farsi ammazzare per finire insieme a questi merdosi?” (I fascisti che all’ultimo momento erano saltati sul carro dei liberatori) “Ma io ci piscio sopra!” Deponeva il mitra, voltava le spalle al pubblico, si sbottonava la patta e urinava su un muretto che doveva rappresentare l’abside di una chiesa. Il Partito storse il naso. La linea togliattiana era chiara; con la Chiesa bisognava andarci piano: via libera alle polemiche con le alte gerarchie cattoliche, ma attenzione alla sensibilità delle masse cattoliche. Bergamini era ligio alla disciplina di partito, e dopo un serrato dibattito accettò di sostituire l’abside con un cespuglio rimediato all’ultimo momento. Anche se così, recriminava l’autore, la scena perdeva molto del suo impatto. Morì prima di vedere la sua unica nipote, Tatiana Bergamini, eletta Miss Padania-Emilia Romagna, e poi deputata nella Lega di Salvini. Pierino Delcolle. Era fissato con l’Opera di Pechino. Dopo aver visto La destituzione di Hai Rui aveva ripudiato tutto il teatro occidentale. Lo incontrai un anno dopo che si era sciolto il gruppo dei drammaturghi. Lavorava per l’ufficio stampa del PSDI. “Visto che non si può fare la rivoluzione”, filosofeggiò, “tanto vale pararsi il culo.” Mi confidò di aver sposato una donna molto più alta di lui ma di essersi pentito perché la casa era troppo piccola per tutti e due. Ornella Lanfranchi. L’unica donna che frequentava saltuariamente il gruppo. Pittrice, aveva realizzato per noi qualche scenografia, sempre bestemmiando per la mancanza di soldi. Di famiglia facoltosa, poteva permettersi lunghi soggiorni a Parigi dove frequentava Novella Parigini. Una notte, la famosa pittrice le aveva mostrato, in estrema confidenza, alcuni scritti autografi di D’Annunzio da lei gelosamente custoditi. Ornella, insonnolita, disse che non gliene fregava un cazzo. Di qui, la rottura con la Novella e il ritorno a Bologna. Raimondo Toscani Dell’Orto. Evitavamo di coinvolgerlo nelle nostre pubbliche letture perché plagiava le commedie di Aldo De Benedetti. Il rischio di sputtanamento era alto. Cercavamo di spiegargli che quella roba non c’entrava niente con la sperimentazione. Lui sorrideva senza ascoltare e sproloquiava di un teatro “leggero come lo champagne”. Gli piacevano quelle signore sinuose, fintamente ingenue, e quegli uomini di mondo che cadevano nelle trappole amorose come dei liceali. “Bisogna capire”, ripeteva, “sotto una superficie frivola, in quel teatro degli anni Trenta c’era un mondo pieno di valori.” Gli sembrava una riflessione critica importante e si riprometteva di scriverne un saggio. “Ecco, sì…”, dicevamo noi, “è un’ottima idea”. Si proclamava monarchico per ragioni di famiglia – ma liberale, precisava. Il craxismo gli fece scoprire di essere anche socialista e quando il PSI s’impadronì del teatro italiano divenne un manager itinerante. Non c’era regione in cui Raimondo Toscani Dell’Orto non fosse appena stato (o fosse sul punto di diventare) condirettore di un Teatro Stabile. La rai gli commissionò la sceneggiatura per un documentario su Garibaldi. Mario Arduini. Non si sa come, divenne amante di una primadonna in ascesa che scatenò un putiferio per farlo debuttare nella regia. Ma il regista non valeva nemmeno un quarto dell’amante, e la primadonna in ascesa gli saltò agli occhi fin dalle prime prove stroncando una carriera incerta e una passione che poteva durare ancora qualche mese. Santo Musumeci. Ogni scenografia gli sembrava uno sfarzo scenico che lo mandava in bestia. “Cosa cazzo mi rappresentano tutti quei mobili? Siamo mica nel negozio di un antiquario! E quegli alberi dietro le vetrate? Me ne fotto se sono i ciliegi della minchia di Cechov, non servono!” “Datemi due riflettori, un praticabile e un attore”, minacciava, “ve lo faccio vedere io il grande teatro!” “Brecht!”, concludeva, come un imperativo e un anatema. Il tempo lo rabbonì. Si dedicò al teatro per l’infanzia. Le madri lo guardavano con sospetto, ma i bambini ridevano molto. Flavio Manunza. Essendo poeta, si sentiva in dovere di scrivere teatro in versi. Noi tentavamo di dissuaderlo. “Non se ne parla”, rispondeva, ” è una questione di coerenza.” Quando uscì il teatro completo di Mario Luzi, smise e non pubblicò nemmeno la sua annuale raccolta di poesie. Aldo (“Dado”) Fantinel. Compilava drammi storici ambientati a Bologna documentandosi per mesi in biblioteca. Per puro caso, vide uno spettacolo del Living theater, credo fosse Mysteries. La violenza che si sprigionava da quei corpi silenziosi lo aveva lasciato tramortito, al punto che era rimasto seduto da solo nella piccola platea quando tutto il pubblico era sfollato. Dopo molto tempo – così gli parve – si stropicciò gli occhi come uscendo da un sogno e si trovò di fronte Julian Beck che lo guardava incuriosito e gli chiedeva: «E tu cosa ci fai qui?.» Il turbamento fu tale che Fantinel non ricorda il seguito; probabilmente rispose qualcosa come: «Non so… io voglio soltanto seguire te, maestro.» Scomparve per anni. Di lui giungevano rare notizie. Si diceva che peregrinasse insieme alla tribù del Living con il compito di gestire le sostanze, visto che aveva una laurea in medicina.
Capitolo nono Nel quale si cerca di far passare molti anni riempiendo il minor numero possibile di pagine.
Ha quattro torri e quattro fianchi intorno, quattro torri custodi e quattro porte, e piantata nel mezzo ha un’altra torre, che vien di cinque il numero a comporre. Giovambattista Marino, Adone, Canto II
Me n’ero andato. Definitivamente. Dopo qualche ricerca avevo trovato un approdo. Non era la spiaggia che sognavo, ma con una certa buona volontà potevo illudermi che le somigliasse; soprattutto soddisfaceva la mia esigenza di allora, essere pagato per ciò che scrivevo. La parola, così immateriale in teatro, si poteva pesare come lo zucchero o il filetto, e valutare secondo le tabelle della Società Italiana degli Autori ed Editori. Un tanto a pagina, al chilo, al minuto. All’inizio mi avevano messo nell’ammezzato della prima torre, che era riservato agli sceneggiati televisivi del pomeriggio (quelli serali si trovavano al settimo piano della medesima torre). Nel microcosmo dei programmi pomeridiani c’era di tutto. Soprattutto bambini. Bambini ideali così come se li figuravano i dirigenti della Grande Azienda chiusi nella prima torre. Bambini desiderosi di diventare bravi cittadini. Bambini consapevoli che la scuola non può insegnare tutto e che dopo i compiti dovevano correre al televisore per apprendere sempre di più. Oltre ai piccoli, c’erano anche adulti, smarriti nelle nebbie delle cataratte e della vita, che prendevano tutto per buono, cioè per contemporaneo, fresco di giornata, anche gli sceneggiati sulla Repubblica Serenissima di Venezia. Il giorno dopo le trasmissioni scrivevano all’Azienda; erano addolorati per il destino del Doge che se n’era dovuto andare come un ladro e maledicevano i francesi. Ogni tanto venivo convocato nella prima torre da un dirigente che voleva conversare con me sulla filosofia delle trasmissioni passate e future. Rispetto alle povere cose di cui si parlava, il termine filosofia mi sembrava così improprio che per pudore provavo a sostituirlo con “drammaturgia”, ma venivo subito corretto: no, no, intendevano proprio la Filosofia. I dirigenti la consideravano come una dipendente arrendevole, forse anche un po’ scema, che pur di tenersi lo stipendio era disposta ad accoppiarsi con tutto e con tutti: Filosofia della rete, Filosofia dei palinsesti, Filosofia dell’organigramma, Filosofia della mensa, Filosofia delle bacheche, Filosofia dei contratti, Filosofia del servizio di sicurezza, Filosofia della nastroteca, e persino Filosofia della mobilità interna (intesa come manutenzione degli ascensori e delle scale antincendio). Durante quei colloqui nella prima torre i dirigenti cercavano di illuminarmi sulla Filosofia dello specifico televisivo. A dispetto dell’enunciato, il fondamento teoretico era semplice: il teatro e la televisione sono due cose molto diverse, e secondo loro io odoravo ancora un po’ troppo di teatro; come un pane chiuso nella madia accanto a una testa d’aglio s’impregna di quell’odore penetrante e difficile da mandar via, così nelle mie sceneggiature ristagnava quello stantio che è tipico del palcoscenico. Io ero giovane e avevo tutto il tempo di evolvermi, cioè di far prendere aria ai dialoghi e alle trame, ma se mi sbrigavo era meglio. A parte la prima torre, che sorgeva isolata nel mezzo di un piazzale, le altre tre comunicavano fra loro tramite camminamenti coperti. Io ci passavo spesso perché le produzioni che mi venivano affidate erano le più varie e ognuna aveva una collocazione diversa: gli sceneggiati radiofonici originali, torre 2, secondo piano; la rielaborazione di opere letterarie edite, torre 3, quarto piano, e così via. Ogni settore dipendeva da un funzionario con cui dovevo intrattenermi prima di iniziare i lavori: non solo sulla Filosofia delle trasmissioni, ma su loro stessi, sulla loro storia nell’Azienda, sul loro passato e sulla loro vita in generale, dentro e fuori quelle mura.
Uno collezionava rane di ogni genere e formato. La scrivania ne era invasa. Reminiscenze dei suoi studi pascoliani: “Nei campi c’è un breve gre gre di ranelle…”, mormorava, poi recitava per intero “La mia sera”, perché, oltre che italianista era stato anche un attore, anzi un fine dicitore.
Uno aveva cenato con Luca Ronconi.
