«Quando la ricerca contemporanea sulle maschilità ebbe inizio, l’analisi femminista aveva già mostrato che quasi la totalità del discorso accademico era una forma di conoscenza quasi completamente costruita da uomini […]. Tuttavia, questa conoscenza esisteva senza che gli uomini venissero tematizzati in quanto “portatori” di genere. Di fatto, uno tra i tropi centrali delle scienze umane, delle scienze sociali e persino delle scienze biomediche era rappresentato dall’assunzione di “uomo” come norma, quale rappresentante dell’universale. Quindi gli uomini erano trattati come se fossero privi di genere, e come se “genere” significasse “donne”.»
La Scrittura, è come l’esercito; si incontra gente d’ogni genere. Avvocati, segretari, muratori, panettieri, critici letterari, enarchi, politici, ingegneri agronomi, figlie di famiglia, vagabondi, e anche qualche scrittore. Tutti con un gran peso sul cuore, un segreto prezioso, una verità infima o sublime, una piccola apocalisse, chissà, di un futuro lettore. Ma più probabilmente niente.
Capitolo quinto È il più lungo e digressivo di questo libro, tanto che l’autore sente di dover parlare direttamente al lettore infrangendo una regola che si era imposta prima di iniziare.
Non si sa mai bene il libro che si sta scrivendo. Philippe Forest, Un destino di felicità, “Formula”
Lo so, lettore, adesso tu vorresti chiedermi di fare il punto. Non credere di essere l’unico, l’ho pensato anch’io, molte volte e molto prima di te mentre scrivevo e ripercorrevo queste pagine. L’avrebbe desiderato anche la Lettrice nera che è entrata nella prima parte del racconto; si capiva che moriva dalla voglia di farmi una domanda diretta, ma non ci riusciva. Era un tormento, poverina. Te lo dico perché ne ho la prova. Una sera l’ho spiata mentre telefonava a qualcuno; parlava a voce bassa per non farsi sentire, poi le è sfuggita una frase stridula: «… Credi che mi stia divertendo, qui? Sto solo cercando di capire!» Ma potrei anche dirti che quella telefonata non è mai avvenuta, che l’ho improvvisata adesso, mentre la scrivevo, e tutto si complicherebbe ulteriormente. Lo vedi anche tu, se ci fermiamo su ogni passaggio non andiamo più avanti, e invece dobbiamo stringere perché il tempo è poco. Lo so, ho consumato molte pagine su questa serata nella casa di Genesio; se le ho scritte, significa che erano necessarie per arrivare al poeta suo padre – molti credono che sia possibile rallentare o accelerare un racconto come si vuole; non è così, il narratore può intervenire solo fino a un certo punto; anche qui, come nella vita, le cose accadono quando devono o possono accadere. Adesso, se hai deciso di continuare a leggere, devi prepararti a una nuova storia. E ancora una volta né tu né io sappiamo dove porterà. È la storia di Clemente, così come l’ho ricavata dalla piccola pubblicazione di Alphonse Moutier che m’intascai prima di lasciare per sempre la dimora dei Calcaterra. Non sono riuscito a ricostruire un profilo di questo Moutier. Devo dire che non mi sono molto impegnato perché ho capito subito che tipo era, uno di quegli esegeti che saltano a piedi uniti nelle vite degli altri per parlare della Poesia, del Bello della Salvazione, della propria visione del mondo e dell’Arte – insomma di se stessi. E tuttavia fra i nuvoloni di quella scrittura pompiera si apriva qualche squarcio di cielo (quello azzurro-topo dei letterati minori) dal quale si affacciava Clemente Calcaterra. Ma erano sequenze frammentarie e scombinate. Moutier era troppo instabile, troppo ansioso. Scriveva cinque righe sulla vocazione letteraria dell’eroe e subito veniva preso dalla smania di inserirle in un grande affresco del Secolo; dopo qualche pennellata si pentiva e tornava al quotidiano spicciolo con una serie di aneddoti che avevano l’aria di essere inventati. Tutto così, fin dalle prime pagine. Sono un lettore piuttosto insofferente, non ci metto molto a chiudere un libro quando mi accorgo che prende una certa piega, eppure quella sera continuavo a leggere maledicendo il biografo e anche Clemente Calcaterra il quale, bisogna dirlo, era incolpevole, non mi aveva certo chiesto di occuparmi di lui, continuava a starsene tranquillo, morto e archiviato in uno degli innumerevoli scaffali del Novecento. Era la sua serenità nell’oblio che mi attirava? Credo di sì. Il sex appeal di chi non ha bisogno di nessuno, tanto meno di te. Forse anche per ripicca nei confronti del Moutier, decisi che avrei riscritto un Clemente Calcaterra a mia misura pur non sapendone quasi niente. Non era una novità; avevo già manomesso autori molto più importanti di Moutier: Ibsen, Cyrano de Bergerac, Schumann, Voltaire, Middleton, Cocteau, Defoe, Tournier, Schnitzler, Pirandello, Céline. Aggredivo le loro opere indifese e le trascinavo nel buio del laboratorio teatrale; qui, le fissavo sul tavolo drammaturgico e me le lavoravo con calma; quando, ancora operate di fresco, andavano allo specchio impallidivano. La riscrittura aveva cancellato dalle loro fisionomie la nobiltà dell’imbalsamazione e senza le stampelle del tempo vagavano come vecchine sperdute nei corridoi di una clinica sconosciuta. Tentavo di incoraggiarle: dovevano fidarsi di me, erano bellissime così, il loro smarrimento era anche il mio. Sforzi inutili che aumentavano il loro stato di confusione. Come quello di tutti gli organismi troppo manipolati, il loro ciclo vitale era breve; dopo tre o quattro repliche si assopivano nel camerino di un attore e il mattino dopo trovavamo solo gli scheletrini dei loro copioni. A volte pensavo che durante quel sonno si ricomponessero nella forma originaria; forse al risveglio, ritrovandosi integre, ripensavano alla loro breve vita giù nel teatro come a uno di quegli incubi in cui si sogna di precipitare. Tanti anni prima, quando ero agli inizi, mi facevo molti scrupoli e molto mi interrogavo prima di iniziare una riscrittura; sull’operina di Moutier non mi soffermai neanche un minuto, cercai anzi di dimenticarla per poter scrivere più liberamente quanto segue:
A PROPOSITO DI CLEMENTE CALCATERRA
Ecco il torto che ho avuto, uno dei torti, essermi voluto una storia, quando basta la vita da sola. Samuel Beckett, Testi per nulla
I ricordi più lontani di Clemente Calcaterra risalivano ai primi anni passati dentro una grande vasca sotterranea in cui era confuso con un’infinità di altri poeti minuscoli, quasi invisibili a occhio nudo. Da questi grandi contenitori si dipartono innumerevoli capillari attraverso i quali gli esserini iniziano il loro viaggio verso il grande corpo della Società Letteraria. Durante il percorso, i micropoeti incontrano strati di varia composizione chimica, dai feldspati inaccessibili delle case editrici titolate, alle argille dei piccoli editori a pagamento, al semolino colloso delle pubblicazioni in rete. Tutti cercano un approdo; esausti per il viaggio, molti si fanno andar bene il primo che trovano, purché abbia un lettino, un tavolo, una sedia e una porticina sulla quale applicare la loro targhetta con scritto: poeta. Clemente Calcaterra era diverso; non si era ancora fermato e già pensava di ripartire. Quella sua indole inquieta era la garanzia di una forte vocazione? Assomigliava alla fame feroce di viaggio che aveva divorato Dino Campana? Clemente se lo chiedeva ma preferiva non rispondere; certo gli sarebbe piaciuto scrivere qualcosa come i Canti Orfici ma tutti quei ricoveri negli ospedali psichiatrici gli sembravano un pedaggio troppo pesante da pagare. Si diede una calmata e incominciò a scegliere con oculatezza le sue mete.
Approdò anzitutto ai Littoriali della Cultura e dell’Arte, dove gli fu preferito Sinisgalli; poi presentò un romanzo al Premio Bagutta, che quell’anno doveva andare a Leonida Repaci con I fratelli Rupe. Tornò a fare versi e subito sbagliò indirizzo. Un amico che collaborava alla rivista “L’Italiano” organizzò un appostamento nella trattoria dove tutti i giorni pranzava Longanesi. Il direttore, maldisposto e afflitto dalla sua dispepsia, fu sbrigativo; i nuovi autori erano dei gran leccaculo, ma se quel giovanotto aveva qualche paginetta che facesse un bel contropelo al Regime le avrebbe dato un’occhiata. Quando Clemente pronunciò la parola poesia, Longanesi venne colto da uno spasmo come davanti a un piatto di penne all’arrabbiata e lasciò la trattoria senza nemmeno ordinare. Falliti alcuni altri tentativi, Clemente riuscì a fare il suo esordio poetico sul mensile “L’Uomo, quaderni di lettura” con una lirica intitolata “Forse solo una luce”. Dopo nemmeno una settimana dalla pubblicazione era già lì che proponeva altri componimenti. Il direttore s’innervosì; la rivista pubblicava solamente una poesia ogni numero e in lista d’attesa c’erano già Quasimodo, Sinisgalli (ancora lui!), Diego Valeri più altri di seconda scelta, quindi se ne stesse un po’ tranquillo. Nei mesi seguenti, il debuttante smanioso tenne d’occhio la portineria e la redazione. Il traffico della poesia era sempre sostenuto. Finalmente, verso l’estate, incominciò a rallentare, come gli confermò anche il portinaio. Clemente pensò che entro un paio di mesi sarebbe toccato a lui; invece, a sorpresa, sul numero di ottobre comparve una poesia lunga tre pagine intitolata “Lava”. Autore, Domenico Porzio, un ragazzino ventenne. “Alitava la notte un vago orrore nelle conche del golfo silenzioso” e così via. Sicuramente una mano vigliacca l’aveva deposta, di notte, sul tavolo del direttore – la mano dello stesso Porzio, non c’era dubbio. Quel Porzio che trattava Clemente quasi da maestro e col quale discuteva tutta la notte su D’Annunzio! quel Porzio doppiogiochista che dopo aver decretato per iscritto la morte della poesia ne pubblicava una lunga tre pagine grazie a chissà quali maneggi! Nei mesi seguenti, le poesie porziane continuarono a comparire, numero dopo numero. Non sopportando quello stillicidio, Clemente ripartì senza una destinazione, e com’era inevitabile finì nella ragnatela dei circoli letterari che in quegli anni si annidavano in molte città italiane, specialmente in quelle più piccole. Invisibili a un primo sguardo, i circoli letterari si rivelavano al viaggiatore all’improvviso, come le violette nei boschi; prima ne vedi una sola, introversa, nascosta nell’erba, poi ti giri e ne scopri un intero giacimento; così i poeti: ne incontravi uno per caso, al caffè, ci scambiavi due parole e quella sera stessa ti ritrovavi in un salotto dove ne erano spuntati altri quindici che reggevano con una mano il loro dattiloscritto e con l’altra un sandwich o un calice di vino, ciascuno impegnato a elencare le sue ultime letture. Clemente scoprì che erano più informati di lui. Tutti libri appena usciti; era capitato in provincia, mica fra i selvaggi. Seguiva un elenco di talenti cittadini che il letterato forestiero avrebbe dovuto conoscere al più presto. C’erano dei notai arguti che scrivevano commedie brillanti meglio di Aldo De Benedetti. Medici che avevano scoperto l’Ermetismo prima di Montale – e gli esempi non si limitavano ai professionisti colti, comprendevano anche impiegati e artigiani – uno per tutti, un fornaio poeta vernacolare, che se il fascismo non avesse fatto la guerra ai dialetti sarebbe finito nelle antologie scolastiche. Una strage di ingegni. Ma i poeti non si lasciavano scoraggiare e affidavano le loro opere alle riviste che si autofinanziavano con furore. Durante le serate, le pubblicazioni erano esposte sul ripiano di un tavolino finto Settecento: pochi fogli a caratteri fitti pinzati con le graffette; l’impaginazione e il formato erano gli stessi per tutte, cambiava solo il titolo: “Verso e controverso”, “Il cannocchiale della poesia”, “Sentimento”, “Il cuore a nudo”, “Elicona 900”. Qua e là sporgeva qualche testata nervosa, ancora un po’ futurista: “La Saetta”, “Recalcitrando”, “Il Pistone”. Un mese dopo l’altro, Clemente aveva dovuto visionarne molte, e scrivere su ciascuna un giudizio, necessariamente incoraggiante (cosa si può dire a un poeta che ti guarda negli occhi in quel modo?). I rituali della poesia cittadina avevano finalmente trovato un celebrante. Clemente battezzava gli esordienti; cresimava, rincuo- randoli, i veterani che avevano raccolto solo qualche menzione ai premi letterari e confessava le poetesse – anche qualche poeta maschio, ma le femmine erano più numerose e più bisognose. Le confessioni si svolgevano, com’è logico, in forma privata, nei salottini o sulle terrazze tranquille. Per i casi urgenti andavano bene anche le cucine. Nei primi tempi Clemente esercitava il suo ministero con qualche turbamento. Gli era già capitato di trovarsi a tu per tu con una donna, ma era sempre successo fra le mura di una casa di tolleranza e sempre in gruppo con cinque o sei compari zavorrati di vino, mezzi fascisti e poco letterati. La truppa vociante saliva di corsa fino al primo piano e si spargeva per le stanze delle ragazze. Durante gli accoppiamenti i muri erano attraversati da messaggi dolorosi, come di carcerati che dovendo pagare il loro debito con la sessualità cercano di espiare in fretta la pena per tornare alla libertà del marciapiede. Fra un cliente e l’altro, le donne del primo piano si sgranchivano sui letti e ripiombavano nella fredda geometria delle gambe aperte a compasso; con i loro occhi di pietra, a Clemente sembravano delle sfingi. Non era pronto per quell’esame di egittologia – archeologo improvvisato nel buio della donna, intuiva l’esistenza di un labirinto femminile ma non riusciva a ricomporne l’anatomia geroglifica sparsa nel letto. C’era del Cubismo fra quelle lenzuola stropicciate (in quegli anni s’infiltrava un po’ dappertutto); se Clemente lo avesse riconosciuto si sarebbe potuto orientare, ma era cieco all’arte figurativa perché troppo impegnato a rincorrere la lucciola della poesia. Tutto invece era molto chiaro nelle confessioni delle poetesse, e ciò che dicevano con le parole lo rafforzavano con gli occhi. Li piantavano dritti dentro quelli di lui e parlavano a ruota libera, non tanto di poesia quanto di quei mariti che avevano lasciato salire sulla loro barchetta, durante una domenica al lago, quando erano ancora ragazze stupidine. Pensavano che, finito il giro, se ne sarebbero andati; invece niente, una volta saliti, non c’era stato verso di smuoverli, erano rimasti lì per tutto il pomeriggio, poi per tutta l’estate e per tutte le stagioni successive. Anni. Ormai quindici, venti, e anche di più. Diventati mariti, il tempo e il torpore li avevano fatti ingrossare; prima il sedere, poi il tronco, poi tutto il resto. Attualmente erano dei giganteschi menhir coniugali che aprivano la bocca soltanto per dare ordini sul governo della barca e sulla rotta da seguire – argomenti di cui niente sapevano, essendo creature terragne, dure come quelle rocce che circondavano il lago maledetto. Giganteschi e refrattari a tutto. Perfino al tradimento – sì, Clemente aveva capito bene (qui gli occhi della penitente lampeggiavano e il suo viso si avvicinava a quello del confessore). – Lei sa perché si tradisce, vero? –… – Per mandare un messaggio dritto e forte dopo tante risposte non pervenute. Per tirare finalmente un mattone contro quelle cuticagne di pietra. A quel punto il menhir si riscuoteva: – C’è qualcosa che non va? – No, tutto va come deve andare, va com’era scritto fin dal primo giorno. Ti ho tradito!… Sono andata a letto con questo e con quello e con quell’altro! Non chiedevano tanto, solo un attimo di attenzione. Poi, che succedesse quello che succede in questi casi, la furia, la cacciata, il perdono, le lacrime e tutto il repertorio. Ma l’attimo passava in fretta. Su quei mariti culoni, persino i tradimenti scivolavano via come acqua, figurarsi la poesia: le sue ali impalpabili non gli facevano nemmeno il solletico, ai menhir. tutt’al più gli scucivano un sorriso di compatimento schifato, perché per loro la poesia e la puttaneria erano le due facce di un’unica moneta che il destino gli aveva infilato in tasca con l’inganno: la sciagura di una moglie sbagliata. Quando arrivavano a questa svolta, gli occhi della poetessa non lampeggiavano più, erano chiusi, e Clemente si ritrovava da solo di fronte a quella grande faccia tutta intera, inerte come una macchina complessa che si è fermata senza preavviso. Per mancanza di energia, per il guasto di un circuito? In ogni caso non gli chiedessero di metterci le mani, perché lui di meccanica non se ne intendeva proprio. Di qualunque meccanica. Seguiva un silenzio durante cui Clemente girellava per la stanza cercando qualcosa da dire. Quando aveva trovato le parole, si voltava ma la grande faccia non c’era più. Erano diventati rari i momenti in cui sedeva al tavolo per scrivere. Leggeva, sì, ma prevalentemente i dattiloscritti dei molti che gli chiedevano un parere, un sostegno, una segnalazione presso editori irraggiungibili. Per i poeti dei circoli, egli proveniva da un mondo che avevano sempre pensato come immateriale; ma se Clemente Calcaterra sedeva lì insieme a loro in forma corporea con il sandwich e il calice di vino, per sillogismo doveva essere concreto anche il Parnaso in cui sedevano, passeggiavano e bevevano Ungaretti, Moravia e tutti gli altri: concreto e arredato con larghe poltrone e autentici tavolini Settecento. La Grande Società Letteraria non solo esisteva, ma grazie al Calcaterra si travasava nel minuscolo ditale della loro cittadina, come se una cuoca generosa, dopo avere riempito lo stampo col budino della Scrittura Alta, avesse utilizzato la miscela avanzata per riempire gli stampini di tanti altri budini figli, minuscoli, ma della stessa sublime sostanza. I poeti dei circoli avevano finalmente un pedigree certificato da Clemente, che prima di arrivare qui da loro era stato là, aveva sorseggiato quel vino e addentato quei sandwich, ed era bello pensarlo seduto fra gli alberi di un qualche déjeuner sur l’herbe con Quasimodo, Sinisgalli, Valeri e tanti altri mentre scambiava con loro, alla pari, tonno, uova sode e visioni sul futuro dell’arte. Durante le serate letterarie, la Poesia seguiva Calcaterra col passo rassegnato di un vecchio cane prossimo alla pensione. Quasi sempre egli la legava nell’ingresso resistendo alla padrona di casa: – Ma perché non la fa accomodare con noi?. – No no, mi dia retta, lei preferisce così, la conosco. Spesso qualcuno gli chiedeva di recitare “Forse solo una luce”, la lirica che lo aveva consacrato. Lui opponeva resistenza, e non era la solita manfrina dell’autore ma la piccola vertigine di chi oscilla fra il desiderio di gratificazione e la tristezza di un applauso già previsto dal programma di sala. Alla fine, quando si trovava sotto il naso il décollété della primogenita ventunenne – la più colta della famiglia – che lo sospingeva verso l’ingresso, doveva cedere e con l’animo gonfio andava a slegare la Poesia. Non tornava subito, passavano lunghi minuti imbarazzanti durante i quali giungevano in salotto i frammenti di una discussione sottovoce, di quelle che fanno i vecchi coniugi. Non si capiva granché; sicuramente la Poesia non voleva, ma sembrava che non volesse nemmeno lui. Perché dunque la facevano tanto lunga quei due? Tutti s’interrogavano con gli occhi e si rispondevano alzando le sopracciglia: evidentemente negli strati alti della poesia c’erano delle perturbazioni che da terra non si potevano vedere, bisognava aver pazienza e aspettare mangiando un sandwich nel rispetto dell’Indeci- frabile. Quando finalmente Clemente riappariva, la sua entrata in scena era deplorevole persino per il circolo letterario di una città così piccola, perché lui trascinava la Poesia imprecando fra i denti e lei teneva le zampe rigide, puntate in avanti, con gli unghioni che si conficcavano nel tappeto. A volte, durante quei corpo a corpo i due finivano per urtare un tavolino che reggeva un vaso liberty o sfregiavano un paravento di seta con le geishe. Ma poi, quando Clemente recitava i versi di “Forse solo una luce”, tutto veniva dimenticato, anzi ripensato come una bizzarria che garantiva la genialità dell’artista. Non bisognava fare i provinciali; Malaparte metteva in piedi un duello ogni volta che aveva voglia di sgranchirsi le gambe, e D’Annunzio si presentava alle sue amanti indossando un pigiama-scafandro con un buco al punto giusto per nascondere il suo corpo in decomposizione. Non c’era niente di strano – dicevano i poeti alla padrona di casa perplessa – se a Clemente Calcaterra capitava di rompere qualche soprammobile. Tutto era nel flusso del secolo, e ora su quelle acque navigava felicemente anche il loro cenacolo culturale. Se ne allietasse, anziché protestare. Dopo quelle serate, i ritorni a casa si svolgevano nel silenzio. Lui davanti, col passo strafottente di chi è padrone della strada e del suo destino; la Poesia dietro, che lo seguiva come poteva, perdendo terreno. Non se ne lamentava, compativa soltanto l’egotismo del padroncino. Arrancava e taceva. Era abbastanza vecchia da sapere che certi giovani non si possono cambiare nemmeno da giovani. La coppia non funzionava, ecco tutto, e ormai era inutile chiedersi chi avesse messo insieme due soggetti come loro. Invece Clemente, più tignoso, non si rassegnava e continuava a lamentarsi: perché a un giovane letterato proteso verso il Nuovo come lui era toccata una Poesia nata già vecchia come quella? Alle continue esplosioni di rabbia seguivano le recriminazioni: mai che lei si desse un po’ di fondotinta per coprire qualche ruga! C’erano tante Poesie della sua età che facevano ancora la loro figura. Se non si badava troppo ai particolari potevano sembrare addirittura contemporanee. Prendesse esempio da loro. Lei neanche rispondeva. Non le andava di diventare come quelle vecchie ritinte; non si era mai messa niente in faccia nemmeno da ragazza, quando tutte le altre si facevano carine, sempre con in testa quell’idea di accalappiare qualcuno. La prendevano in giro: «Ma tu esci così? Chi vuoi che ti si pigli?» E correvano via. Poi era venuta la stagione dei sorteggi, e alcune Poesie che sembravano destinate a spaccare tutto, che si erano fatte largo a colpi di Zang Tumb Tumb, erano state accoppiate con certi autori nati vecchi che le avevano inchiodate al tavolo a comporre endecasillabi otto ore al giorno, e guai se sbagliavano un accento. Quanto a lei, così limpida, così mite, così domestica, era stata assegnata a quel giovanotto che avrebbe voluto far esplodere il ventre linguistico del secolo col suo arpione poetico. Poco fatti com’erano l’uno per l’altro, le discussioni divennero quotidiane e si fecero ancora più aspre quando lui intensificò le confessioni con le poetesse. Dopo averle ascoltate, Clemente si lasciava andare a sua volta a qualche confidenza. Quel suo aprirsi, per lui così nuovo e balbettante, era gradito alle penitenti le quali, avendogli già socchiuso molte delle loro stanze segrete, trovavano logico e naturale concludere la confessione spalancando tutte se stesse. La Poesia non partecipava a questo genere di incontri. Quando Clemente rincasava, sempre molto tardi, la trovava seduta in silenzio accanto alla ciotola che era rimasta vuota dalla sera prima; in quel mutismo il padroncino leggeva un rimprovero a cui reagiva aggressivamente: d’accordo, se n’era dimenticato, sai che tragedia! Con tutto quello che ha in mente un artista, può succedere che la zuppa passi in secondo piano. Lui, piuttosto, aveva diverse cose da ridire su di lei; negli ultimi tempi era diventata ancora più insipida del solito; perché se ne stava accucciata per ore davanti alla finestra? a fissare che? si poteva sapere? La Poesia uggiolava qualcosa di incomprensibile e continuava a guardare fuori, a guardare il cielo. Effettivamente, era diventata un po’ lunatica. Passava di colpo dalla contemplazione all’attivismo frenetico; non faceva altro che occuparsi di bucati, lenzuola, lavande odorose, marmellate e paioli di rame che non le sembravano mai abbastanza lucidi. Se fosse stata una moglie, Clemente l’avrebbe sistemata in fretta: «Senti, facciamo così: d’ora in poi ciascuno vive la sua vita, e amen», ma con la propria Poesia non c’è mai questo genere di confidenza. Poi gli venne un sospetto; quel lavare, quello strofinare, quel rassettare non era la solita, nevrotica routine domestica; bisognava vedere come lei si trasformava durante quei raptus; i suoi gesti diventavano un rituale e sulla bocca fioriva un sorriso mistico che tirava gli schiaffi. Più l’osservava, più Clemente se ne convinceva; la sua Poesia stava progettando un golpe, voleva imporgli un nuovo stile di vita, un regime, oppure, peggio ancora, stava edificando le mura di una poetica. Non si trattava solo di saponi, stracci e spazzoloni, quella aveva in mente un disegno ben preciso. Lasciandola fare, una mattina lui si sarebbe trovato imprigionato in un mondo di sentimenti fragranti e croccanti, di spighe, di pane caldo di forno con la croce sul dorso. Forse anche di amore coniugale. Bisognava intervenire. Più volte, rientrando ancora sovreccitato dalle sedute con le poetesse, aveva deciso di affrontare la questione di brutto: si sbagliava, la santarellina, se credeva che gli eccessi lo avessero rincretinito, anzi il suo fiuto era diventato più sottile. Ma sull’odorato Clemente si perdeva. Gli tornavano in mente i profumi di tutte le epidermidi che il suo naso aveva esplorato negli ultimi tempi: una rapsodia di aromi sorprendenti per lui che era abituato alla cipria delle ragazze del primo piano. Adesso, grazie a un’intensa sperimentazione, incominciava a distinguere l’odore dei corpi femminili dai prodotti di profumeria. Forse un giorno sarebbe giunto all’Essenza Prima della donna (se la immaginava custodita dentro un’ampolla, nascosta in chissà quale parte del corpo). Ma quelle divagazioni erano sempre troppo lunghe, così quando lui stava per affrontare la faccenda del golpe, la Poesia aveva avuto tutto il tempo di tornare alla sua cuccia e di addormentarsi. Clemente se ne andò di notte. Scivolò via come un marito. Lei se ne stava nel suo angolo accanto alla ciotola in un’immobilità troppo assoluta per non essere sospetta. Lui non se la sentì di approfondire e si tirò la porta dietro con cautela.