Uno credeva di essere la reincarnazione di Joseph Conrad. Assomigliava a Clark Kent. Era molto ammirato dalle donne. “Grazie”, diceva, “ma preferisco il mare.”
Uno tirava qualche boccata di tabacco Dunhill da una pipetta del XIX secolo che teneva in bella vista sul tavolo. A cinquant’anni si era dedicato allo studio della lingua inglese, quindi aveva tradotto The Giaour, di Byron (“Un’illuminazione!”) riuscendo anche a farlo pubblicare da un editore di Bari (non Laterza). Quell’esperienza lo aveva rivitalizzato, come succede a certi vegliardi che fanno un figlio con una venticinquenne.
Uno era amico del gastronomo Veronelli con cui disquisiva di cucina e letteratura. Citava spesso Gadda e il risotto. Sua moglie non era avvenente, non lo era mai stata nemmeno da giovane, mi aveva confidato (chissà perché). Però era dolcissima, e per amore era diventata una cuoca appassionata e frenetica. Una sera, mentre lui rincasava dall’ufficio sotto una pioggerella di quelle che fanno pensare, si era imbattuto in una venditrice di violette e subito gli era venuta in mente la devozione della sua sposa che in quel momento gli stava preparando la cena. Da quanto tempo non le portava un fiore? Quante volte l’aveva tradita, sia pure solo mentalmente, con le attrici che sfilavano nel suo ufficio in cerca di scritture? (Una notte, per la verità, si era verificato anche l’atto carnale vero e proprio, ma non contava perché l’attrice, ubriaca, aveva vomitato nel letto. Lo schifo e l’imbarazzo con l’albergatore, la mattina seguente, erano stati un’abbondante espiazione). Eccolo dunque mentre apre la porta di casa con un sorriso da fidanzato e il mazzolino timido in mano. La moglie vede le violette e s’illumina: «Che pensiero squisito!» – è proprio un grido che le prorompe dal petto. Gli strappa di mano i fiori, corre in cucina, prepara zucchero, tegame e manuale «Le faremo candite!» dice, «Yum Yum…!»
Uno aveva sposato Miria Canelli, che era stata Miss Italia nel 1955 e subito aveva preso la brutta china del fotoromanzo. Ma dopo il matrimonio ci aveva pensato lui a sistemare le cose piazzandola alla radio come annunciatrice, un posto tranquillo e ben protetto – non poteva mica passare la vita a rincorrerla da un set all’altro! L’immagine della moglie che si baciav con uno di quegli idioti di Grand Hotel o di Bolero film lo rabbuiava, e lì terminava il nostro colloquio.
Le vite dei funzionari, tutte così rivolte al passato, si infiltravano giorno dopo giorno nella mia vita come rigagnoli, e le nostre vite, sempre più intrecciate le une con le altre, confluivano nelle vene di quell’organismo tanto più grande di noi che era l’Azienda, e il nostro pensiero e il pensiero dell’Azienda erano della medesima sostanza così come lo sono l’aria e i gabbiani, dei quali essa regge i fili mentre volteggiano e fanno i matti credendosi i padroni dello spazio. Quando transitavano nel complesso delle torri, gli anni rallentavano, il loro tasso di acidità aumentava e corrodeva velocemente la pellicola che protegge le identità dei singoli. Osservavo gli altri autori (eravamo in tanti). Tutti si andavano somigliando sempre di più; mi avvicinavo a un crocchio (non si muovevano mai da soli) e sentivo un’unica voce moltiplicata per otto o per dieci. Questo fenomeno era più evidente negli autori della quarta torre, quella del Varietà, presso la quale venni distaccato per qualche tempo. All’inizio cercai di oppormi: – Sarebbe un cattivo affare per l’Azienda e per me; il Varietà è la cosa più lontana dalla mia sensibilità.
– Qui non ci sono sensibilità, qui si tratta di mestiere. 52 – Appunto, questo mestiere non lo so proprio fare. – Stronzate. Tutto s’impara. – Ma perché dovrei impararlo proprio io? Ci sono centinaia di aspiranti autori che sognano di passare la vita inventando quiz a premi, siparietti, sketch e parodie di canzoni. Il dirigente era di quelli che non si spazientiscono. Nella sua lunga carriera aveva tenuto anche dei master sulla Filosofia dell’autorialità giovanile. Sollevò la sua mole importante dalla scrivania: – Usciamo, facciamo due passi. Si metta il cappotto. Il piazzale in cui sorgeva la quinta torre era immerso in un pulviscolo acquoso di novembre. – Ha un berretto? – Credo di sì – in tasca tenevo un kangol che non usavo mai perché mi dava un’aria poco intelligente. – Meglio che lo metta. È umido, qui. Si preoccupava per me. Aveva indossato un cappello di tela cerata blu col sottogola, di quelli da baleniere. Guardava il cielo, indeciso se incamminarci in senso orario o antiorario. Infine ci muovemmo. Sentivo che non sarebbe stato un viaggio breve. Compimmo alcune circumnavigazioni della torre. Il dirigente non aveva fretta; a casa non lo aspettava nessuno, mi confidò: la moglie se n’era andata da una decina d’anni, quando era rimasta incinta di un funzionario di seconda fascia da cui avrebbe poi avuto due figli: «Era un uomo di scarse ambizioni. L’ideale per una donna come quella. Nessun rancore.» Sembrava sollevato che lei avesse fatto i figli con quell’altro. Quando i fari accesero le loro luci gialle e incominciarono a perlustrare il piazzale avanti e indietro, il dirigente entrò in argomento: la mia resistenza al Varietà lo aveva stupito, più che deluso – ero giovane, ma avevo già una certa esperienza alle spalle, non come le reclute dei corsi sulla Comunicazione che si riempiono la bocca con la drammaturgia, i generi, le scritture… Puttanate buone solo per i seminari e i convegni… per carità, mica diceva di sopprimerli… anche i teorici, i critici, gli autori autoriali, povere anime, avevano diritto di vivere… Si era fermato e aveva sollevato l’ala anteriore del casco baleniero per guardarmi in faccia: – … Ma l’Azienda non è una nursery, né un parco giochi. E neppure una provincia dell’Arcadia. Qual è l’ultima trasmissione che ha fatto? – Il pipistrello rosa, un cabaret letterario. 53 – Titolo del cazzo. – Alla Direzione generale è piaciuto. – Lasciamo stare. Programmazione serale, immagino. – Sì, da luglio a settembre, alle ventuno. – Programmazione serale, estiva e culturale. A lei piace stare nel bagnasciuga del palinsesto, là dove sguazzano le signore sole e gli insegnanti zitelli. – Non conosco bene il pubblico di quella fascia oraria… – Lo conosco io. Ascoltatori desiderosi di accedere alla cultura in pillole che assumono prima di coricarsi. Per tre mesi lei è stato il loro farmacista di fiducia. Le avranno scritto molte lettere, immagino… – Qualcuna… – … Lettere piene di gratitudine per un programma intelligente e istruttivo, finalmente degno di un’emittente pubblica e altre ruffianate del genere. – Anche fosse se così … – È così, non faccia il furbo! Lo so perché alla sua età ho trafficato anch’io con la cultura. Guardi che non le rimprovero niente, è un lavoro sporco e qualcuno deve pur farlo. Bisogna averci lo stomaco. Si era fermato di nuovo, questa volta sotto un riflettore. La luce gialla lo trasformava in un vecchio Commendatore dalle orbite vuote. – Mi correggo, più che sporco è un lavoro mistificatorio. Quelle pillole radiofoniche sono innocui diuretici rivestiti da una pellicola di cheratina culturale; di notte, gli ascoltatori si svegliano un paio di volte e pisciano via tutto. Niente contro i diuretici, ma bisogna chiamare le cose col loro nome. Quasi tutti i dirigenti che avevo conosciuto erano fragili e corrosi da un furore autolesionista, Irridevano il mondo accademico e un attimo dopo piangevano sulle brillanti carriere universitarie che avrebbero compiuto se non si fossero lasciati accecare dal mito della comunicazione di massa e dall’Azienda. Il furore di questo dirigente non assomigliava a quello degli altri, era freddo, pragmatico, e mirava a un solo scopo: perfezionare la macchina già micidiale del Varietà con l’ostinazione dello scienziato che, dopo avere scoperto il gas nervino, prosegue gli esperimenti per potenziarlo ancora in attesa di trovare un’altra sostanza più letale. – Non sono un ingenuo, sa? È chiaro che per lei il Varietà è la merda. – Non l’ho detto. – Non faccia l’ipocrita, lo penso anch’io, ma questo non conta. Per l’Azienda è un prodotto importante, sicuro; il pubblico lo percepisce come genuino, senza secondi fini, altro che la divulgazione culturale! L’immediatezza del Varietà o, come dice lei, della merda, riconduce gli ascoltatori alla spontaneità dell’evacuazione, che è un atto di gioia, almeno durante l’infanzia, perché poi con gli anni le cose si complicano… Tacque. Completammo il giro intorno alla torre. – Veniamo al punto. Quelli della Direzione Generale hanno fatto una delle loro pensate: i programmi di Varietà devono essere ammodernati. Come, non lo dicono perché non lo sanno nemmeno loro. Inutile farli ragionare, non ti ascoltano, è come un raptus. Alzano il telefono e abbaiano “Rinnovare, rinfrescare, ammodernare! Da domani!” Dopo un quarto d’ora se ne sono già dimenticati, ma la rogna rimane e dobbiamo risolverla noi. Secondo me è una stupidaggine. La merda va servita nella sua versione base, come la pizza. Non so lei, ma quando vedo quei menù che non finiscono mai… alla Wagner, ai würstel con pere williams, alla Gay Pride, alla Peppe, al cacciucco, mi si chiude lo stomaco. Comunque è inutile contarcela fra noi, quelli si aspettano che facciamo qualcosa, almeno pro forma, almeno come alibi L’alibi dovevo essere io. C’era, nelle mie trasmissioni, in tutte, di qualunque genere, qualcosa di irrisolto. Reticenza congenita, pudore, – forse anche un po’ di snobismo che inserito in piccole dosi nei copioni del Varietà poteva funzionare come correttivo. La Direzione generale, ammetteva il mio stratega, non aveva tutti i torti: le trasmissioni stavano sbracando troppo, e la mia sola presenza nel team degli autori sarebbe stata raggelante. Certo non avrebbero accolto a braccia aperte, ma qualcuno doveva sacrificarsi. Questa volta era toccato a me. Oltre alle buone ragioni dell’Azienda, ce n’era un’altra, decisiva, che si era tenuta per ultima: – Lo sappiamo tutti e due: lei non è abbastanza ricco per dire di no.