“Années de pélérinage”. Così, molto tempo dopo, Clemente avrebbe definito il periodo successivo a quella notte, ispirandosi alle suite per piano di Liszt. Gli erano sempre piaciuti i titoli delle opere altrui. Di alcuni se ne innamorava, e faceva come certi ragazzi che riescono a svuotare col temperino le zucche e i marroni d’India lasciandone l’involucro intatto. Eliminata la polpa, s’infilava nell’opera perfettamente vuota e passeggiava nel suo interno godendosi tutti quei metri quadrati abusivi. Si affacciava anche alla finestra e sorrideva ai passanti come un possidente. I più ingenui lo salutavano con deferenza, poi guardavano il grande titolo sovrastante l’opera e si allontanavano dicendo: «Però, si è sistemato mica male!…» Ma non erano stati veri anni, bensì grumi di tempo, gnocchi informi di mesi e settimane dentro i quali Clemente si impastoiava. Era diventato un grafomane eccitato e scomposto. Ogni settimana spediva una novella pruriginosa alle “Grandi firme” di Pitigrilli e intanto pubblicava sulla rivista femminile “Dea” dei brevi racconti alla maniera di Lucio D’Ambra che gli pagavano (poco) un tanto a pagina; ma li faceva cadere dall’alto, con la degnazione dell’autore che è costretto da una momentanea difficoltà a scrivere per le donne. Presto la redazione si stufò e lo scaricò volentieri; di raccontini del genere, tutti più o meno uguali, ne ricevevano a pacchi. Negli intervalli che gli concedeva il suo attivismo distruttivo, si faceva largo il ricordo della notte in cui era sgusciato fuori mentre la Poesia fingeva di dormire. Che fosse morta di fame era da escludere; la portinaia aveva la chiave dell’appartamento e sentendola guaire avrebbe provveduto in qualche modo. Forse se la sarebbe portata giù nella guardiola. E se invece l’avesse messa per strada? Prima di quella notte, Clemente non aveva mai abbando- nato nessuno. Inesperto com’era, si meravigliava che un evento così periferico riuscisse a raggiungere il nucleo del suo pensiero. Ricorse al bromuro. Funzionava, ma non era un rimedio da letterato (ci rimase male quando scoprì che le mogli lo mettevano di nascosto nella minestra dei mariti violenti). Fu Baudelaire a fargli scoprire l’oppio. Una piccola casa editrice gli aveva commissionato la traduzione dei Paradisi artificiali nella collana “Poeti tradotti da poeti”. Clemente non masticava tanto il francese, e dopo la notte dell’abbandono aveva perso la consuetudine con la poesia. Però l’oppio lo aiutava. Dopo qualche tirata, s’instaurava una buona sintonia fra lui e Baudelaire – non lo si poteva dire un sodalizio ma era come se appartenessero allo stesso club. L’impresa finì presto. Una mattina, lo aveva chiamato l’editore. – A che punto sei con la traduzione? – Ho quasi finito, hai detto che avevi fretta. – No, guarda, la fretta non c’è più. Ti avevo accennato, vero?, che la casa editrice era in cattive acque. – No. – Strano. Forse non volevo allarmarti. Comunque ora lo sai. Si chiude. Inutile entrare nei particolari. È appena uscito l’ufficiale giudiziario. Clemente andò ad aprire la finestra. Le nuvolette di fumo, nonostante la pinguedine, si spintonavano come se avessero una gran fretta di traslocare. Ritornò al tavolo e diede un’occhiata ai reperti del naufragio appena annunciato. Un libro: Charles Baudelaire, Petits Poèmes en prose – Les Paradis artificiels, édition définitive, Paris, Calmann-Lévy, éditeurs, 1922; una penna stilografica Waterman laminata argento, pennino rientrante oro 14 k; una macchina per scrivere Olivetti M40; un’upupa in ceramica della quale non aveva mai osato liberarsi. Aprì la finestra senza nemmeno guardare giù e la scagliò in cortile. Come in un romanzo ben costruito, insieme all’aria pulita entravano anche la musica e le parole di una canzone trasmessa da una radio del secondo piano: “Fiorellin del prato, messagger d’amore, bacia la bocca che non ha mai baciato, fiorellin del prato non mi dir di no.” Si sedette e ripercorse la pagina dei Paradisi sulla quale stava lavorando:
“… La musica interpretata e illuminata dall’oppio […] Tutta la sua vita passata viveva dentro di lui, non come susseguente a uno sforzo di memoria, ma come presente e incorporata nella musica; contemplarla, non dava più dolore; tutta la cruda volgarità delle cose umane era esclusa da quella misteriosa resurrezione, o era confusa e immersa in una nebbia ideale…” Di oppio, Clemente ne aveva assunta la solita dose mattutina, ma per la prima volta gli sembrò che quei due grani realizzassero in lui il dettato baudelairiano. Sorprendentemente, scopriva che l’idiozia del Fiorellin del prato era la stessa che aveva governato la sua vita fino a quel giorno. Sotto i suoi occhi, le parole della canzone si staccavano dalla musica e gli apparivano come testo letterario autonomo, ne vedeva le parole una per una, impaginate nel riquadro della finestra. Leggeva quei poveri versi con una concentrazione che non aveva mai dedicato a nessun’altra opera, ciò che gli consentì di assistere a un evento soprannaturale di cui si sentiva l’unico testimone nella storia del linguaggio umano; le parole, in particolare tre, fiorellin, bocca e prato, si torcevano in preda a un violento conflitto interno; i Significanti si stavano ribellando alla tirannia dei rispettivi Significati, e se li strappavano via, dolorosamente, col morso del pescatore che azzanna la testa del polpo. La mattanza non fu breve e, come tutte le separazioni feroci, non priva di ripensamenti; a volte, un Significante, mentre stava per recidere l’ultima fibra che ancora lo teneva unito al resto del suo corpo, si arrestava sgomento, chiedendosi: «E dopo, che ne sarà di me?» – della quale momentanea esitazione il Significato subito approfittava per implorare il suo boia; gli ricordava la profondità del loro legame, la dipendenza vitale dell’uno dall’altro e cose del genere – ma quando la macchina delle mutilazioni gira a pieno regime, le suppliche delle vittime stimolano i carnefici a colpire più forte e con più gusto. Chiunque avesse assistito a questo Grand Guignol dell’impossibile sarebbe corso sotto la doccia per togliersi dagli occhi quelle immagini, invece Clemente seguiva la messa in scena creata da lui e dall’oppio con la palpitazione del regista alla prima di una sua opera e, come accade a tutti i registi, gli pareva che ogni istante dello spettacolo fosse il distillato di una verità unica e ineffabile. Era quella la “misteriosa resurrezione” di cui parlava Baudelaire? Una nuova vita svuotata del senso del presente, amputata del ricordo e liberata dall’ansia delle aspettative? La canzone non rimase a lungo nella stanza, fece un paio di giri e si confuse con una nebbia che si era magicamente addensata offrendole un sipario dietro cui scomparire. La nebbia invece non se ne andò, continuò ad accompagnare Clemente anche nei giorni successivi, per strada, al caffè, a teatro.
E fu attraverso quella stessa nebbia, che vide per la prima volta Kikì. Passando davanti a un teatro, lo aveva incuriosito una locandina plebea che recitava “Baraonda di donne” e aveva deciso di entrare un attimo per dare un’occhiata al gineceo. Lo spettacolo era giunto ai ringraziamenti. Le maschere avevano già aperto le porte. Alla ribalta, una sola attrice. E tutte le altre promesse dalla locandina? Svanite per lasciare spazio a quella lì? Colei non aveva proprio nessuna stimmate della primattrice. Si limitava a ruotare il busto con le braccia larghe da statuina di gesso offrendosi a un centinaio di vocianti, plaudenti e ghignanti. Qualcuno azzardava: Nuda…! con una voce da uccello timoroso pronto a ritrattare e a scappar via. La ragazza raccoglieva quel che veniva, applausi e battutacce, col sorriso compiacente della padrona di casa che riceve i regaletti di compleanno («Grazie del pensiero, metta pur lì sulla cassapanca») – tutta roba destinata alla spazzatura non appena se ne sarà andato l’ultimo rompiscatole. Clemente commiserava gli spettatori più eccitati, poveri insetti incappati nella ragnatela della subcultura! Scambiavano quell’immagine femminile ridipinta alla meglio per un vas damnationis pieno di chissà quali promesse. Ci voleva tanto a capire che la pupazza era del tutto estranea al teatro non meno che al piacere e al peccato? La sera dopo tornò a vedere “Baraonda di donne” dall’inizio. E anche la sera seguente. Alla quindicesima replica era diventato uno specialista di Kikì; oltre agli spettacoli, aveva condiviso con lei tutti i dopoteatro e qualche volta anche il letto. Non era stato difficile, gliel’aveva presentata Santo Giovannone, un manutengolo che faceva anche da portaborse al gerarca Terruzzi, di cui Kikì era amante accreditata. Fra i tanti articoli nel paniere di Giovannone, c’era l’oppio, che distribuiva anche a credito insieme a ogni genere di merci, biciclette, donne, carte annonarie, revolver, tutte occasioni imperdibili. Il gerarca Terruzzi compariva poco, aveva ingaggiato altre donne più in carine e più nuove, così Kikì e Clemente si ritrovavano spesso da soli, in una stanza anonima (di amici, diceva lei) a dividersi la loro piccola scorta di grani. Sedevano uno accanto all’altro, come in treno. Kikì teneva lo sguardo fisso sul muro, così che Clemente poteva studiarne il profilo – era quello di un manufatto ben disegnato e accura- tamente realizzato, che ora sedeva in quella stanza insieme a lui chissà perché. Dopo qualche boccata di oppio, sembrava a Clemente che dentro quell’involucro femminile si accendesse un chiarore; erano illuminazioni brevi, come se qualcuno fosse entrato per cercare qualcosa e ne fosse uscito poco dopo spegnendo la luce. Allora le toccava un braccio. Kikì sussultava: – Cosa fai? (continuando a guardare il muro). – Sono qui. – Lo so. E con questo? A volte le domandava: – Ma anch’io, per te, sono solo un’immagine? – Non capisco – sorrideva appena Kikì. E si spegneva, oppure pulsava un po’ più forte come se ridesse, dipendeva dai giorni.
Kikì Fekete, danzatrice e attrice, immigrata in Italia da bambina. Ungherese, ma con sangue mongolo per parte di madre. Quando non tira l’oppio, la ragazza ha una molto concreta visione delle cose. Ormai è scivolata agli ultimi posti tra le favorite del Terruzzi, l’ha capito. Non durerà molto, bisogna pensare al dopo. Ignara di letterati e di generi letterari, Kikì matura un progetto intorno a quel Clemente: invece di lamentarsi sempre sulla sua Poesia perduta, il ciondolone potrebbe rendersi utile scrivendo una commedia di successo. Imperniata su di lei, com’è logico. I soldi per produrla si troveranno. Ci penserà il gerarca Terruzzi, sarà una specie di liquidazione. Forti resistenze del poeta Calcaterra: «… Ti dico che non è possibile! La scrittura teatrale richiede un’estroversione… un’impudicizia, ecco, che non mi appartiene… Una commedia! Col successo incorporato! Non saprei nemmeno da dove incominciare… Per me sarebbe più facile… non so… un oratorio… » Kikì gli risponde con una parola sola, volgare, e si spegne. Clemente non sopporta il buio, specialmente un buio di quel genere. La chiama e si aggira perduto per le stanze. Un vecchio che gesticola nel nulla durante un black out. Dalla tenebra, la voce di Kikì lo raggiunge come un comunicato radio: «Non cercarmi più!» Meno di un mese è il tempo che Clemente impiega per ideare e scrivere qualcosa di simile a una pochade sensuale in due atti.
Ventisette giorni privi dell’immagine di Kikì. Il ventottesimo giorno Clemente le manda un telegramma di due parole che vorrebbero essere trionfali: “Commedia terminata.” (con punto esclamativo). Anche il telegramma di Kikì è di due parole: “Fa ridere?”
Caduta della commedia del Calcaterra. S’intitola “Tutti pronti tranne il diavolo”. Il tracollo si annuncia subito dopo la prima battuta. Ad apertura di sipario, un Maggiordomo si aggira per la scena mentre spolvera le argenterie: «Da quando il signor padrone si è sposato non c’è un attimo di tregua in questa casa.» Qui, se la commedia non fosse di quelle nate male, si dovrebbe sentire un campanello; il Maggiordomo andrebbe ad aprire borbottando: «Ecco, suonano alla porta….» Entrerebbe Kikì piuttosto svestita. Il Maggiordomo strabuzzerebbe gli occhi, così come la platea, e il serpentone della commedia potrebbe incominciare sua danza rituale. Ma il campanello tace. Dov’è finito l’attrezzista addetto? È ubriaco? È svenuto? Silenzio. Il Maggiordomo, sgomento, deve improvvisare. Rievoca le sue immaginarie esperienze di maggiordomo presso un immaginario campionario di padroni; capitani d’industria decaduti, pervertiti dediti alla cocaina, banditi internazionali, principi indiani. Il campanello continua a tacere. Il maggiordomo prende tempo spolverando e si spreme nella ricerca di spunti narrativi. Non gli vengono, anche a scuola non c’era un briciolo di fantasia nei suoi temi. Prova a inventarsi gli antefatti della commedia, ma li confonde con gli sviluppi, poco manca che sveli anche il finale; lancia delle occhiate in quinta, dove tutti stanno cercando un campanello. Kikì è brutta di rabbia. Freme per entrare. Dietro di lei, l’Ammiraglio, la Fioraia, la Ragazza di vita e l’Avvocato si sbracciano e lanciano imprecazioni contro il Maggiordomo: continui a parlare, perdio!, prenda tempo, inventi qualcosa… In platea qualcuno fa «Gnao!…», e un altro, subito: «Acchiappa il gatto, almeno succede qualcosa.» Risate del pubblico. Fra le quinte, La Ragazza di vita, che ha studiato musica, lancia un “drin” esagerato, da conservatorio. Nuova ilarità in platea. Ma almeno il Maggiordomo può liberarsi della sua battuta con un grido «Ecco, suonano alla porta!”. Corre ad aprire. Le risate proseguono anche sull’entrata di Kikì seminuda con i seni racchiusi in due coppe d’argento. Fino alla sera prima, durante la prova generale, era perfetta nella parte di giovane vipera che sconvolgerà una famiglia felice; adesso per tutti (anche per Clemente) è solo una ragazza inutilmente lunga e solo in parte vestita. Kikì sente ribollire il suo sangue mongolo. Non sopporta lo sghignazzo. Più che sedurre vorrebbe aggredire quegli stronzi che si danno di gomito – dice proprio la parola, la sente anche Clemente in sala. Questo stato d’animo non giova alla recitazione. A metà del secondo atto, l’autore Calcaterra non regge, esce nel foyer e di lì segue l’inabissarsi della commedia ascoltando le reazioni della platea. Se ne va poco prima del finale – per i ringraziamenti non vuole proprio esserci.
Tutti i naufragi teatrali avvengono di notte, ed è sempre una notte anomala; nessuna alba ha la sensibilità di venire a fare un po’ di luce, così le vittime e i relitti rimangono a galleggiare in un buio e in un tempo indefiniti. Fu Kikì a farsi viva con un telegramma, dopo due settimane. Dovevano vedersi immediatamente. Clemente avrebbe rinviato volentieri. Si chiedeva: vorrei non incontrarla mai più? No, mai più era troppo. Magari dopo una decina d’anni. Incontrarsi per caso, l’uno e l’altra in compagnia di amici sconosciuti gli uni agli altri. Diciamo d’estate, ecco, all’uscita di un cinema oppure davanti a una gelateria, una di quelle sere in cui si gira a vuoto per la città. Sì, molto meglio incontrarsi per caso. Imbattersi, ecco. – Sei tu! – Sei tu! In dieci anni il tempo avrebbe fatto il suo lavoro, e quel macigno che oggi sembrava indistruttibile sarebbe ricomparso in forma di piccole scaglie, raccontini da spendere in compagnia – da morti, tutti gli spettacoli si decompongono e rinascono come aneddoti.
– … Così voi due avete lavorato insieme. – Beh sì, una volta… – Non ce l’avevi mai detta questa cosa del teatro. – È capitato. Tanto tempo fa. – Ma quando…? – Chi se ne ricorda più? E tutti e due, lui e Kikì, avrebbero sorriso di quella creatura malriuscita che avevano fatto insieme – lui più vile, comunque, perché era fuggito prima che nascesse interamente. Quando se la vede irrompere mezz’ora dopo il telegramma, Clemente capisce che il teatro non c’entra. È la vita. È un commiato: Kikì sta partendo per Berlino. Ad ore. Con uno che ha conosciuto dopo l’ultima replica. Un Fossati, industria pesante. Carri armati e simili, per capirsi. Ha una ventina d’anni più di lei. Distinto, forse un po’ troppo massiccio ma non importa, diciamo solido da tutti i punti di vista. Fortunatamente il Fossati ha perso la testa. Lei non può giurare che sia l’uomo della sua vita ma non è questo il momento di usare il bilancino. (Clemente annuisce e aspetta il seguito). Comunque Berlino non è per sempre, lei tornerà. Diciamo fra un mese, forse due. E prima che lei parta lui deve sapere.(Proprio lui Clemente, come indica il dito). Sapere cosa? Insomma, non ha gli occhi? Clemente guarda meglio: Kikì è ancora quel corpo e basta che ha lasciato due settimane prima sul palcoscenico. Sbagliato. Adesso lei è incinta. Perché crede che si sia precipitata da lui come una pazza? Per la fregola di vederlo? Quale ragione può spingere una quasi madre a cercare un uomo che ha cancellato dalla sua vita, in quanto del tutto periferico, se non in nome di una necessità che prescinde dai sentimenti: quella di annunciare l’esistenza futura, anzi imminente, di una creatura al suo padre naturale? (Detto tutto d’un fiato nonostante le contorsioni della sintassi). Kikì si appoggia al bracciolo di una poltrona; patisce la retorica e quando ne abusa sente il contraccolpo, come un calo degli zuccheri. Clemente tenta una sintesi. Insomma, lei aspetta un figlio. Sì, da lui. E perché non dal Fossati o dal gerarca Terruzzi, o magari da Santo Giovannone? Perché le donne sanno, santo cielo! Non è facile da spiegare, ma sanno. Solo un imbecille può credere che durante l’accoppiamento vadano in deliquio totale. Sanno sempre. Nel momento esatto della fecondazione scatta un segnale – tutto interiore, s’intende, non è che si mette a suonare una sirena all’improvviso. Ma sono cose che lui non può capire, quindi è meglio non perdere tempo.
Anche perché il tempo ha ripreso a correre e Kikì si è riavuta. Ora deve andare. L’automobile del Fossati passerà a prenderla entro un’ora e i bagagli sono ancora da chiudere. Lei non è mai stata a Berlino, come se la caverà con la lingua? Ha sempre pensato che essere nata in Ungheria è stato del tutto inutile. Quando lo diceva a sua madre, erano sberle. Scenderanno all’Hotel Oderberger che ha una grande piscina interna, è famoso, l’ha mai sentito nominare? Clemente pensa che il bambino è già stato spedito fra le quinte e prova a riportarlo in scena. «E di… lui cosa ne facciamo?». Che domanda sciocca. Kikì ha già scritto tutto il copione. A Berlino col Fossati faranno l’amore in modo forsennato – hanno già incominciato da quindici giorni, quindi l’arrivo del figlio sarà una conseguenza più che logica. Poi non si sa. Se va bene, finirà con un matrimonio, visto che il rampollo è libero. Il bimbo entrerà nella dinastia fossatiana. Niente male per uno che rischiava di debuttare nella vita come un semplice figlio di puttana. Adesso è veramente tardi. Kikì si aggiusta il cappello. Ha già qualcosa di berlinese. Sembra anche un po’ più ricca. Sulla porta, Clemente sente che glielo deve chiedere: «Una cosa non capisco: visto che hai già deciso tutto, perché rivelarmi che il padre sono io?.» Kikì deve alzare leggermente la testa per guardarlo (il cappello le copre metà del volto com’è logico in un incontro clandestino); sulla falda compare un uccello bianco che lui non aveva notato. Sembra che stia covando. «Per essere un poeta, non hai mica tanta intuizione. Volevo che almeno tu custodissi questa verità, ecco.» Clemente rimane in piedi nel corridoietto a guardare la porta che si chiude. Ripensa alle ultime parole di Kikì; la voce era quella di sempre, ma il discorso che parlava in lei veniva molto dall’alto, non proprio dai cieli ma quasi. I poeti, l’intuizione, la verità come fondamento della moralità. Figuriamoci. Tutta roba che non c’entrava niente con lei. C’era del Benedetto Croce là sotto – in quegli anni ne circolava molto, ma Kikì non leggeva neanche “Vita femminile”; forse, così lunga e sottile, aveva captato, come un’antenna inconsapevole, un pensiero del venerando filosofo che metteva Clemente Calcaterra di fronte a ciò che era diventato: un traditore svenduto al teatro, il più infimo, e per di più senza averci guadagnato una lira. Seguirono notti difficili. In un dormiveglia, parve a Clemente di sentire un raspare stanco sul portone, come di anziano che vuole uscire dal feretro. Ne fu infastidito perché si trovava dentro un sogno molto bello in cui si stava esibendo da solo su un grande palcoscenico davanti a una platea rapita. Gli attori giacevano sparsi per la scena, sventrati – aveva scritto un finale in cui tutti si uccidevano l’uno con l’altro – e ora il pubblico applaudiva lui come superstite e padre unico dello spettacolo. Poi, il velo del sogno veniva squarciato da un latrare che saliva su per le scale, e un attimo dopo entrava in scena un vecchio cane sbilenco. Sulla sua groppa, un fanciullo vestito da diacono impugnava un pastorale con la punta acuminata. La platea era impietrita e lui cercava di rianimarla gridando: «Non dategli retta, signore e signori, è un impostore… non basta l’innocenza per fare il diacono… troppo comodo… bisogna anche venire da una famiglia integerrima! Lo sapete chi è sua madre…? Un’attrice, un’avventuriera….» Giunto al centro della scena, il cane si fermava e il fanciullo alzava solennemente il pastorale con due mani come per colpire. Però Clemente non aveva paura, era più che altro scandalizzato e sfidava l’assassino in miniatura: «Tu, piccolo figlio di puttana, saresti capace di fare una cosa simile a tuo padre?» Qui una mano lo afferrava e lo trascinava per terra, mentre un attore in costume da maggiordomo mormorava: «Non fare il cretino! In certi casi è meglio fingere di essere morti», e intanto incominciava a tagliarlo con un coltellino da pompelmo: «Tranquillo, con questo non si sente niente, l’importante è usare gli strumenti giusti.» Era vero. I dentini della lama gli causavano solo un pizzicorino che lo faceva ridere, però non gli sembrava dignitoso morire ghignando come uno stupido, ma i cadaveri degli attori sanguinolenti rialzavano un poco il busto e lo tranquillizzavano, gli facevano segno che non si preoccupasse, che si mettesse giù a fare il morto, che andava bene così, e alla fine lui si adeguava e si stendeva come gli altri, mentre il pubblico, in piedi, applaudiva il fanciullo diacono che al centro della scena rimaneva in posa a cavallo del cane come una statua equestre. La mattina seguente, Calcaterra si era svegliato molto più presto del solito e di malumore, così aveva deciso di andare a bere un cicchetto al caffè. Nell’androne, il portinaio, con la scopa e un secchio d’acqua, contemplava schifato una grossa deiezione canina sul marciapiede davanti al portone. «Incomincia proprio bene la giornata! L’ha sentito, stanotte, quel bastardo? È andato avanti per quasi un’ora, e siccome nessuno gli ha aperto ci ha lasciato il suo regalino. Se trovavo la forza di scendere dal letto, giuro che venivo giù e l’ammazzavo.» Clemente disse di non aver sentito nulla e salutò in fretta. Kikì ritorna da Berlino. Il bambino nascerà di lì a poco. Il Fossati si è dileguato (il matrimonio era una fantasia di lei, incapace non solo come attrice ma anche come donna di mondo). Clemente provvede al nascituro come può. La madre, giovane ed elastica, si rimette in pista subito e riparte. Per dove? Prima di andarsene per sempre, Kikì si arresta nel corridoietto:
KIKÌ: – Ci siamo dimenticati di dargli un nome. CLEMENTE: – Vista la situazione, mi sembra il meno. Un nome vale l’altro. KIKÌ: – Non so dove finirò, ma in qualunque parte del mondo mi trovi, vorrei pensare a lui come a Genesio. CLEMENTE: – Sì, un nome vale l’altro, ma questo è orribile. KIKÌ: – Genesio, come il santo patrono degli attori. Ti prego. Quelli sono stati i giorni più belli della mia vita, e sai perché?… Clemente non l’ascolta, desidera solo che se ne vada al più presto portandosi via la vergogna di quella commediaccia che lei gli aveva imposto di scrivere. Ma era poi esistita? L’inconsistenza di quel copione lo aveva fatto scivolare fra le cose solamente pensate; ormai lo vedeva lontanissimo, dunque microscopico, come un ragnetto velenoso e ridicolo; eppure, durante quei due mesi che gli apparivano come un lungo svenimento, il ragnetto aveva creato una rete molto solida in cui erano rimasti impigliati lui e Kikì – per non parlare del bambino. Clemente l’avrebbe poi chiamato Genesio, per quel senso dell’onore, figlio della paura, che ci costringe a rispettare anche controvoglia le disposizioni degli scomparsi. Una domenica mattina, molto tempo dopo. La chiesetta è addobbata solennemente, per quanto può. Il Vescovo ha appena ordinato i nuovi diaconi, dieci giovani che indossano una cotta bianca attraversata in diagonale da una stola verde, tutti ritti e freschi come steli di un prato in primavera; gli amici festanti li sospingono sul sagrato dove sostano i parenti periferici. Sono previsti pranzi nelle trattorie dei dintorni. Clemente Calcaterra è l’undicesimo diacono. Molto più curvo e più anziano del vescovo, se ne sta in disparte con l’unico familiare di cui dispone, suo figlio Genesio. Non hanno molto da dirsi, pranzeranno a casa come al solito. Gli steli giovani, non ancora entrati nel loro ruolo di diaconi, fanno caciara e ripartono ammucchiati dentro automobili di seconda mano. Sul piazzale vuoto compare un cane. Si dirige verso il neo-diacono Clemente con passo strascicato. Non è mai stato un bel cane e basta guardargli il pelo per capire che la vita non l’ha migliorato. Genesio fa un passo indietro. «Non devi averne paura, è il mio cane», gli dice il padre mentre allunga la mano per carezzare l’animale con una certa repulsione.