Abbiamo grandi aspettative su di lei. Confido che farà la scelta giusta. “Quiz Show”, regia di Robert Redford 55
La mia permanenza nello stanzone del Varietà fu meno difficile di quanto temevo. Mi avevano messo in una scrivania isolata, lontana dal grande tavolo su cui gli autori lanciavano pagine e pagine che andavano a formare una montagna disordinata di carta; poi, quando suonava il mezzogiorno, tutti insieme si strappavano di mano i fogli come al rubamazzo e li ricomponevano in un numero imprecisato di copioni. Ogni tanto mormoravo qualche riflessione sul comico citando Pirandello, Musil, Alberto Sordi, oppure improvvisavo. I miei nuovi colleghi smettevano per un attimo di rovistare fra i copioni, annuivano e subito riprendevano perché dovevano consegnare prima della mensa. Una convivenza serena, tutto sommato. Gli autori del Varietà erano posseduti da un’allegria distruttiva, come la vittima di “Scarpette rosse” che dopo aver indossato le calzature diaboliche è trascinata in una danza sempre più frenetica culminante nella perdizione. Il Demone dell’allegria infuriava dentro quei corpi spenti. In ascensore, in mensa, al bar, la banda del Varietà si annunciava con uno sciame di battute che innescavano le risate, e le risate sovrastavano le battute, e passavano le settimane e i mesi. La turbina che ruotava nei loro corpi giorno e notte li condannava a un invecchiamento precoce, così come il sole africano delle Eolie cuoce i volti degli isolani trasformando gli adolescenti in arrostiscini rinsecchiti e le giovani madri in vecchi copertoni di camion. Questo processo risultava più evidente nelle donne. La Regina del Varietà, un’autrice che per l’anagrafe era giovane e fresca come un bocciolo, assomigliava a una foto di Liala settantenne che mostra la prima copia del suo libro “Di ricordi si muore”. In quel viso di cartapecora venticinquenne si muovevano solo gli occhi, piccoli e incattiviti; la Regina era consapevole di aver consumato la giovinezza nei lavori forzati dell’allegria, e il suo trono non le bastava più; ora pretendeva un risarcimento importante, proporzionato alla pena cui si era condannata da sola. Il suo tormento era diventato una fotografia di Liala settantenne. Un giorno se l’era trovata sulla scrivania. Certamente l’aveva messa lì qualche collega maligno e lei l’aveva conservata senza sapere il perché, così come si coltivano certi fiori velenosi. Quell’immagine era diventata un cruccio da cui non poteva separarsi. Ogni tanto fermava il lavoro delle dita che crivellavano i copioni di battute comiche e interrogava il ritratto, come fanno le bimbe con le nonne, sul suo successo e sui suoi amori. Liala, almeno in fotografia, era tutto il contrario di una nonna sdolcinata, parlava schietto: – Vuoi sapere del successo? Bene, incominciamo dalla nascita. Sicuramente essere di nobile lignaggio può servire. Tu, da che famiglia provieni? –… – Ho capito, lasciamo perdere. Punto secondo: anche gli uomini possono contare, non per quello che ti danno – più o meno è sempre la stessa musica – ma perché fanno curriculum. Per me, il matrimonio fu un buon avvio. Pompeo Cambiasi, marchese e ufficiale di marina. Io un fiore, lui piuttosto stagionato. Il naufragio coniugale era scritto prima delle nozze, infatti nell’entourage se ne parlò molto, il pubblico ama ciò che è del tutto prevedibile. Ottenne un buon successo anche la mia relazione con Vittorio Centurione Scotto, un altro marchese e con un nome che suonava bene. Quando morì tragicamente, la mia popolarità salì di parecchio – e pensare che non avevo ancora scritto niente. Il mio strazio fu la mia fortuna. Il pubblico mi amò ancor prima di leggere il mio primo libro. Giovane, bella, con un marito disperso e amputata di un amante ancora fresco… Tu come sei messa con gli uomini?” –… Più la Regina del Varietà approfondiva la conoscenza di Liala, più la Signora del romanzo rosa le appariva come un purosangue che galoppava irraggiungibile. Quegli amori, quei marchesi, quei lignaggi erano barriere troppo alte per i suoi garretti, buoni tutt’al più per il trotto o per il dressage. Ma nel racconto di Liala c’era una frase che le sembrava un piccolo scoglio cui aggrapparsi: “Il mio strazio fu la mia fortuna”. Un pomeriggio, la Regina del Varietà si stava arrabattando inutilmente sulla battuta conclusiva di uno sketch che doveva introdurre il Domandone finale del Quizzone. Tutte le battute comiche provocano un tormento fisico e morale in chi le scrive, soprattutto le battute comiche che preludono al Domandone finale. Quel pomeriggio passavano le ore e la battuta non voleva venire. Allora, finalmente, la Regina del Varietà pianse. Era la prima volta nella sua giovane vita. Prima di rabbia, poi d’impotenza, poi di paura. Poi fu presa da una sofferenza senza forma e venne avvolta da un boato che le trapanava le orecchie e la mente. Erano tutte le risate su cui aveva costruito il suo trono. “Il mio strazio fu la mia fortuna”. Ricordò ancora una volta le parole della sua ispiratrice. E fu la volta decisiva. Il giorno dopo diede in appalto la produzione di copioni a un’autrice senza pretese che si accontentò del 15 %, era tanto che aspettava un’occasione come quella! Divenne scrittrice. Piacque agli editori il suo personaggio: una bambina appassita che viveva in una grande casa un po’ sgangherata e circondata da un giardino selvatico in compagnia di un cane, due gatti, un leprotto e un’anziana tartaruga parlante (questo il profilo che aveva creato il suo ufficio stampa). Uno dopo l’altro, i libri della Regina spiccarono il volo dalle tipografie per andarsi a posare con grazia sugli scaffali e nelle vetrine delle librerie – erano libri leggeri ma per niente sprovveduti, mica andavano a infilarsi negli scaffali rasoterra. Quando ebbe preso possesso della sua nuova vita, la Regina (non più del Varietà) si ricordò dei vecchi compagni e li chiamò a condividere le gioie della Letteratura. All’inizio qualcuno era perplesso: davvero si poteva diventare scrittori così, di punto in bianco? La loro leader li rassicurava, non era difficile, bastava riprendere i vecchi sketch e metterli giù in forma di racconto. Storie un po’ quotidiane e un po’ surreali. Un po’ di nonsense e un po’ di satira. Bambini che strillano nella notte, biberon e separazioni. Cronache buffe del Premio Strega. Il bidone di Ferragosto. Amanti ma per ridere. Biscotti e bambocci. Un levantino misterioso. L’adozione di Turlurù. Falsi allarmi di menopausa. Il maschio incapace e la femmina verace. Il bodybuilding del collega introverso. Nostalgie agrodolci. Un tè con Jorge Amado. La rissa delle marmellate. L’amica pornostar. In quegli anni si stavano riscoprendo le risorse del riciclaggio. Film famosi venivano convertiti in spettacoli teatrali, i quali, opportunamente rielaborati, diventavano a loro volta romanzi che generavano altri film, e così via. Anche la banda del Varietà ci si mise d’impegno. Nacquero così libri e libriccini di ricette travestite da storie d’amore, di cronache matrimoniali in forma di abbecedario, di diari intimi da leggere ad alta voce come scioglilingua. Una sera, riconobbi uno di questi testi nati per il Varietà. Si era trasformato in copione teatrale. Gli avevano cambiato il titolo e lo avevano truccato con un paio di baffi e una parrucca brizzolata. A uno spettatore che ignorasse la sua origine poteva sembrare un copione come tanti altri. I copioni come tanti altri si andavano moltiplicando. Ne trovavo dappertutto. Nei garage teatrali che ammiccavano a quelli degli anni Settanta. Nei teatri a gestione familiare capocomicale. Nelle rassegne giovanili.
In certi stati d’animo quasi soprannaturali, la profondità della vita si rivela interamente nello spettacolo, per quanto banale, di ciò che abbiamo sotto gli occhi. Ne diviene il Simbolo. Baudelaire, Fuochi d’artificio
Un pomeriggio, decisi di scendere in quella che era diventata una piccola discarica dei miei copioni e che un tempo avevo definito con enfasi adolescente “il magazzino delle parole”. Non lo chiamavo più così. Non lo chiamavo in nessun modo. Evitavo anche di pensarci, oppure lo pensavo come un là sotto che un giorno sarebbe stato venduto insieme alla casa. Nel contratto lo avrebbero definito cantina, perché là sotto non sarebbe piaciuto al notaio. La discesa non fu semplice. Avevo perso la chiave. Mi succede sempre con certe chiavi che aprono certe porte. Occorreva un fabbro, come ogni volta che dovevo andare nel là sotto: un fabbro e una chiave nuova. Ma in tutti quegli anni il vecchio fabbro era morto, me lo comunicò la moglie al telefono, stupita – ero l’unico che si ricordava di suo marito. Ne fui sollevato e rinunciai volentieri. Invece qualcuno, troppo solerte, mi diede il telefono di un fabbro vivo. Il fastidio dell’appuntamento. Lo scetticismo del fabbro nuovo di fronte alla serratura corrosa («Ma quanto tempo è che non entra qui dentro?»). La delusione dello stesso fabbro, una volta forzata la porta, nel vedere quei mucchi disordinati di carte («Tenere impegnato un vano così grande per questa roba è proprio gettare via i soldi.») Rimanemmo soli, io e i fogli. Ne scelsi una piccola risma a caso e incominciai a scorrerli appena in superficie. Me lo sentivo. Anche i miei erano diventati copioni come tanti altri. Come tutti gli altri. Quelli che avevo scritto, quelli che avevo letto, quelli che non avevo letto e anche quelli che non avrei mai potuto leggere perché se ne stavano sepolti nei cimiteri della Società autori, quelli appassiti insieme alle rose nei cassetti dei commediografi di provincia, quelli addormentati nei pensieri degli autori ancora bambini che sedevano sui banchi delle elementari senza sapere che di lì a qualche anno avrebbero incominciato a scrivere, senza ragione, degli atti unici per il teatrino della scuola – qualche insegnante di Lettere irresponsabile li avrebbe incoraggiati a continuare, li avrebbe seguiti con trepidazione anche dopo il Liceo, e un giorno avrebbe festeggiato con loro una menzione al premio teatrale Hystrio. Doveva esistere da qualche parte un Copione Padre occulto che si riproduceva incessantemente generando una quantità di copioncini solo apparentemente difformi; cambiavano i titoli ma la sostanza era la medesima, come quella delle piccole tagliatelle che formano l’interminabile nastro della Tenia. Ricordo lo sfogo di un amico regista, poco prima di suicidarsi: «È terribile, non sopporto più il rumore degli attori! È come quello del frigorifero, ma molto più forte. Se non ci pensi, non te ne accorgi, ma se ascolti davvero, come sei costretto a fare durante le prove, senti un bru-bru di sottofondo che ti porta alla pazzia. Recitano Ibsen, Neil Simon, Marivaux? Non lo sanno e anche tu l’hai dimenticato. Recitano il loro bru-bru di attori. Cinque, sei, sette ore di fila. Devo smettere.» Seduto sul grande tavolo della sala prove, dondolava le gambe nel vuoto e continuava a ripetere “bru-bru, bru-bru, bru-bru”, sempre più stanco, con la faccia di un vecchio asino condannato alla macina. Due mesi dopo si era tolto di mezzo. La moglie e gli amici dissero che se l’aspettavano perché da qualche tempo vedeva e sentiva cose strane. La solita fretta di archiviare il morto. L’intuizione del mio amico regista non riguardava soltanto le voci degli attori. Diedi un’occhiata alla discarica delle mie carte e mi resi conto che esisteva anche il bru-bru dei copioni generati dal Copione Padre. Mi sembrava che diventasse sempre più forte. Forse non sarei mai dovuto scendere. Uscii e chiusi la porta a doppia mandata con la chiave ancora fresca di fabbro. Risalii le scale e la gettai in un cassonetto.
Norma Jeane sentì una fitta di sgomento – si era scordata la bambola! L’aveva lasciata a casa, nel letto! Con tutto quel trambusto e quella confusione, svegliata di soprassalto dagli urli della madre e spinta di corsa fuori e sulla macchina, Norma Jeane aveva abbandonato la bambola al destino del rogo; la bambola ormai non più bionda come ai primi tempi, la morbida pelle di gomma non più così immacolata, il berrettino da notte tutto pizzi scomparso e la camicia da notte a fiori ormai decisamente sudicia, così com’erano sudicie le scarpine che coprivano quei piedini perennemente ciondoloni, ma Norma Jeane non aveva smesso di amarla, la sua unica bambola, la sua bambola-senza-nome, la sua bambola del compleanno cui non si rivolgeva con altro nome se non quello di “Bambola”, quando non invece con un più tenero “tu”, come ci si rivolgerebbe a se stessi nello specchio. Ecco allora Norma Jeane gridare: “Mamma, mi sono dimenticata di prendere la bambola! E se la casa va a fuoco?” Gladys fece una smorfia disgustata. “Quello strazio di bambola! Magari bruciasse! Così la finiresti una volta per tutte con questo attaccamento morboso”.
Mi accorgo che casualmente m’è venuta sotto la penna un’analogia del tutto accidentale fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima: m’è capitato cioè di dire che, se l’anima non fosse immortale, nulla resterebbe di noi; invece, essendo essa immortale, resta molto, resta la parte migliore di noi. Anche degli asparagi resta molto, purtroppo; ma al contrario di noi, non la parte migliore o più nobile. Anzi, resta la peggiore, il gambo. Tuttavia, esso resta in misura considerevole, il che non avviene nel caso di altri vegetali già cotti, come, per esempio, gli spinaci, che sono interamente commestibili. Forse questo è l’unico punto di contatto fra l’immortalità dell’anima e gli asparagi, e sono ben contento di averlo trovato. Ma questa analogia del tutto formale non è nemmeno esclusiva degli asparagi, poiché anche i carciofi si trovano nella stessa situazione, quanto a percentuale di scarto. Per concludere dobbiamo dire che, da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla di comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima.
Capitolo settimo Che ricostruisce una cerimonia cui fecero seguito molte e importanti conseguenze.
Certo mi è forte, questo effetto di dejà vu (et nu et connu) Edoardo Sanguineti, Mikrokosmos
Come avviene nelle famiglie signorili, la nascita del Teatro Stabile di Bologna fu avvolta dalla discrezione. I plenipotenziari del Piccolo di Milano, che si erano insediati in città già da un mese, furono perentori. Niente strombazzamenti, niente fuochi di artificio. Sì ai giornali perché non se ne poteva fare a meno, purché moderassero la foia tipica della stampa locale. Ricevimento sobrio e inviti controllati, anzi meglio nessun invito, tanto chi doveva sapere sapeva già. Anche il Governatore mandato da Milano era di basso profilo. Si presentò al rinfresco con una maglia color mattone da ciclista anni Trenta che ricordava quella di Gerbi, il Diavolo rosso. Vincendo la repulsione, le signore lo attorniavano e alitavano: «Direttore… direttore….» Lui precisava: «Sono soltanto un umile artigiano del teatro» – e quelle pensavano che purtroppo era proprio così. Umile lo era senz’altro; visto fuori dalla Sala Rossa del Comune, lo si poteva scambiare per uno di quegli omarelli che aggiustano le serrature, danno un’imbiancata alle cantine, sgomberano solai. Le famiglie se li passavano l’una con l’altra. – Devo montare due scaffali nella camera dei ragazzi ma non voglio spendere nel falegname per un lavoretto come questo. Hai qualcuno? – Il signor Ramponi! Sono tanti anni che viene da noi. Sa fare tutto. È rispettoso, gentile e anche un po’ filosofo. Quello che gli dai, è sempre contento. E poi, finito il lavoro, pulisce così bene che non ti accorgi di niente.
Il Governatore si compiaceva di esibire maglie troppo strette che mettevano in risalto le rotondità del suo fisico e giacchette da grandi magazzini. Era convinto che la crisi del teatro riflettesse quella della borghesia, arrivata ormai alle ultime gocce di benzina, altro che classe dirigente (se mai lo era stata). «Persino il Piccolo di Milano», confessava con amarezza ai suoi intimi, «rischia di essere un teatro per borghesi intelligenti. Che bel risultato!» Era necessario suscitare l’interesse delle masse popolari per creare un pubblico nuovo – e preso com’era dalla visione degli spettatori del futuro, quelli del presente non li sopportava più, erano diventati come certe vecchie amanti che si spera di liquidare prima o poi, ma non subito, perché una casa con dentro una mummia mezza viva è sempre meglio di una casa con le ragnatele. In attesa della palingenesi rivoluzionaria, il Governatore esprimeva il suo rifiuto del pubblico borghese (quello di Bologna, in particolare) esagerando la sgradevolezza del suo corpo molle, il ventre a palloncino, le gambe corte, annegate dentro pantaloni larghissimi, i capelli ispidi e neri sui quali tutte le mattine spalmava degli unguenti che trovava in certe profumerie malfamate. Alla cerimonia dell’insediamento nella Sala Rossa i deferenti erano numerosi; l’ufficio stampa del Piccolo aveva convocato le categorie più rappresentative, gli avvocati (meglio se con simpatie radicali) i primari massoni (anziani, ancora un po’ inizio secolo), gli esponenti delle cooperative, i dirigenti e soprattutto le maestranze dell’industria motociclistica (Ducati, Morini, Italjet). Quelle erano le masse da conquistare, esuberanti e barbare. Al momento se ne fottevano del teatro, più che altro sognavano di stringere fra le gambe un Settebello 125 carenato per andare a schiantarsi sulle curve della Futa con le loro ragazze in bilico fra il terrore e il piacere. Com’erano invece fastidiosi quei maggiorenti che continuavano a chiamarlo “direttore”, che s’improvvisavano critici teatrali, che si permettevano di dare suggerimenti: – Sarebbe bello, direttore, se riuscissimo a portare nella nostra Bologna Renzo Ricci. – E Gianni Santuccio. – E la Ferrati! Li pregustavano. Se li immaginavano nelle loro case ottocentesche con qualche pennellata di moderno, dopo il teatro. Una cena fredda ma sostanziosa e abbondante (perché anche gli attori mangiano, sono uomini e donne come noi, no?). Un buffet, ecco, un buffet elegante e disinvolto che già compilavano mentalmente: galantina, insalata di riso, lasagne, vol-au-vent ripieni di ragù. Qualche padrona di casa sognava di lasciare la sua piccola impronta nella storia dello spettacolo creando un piatto dedicato, per esempio la “gramigna alla Raf Vallone”, che le piaceva anche come uomo. (Un ostacolo: la gramigna non si poteva mica servire fredda). Il Governatore annuiva a ciascuno e non rispondeva a nessuno. Quando gli si accalcavano troppo intorno, sorrideva e tutti facevano subito un mezzo passo indietro perché lui scopriva una chiostra di dentini pericolosi come quelli di un animale, di una piccola scimmia capace di mordere. Altri sorrisi molto più cordiali riservava ai lavoratori della meccanica che formavano una macchia di tute azzurro scolorito in fondo al tavolo del rinfresco. Con loro diventava premuroso. S’informava di turni, di stipendi, di tempo libero, poi saltava sul trabattello dell’immaginazione e sotto i loro occhi disegnava un teatro tutto nuovo, tutto per loro, di lotta, naturalmente, non quello solito della classe dominante che ormai aveva rotto (lo diceva piano, con complicità) i coglioni. Le tute non si pronunciavano ne sapevano poco di quel teatro lì – a parte che era troppo caro, per il Comunale o il Duse ci volevano i vestiti adatti. Però avendo i soldi ci sarebbero andati volentieri, certo che sì! Il Governatore li guardava perplesso: – Cosa significa questo? Anelano sia pure confusamente ai classici oppure cercano solo uno strapuntino sul vagone della borghesia prima del deragliamento finale?