Mi affascinavano gli spettacoli teatrali, pieni di immagini delle mie miserie e fomiti del mio fuoco. Come avviene che colà un uomo desidera affliggersi osservando fatti luttuosi e tragici, che però egli non desidererebbe mai subire? E tuttavia lo spettatore vuole sentirne il dolore e il dolore stesso è il suo piacere. Che cosa è ciò, se non una straordinaria follia? Infatti ciascuno è da essi tanto più coinvolto quanto meno egli stesso è immune da tali passioni, anche se, quando è lui a soffrire, si parla di miseria, quando invece si unisce al dolore di altri, si parla di misericordia. Ma quale misericordia può esserci in fatti inventati e teatrali? L’ascoltatore infatti è spinto non a venire in aiuto, ma solo a dolersi, e quanto più riesce a soffrire, tanto più apprezza l’attore di quelle scene. Se invece queste sciagure umane, antiche o inventate, vengono rappresentate in modo tale che lo spettatore non soffra, allora questi se ne va deluso e contrariato: se invece soffre, rimane lì, concentrato e contento. Si amano dunque le lacrime e il dolore. Certo, ogni uomo desidera gioire. Ma forse, se a nessuno piace essere infelice, piace però essere misericordiosi e, dal momento che ciò non è possibile senza dolore, per questo solo motivo si ama il dolore.
Per la ricostruzione della diga di Assuan, fu costituito un comitato composto di ingegneri idraulici, costruttori edili, tecnici dei materiali ed ecologisti. Intervistato da un giornalista, il filosofo Michel Serres si domandò meravigliato perché non ne facessero parte anche un filosofo e un egittologo. Stupito del suo stupore, il giornalista gli chiese: «A che cosa sarebbe servito un filosofo in un comitato di questo tipo?». Serres rispose: «Avrebbe notato l’assenza dell’egittologo»
Ivano Dionigi, Segui il tuo demone: Quattro precetti più uno, Laterza
fra quattro mura stupefatte di spazio Clemente Rebora, Dall’immagine tesa
La casa di Genesio gli era piuttosto estranea, lo avevo notato subito dalla cautela con cui aveva aperto la porta e si era fermato nell’entrata guardandosi attorno. L’edificio, semicubico, sembrava scavato in un unico blocco di granito di pura razza italica. Nell’ingresso, di fronte alla porta, un importante busto in bronzo di Pascal accoglieva gli ospiti con la scritta “Voilà l’état où les hommes sont aujourd’hui” incisa su un basamento di travertino. In una nicchia poco illuminata alloggiava un personaggio in ceramica policroma alto circa un metro e settanta. Indossava una cotta bianca attraversata in diagonale da una stola verde. Era stempiato e con un paio di baffi leggermente separati come quelli di Salvatore Quasimodo. Le pupille scrostate fissavano invano il pavimento di piastrelle sbrecciate. Accanto a lui, un grosso cane da pagliaio di modesta fattura, come se lo scultore lo avesse aggiunto in un secondo tempo tirandolo giù alla buona. Una targa recitava: “Clemente Calcaterra, poeta e diacono”. Disagio di Genesio quando mi avvicino troppo alla statua. I baffi del poeta diacono hanno un punto di grigio che riconosco subito, è il grigio scolastico dei manuali di Letteratura italiana con le copertine marmorizzate come lapidi. Li conoscevo bene. Per tre anni, noi liceali ci eravamo calati in quelle pagine gelide dove, intorno alle urne dei Grandi, erano allineate le lunghe file dei Minori. «Bisogna impararli a memoria proprio tutti?» «Ciascuno decida secondo coscienza», ricattavano i professori. I più ruffiani riuscivano a memorizzarne anche una quindicina, ma quattro o cinque bastavano per la sufficienza. Era là sotto, fra quei soldatini quasi anonimi della letteratura, che molti decenni prima avevo letto il nome di Clemente Calcaterra corredato dalle tre righe canoniche con cui i compilatori di manuali liquidano gli autori facoltativi: “La ricerca dell’assoluto che già informava i suoi primi versi…”; “Colloquio con Dio, balenante di reminiscenze terrene…” GENESIO – Andiamo, non è che c’è tanto da vedere.
IL NARRATORE – Un tuo parente? GENESIO – Certo, altrimenti credi che me lo terrei in casa? Pausa. GENESIO – È una delle sculture più brutte di Ruperto Banterle, artista funerario e amico di famiglia. Sosteneva che il soggetto lo ispirava. Mio padre faceva lo schivo, si trincerava dietro i suoi non sum dignus, ma poi fu ben contento di posare. Trombone e ipocrita. IL NARRATORE – Così tu sei figlio di Clemente Calcaterra, il poeta. GENESIO – Già… Pausa. GENESIO – Perché mi guardi così? Non stiamo mica parlando di T.S. Eliot. IL NARRATORE – Non sapevo che fosse diacono. GENESIO – Lo diventò negli ultimi anni. Fu il suo svolazzo finale. Solo a un diacono con una storia scellerata alle spalle può venire in mente di chiamare suo figlio Genesio. Quando siamo al sicuro nel suo studio, il critico si rianima. Anche troppo. Un’improvvisa eccitazione motoria s’impadronisce di lui. Corre da un tavolo all’altro (ce ne sono tre nella grande sala) e controlla che tutte le risme di carta, gli appunti e le cartelle siano al loro posto, così come le penne a sfera, le matite, gli evidenziatori, le spillatrici e le vaschette di vetro contenenti fermagli di varie misure. – Sono subito da te… Si arrampica su per le scalette della libreria. Sceglie alcuni faldoni e li lancia nel vuoto – deve averli addestrati bene, perché anziché andare a sfasciarsi sul pavimento si impilano docili uno sull’altro così come i vecchi leoni del circo, dopo il numero, imboccano spontaneamente il tunnel che li riporta a casa. Ci sa fare Genesio coi faldoni. Ha un modo di fare piuttosto maschio con le pagine; le strapazza, le lusinga col dito umettato, passa oltre, ritorna (e quelle subito si illudono), si sofferma su una e la ripudia; tutte tremano di desiderio; ogni pagina vorrebbe essere almeno sfiorata da lui. Ma una sola sarà la vincitrice. Infine Genesio la estrae, ancora scombussolata, e fa il burbero galante: «Dove ti eri cacciata?”. «Speravo tanto che mi avresti trovata», squittisce la pagina con la sua piccola voce. Me la mette sotto il naso, stampata in helvetica ministeriale corpo otto. Un muro di caratteri grigi sormontato una bandiera azzurra con dodici stelle e la scritta EUROPA INNOVAZIONE. Fingo di dedicarmi alla lettura ma non sono credibile, muovo la testa meccanicamente da sinistra a destra come una fotocopiatrice vecchia. Genesio si accorge della farsa, mi strappa il foglio di mano, è il bando di concorso per una rassegna teatrale. Bando europeo, come persino io posso capire dall’intestazione. E lo ha vinto lui. Da solo. Due anni di lavoro. “Il sentiero eterno della tragedia”. Mi piace il titolo? Non ha importanza. Un budget di cinquantamila euro, forse rivedibili a settanta, ottantamila. Naturalmente ci sono ancora molti nodi da sciogliere. Mi interessa sapere quali? Faccio segno di no, ma nemmeno questo ha importanza, Genesio passa a enumerarli. Visualizzare la Missione. Ridisegnare la Visione. Favorire la Concertazione. Dettagliare la produzione. Dichiarare gli obiettivi della formazione. Disegnare una strategia di promozione.
Perché mi trovo qui?
Non conosco le tavole di mortalità, ma Genesio è ben conservato, potrebbe vivere ancora una quindicina d’anni, vincere altrettanti bandi teatrali e infilare in ciascuno una sua tragedia. Mentre parla, continuo a pensare a quel suo padre di ceramica scrostata, il poeta Clemente che, dopo una vita dissoluta (secondo il figlio), si è ritagliato un loculo nella sonnolenta galleria dei letterati minori. Forse è per questo che Genesio produce tante tragedie, per diventare a sua volta un minore, sia pure drammaturgo. Vuole fargli una sorpresa, al Clemente padre. Turbare il suo sonno eterno arrivando di notte senza preavviso. Il cigolio del carrello funebre avrebbe svegliato i resti dormienti del poeta: – Che c’è ? – Niente di speciale, sor Clemente, c’è uno nuovo da sistemare… Tranquillo… – Tranquillo un cazzo!… Tutto ‘sto casino alle tre di notte… – Non dipende da noi. I minori dobbiamo lavorarli fuori orario, lo sa. – E chi è questo nuovo? Qui Genesio sarebbe sbucato fuori dal sudario con una brutta faccia tirata. – Colpo di scena! Sono tuo figlio! Non te lo aspettavi, eh? Ti credevi di avere il monopolio solo te!? Non sarebbe stata una coabitazione facile, perché fra minore e minore c’è la sua differenza. In un ménage quotidiano, il minore poeta non manca mai di sottolineare l’abisso che lo separa dal minore drammaturgo, gli rivolge la parola solo per mandarlo a comprare le sigarette e a far la spesa. Ogni occasione è buona per pisciargli in testa. Anche se è suo figlio. Soprattutto se è suo figlio. Una convivenza da mangiarsi il fegato e capace di durare chissà quanto, perché certi manuali di letteratura vengono adottati nelle scuole per generazioni e generazioni, ed è proprio ciò che Genesio desidera: prolungare lo strazio di quel confronto col padre oltre la morte, nello stesso dipartimento minoritario. Una piccola eternità a due.
GENESIO – (impugnando il foglio) Mi stai seguendo? IL NARRATORE – Più o meno. Con i bandi e i ministeri mi perdo… Genesio – Tipico atteggiamento snobistico. I ministeri non sono più gli ossari di una volta, hanno sviluppato una certa sensibilità, direi un’umanità nuova. Sai chi mi ha chiamato per comunicarmi che avevo vinto? Il dottor Cannizzaro. Personalmente. Lo conosci Cannizzaro, vero?… quello che prima lavorava nello staff di Laquaniti… Genesio recita l’organigramma del Ministero dello Spettacolo. Dal Capo di Gabinetto in giù tutti sono entusiasti del suo progetto che persegue la più nobile delle finalità: avvicinare i giovani all’arte scenica.
GENESIO – Noi dobbiamo avvolgere fra le spire del teatro questi embrioni di uomini e di donne. Embrioni, ma ingombranti. A sedici anni possono arrivare anche a un metro e novanta, e le femmine pochi centimetri meno. Instabili come sono, questi giovani pennelloni oscillano da un crocchio all’altro, debordano nella sede stradale. Li hai visti anche tu, vero?, in quel loro continuo strusciarsi senza sapere perché. Chissà se qualche volta si accoppiano. Io credo di no, al massimo faranno qualche sfregamento – deve essere così, poiché non hanno mai ricevuto il dono del Mistero. Tu sai di cosa parlo. IL NARRATORE – … GENESIO – Il Mistero che si nasconde nell’utero oscuro del teatro, nei contrasti buio/luce, negli angoli morti delle scenografie e nei risvolti dei dialoghi. Certo non sarà un’impresa facile, se gli parli di risvolti quelli pensano subito ai jeans. Chissà perché Genesio era attirato dai giovani. Li cercava, li abbordava in metropolitana, all’uscita dei cinema, nei locali, subdolamente informandosi, socraticamente interrogando. Non gli importava di apparire un adescatore scimunito; dopo molti insulti e ripulse era ricorso alle vie traverse come quei vecchi corteggiatori coi capelli tinti che, rifiutati dalla ragazza, provano a sedurne la madre; aveva quindi deciso di perseguitare le sue vittime là dove non potevano avere scampo, nelle scuole. Trovava sempre una qualche professoressa di lettere precipitata agli ultimi gradini della considerazione sociale. Non le sembrava vero di aprire la sua aula a un critico che scriveva sui giornali nazionali e che aveva conosciuto tutti quegli attori morti nobilitati dalla Storia (quindi compatibili coi programmi ministeriali); il pensiero che Genesio avesse trattato familiarmente con loro, che ci fosse addirittura andato a cena condividendo vino, sigarette e chissà cos’altro, risvegliava nelle professoresse delle pulsioni lontane che la noia aveva ricoperto con un sonno leggero – infatti eccole pronte a saltare dal letto più malandrine di prima. – Le faccio una confessione: sa che da giovane avevo deciso di fare l’attrice? E adesso mi prenda pure in giro, se vuole… – Perché dovrei?… È più che logico per una ragazza… – Non voglio vantarmi, ma dicevano che ero bravina. Qualcuno del mestiere mi aveva notato e mi incoraggiava a continuare… Ad esempio, il regista Ridolfi insistette, andò a parlare coi miei. L’ha conosciuto Ridolfi? – No, non credo. –… E poi, invece, la vita… – Già, la vita. – (con un sospiro) Dobbiamo andare, i ragazzi saranno in aula. Davanti alla platea dei liceali, Genesio apriva il suo magazzino degli aneddoti. Le primedonne si limitava a ricordarle con una certa compunta deferenza: la signora Ferrati, la signora Proclemer, la signora Zareschi… Con i grandi attori diventava più cameratesco, li evocava per nome: Vittorio, Carmelo, Gianni (e tutti, compresa la professoressa, si chiedevano: Gianni chi?). Ma gli aneddoti erano solo un antipasto veloce prima del piatto forte che gli stava a cuore: tutte le forme possibili e pensabili di spettacolo, dal cinema, al varietà, alla performance, al circo, allo strip-tease, alle giocolerie da strada derivano dal Frutto teatrale originario, se lo cacciassero bene in quelle teste ancora tanto provvisorie. GENESIO – Voi dovete immaginare un enorme baccello formato da due organi semisferici… (Va alla lavagna) Per semplificare, possiamo pensarli come due grandi mammelle che chiameremo A e B… (I liceali maschi guardano Stefania D. ) Indichiamo con A la mammella della Tragedia, con B quella del Mito. Ogni forma di rappresentazione passata, presente e anche futura nasce da questo frutto; i suoi capezzoli nutrono da secoli drammaturghi, registi teatrali e televisivi, attori, mimi… Tutto nasce di qui. Sento che state per chiedermi: «Possibile? Anche i quiz a premi discenderebbero dal Frutto teatrale originario?» Certamente sì. Sfrondate tutto il baraccone che hanno intorno… le ragazze, i lustrini, le scenografie, i gettoni d’oro… Cosa rimane? I LICEALI – …? GENESIO – Il mito della Sfinge! Edipo… Il quiz televisivo è un caso molto interessante in cui la mammella del mito e quella della tragedia s’incrociano… Genesio approfondisce. Inutilmente. I liceali galleggiano, ciascuno per suo conto. Al suono della campanella, la docente applaude. Non ha perduto una sillaba – È stato un incontro molto… intenso, non solo per i ragazzi, mi creda. Ma a Genesio non gliene importa niente delle professoresse, lui mira alle anime tenere dei liceali; non vede l’ora di affondarci le mani per modellarle e trasformarle in un pubblico, settimana dopo settimana, tragedia dopo tragedia. Il suo pubblico.
Una delle maggiori fortune che possino avere gli uomini è avere occasione di potere mostrare che a quelle cose che loro fanno per interesse proprio, siano stati mossi per causa di pubblico bene. Francesco Guicciardini, Ricordi, 142
Vinto il bando ministeriale, Genesio si era improvvisamente accorto di essere solo. Succede ai conquistatori che si fanno prendere dall’euforia. Espugnano villaggi, province e nazioni, poi quando ripigliano fiato si guardano intorno e accanto a loro non c’è nessuno – non dico un ceto politico, ma nemmeno un portaborse né uno straccio di usciere che gli dia il buongiorno, la mattina, quando vanno a sedere sul trono. Era diventato molto urgente, a quel punto, reclutare delle braccia che sotto la guida di Genesio dissodassero e irrigassero i campi della tragedia. – Un lavoraccio! Gli autori, lo sai, fanno un sacco di storie, ma ho già qualche adesione importante. Dispiegò un foglio A3 con un groviglio di note, di titoli e di nomi. C’era un’Elettra (che Emma Dante avrebbe riscritto come una guerra tra bande mafiose); un Filottete (affidato a Fausto Paravidino, ma solo la drammaturgia, perché come interprete non aveva il fisico); un Eracle (raccontato da Marco Paolini accompagnato da una band). Dopo varie peregrinazioni, il dito di Genesio si fermò. – Vedi?, ci sei anche tu… Sgomentai. Perché mi aveva inserito fra gli eletti? Da quando ci conoscevamo (circa trent’anni) l’avevo incontrato una dozzina di volte, non di più, ed erano stati solo brevi scambi occasionali. Genesio mi guardava come lo zio d’America che allunga un tesoretto al nipote perché metta la testa a posto. – Visto che siamo soli, possiamo dirci le cose, vero? La tua scrittura, con quei suoi dialoghi sospesi… i personaggi che parlano e parlano… beh, non hanno molto a che fare con la tragedia… Tu sei un po’ come Jules Renard (fatte le debite proporzioni) che diceva del suo teatro: “È una conversazione sotto un lampadario.” Per questo avevo pensato di affidarti la riscrittura del Ciclope, che è una tragedia per modo di dire… Però, te lo chiedo come favore personale… niente lampadari e vacci piano con le chiacchiere… Capisci anche tu… un Ciclope che sproloquia sprofondato in poltrona non regge… Giurami che cercherai di asciugare, sfrondare… Anzi, meglio ancora: spellare. Genesio era molto informato sui miei spettacoli. Li conosceva tutti, a incominciare da un lontanissimo “L’altro mondo”, tratto da Cyrano De Bergerac fino a un più recente “Céline nel métro”. Non ne aveva visto nemmeno uno ma li conosceva grazie a quella sensibilità misteriosa che i critici teatrali hanno in comune con i rabdomanti. Per quanto del tutto disinteressato al mio lavoro, mi aveva tenuto d’occhio seguendomi, come tutti i detective, a una professionale distanza di sicurezza. Nemmeno lui sapeva la ragione di quel pedinamento tenace nel tempo; forse lo aveva guidato il suo istinto di critico con vocazione ministeriale, e soprattutto la convinzione che anche la più selvatica isoletta dell’arcipelago teatrale poteva diventare utile, un giorno, per seminarvi un campicello di lenticchie. L’isoletta ero io. Nonostante la mia fragilità drammaturgica, quella sera ero diventato terreno coltivabile. Genesio tace. Sta ripensando al suo concetto di teatro spellato. Lo contempla. Certe sue intuizioni lo travolgono come doni inaspettati. Vedo che sta elaborando. Forse ci costruirà sopra una teoria. Anzi, è già pronta. Me la espone. Bisogna spellare il copione delle parole. Sfilare via tutta la cotica verbale perché emerga il corpo sanguinolento del teatro. Per fare un esempio che lo capiscono tutti: i conigli scuoiati appesi nelle macellerie sono molto più espressivi di quelli interi che saltellano sui prati come degli idioti. Bisogna modellare la scrittura sui corpi degli attori – fra l’altro, quelli della rassegna saranno tutti under 35, quindi belli tonici e vibranti, non come quei vecchi pifferi che faccio recitare nei miei spettacoli… Questi ragazzi sono carichi, infoiati… sempre pronti a sbattersi. Volendo, possono anche scopare in scena senza fare una piega, ma questo è meglio evitarlo, visto che c’è di mezzo il Ministero.
Se a una testa umana un pittore volesse unire un collo di cavallo, e su membra prese alla rinfusa applicare penne di vario colore, in modo che la bella donna di sopra finisca orrendamente in una nera coda di pesce, invitati a vedere riuscireste a non ridere, amici? Orazio, Arte poetica
È comparso un decanter da whisky di cristallo a losanghe nelle quali il critico si moltiplica in un numero imprecisato di Genesi romboidali.
GENESIO: – … Ho solo Glenfiddich. Preferivi un torbato? IL NARRATORE – Glenfiddich va bene. GENESIO – (sorseggia) Non sei curioso di sapere quale tragedia ho scelto? IL NARRATORE – … GENESIO – Le Trachinie. Sarà una riscrittura molto libera, imperniata sul triangolo Eracle, Deianira e il centauro Nesso, che avrà un ruolo decisivo anche se è morto prima dell’azione. Mi sforzavo di mostrarmi interessato; stavo ancora cercando le parole con cui svincolarmi dalla proposta di Genesio; non avendole trovate, ero contento che si parlasse della sua tragedia e non della mia. GENESIO – (sorseggia) La scelta non è stata affatto semplice, dal momento che tutta la mia vita è un susseguirsi di tragedie… Sì, lo so, ogni imbecille pensa la stessa cosa della propria, ma la tragedia autentica è merce rara e pochi la sanno riconoscere. Di solito collegano la tragedia alla morte. Che banalità. La morte dei genitori… dei parenti… Per estensione considerano tragico anche il suicidio del vecchio professore che sta al piano di sotto… Ma siamo sempre nella piccola cronaca sentimentale, manca il sigillo tragico universale come può essere l’occhio della Gorgona, la nevrosi del Minotauro, il respiro mefitico della Chimera, la fregola del Centauro, che è una drammaturgia potentissima. IL NARRATORE: – … GENESIO: – Parlo per esperienza personale. Io, il Centauro l’ho incontrato. IL NARRATORE: – Il Centauro. GENESIO: – Sì. Anche mia moglie. Fu una vera, alta tragedia. Molti anni fa, alla presentazione della Storia d’Italia Einaudi, a Castel Sant’Angelo. Fiaccole barbariche appese ai muri, e sotto noi due, invitati chissà perché, mentre il serpentone della Letteratura italiana contemporanea scivolava lungo i corridoi. Tartine e orchestrine. Uomini in lino bianco. Ragazze Pi Erre in seta lucida come farfalle firmate. Rughe sdegnose. Cipigli ostili senza ragione. Antiche signore einaudiane in azzurro Campi Elisi fronteggiavano gruppi di sciamannate ventenni. E dietro un’urna a forma di Grande Madre, il Centauro, inguainato in una tuta di pelle nera molto attillata che metteva in mostra tutte le sue protuberanze, specialmente quelle posteriori – abnormi, come puoi immaginare. Per una stupida coincidenza anche mia moglie era in pelle nera – solamente i pantaloni, per fortuna. Era scoppiata una discussione poco prima di uscire; secondo me quei pantaloni erano del tutto fuori luogo, non andavamo mica a un concerto, credeva di essere una popstar? Mi chiedevo come l’avrebbe guardata Giulio Einaudi se ce lo fossimo trovato di fronte. Si era impuntata, era diventata cattiva: i pantaloni di pelle li aveva messi solo per dare un po’ di tono alla coppia, visto che nel mio abitino carta da zucchero sembravo un autista dei pullman. (Eravamo giovani, come dicevo, e non avevo ancora scoperto i piaceri del lino bianco). Le feci osservare che comunque la fasciavano molto. Rispose che non aveva niente da nascondere. Insistei: erano tanto stretti che si vedeva tutto. Rise come si ride a un demente: si vedeva quello che c’era da vedere, mica erano imbottiti. Mi riscaldai, esplicitai: si leggevano le due chiappe distintamente, oltre al solco intergluteo per intero. Non ricordo più chi dei due, nella concitazione del dialogo, abbia pronunciato per primo la parola culo. Sulla quale ci accanimmo fino a quando non chiamammo un taxi perché era tardi e sarebbe stato impossibile parcheggiare vicino a Castel Sant’Angelo. (Pausa) Dov’ero rimasto? IL NARRATORE: – Al Centauro dietro l’urna. GENESIO: – Sì. Sono convinto che se non avesse adocchiato mia moglie se ne sarebbe rimasto là tranquillo . Era un Centauro voyeur – certo, infoiato come tutti quelli della sua specie, ma si accontentava di guardare, me ne accorsi da come sbirciava le invitate che ridevano forte per provocarlo. Fremeva, si capisce, ma senza raggiungere quel punto di eccitazione che innesca i muscoli posteriori dei Centauri costringendoli all’impennata. «Ho sete», disse mia moglie. È una battuta apparentemente neutra, non ti sembra? IL NARRATORE: – Non sempre. Dipende. GENESIO: – Hai ragione, non esistono battute neutre. Infatti poco più tardi capii che quelle due parole erano il prologo della tragedia, quando mia moglie mi voltò le spalle e si avviò verso uno dei piccoli buffet sparsi nei corridoi. In condizioni normali mi sarei subito alzato per andare a prenderle da bere, ma la discussione di un’ora prima mi spingeva a essere volutamente scortese. Guardandola di spalle mentre si allontanava, mi resi conto del pericolo e forse dell’irreparabile. Mi sto dilungando, ma è necessario per dimostrare come il neo-tragico nasce dalla combinazione del quotidiano spicciolo con il grande respiro del soggetto mitico. Sono ingredienti indispensabili; senza il Centauro, la camminata di mia moglie avrebbe suscitato solo qualche commento sarcastico, e senza quei suoi maledetti pantaloni di cuoio il Centauro se ne sarebbe stato tranquillo tutta la sera a sbavare dietro l’urna. (Disegna su un tovagliolino di carta una cartina storica dell’evento. Il buffet. La moglie beve un drink accanto all’urna. Una freccia semicircolare indica il percorso del Centauro che esce dal nascondiglio.) GENESIO: – L’attrazione fu ineluttabile come quella di due corpi celesti che s’incrociano nello spazio. Tanto tempo fa, nei mercatini, vendevano una coppia di scugnizzi, maschio e femmina; avevano due piccole calamite inserite nelle bocche, bastava avvicinarli e le labbra si congiungevano di scatto. IL NARRATORE: – Si baciarono lì davanti a tutti? GENESIO: – No, ciascuno dei due rimase a bere il suo drink dando le spalle all’altro, ma la massa callipigia del Centauro era almeno il triplo di quella di mia moglie che ne veniva attratta come succede ai piccoli pianeti indifesi. Così appiccicati per le terga e sconosciuti l’uno all’altro bevvero tre o quattro drink di seguito, poi il Centauro si allontanò dal buffet e la trascinò a marcia indietro in un budello che si aprì e si richiuse immedia- tamente senza alcuna spiegazione logica. Fu l’ultima volta che vidi mia moglie. Seppi in seguito che il Centauro era pittore, nonché modello per le riviste d’arte e attore. Per qualche tempo la utilizzò nelle sue performance romane, mi fu detto, durante le quali tutti erano bendati, tranne il Centauro e Mario Schiano che suonava il sax. Genesio tace, esausto. Quando i critici si trasformano in drammaturghi si fanno prendere da un’euforia che li debilita. Adesso è triste. Guardo l’orologio. GENESIO: – Abbiamo ancora molte cose da discutere. Fa caldo, spostiamoci in giardino.
Il giardino, male illuminato, è un selvaggiume generico nel quale si confondono dei pezzi di Novecento gettati qua e là. Sotto una colonnina di marmo rovesciata, un’Eleonora Duse col naso mangiato dall’erba. Il calco funebre di due mani maschili. Un manichino sventrato degli anni Trenta con sulla testa un fez. La metà anteriore di un siluro a corsa lenta, detto Maiale, residuo dell’ultima guerra.