C’è una grande società dei corpi, e il mio vi è stato introdotto; è entrato nel salone con le sedie dorate. Virginia Woolf, Le onde
Nonostante l’ambiente della Sala Rossa le fosse del tutto nuovo, Mimì Desderi si muoveva sicura fra gli invitati, tutti a lei sconosciuti. Come una giovane skipper di lungo corso, navigava disinvolta fra i promontori dei signori massicci e gli scogli aguzzi delle signore. Era a mani libere, la sola che non si affannasse col bicchiere, le posate di plastica e il piatto in equilibrio; ignorava gli involtini e il Sangiovese forniti dalle cooperative e tutto sommato anche gli invitati. Gli impresari, i registi e gli scagnozzi del Comune l’affascinavano meno della grande Sala Rossa con i suoi cristalli, gli scranni lucidati dai secoli e i ritratti degli uomini illustri alle pareti. La loro identità misteriosa ne aumentava la suggestione. Quegli occhiacci, pensava Mimì, erano stati testimoni di segreti innominabili, ed era lusingata che ora si puntassero su di lei, soppesandola e spogliandola con il gelo dell’anatomista, il rigore del teologo, il fremito del libertino. Non ne era intimorita. Aveva sempre desiderato di essere ammessa nel tempio che li custodiva per vincere il senso di oblio che è comune a tutte le piccole attrici. «Ora io sono qui», ripeteva piano a se stessa – e “qui” significava: nella storia – una storia soltanto cittadina per il momento, ma tutti le dicevano che ancora così giovane…! Si guardò intorno. Delle attrici, nessuna traccia. Era l’unica. In quella stagione, le primedonne avevano altro da fare, cavalcavano il turbine delle tournée, inseguite dai loro bauli e dai pullman degli ammiratori, capaci di viaggiare una notte intera per godersele ancora una volta dopo lo spettacolo, in camerino, mezze discinte. «Di una cosa sono sicura», pensava la parte cinica di Mimì, «quando sarò una primadonna, col cavolo che andrò a tenere a battesimo un teatro stabile di provincia!» Diede ancora un’occhiata di conferma: le Donati, le Sarti, le Pizzi e tutte le altre colleghe concittadine non si vedevano. Anche la Zanini, che era tanto portata dai frati dell’Antoniano e aveva fatto la Madonna in televisione il Venerdì Santo. Tutte a casa. Pensò, senza superbia, che era giusto così, visto che lei aveva già lavorato con dei registi “di fuori” – poi, per una stupida storiella (niente a che fare con l’amore) aveva dovuto allontanarsi dalla compagnia, ma sarebbe stata solo una pausa, ne era certa. Un gessato blu le si parò davanti: «Finalmente riesco a conoscere di persona la famosa Desderi!» Era un assessore a qualcosa di complicato che Mimì non aveva mai sentito. Nonostante non avesse niente a che fare con la cultura, l’assessore seguiva il teatro e soprattutto seguiva lei. Aveva visto devotamente tutti i suoi spettacoli e adesso le baciava la mano per rifarsi di tutte le mancate visite in camerino. – Lei conosce il Direttore? Strana domanda. Chi lo conosceva? Erano andati a pescarlo nei magazzini più reconditi del Piccolo Teatro. – Il Direttore avrebbe piacere di salutarla. L’assessore le fece da battistrada. La moltitudine dei notabili si apriva come davanti a un commis di Stato che tiene alta una lampada per segnalare la sua missione speciale. A Mimì pareva di vederla, quella luce, ne sentiva anche il calore sulle guance. Quando si trovò davanti al Direttore/Governatore, il caldo si trasformò in uno sconcerto freddino. La maglia da ciclista era diventata più spessa per il sudore che ricopriva anche la fronte direttoriale in forma di perline. – Sono contento che tu abbia accettato il mio invito. Il tu? Il suo invito? Cercando affannosamente una risposta adeguata, a Mimì venne in mente: “Sono forse io, Signore?” Si trattenne. Ma il Direttore non aveva bisogno di una spalla per proseguire: «Lo sai che sei proprio bravina?» E poi al popolo, col compiacimento del padre che presenta la figliola: «Sì, questa ragazza ha i numeri per fare bene. Vedremo di darle qualche occasione per dimostrarlo.» Sentendosi molti occhi addosso, compresi quelli del sindaco, Mimì accennò a un inchino stilizzato come faceva durante i ringraziamenti. Tutti sorrisero ammirati; per l’età che aveva, quella comica era molto disinvolta, cioè navigata, vale a dire eccitante. Il Direttore puntò l’indice su Mimì: «Bolzano, lo scorso ottobre. Pirandello, “Il giuoco delle parti”, regia Fantasio Piccoli. Lei non lo sa ma io ero in platea… Non mi ricordo più perché ero finito a Bolzano…» Quindi, ancora al popolo: «… Sì, la ragazza se la cavava molto bene… Signora borghese e al tempo stesso puttana… Una lettura molto lucida del personaggio.» Quello spettacolo, Mimì se lo era quasi dimenticato. Ricordava solo che la compagnia lo aveva preso molto sottogamba. «Così giovane e già tanto guitta!», scherzavano i colleghi durante le prove: «Ma fai bene, in provincia si può andare in culo all’autore senza che succeda niente, anche se è Pirandello.» Invece per il Direttore quello spettacolo era stato la rivelazione di un’attrice dotata di un misterioso istinto critico, fino a quella sera ignoto a tutti (incominciando dalla stessa interessata) tranne che a lui. Mimì si sentiva nuda, non a disagio tuttavia. Il corpo che esponeva alla cittadinanza non era il suo, ma quello dell’attrice sconosciuta che si nascondeva in lei e che solo il Direttore poteva sondare e assaporare liberamente come nella stanza di un albergo a ore. L’improvvisa intimità in cui erano entrambi venuti a trovarsi fu interrotta da un brusio. Il cardinale Lercaro, in un primo momento impossibilitato a intervenire, aveva deciso di affacciarsi per fare gli auguri al neonato Teatro Stabile. I bolognesi erano abituati alle sue incursioni; molti sospettavano che in quella disinvoltura si annidasse qualche germe di comunismo, ma si inchinavano a baciargli l’anello perché non volevano passare per atei. Quando Lercaro si avvicinò a Mimì, qualcuno gli sussurrò: «La signorina è attrice.» E il cardinale: «Brava! Pensi che io, da ragazzo, sono riuscito a vedere Eleonora Duse. Chissà che un giorno non venga ad applaudire anche lei.» Mimì si genuflesse per baciare il sacro anello; il cardinale si abbassò per sollevarla, sollecito, e dietro di lui comparve la figura del Direttore che fissava la sua nuova creatura dall’alto di un metro e sessantacinque. Parve a Mimì che quegli occhi improvvisamente cattivi la guidassero in ogni più piccolo gesto dettandole l’inclinazione del capo, l’angolo delle ginocchia e l’ampiezza del sorriso; così quando sfiorò con le labbra il sigillo d’argento si rese conto che il suo inchino non la sottometteva solo all’autorità ecclesiastica, ma anche a un altro potere mai sperimentato prima, quasi certamente crudele.