Gravava su di lui pesantemente il vecchio mondo. Novalis, Inni alla notte, V
Genesio si è portato whisky e bicchieri. Mi indica due vecchie Thonet degli anni Trenta. – Siediti con cautela o finisci per terra. Accanto alla vecchia chaise longue, all’altezza del mio gomito, spunta il busto marmoreo di un tipo rubizzo. Se non fosse nobilitato da una feluca sghemba e da un collare istoriato si direbbe un fattore appena uscito da una trattoria di campagna. Da come mi guarda, non gli dispiacerebbe tornare a tavola per fare baldoria anche con me. – E questo chi è? – Uno di cui oggi non si parla più. Alfredo Panzini. In quegli anni bazzicava per casa. Mio padre lo trattava con sufficienza, ma lo invidiava perché era Accademico d’Italia; da perfetto ipocrita, ripeteva che lui non avrebbe mai accettato quella nomina, ma sono sicuro che avrebbe dato un braccio pur di riceverla. Panzini glielo ripeteva spesso: “Se vuoi, posso fare domanda di ammissione. Sai che sono ascoltato”. – E lui? – Niente. S’ingrugnava e rimaneva in silenzio, poi saltava su all’improvviso: “Guarda, vorrei tanto che mi cooptassero, solo per il gusto di stracciargli la lettera in faccia, alla signora Accademia!”
Più conoscevo Genesio, più riandavo al padre Clemente e alla sua ostinazione patetica. Pur così fragilino, si era messo in testa di resistere alle seduzioni del fascismo, alle accademie, ai pirandelli, alle nuove attrici maliarde che incominciavano a mostrare i seni in palcoscenico. Un’impresa immane, per lui. Ben presto si era reso conto che da solo sarebbe stato sopraffatto, così aveva cercato rifugio sotto la tunica del diacono, ma stando all’espressione smarrita della sua statua nell’ingresso, Dio non se lo era filato più di tanto. Certo, paragonati alla tenebra del Ventennio, alla seconda guerra mondiale e ai morsi del dopoguerra, i tormenti interiori di Genesio apparivano ridicoli: la psicosi di uno scarafaggio ossessionato dal pensiero della bomba atomica. Io però lo capivo. Quel sentimento speciale del ridicolo che nasce dall’essere irrilevanti lo conoscevo bene, me lo ero portato addosso per tanti anni; mi stava appollaiato ora su una spalla ora sull’altra. Una specie di uccello dal becco sfrontato. Era capace di stare zitto anche per dei mesi, e mi dicevo: ecco, finalmente è sparito; invece all’improvviso lanciava la sua risatina derisoria per ricordarmi che era sempre lì. Ancora oggi non saprei dire se sia volato via. Provo a guardare, direi di sì, ma non si può mai giurare sui sentimenti, invisibili come sono. Ero impreparato a quella repentina affinità col poeta Clemente Calcaterra, di cui ricordavo appena il nome. – Mi piacerebbe saperne di più su tuo padre. Ma Genesio ha altro per la testa. Il bando da compilare. I drammaturghi da adescare. Gli attori da ingaggiare – li vorrebbe di un certo nome e anche un po’ belli come quelli della televisione, ma dipende dal budget. E il budget dipende a sua volta dalla commissione ministeriale. Chi saranno i membri? Chi il presidente? Genesio è deluso. Non pensava che io fossi così irresponsabile; mi stava offrendo la possibilità (forse l’ultima della mia vita) di diventare un drammaturgo onesto, avrei dovuto ringraziarlo e correre subito a leggere Il Ciclope, invece mi perdevo dietro al Calcaterra sbagliato, quel padre suo sepolto e faticosamente dimenticato da più di vent’anni.
Capitolo quarto In cui viene commesso un furto che non richiede una particolare abilità.
L’uso inadeguato delle citazioni può essere ingegnoso, e, qualora ben fatto, ha un effetto magistrale. Edgar Allan Poe, Marginalia
Attraverso la vetrata che dà sul giardino, tengo d’occhio il padrone di casa. Stravaccato nella thonet, interroga il cielo. Certamente si è dimenticato di me, e se anche mi vedesse qui nella sua biblioteca mi scambierebbe per un attaccapanni. Sfioro con gli occhi il dorso dei libri mentre penso a una via d’uscita onorevole: devo declinare l’offerta di Genesio prima che sia troppo tardi e tornare subito a casa. Assurdamente, mi viene l’idea di andarmene in silenzio, lasciandogli sul tavolo un biglietto con due righe spiritose. Oppure, meglio ancora, una citazione, che è sempre elegante. Apro qualche volume a caso, ma questa sera le citazioni se ne stanno tutte nascoste sotto le righe trattenendo il respiro. Un moscone si ostina a distruggere con metodo la sua minuscola vita sbattendo contro i vetri. Lo capisco. Anch’io vorrei volar via senza dover dire né scrivere niente. Ma io ho più risorse del moscone, quindi decido che posso andarmene quando voglio. Anche subito. Addio rassegna di autori italiani contemporanei. Addio tragedia. Addio Ciclope. Addio Genesio. Siamo riusciti a vivere bene tutti questi anni l’uno senza l’altro. Per terra, accanto alla porta dello studio, c’è una pila di libri. Hanno l’aria rassegnata di chi sa di dover partire per una destinazione ignota, forse una biblioteca di quartiere o di un carcere, un rivenditore di libri usati, una discarica. In cima alla pila, una plaquette con una copertina che era stata rosso cardinale. I caratteri sono molto sbiaditi ma ancora leggibili: “Alphonse Moutier, Clemente Calcaterra: notes, impressions, souvenirs, Tarascon, 1957”. La plaquette è a perfetta misura della mia tasca – un’ottantina di pagine, non di più. Il primo furto della mia vita. La sistemo meglio. Nulla trapela, potrei superare tranquilla- mente una dozzina di telecamere di sorveglianza. Patemi inutili, la vecchia dimora dei Calcaterra è abbandonata a se stessa, ignorata dai tempi e da tutti. Domattina me ne sarò dimenticato anch’io, spero.
Approfittai di quel soggiorno per fare provvista di pietre da succhiare. Erano ciottoli ma io li chiamo pietre. Sì, questa volta feci una buona scorta. Le suddivisi equamente nelle mie quattro tasche e li succhiai a rotazione. Questo poneva un problema che risolsi in questo modo. Avevo sedici pietre, quattro per ciascuna delle mie quattro tasche, due dei pantaloni e due del cappotto. Quando prendevo una pietra nella tasca destra del cappotto e la mettevo in bocca, la sostituivo nella tasca destra del cappotto con una pietra della tasca destra dei pantaloni, che sostituivo con una pietra della tasca sinistra dei pantaloni, che sostituivo con una pietra della tasca sinistra dei pantaloni, che sostituivo con una pietra della tasca sinistra del cappotto che sostituivo con la pietra che avevo in bocca quando avevo finito di succhiarla. Così c’erano sempre quattro pietre in ognuna delle mie quattro tasche, ma non si trattava sempre delle stesse pietre. E quando avevo voglia di succhiare ne prendevo una dalla tasca destra del cappotto, sicuro che non avrei preso la stessa dell’ultima volta.
Molti, moltissimi anni fa (addirittura gli Ottanta), registrai una lunga intervista (circa un’ora) con Vattimo per una serie di trasmissioni radiofoniche di cui curavo la prima edizione. S’intitolava Lo specchio del cielo, autoritratti segreti. L’intento del programma era ambizioso, anzi vertiginoso: far emergere il concetto di Trascendenza dalle interviste con alcuni personaggi della cultura, e non solo (Primo Levi, Nuto Revelli, Padre Turoldo, Vattimo, e altri). L’idea della trasmissione non era mia (non mi sarebbe mai venuta in mente), ma dell’allora direttore generale della radiofonia, Corrado Guerzoni, un intellettuale e politico abbastanza impetuoso, e a suo modo anche provocatorio, da calare la Trascendenza in una trasmissione radiofonica, per di più su una rete popolare come radiodue. Fortunatamente, trovammo un registro colloquiale e un po’ divagatorio, nel quale la Trascendenza si affacciava con discrezione, a tratti, lasciando per lo più che fosse l’ascoltatore a desumerla, se ne aveva voglia. Ovviamente, Vattimo colse subito lo spirito del gioco ed esordì con l’apologo dei due televisori. (Purtroppo devo citare a memoria, ho cercato la registrazione nelle teche rai, ma è un’impresa complicatissima, per me impossibile). Alla domanda se guardasse o meno la televisione, rispose: “Avevo un vecchio televisore, funzionante ma un po’ malandato. Decisi infine cambiarlo. Quando venne l’addetto con l’apparecchio nuovo, sarebbe stato logico fargli portare via quello vecchio, ormai obsoleto, ma ci ripensai. Forse la coesistenza di due televisori avrebbe potuto produrre risultati imprevedibili. E così fu. La convivenza di due televisori sintonizzati su canali diversi crea una dialettica, si sdrammatizzano l’un l’altro e attenuano i pericoli di dipendenza dell’utente.” Pausa. “Naturalmente la dinamica dei due televisori si può applicare anche ai rapporti umani”, aggiunse.
La parola cuore è viva o morta? È la poesia che la rianima? Che brutto lavoro. Ma sarà bendare o sbendare la mummia? Credo che, prima di coprire un cadavere, occorra, non congelarlo per mantenere la pensione, ma seppellirlo con un degno funerale. Con il dubbio che risorga. È sabato, oggi, per la lingua (italiana)? È impossibile, credo, rianimare le parole agonizzanti con la poesia. La poesia non è la crocerossa. E credo anche non abbia come primo problema la lingua, in senso tecnico. Non perché si debbano proteggere gli ignoranti della metrica, o della retorica. Un’ovvietà certo da non trascurare. In ogni caso, dovremmo chiederlo a Dante e a Manzoni, per esserne certi. Quando spesso ricavo le maggiori emozioni dalle traduzioni di testi nati in altra lingua, mi chiedo cosa venga tradotto di così vivo. Merito del traduttore, certo. Ma il dubbio mi rimane, cioè che sia proprio dentro questo lavoro di traduzioni da ogni lingua, che possiamo scorgere la differenza fra la vita e la morte (nella lingua). Che sia che ciò che è vivo non sia solo la lingua che, come l’acqua, trova poi sempre dove passare? Su questa trasparenza trarrò le mie conclusioni.
Adesso il narratore sente che nel lettore si insinua qualcosa di simile a un fastidio: siamo in un romanzo, sì o no? E se sì, perché da tre pagine non succede niente?
Capitolo primo Nel quale un nuovo personaggio pretende di entrare in questo racconto.
Ma c’è nella tua vita un punto nero, che io non conosco interamente, e che però immagino. August Strindberg, La Sonata dei fantasmi, Atto III, La Mummia
Infine, avevo trovato una ragione per tornare a casa. Le incombenze, mi dicevo, anche se non avrei saputo indicare quali. Forse una c’era, ma tutt’altro che urgente: avevo incominciato a scrivere un testo che non sapevo come definire. Decisi di non perdere tempo e lo accantonai. Occupava meno di mezza riga, quattro parole. “Quasi tutto era andato”. Ogni tanto le rileggevo e le trovavo sempre uguali a come le avevo lasciate. Sembravano infastidite dal mio eccesso di attenzione. Mi guardavano e si chiedevano: «Cosa vuole questo?.» Anch’io le percepivo come estranee. Non erano teatro. Col teatro avevo chiuso. Avevo appena terminato un ciclo di tre spettacoli consumati in una febbre rabbiosa; io e gli attori sapevamo che sarebbe stata l’ultima stagione, tanto valeva farla fuori in fretta. Le repliche erano colate a picco una dopo l’altra e le acque si erano subito richiuse. Nessun detrito in superficie. La direzione del teatro aveva tirato un respiro di sollievo. Ce ne eravamo andati in silenzio, durante la notte, come si dovrebbe sempre fare quando si viene spostati dalla corsia comune in una stanzetta appartata, dietro un paravento. «La mettiamo qui, starà più tranquillo.» Ci sono anche quelli che non vogliono capire, che non si rassegnano; strepitano, invocano il primario, il ministro e la Santissima Trinità al completo, li vorrebbero tutti lì al loro capezzale. È imbarazzante. Finché non interviene un infermiere risolutore (ce n’è uno in ogni reparto) che chiude la faccenda in modo spiacevole. Ma non si dovrebbe mai arrivare a questo punto. Noi, potevamo dirlo, ci eravamo tolti di mezzo con eleganza. La mattina dopo l’ultima replica, la donna delle pulizie non aveva trovato nessun residuo di spettacolo, solo la polvere che si accumula nei teatri abbandonati da molti anni.
Uno degli attori, Gianluigi Pizzetti, aveva rimandato di qualche mese la sua morte per non danneggiare la produzione; ci aveva tenuto a rassicurarmi prima che iniziassimo le prove. Stavamo parlando di una riscrittura di Colloqui col professor Y. Gianluigi guardava perplesso le fotografie di Céline, era tanto diverso da lui! «Meglio così», gli dicevo, «mica facciamo della letteratura illustrata». E in contemporanea dovevamo preparare altri due allestimenti, provare tutto il giorno e recitare la sera. «Stai tranquillo, prima di dicembre non muoio», aveva detto.