Bisogna controllare i nostri impulsi, ma qualche volta bisogna cedervi. Jacques Cazotte, Il diavolo innamorato
Non avendo partecipato, come tutto il popolo dei teatranti bolognesi, alla cerimonia fondativa del Teatro Stabile, il mio racconto si basa su quello che mi fece Mimì Desderi nella quale mi imbattei qualche mese più tardi. Non ci frequentavamo abitualmente. Prima di quell’incontro ci eravamo visti una sola volta, in un caffè e anche allora per caso. Mimì era conosciuta in città fin da molto giovane, e pur non atteggiandosi a diva sapeva circondarsi di un’aura fosforescente, come una lucciola scaltra che, anziché concentrare tutta la luce nell’addome per attirare il maschio fecondatore, distribuisce i suoi kilowatt intorno all’intera figura. Durante il nostro secondo incontro tutto si era svolto in modo molto diretto. «Ho letto un tuo testo», esordì, e disse un titolo che oggi non posso e non voglio ricordare; fortunatamente tutti i miei primi balbettii teatrali se ne sono andati insieme all’adolescenza. «Stavamo pensando, col regista Regazzoni, di metterlo in scena.» Per quanto ne sapevo, Mimì ignorava che io esistessi, e i miei copioni circolavano solo nella cerchia ristretta dei drammaturghi segreti. La Desderi era stata arruolata da tempo in quello che chiamavamo “il teatro ufficiale”, un Moloch ottuso e cinico sprofondato in un materasso di denaro, che noi combattevamo opponendogli un silenzio muto e sprezzante. Non ero abituato a ricevere proposte e quella di Mimì suscitò subito cinque considerazioni. a) In quanto militante nelle fila dell’establishment, la Desderi doveva essere, se non cretina, molto ingenua: perché si interessava a un testo concepito per le catacombe dell’avanguardia? b) Un dubbio: forse nel mio copione le tracce di sperimentazione erano minime e Mimì non le aveva colte. c) Oppure: le aveva colte ma sapeva che nella messa in scena di un energumeno come Regazzoni sarebbero scomparse del tutto. d) Una tentazione. Mimì Desderi era molto bella. Guardandola, ripensavo a quando avevo fantasticato di creare la compagnia dalle Scimmie di mare. Che idea macchinosa! I ritocchi estetici e le operazioni chirurgiche che avrei dovuto compiere su quei corpi bislunghi per metterli a norma! Un corso di dizione e recitazione, forse anche di lingua italiana, perché chissà come si esprimevano quegli esseri. “Vermi”, le aveva definite il mio compagno Aldo Chiesa. Era stato precipitoso e crudele gettarle subito nel cesso. Forse col tempo potevano diventare artiste complete come prometteva la pubblicità, ma quanta fede bisognava avere per credere alla loro evoluzione! Invece Mimì Desderi, oltre che molto bella, era già fatta, rifinita e con tutto il suo corredino vocale e gestuale già pronto. Immaginavo la tournée. Io avrei viaggiato nel mio vagone personale di autore; sarei comparso ogni qualche replica in palcoscenico a ringraziare, e via per una nuova piazza. e) Un’altra tentazione. Mimì Desderi era innamorata di me. Non mi sembrava probabile perché era più grande di qualche anno e già saliva con disinvoltura su automobili nere e lucide che io non avrei nemmeno saputo mettere in moto. Ma le lusinghe sfuggono alla verosimiglianza e alla logica. Mentre tenevo a bada le tentazioni, percepii accanto a me la presenza di Robert Schumann nel quale a quell’epoca tentavo di identificarmi; cercavo addirittura di stabilire qualche analogia fra le allucinazioni della sua malattia mentale e certe mie piccole fissazioni nelle quali vedevo l’annuncio di un Nuovo che avrebbe rigenerato la mia scrittura così anemica. Di Schumann ascoltavo spesso il Carnaval, in particolare l’ultimo quadro, “Marcia dei difensori di Davide contro i Filistei”, là dove Davide ero io (supportato da qualche drammaturgo delle salette) e i Filistei nemici della cultura erano il regista Regazzoni, il poeta Mazzoleni che andava in giro con La Fiera letteraria sotto il braccio, il commediografo Cevenini che avvelenava le masse con le sue farse dialettali, il critico teatrale Gavioli responsabile di avere stroncato la prima messa in scena italiana delle Bonnes di Genet (“La commedia non approfondisce la problematica delle lavoratrici domestiche”), e tutta la filiera dei burocrati che decidevano a chi concedere i teatri. Il campo dei Filistei costituiva, insomma, una solida maggioranza; lo stesso Robert Schumann mi sfidava provocandomi: puoi andare, se vuoi, la causa di Davide non sa cosa farsene di uno come te.Mimì Desderi non aveva fretta che le rispondessi; ordinava una spremuta, chiacchierava col barista, aggiornava l’agendina. Chiese infine un gettone per telefonare, scomparve per qualche minuto, poi uscì salutandomi con un “Ci sentiamo.” La sua proposta se n’era andata con lei. Oppure non era mai stata formulata. Uscii sul marciapiede, nessuna traccia di Mimì.
La bocca fiorita in un mezzo sorriso E la sua fronte che si lascia leggere come un libro aperto Théophile Gautier, La Diva
– Fossi in te, andrei a parlare con Giorgio. Se vuoi, posso prenderti un appuntamento. – Per dirgli cosa? – Anche solo per uno scambio di idee. Gli parli di quello che hai fatto, dei tuoi progetti, non so… Giorgio era Giorgio B*, l’appena insediato Governa- tore/Direttore dello Stabile di Bologna, che la Desderi poteva chiamare per nome da quando era diventata di fatto la prima attrice. Non l’unica; a volte la affiancavano le ali grigie di qualche primadonna, ma erano ombre che passavano veloci e sempre più sbiadite a ogni stagione; Mimì le accudiva come una nipote premurosa che spera di essere ricordata nel testamento della zia ricca. Da giovane previdente, si costruiva un passato di ricordi che avrebbe sfogliato molti anni più tardi nella Casa di riposo per Artisti Drammatici; già aveva incominciato a incollare in un album le prime immagini della sua carriera nelle quali sorrideva, con la protervia del fiore, accanto a Paola Borboni, Pina Cei, Misa Mordeglia Mari e tante altre; foto di scena, ma anche istantanee di vita quotidiana in camerino – attestati della sua precoce iscrizione a un club esclusivo di interpreti. Al nostro terzo incontro, in lei non c’era più traccia della piccola attrice che saltellava da una compagnia all’altra; adesso aveva gambe solide e un buon tetto sulla testa, e come tutte le nuove padrone di casa ci teneva a mostrarmi il suo appartamento nuovo. – Guarda che Giorgio non è come sembra. In città gli fanno la guerra per motivi politici; dicono che sa parlare solo di cifre, statistiche e abbonamenti, ma non hanno la minima idea di cosa sia un teatro pubblico, zotici e provinciali come sono! Certo, a lui non piacciono i venditori di fumo, gli autori che scrivono contemplando il proprio ombelico – quelli li sega subito… Ma è logico… se uno vuole costruire un teatro civile, impegnato… un teatro concreto, come dice lui… è inutile andare a proporgli degli spettacoli… non so… simbolisti, futuristi e cose simili. La Desderi venne colta dal dubbio che il drammaturgo ombelicale mi assomigliasse. Aveva ragione, lo pensavamo tutti e due. – … Comunque Giorgio è molto aperto verso i giovani autori. Abbiamo appena contattato il vincitore dell’ultimo Premio Riccione… cioè gli ha parlato lui, io lo accompagnavo.. – Pensa che ha solo ventidue anni, un ragazzo… Si chiama… Candini… Candiani…? – Non so, non seguo il Premio Riccione. – E sbagli. Tu scrivi bene, ma hai scelto una strada che non porta a niente; le cantine, i teatrini… è proprio un volersi tagliar fuori da soli. Se io sapessi scrivere come te parteciperei a tutti i premi teatrali. E andrei a parlare con Giorgio. Perché insisteva tanto? In un racconto di De Musset, una nobildonna veneta di alto casato s’innamora di un giovane pittore maledetto e pieno di talento, Pomponio Filippo Vecellio, figlio del grande Tiziano, chiamato prosaicamente Pippo dagli amici (che secondo me è una stonatura in un racconto costruito su una delicata ragnatela romantica). Non si capisce se la giovane ami più l’uomo o l’artista; forse il secondo, anche se in questi casi è difficile distinguere. Certo è che Beatrice Donati (questo il nome dell’intraprendente ragazza) agisce con un duplice intento: sedurre Pippo, recuperarlo alla pittura e restituire alla Repubblica Veneta un artista che si sta distruggendo col vino, le puttane, le bische e le risse. La strategia di Beatrice poteva assomigliare vagamente a quella di Mimì Desderi, ma le discrepanze erano troppe. Del mio eventuale talento, non poteva avere la minima idea. La mia vita era tutt’altro che dissoluta. Mancava il movente amoroso. Quanto a Bologna, non era una repubblica, stava benissimo con la sua rete di cooperative in espansione e non aveva nessuna passata grandeur da recuperare. Forse Mimì voleva solo mettere alla prova il suo piccolo potere così come il fattore di un’importante azienda agricola fa costruire un nuovo recinto per le galline senza avvertire il proprietario. Le dissi che ci avrei pensato, e preparai la partenza.
Capitolo ottavo Che è poco più di un elenco di nomi.
Le anime volarono via dai loro corpi – volarono alla beatitudine o alla dannazione; e ogni anima mi passò accanto sibilando. Coleridge, La ballata del vecchio marinaio
Nessuno sa con esattezza chi è, anche se ci pensa tutte le mattine. A maggior ragione non lo sapevano quegli anni così superficiali. Certo non pensavano che un giorno sarebbero diventati oggetto di convegni, tesi di laurea, inserti vintage sui rotocalchi; non potevano immaginare che le televisioni, tanti anni dopo, avrebbero setacciato gli ospizi alla ricerca di qualche testimone dei “mitici Sessanta” per restaurarlo e mandarlo a spegnersi nell’ultimo show fra le braccia di una conduttrice. Io dico anni, in realtà sto parlando di uno in particolare. Oggi, tutti lo chiamano 1962, ma è una convenzione Si dice 1962 e si crede di aver detto tutto. Quelle quattro cifre, apparentemente così semplici, erano solo una facciata dietro cui si intrecciavano eventi che facevamo fatica a collegare al nostro quotidiano. Eventi lontani e vicini. Il New Deal di Kennedy e il primo happening alla galleria de’ Foscherari; la morte di Mattei e il matrimonio a sorpresa della Dida Masetti, non ancora diciassettenne, con uno sconosciuto che l’aveva messa incinta al primo colpo. In quel tempo, il mondo era smisurato e pochissimo esplorato; gli eventi giungevano a noi da un oceano farraginoso affiorando solo in parte. Non avevamo nessuna voglia di tuffarci in quelle acque dalla profondità incerta, preferivamo analizzare quello che ci riguardava molto più da vicino – la Dida Masetti, per esempio, e il Teatro Stabile, due istituzioni dai destini opposti: la prima era capitolata per mano di un avventuriero misterioso proprio mentre nasceva la seconda istituzione ad opera di una potenza estranea e imperialista che certamente ci avrebbe eliminati. Le riunioni nelle salette si diradarono spontaneamente fino a che non spirarono del tutto con la naturalezza di chi muore nel sonno. Quando i drammaturghi si incontravano, ormai solo per caso, alludevano vagamente a una stagione comune, ma molto lontana e malinconica come quelle trascorse al mare, da bambini, quando l’agosto poteva sconfinare serenamente nel settembre perché la scuola era ancora lontana. I drammaturghi passavano la maggior parte del tempo chiusi in casa a fare congetture sul loro futuro, tentando, per quanto possibile, di prevederlo e di esorcizzarlo. Giuseppe Bardi. Scriveva atti unici di un anticlericalismo tormentato. Sposò una ragazza troppo vivace per lui, che morì in giovane età lasciandogli due figli. Schiacciato dal lutto e dalle responsabilità, Bardi cercò riparo nella fede e nella politica. Divenne consigliere comunale della Democrazia Cristiana, corrente Donat-Cattin. Piergiorgio Sani. Antropologo culturale, il teatro lo interessava solo come strumento di divulgazione. Soggiornò per due anni negli Stati Uniti dove entrò in contatto con alcuni esponenti dei Black Panthers e incominciò a scrivere delle brevi pièce politiche. Durante la pubblica lettura di un suo testo, un attivista nero gli gridò che i bianchi progressisti come lui facevano cagare più di quelli del Ku Klux Klan. Tornato a Bologna, divenne un barone universitario fra i più inflessibili. Gianni Bergamini. Fra i drammaturghi delle salette era il più marxista. Il suo dramma “Vita e morte del ribelle Barbanera” incominciava con l’entrata in scena di un capo partigiano ferito. “Cazzo!”, esordiva, “Valeva la pena di farsi ammazzare per finire insieme a questi merdosi?” (I fascisti che all’ultimo momento erano saltati sul carro dei liberatori) “Ma io ci piscio sopra!” Deponeva il mitra, voltava le spalle al pubblico, si sbottonava la patta e urinava su un muretto che doveva rappresentare l’abside di una chiesa. Il Partito storse il naso. La linea togliattiana era chiara; con la Chiesa bisognava andarci piano: via libera alle polemiche con le alte gerarchie cattoliche, ma attenzione alla sensibilità delle masse cattoliche. Bergamini era ligio alla disciplina di partito, e dopo un serrato dibattito accettò di sostituire l’abside con un cespuglio rimediato all’ultimo momento. Anche se così, recriminava l’autore, la scena perdeva molto del suo impatto. Morì prima di vedere la sua unica nipote, Tatiana Bergamini, eletta Miss Padania-Emilia Romagna, e poi deputata nella Lega di Salvini. Pierino Delcolle. Era fissato con l’Opera di Pechino. Dopo aver visto La destituzione di Hai Rui aveva ripudiato tutto il teatro occidentale. Lo incontrai un anno dopo che si era sciolto il gruppo dei drammaturghi. Lavorava per l’ufficio stampa del PSDI. “Visto che non si può fare la rivoluzione”, filosofeggiò, “tanto vale pararsi il culo.” Mi confidò di aver sposato una donna molto più alta di lui ma di essersi pentito perché la casa era troppo piccola per tutti e due. Ornella Lanfranchi. L’unica donna che frequentava saltuariamente il gruppo. Pittrice, aveva realizzato per noi qualche scenografia, sempre bestemmiando per la mancanza di soldi. Di famiglia facoltosa, poteva permettersi lunghi soggiorni a Parigi dove frequentava Novella Parigini. Una notte, la famosa pittrice le aveva mostrato, in estrema confidenza, alcuni scritti autografi di D’Annunzio da lei gelosamente custoditi. Ornella, insonnolita, disse che non gliene fregava un cazzo. Di qui, la rottura con la Novella e il ritorno a Bologna. Raimondo Toscani Dell’Orto. Evitavamo di coinvolgerlo nelle nostre pubbliche letture perché plagiava le commedie di Aldo De Benedetti. Il rischio di sputtanamento era alto. Cercavamo di spiegargli che quella roba non c’entrava niente con la sperimentazione. Lui sorrideva senza ascoltare e sproloquiava di un teatro “leggero come lo champagne”. Gli piacevano quelle signore sinuose, fintamente ingenue, e quegli uomini di mondo che cadevano nelle trappole amorose come dei liceali. “Bisogna capire”, ripeteva, “sotto una superficie frivola, in quel teatro degli anni Trenta c’era un mondo pieno di valori.” Gli sembrava una riflessione critica importante e si riprometteva di scriverne un saggio. “Ecco, sì…”, dicevamo noi, “è un’ottima idea”. Si proclamava monarchico per ragioni di famiglia – ma liberale, precisava. Il craxismo gli fece scoprire di essere anche socialista e quando il PSI s’impadronì del teatro italiano divenne un manager itinerante. Non c’era regione in cui Raimondo Toscani Dell’Orto non fosse appena stato (o fosse sul punto di diventare) condirettore di un Teatro Stabile. La rai gli commissionò la sceneggiatura per un documentario su Garibaldi. Mario Arduini. Non si sa come, divenne amante di una primadonna in ascesa che scatenò un putiferio per farlo debuttare nella regia. Ma il regista non valeva nemmeno un quarto dell’amante, e la primadonna in ascesa gli saltò agli occhi fin dalle prime prove stroncando una carriera incerta e una passione che poteva durare ancora qualche mese. Santo Musumeci. Ogni scenografia gli sembrava uno sfarzo scenico che lo mandava in bestia. “Cosa cazzo mi rappresentano tutti quei mobili? Siamo mica nel negozio di un antiquario! E quegli alberi dietro le vetrate? Me ne fotto se sono i ciliegi della minchia di Cechov, non servono!” “Datemi due riflettori, un praticabile e un attore”, minacciava, “ve lo faccio vedere io il grande teatro!” “Brecht!”, concludeva, come un imperativo e un anatema. Il tempo lo rabbonì. Si dedicò al teatro per l’infanzia. Le madri lo guardavano con sospetto, ma i bambini ridevano molto. Flavio Manunza. Essendo poeta, si sentiva in dovere di scrivere teatro in versi. Noi tentavamo di dissuaderlo. “Non se ne parla”, rispondeva, ” è una questione di coerenza.” Quando uscì il teatro completo di Mario Luzi, smise e non pubblicò nemmeno la sua annuale raccolta di poesie. Aldo (“Dado”) Fantinel. Compilava drammi storici ambientati a Bologna documentandosi per mesi in biblioteca. Per puro caso, vide uno spettacolo del Living theater, credo fosse Mysteries. La violenza che si sprigionava da quei corpi silenziosi lo aveva lasciato tramortito, al punto che era rimasto seduto da solo nella piccola platea quando tutto il pubblico era sfollato. Dopo molto tempo – così gli parve – si stropicciò gli occhi come uscendo da un sogno e si trovò di fronte Julian Beck che lo guardava incuriosito e gli chiedeva: «E tu cosa ci fai qui?.» Il turbamento fu tale che Fantinel non ricorda il seguito; probabilmente rispose qualcosa come: «Non so… io voglio soltanto seguire te, maestro.» Scomparve per anni. Di lui giungevano rare notizie. Si diceva che peregrinasse insieme alla tribù del Living con il compito di gestire le sostanze, visto che aveva una laurea in medicina.
Capitolo quinto Sugli imprevedibili mutamenti di clima e di umori in una tranquilla città.
Il Puer non vuole mai essere cacciato dall’Eden, perché là conosce il nome di tutte le creature, perché là i frutti crescono sugli alberi e basta allungare la mano e coglierli. James Hillmann, Puer aeternus
Il sonno del poeta era lo stesso in cui giaceva la città: una polverina impalpabile proveniente dal colle di San Luca e pompata da un respiro regolare, si insinuava fino nei vicoli più stretti, nei portoncini più inchiavardati, nelle serrature più sgangherate degli umili, ma si spandeva anche nelle belle piazze accoglienti e lungo le vie più ariose e passeggevoli. Sollecita e democratica, la polverina del sonno non si negava a nessuno, per il godimento sia individuale sia collettivo, perché niente è più confortante del vivere in una comunità adagiata nello stesso unico giaciglio protetto da una cinta di mura medioevali. La polverina non aveva effetti indesiderati, il sonno che generava era leggero e di ottima qualità, così che i bolognesi potevano svolgere le loro incombenze come se fossero svegli – anzi, quello stato di sopore sviluppava in molti un incosciente ottimismo: gli imprenditori creavano le loro piccole imprese anche senza capitali, i letterati fondavano riviste d’avanguardia piluccando sovvenzioni alle poetesse anziane, i nottambuli si arrampicavano sulle guglie gotiche per stupire gli amici. Tutti pensavano che nessuno si sarebbe fatto male davvero; esisteva il sentimento dell’abisso, ma l’eventuale caduta sarebbe stata solo una parentesi, l’apnea di un istante, come sulle montagne russe, quando la carriola, dopo una noiosa salita da beghina, ti precipita in un terrore ridicolo prima di ritornare alle colline del tran tran. Sui giovani drammaturghi la polverina agiva con più forza che sugli altri abitanti. A volte sembrava che qualcuno fosse consapevole di quell’aura di sonno e confessava: «Non so perché, ma da qualche tempo mi vengono solo delle commedie oniriche.» L’onirico, di solito, erano i morti, parenti litigiosi che il drammaturgo ripescava dall’aldilà per riprendere antiche beghe familiari, oppure giovani della Wehrmacht caduti sulla linea Gotica coinvolti in drammatiche storie d’amore . Questi nazisoldati erano sempre problematici: che colpa ne avevano se a dieci anni erano stati inquadrati nella Hitler- Jugend? Avevano incominciato ad aprire gli occhi dopo l’incontro con una ragazza italiana molto bella (a volte staffetta partigiana). Ma la storia non poteva durare più di tanto perché una granata veniva a interrompere l’amore e la presa di coscienza. I giovani nazisti quasi redenti erano immersi in flash back a forti tinte, con le bende intrise di sangue, le trincee, le mitragliatrici, i botti che simulavano le bombe e la truppa che correva avanti e indietro per la scena gridando: «Achtung… Schnell… Schnell!» – e poco altro, visto che l’autore non masticava il tedesco, ma non aveva importanza perché non è che sotto le bombe si possono fare tanti monologhi. Poi la battaglia s’interrompeva di colpo, i soldati smettevano di correre avanti e indietro e si pietrificavano come statue (per significare che erano tornati alla loro condizione di morti). «Ma non così stravaccati, non siete mica al bar!”», gridava il regista. «Più tensione!… Serrare le chiappe!… Non fate i furbi, si vede benissimo che siete molli! L’attore deve stringere il buco del culo, quante volte ve l’ho detto!… Voglio dei corpi dilavati, calcinati dalla guerra!.» E ancora rientrava in scena la ragazza italiana che si avvicinava al soldato tedesco, sospettosa ma democraticamente aperta al dialogo. Le attrici giovani si trovavano a loro agio nei flash back e nell’onirico (che a teatro sono spesso la stessa cosa). Il nero sfilava le loro silhouette, e l’onirico le snelliva spiritualmente. Invece gli attori maschi erano a disagio in quella rarefazione. Il peggio era quando si organizzavano delle prove aperte per qualche classe di liceali in libera uscita; bastava un titolo come L’uccellino azzurro, di Maeterlinck, per attivare eccitazioni nascoste sottopelle. Stimolato dalla platea adolescente, il regista si esibiva e infieriva sugli attori maschi: – No, guarda, non ci siamo… Ti sento ancora troppo presente, come dire?, sei troppo qui… Tyltyl e Myltyl sono due fratellini che si avventurano in un mondo fantastico alla ricerca di un uccellino introvabile… Due creaturine disegnate da una matita leggera leggera… – Troppo qui in che senso? – Troppo presente, troppo massiccio! Guarda come tieni quei piedoni piantati sul palcoscenico! Cerca di essere più altrove… Quanto pesi? – Ottantasette. – Non c’è niente da fare, si vedono tutti. Manca l’illusione… Il pubblico dovrebbe credere che ne pesi la metà. Anche la voce è tanta, troppa, non siamo mica alla Scala… Tyltyl, il tuo personaggio, è un bambino che si perde in un mondo incantato con la sorellina. Io vorrei chiudere gli occhi e sentire due voci sottili come sonaglini… (Recitando, in un falsetto impudico): Myltyl?… Myltyl…? Dimmi, Tyltyl…» Senti? Dev’essere tutto un cinguettio. In questo spettacolo, i veri uccellini siete voi. Su, riprendiamo… Consapevoli che i loro corpi così padani non si sarebbero mai alleggeriti di un etto, gli attori lavoravano di lima sulle voci cercando di assottigliarle, di renderle simili a quelle delle colleghe che al regista piacevano tanto, ed era tale l’impegno che i loro nasoni finivano per appuntirsi come becchi e gli occhi diventavano vitrei. «Siete inguardabili», diceva il regista.
Ora l’Umanità è tutta agitata, di notte come di giorno, un impellente, spaventoso stato di veglia sfavilla i sensi eccitati. Stephan Zweig, Il mondo senza sonno.
L’interruzione del sonno cittadino non giunse improvvisa come quelle che ti fanno saltare sul letto. Per qualche tempo il risveglio fu preceduto da un brontolio appena percepibile. Qualcuno che aveva le orecchie fini disse: «Secondo me viene dal nord.» Tutti si strinsero nelle spalle: «E con questo? Qui a Bologna siamo in ottimi rapporti con il nord. Molti pensano addirittura che il nord siamo noi.» Mentre il brontolio diventava ogni giorno più percepibile, la polverina del sonno prese a scarseggiare; come una terra da vigna troppo spremuta, il colle di San Luca stentava a mantenere lo standard di produzione. La stessa Madonna del santuario, quella volta all’anno che scendeva in città, non sorrideva più come nel primo dopoguerra; si vedeva che per lei quel fine settimana in duomo era un supplizio che accettava per puro senso del dovere. Quando anche ultime scorte di polverina incominciarono a calare si dovette ricorrere al razionamento e i bolognesi furono costretti a passare molte ore della giornata in uno stato innaturale di veglia. Apparentemente la vita quotidiana si svolgeva come sempre, ma l’assenza della polverina del sonno rendeva nevralgico ogni contatto. I coniugi, improvvisamente imbizzarriti, si saltavano agli occhi per una parola fuori posto; bastava un niente, e la zuppiera della domenica fumante volava contro il muro che si riempiva di schizzi e chiazze grondanti un sugo macabro. Sui luoghi di lavoro, l’uscita dall’ipnosi abituale metteva a nudo la durezza degli imprenditori e la rabbia dei sottoposti, fino a quel momento inconsapevoli. I vecchi padroni dai bianchi capelli non distribuivano più le pacche emiliane sulle schiene degli operai; entravano nel piazzale con l’Alfa a tavoletta e se arrotavano qualcuno scendevano tirando madonne e verificavano i danni alla carrozzeria. Un’asprezza dolorante si era impadronita di tutti i centri vitali della città. Nei pubblici locali, nei caffè, nelle pasticcerie, nei night club, ci si andava solo per attaccar briga: sul servizio che faceva schifo, sui prezzi delle consumazioni (una rapina da arresto immediato); perfino le entraineuse, quelle stesse che fino a una settimana prima spalancavano con le loro manine le porte del sogno, sembravano vecchie battone da rifilare al terzo mondo come faceva la Olivetti con le macchine per scrivere riciclate. Nei mercati, i pescivendoli e i verdurai minacciosi andavano sotto il naso delle clienti impugnando capitoni e cavoli: «… E questo secondo lei non sarebbe fresco? Lo ripeta!…» Ai quali le signore tenevano testa: «Ho sempre pensato che lei fosse un farabutto, oltre che una bestia! Adesso chiamiamo i vigili.» – perché le difficoltà della veglia forzata avevano contagiato anche i modi della buona borghesia.
Poi, mentre dormivo, avvenne il cambiamento. H.P. Lovecraft, Dagon
Quasi nessuno era abbastanza lucido per interrogarsi sulle cause di quel turbamento collettivo. Pochi, azzardando, le facevano risalire a una recente eclissi totale di sole dalle conseguenze imprevedibili; Antonioni ne aveva tratto ispirazione per uno dei suoi film peggiori; qualche temerario aveva sfidato il fenomeno senza gli appositi vetrini e ci aveva rimesso gli occhi; una dozzina di depressi si erano tolti la vita convinti di essere sprofondati nel buio eterno; non erano mancate clamorose di grandi delinquenti; molti animali domestici, durante i pochi minuti dell’eclissi, si erano trasformati in belve feroci – una sindrome che aveva colpito anche diversi bambini. Dunque, si congetturava, era possibile che l’eclissi avesse determinato, oltre ai noti fatti di cronaca, anche quell’aggressività diffusa che ammorbava la vita cittadina. Ma gli unici che leggono in trasparenza il presente per cogliervi i primi filamenti del futuro sono sempre gli artisti, così i teatranti erano sicuri che la spiegazione fosse un’altra: l’eclissi non c’entrava niente: da qualche tempo incombeva su Bologna la grande ala di un’Entità il cui nome veniva pronunciato con timore da tutti, artisti e profani: il Piccolo Teatro di Milano. Erano spuntati in città i suoi primi Ispettori. Cercavano di non farsi notare ma saltavano agli occhi i loro gabardine beige volutamente stropicciati e le camicie azzurre su cui risaltavano i rigoni delle cravatte regimental, viola e arancione, fragola con verde e nero, blu notte tagliato di zabaione, e altri cromatismi che facevano dire ai bolognesi: «Quello lì, o è un cretino o è qualcuno che conta.» Gli Ispettori guardavano spesso l’orologio, non vedevano l’ora di terminare la loro missione per tornare a Milano. Guardavano l’orologio anche quando un critico del Comune li guidava in una visita istituzionale nelle sale della Pinacoteca; gli sorridevano come a un brav’uomo e intanto lo sospingevano nella sala seguente. «… La pittura dei Carracci contribuisce in modo determinante all’uscita dalla crisi del Manierismo…» «Va bene, va bene… Qui avete anche del Guido Reni, vero?» «Sì, certo…» «Allora passiamo a Guido Reni, che è tardi.» Anche i ristoranti li innervosivano. Sceglievano con una certa diffidenza i più esclusivi e scorrevano in fretta le colonne delle gramigne e degli strichetti, delle cotolette e delle galantine, ma alla fine ordinavano sempre un piatto di bresaola, a quei tempi sconosciuta fuori Milano. Di fronte allo sgomento del cameriere, e al gestore che andava a scusarsi tagliavano corto: «Va bene, va bene… Ci porti due fette di ananas.» Gli Ispettori si spostavano sempre in coppia, anche quando scivolavano con discrezione nei piccoli teatri della città (il vero obiettivo della loro missione). Sedevano sempre in ultima fila. Spesso li accompagnava un partito, il PCI o la DC, o il PSI, a rotazione. Gli attori si accorgevano subito se in platea sedeva qualche Ispettore; a parte le cravatte li si notava perché tenevano sempre a portata di mano una penna e un taccuino. Dal palcoscenico, gli attori non li perdevano di vista (nel caso prendessero appunti o addirittura annotassero qualche nome!), e finivano per recitare peggio del solito, ma erano patemi inutili, perché gli Ispettori non trovavano mai niente di interessante da annotare e quello che pensavano se lo comunicavano con certe occhiate in milanese stretto, indecifrabile nella penombra. Quando gli Ispettori rientrarono al Piccolo di Milano e lessero la loro relazione sulla vita teatrale a Bologna, Paolo Grassi impugnò il suo tagliacarte d’argento e disse solamente: «Vabenevabenevabene.» Tutti si alzarono e uscirono perché quello era il segnale di fine riunione. Gli Ispettori sapevano stare al loro posto. Il teatro l’avevano sotto gli occhi tutto il giorno ma non potevano assaggiarlo, come i fattorini delle pasticcerie che vedono le torte solo nelle vetrinette dell’esposizione. Per quanto abituati alla irrilevanza, gli Ispettori si sarebbero aspettati qualche parola di apprezzamento, almeno pro forma, ma in quel caso la loro relazione era solo decorativa; sarebbe stata inviata al Ministero dello Spettacolo per buon peso, insieme a molte altre carte inutili. Perché tutto era stato deciso altrove.
“Nell’adolescenza, ad un tratto, non si può sapere con
esattezza quando, arriva il momento in cui si dorme assieme ad una ragazza,
vicini, per una notte intera. Per tutto quel tempo, con timidezza e accortezza,
si mette in atto uno dei procedimenti erotici che porteremo sempre con noi,
anche quando l’adolescenza sarà conclusa. Il metodo è questo: fare delle cose
facendo finta di non farle, e dunque sfiorare, premere, spingere facendo finta
di non sfiorare, di non premere, di non spingere.”