Era stato di parola. Come poteva esserne sicuro? Stava scommettendo, in fondo ogni allestimento è una scommessa. Ma nel nostro caso la partita era stata truccata, i tre spettacoli dovevano morire mentre nascevano, Gianluigi subito dopo. Dopo le quattro parole che avevo iniziato a scrivere e che non erano teatro avrei raccontato anche questo? Probabilmente sì, e molto altro, temevo. Se avessi proseguito, le mie pagine sarebbero state invase, ne ero certo, da una quantità imprecisata di personaggi viventi e trapassati, di dubbia esistenza, letterari, dispersi, dimenticati, e sulla loro scia sarebbero ritornati molti accadimenti resi così malconci dagli anni che non avrei saputo nemmeno riconoscerli. Fare teatro era stato molto più semplice. Il teatro si consuma tutto sul palcoscenico; intrecci, antefatti, segreti remoti e rimossi, tutto risale in superficie e brucia sotto i nostri occhi in un tempo circoscritto. Si entra alle 21 e si esce alle 23. Per un paio d’ore, due vite, quella dello spettatore e quella dello spettacolo, camminano insieme in un presente unico.
Ma del racconto non c’è da fidarsi. Lavora come una grande rete per la pesca allo strascico gettata sui fondali della memoria – abissali o di pochi metri – e draga tutto ciò che trova, i cefali plebei mischiati ai pregiati pagelli fragolini, alle vongole, alle bottiglie rotte, un po’ di tutto, quindi anche un certo numero di pesci velenosi, e quelli avrei proprio voluto evitarli.
(Bussano alla porta) Georges Feydeau, Ortensia ha detto “Me ne frego!”, Atto I, Scena VI
«Stai preparando qualcosa per la prossima stagione?… Hai progetti in cantiere?…» Anche se me ne stavo chiuso in casa, queste domande riuscivano sempre a raggiungermi. Di solito mi limitavo a rispondere che stavo scrivendo. Inutile specificare che per il momento il mio testo era di quattro parole e che non aveva niente a che fare col teatro. Una piccola palude senza niente intorno. Anche se di malavoglia, non potevo fare a meno di ritornarci. Mi fermavo a qualche metro dalla riva, dove il terreno incominciava a farsi molle e mi figuravo piantato in mezzo a quella mota liquida e fredda. Da solo. In piedi su una barchetta sgangherata che non sapevo governare e che improvvisamente incominciava a riempirsi d’acqua. Qui chiudevo subito il rubinetto dell’immaginazione. Ero andato troppo in là. Ma sapevo che ci sarei ricascato. La mia convivenza con questi tremori, che erano diventati una pratica quotidiana e necessaria, venne turbata da una email imprevista e imprevedibile; la stavo cestinando insieme alla solita spazzatura, quando lessi il nome del mittente: Genesio Calcaterra.
Il testo era perentorio: “Carissimo, dobbiamo incontrarci al più presto per confrontarci su un importante progetto che potrebbe riguardarti. Data l’urgenza, direi non più tardi di domani sera.”
Il critico teatrale Genesio Calcaterra. Di lui conoscevo solo ciò che mostrava la sua superficie uniforme, senza troppi rilievi, leggermente rosea nella parte alta, quel poco che bastava per distinguere il viso dal resto del corpo. Qualche volta avevo ascoltato le sue relazioni durante le tavole rotonde. Erano tutte uguali, ma Genesio le costellava con molti aneddoti; li introduceva tra le fibre del discorso con il compiacimento delle cuoche calabresi che conficcano le uvette e i pistacchi nelle profondità dell’arrosto prima di metterlo in forno. Erano aneddoti teatrali tutti di forte impatto, quali lo stupro della Bella Otero bambina, i tentacoli di D’Annunzio sulla stessa Otero, una volta cresciuta, i rapporti fra Eleonora Duse e il suo segretario. Terminata la relazione, Genesio tornava al suo posto in platea senza guardare nessuno, come dopo la comunione. Gli aneddoti piccanti e un guardaroba fermo agli anni Quaranta lo segnalavano come un critico diverso dagli altri. E poiché aveva pubblicato sulle riviste di teatro qualche copione (“Antigone 2001”, “I figli di Nestore”, “Ciò che Tiresia non disse” e simili), era considerato anche un drammaturgo, quindi anche un po’ artista.
Capitolo secondo Breve intermezzo sui drammaturghi e sui critici. Rapide osservazioni riportate senza revisione dal quaderno del Narratore.
Scheider – I drammaturghi li metto nella valigia dei calzini. Peymann – Sì, naturalmente, i drammaturghi vanno messi nella valigia dei calzini. Thomas Bernhardt, Claus Peymann compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con me
Appunti sulla vita quotidiana del drammaturgo.
Dialoghi, riunioni e incontri: col direttore di un teatro; col responsabile amministrativo dello stesso teatro; con lo sconosciuto dal ruolo indefinito che sorride appoggiato al distributore di bibite nello stesso teatro; con la responsabile produzione dello stesso teatro. È a lei che devo sottoporre il mio progetto. «Allora tu vuoi proprio che mi facciano il culo!», grida la responsabile. Il drammaturgo avrebbe preferito evitare quell’incontro. Con fatica, aveva scritto un progetto che comprendeva, oltre al testo, una possibile distribuzione e un abbozzo di scenografia, ma bisognava esporlo a voce, per la responsabile tutte quelle pagine erano troppe. Un colloquio era necessario, e poi lui sapeva esporre così bene…
LA RESPONSABILE: – … Sì, un culo così! Non che mi spaventi, ormai mi ritrovo una faccia di merda pronta a tutto, ma penso agli abbonati; quando leggono un titolo come “Il tipografo di Haarlem”, mi fanno a pezzi. E hanno ragione, cosa vuoi che gliene freghi della tragedia di un tipografo! IL DRAMMATURGO: – È la riscrittura del Faust di Gérard de Nerval. LA RESPONSABILE: – Il Faust ha sempre rotto le palle a tutti, solo che non si può dire, e Gérard de Nerval non lo conosce nessuno, tranne me, e solo perché una mia amica che ci ha fatto la tesi su questo Nerval – o forse era Féval, o Borel, insomma uno di quelli.
Di tutt’altro genere è il rapporto fra il critico teatrale e l’arte drammaturgica. Quando sente i primi stimoli a generare l’opera, il critico predispone le cose con cura. Di solito invita la Drammaturgia in una sua casetta delle vacanze. Il programma prevede un soggiorno salubre e distensivo che favorisce la procreazione. Passeggiate e conversazioni. Per la verità, parla quasi sempre lui, lei sorride molto e risponde a monosillabi. (Sospetto inconfessato che quella Drammaturgia sia decorativa ma un po’ scema). Dopo la cena, lei si corica presto e si addormenta subito. È allora che il critico drammaturgo entra nella sua stanza, siede accanto al letto e la contempla. Per un attimo si chiede se sia il momento di saltarle addosso, ma ci ripensa; il vero piacere del critico teatrale è la pregustazione; mentre i suoi occhi accarezzano le curve dormienti della Drammaturgia, egli si prefigura la conferenza stampa, il saluto dell’assessore alla cultura, gli incontri promozionali col pubblico, le discussioni sulla grafica della locandina e sul programma di sala. (Chi lo scriverà? Lui stesso? Sarebbe la cosa migliore, ma per eleganza lo si dovrà chiedere a un collega critico – certamente un cretino, si spera che sia almeno un cretino amico). Al risveglio, brusca metamorfosi del critico. Subito dopo la prima colazione, la Drammaturgia viene caricata in fretta su un taxi e spedita. Basta coi titillamenti teorici, bisogna mettersi subito al lavoro per promuovere l’opera – non importa se non è stata ancora scritta, non sarà difficile concepirla; la Dram- maturgia sembra un tipo maneggevole, basterà girarla delicatamente su un fianco senza nemmeno svegliarla, e non si accorgerà di niente. Il critico sente che deve attivarsi subito, per la prossima stagione rischia di essere già troppo tardi. Se lo vede lì davanti, il suo copione bambino, su quelle due gambine stecchite, mentre guarda smarrito i copioni palestrati di tutti gli altri critici teatrali, vincitori di premi, sponsorizzati da attori famosi, blindati da oscure lobby teatrali.
Quando si riprende dallo sgomento, è disposto a tutto, anche ad affrontare il labirinto di un bando teatrale del Ministero.
Capitolo terzo Nel quale si annuncia un’impresa poco interessante e molto faticosa.
O fosca notte, o notte tanto notte! O notte che ti mostri sempre notte Quando giorno non è. O notte, o notte! Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, Atto V, Piramo
Come sempre avviene, anche quell’indomani era giunto. Prima di scendere per l’appuntamento con Genesio Calcaterra mi affacciai alla finestra e vidi la Serata tutta intera, ancora da incominciare, smisurata, molto più larga della strada, così che il suo muso veniva a schiacciarsi contro il portone di casa. Era una Serata squamosa, dagli occhi di gelatina che si vedevano solo quando apriva le grandi palpebre con fatica, come durante una digestione difficile. Il dorso si era gonfiato quasi fino all’altezza del primo piano, e lì sulla sua sommità, a cavalcioni, mi aspettava Genesio Calcaterra, critico e drammaturgo.
Vista da vicino, la Serata si rivelò più puntuta che non dalla finestra e dovetti scorticarmi mani e ginocchia per salire sul suo dorso. Calcaterra mi aiutò a issarmi dietro di lui e conficcò i talloni nei fianchi molli. La bestia avanzò un primo passo lento.
Col mio potere diabolico solleverò i tetti delle case, e voglio che malgrado le tenebre della notte il loro interno si mostri senza veli ai suoi occhi Alain-René Lesage, Il diavolo zoppo
Quando cala il buio, negli abitanti della città insorge il timore di essere assaliti da una morte tutta personale, su misura, che si annida nel loro appartamento. C’è quella che si nasconde dietro le tende della camera da letto e aspetta il momento in cui il morituro si infila sotto le coperte per tormentarlo con palpitazioni e stilettate in tutto il corpo accanendosi sulla corteccia della colpa; questa zona, la più paradossale del cervello, reagisce in modo imprevedibile e a volte provoca un decesso che può sembrare naturale. Altre morti si appostano negli angoli meno romanzeschi delle case, come la cucina o il ripostiglio delle scope; qualcuna riesce a rannicchiarsi sotto il lavello, fra i detersivi e gli stracci, e lì aspetta che il candidato vada a bere un bicchier d’acqua fra un programma e l’altro della tv per infilarlo nella sua grande tasca di buio e dileguarsi dal ballatoio. Per sottrarsi a questi agguati, gli abitanti più fragili della città escono quando il sole incomincia a spegnersi; soprattutto i più giovani, che nutrono una speciale avversione per la morte, si disperdono per le strade guidati da uno sbando febbrile; tutti rimbalzano contro tutti, e per sincerarsi di essere ancora vivi incominciano a baciarsi e toccarsi, oppure a insultarsi e picchiarsi, come se quella fosse l’ultima notte che cala sulla Terra, l’ultima occasione per vendicarsi sugli altri di ciò che il destino ha negato a ciascuno, o per arraffare un trancio di quella torta colorata d’amore e di bene che, bambini, copiavano dai libri di scuola e che è rimasta sempre e soltanto una promessa menzognera. La bestia allungava svogliata un arto alla volta. Dalla sua sommità, guardavo la sequenza dei dehors che erano spuntati a pochi centimetri uno dall’altro, così da formare un unico tubo digerente ingorgato di corpi; attraverso le vetrate si leggevano gli sfioramenti dei nasi, gli aggiustamenti dei capelli dietro le orecchie, lo schiudersi delle bocche per bere, per ridere, per mostrare le cavità orali, e soprattutto le lingue, il boccone più segreto. Nessuno di quei profughi notturni faceva caso al grande organismo semovente che li sfiorava con noi due sulla groppa; se una sola di quelle quattro zampone avesse deviato di un metro, i vetri dei locali si sarebbero polverizzati in un’unica fricassea di bottiglie, clienti, tavolini e salatini. Ma i profughi notturni non ci facevano caso, sapevano di essere destinati a un’altra fine: erano la rana che tutte le sere doveva incontrare il serpente nell’infinita lentezza della città; a quell’ora il grande rettile aveva appena incominciato a inghiottirli; si sarebbe dovuta consumare quasi tutta la notte prima che fossero interamente digeriti. Solo verso mattina si sarebbero sciolti nel sonno che rigenera la vittima e la prepara alla serata successiva.
GENESIO: – Li vedi? Il progetto di cui ti voglio parlare riguarda anche loro. Soprattutto loro. IL NARRATORE: – … GENESIO: – Bisogna portarli a teatro. IL NARRATORE: – Io li lascerei dove sono, senza immischiarmi. GENESIO: – Bisogna portarli a teatro o sarà la fine; non dico della civiltà occidentale… quella ce la siamo giocata da un pezzo… e nemmeno la fine del teatro che è in agonia da quando è morto Strehler… Dico un’altra fine che si sta annunciando… Certamente noi, con l’età che abbiamo, non la vedremo …
Mi guardava ridacchiando come per rispecchiarsi assurdamente in me.
GENESIO: – È così, caro mio, noi due a quell’epoca chissà dove saremo…
Faceva la faccia della salma virtuosa che dopo aver saldato ogni debito col mondo si gode lo spettacolo dei convenuti intorno al suo catafalco: i figli, la Storia del Teatro, l’Impegno Civile, l’editore Morando che doveva ancora pagargli una traduzione, tutte le Recensioni in gramaglie, l’Associazione Critici Teatrali… Fra i dolenti non c’era alcuna traccia della moglie. Sopraffatta dal dolore? Esausta, si era accasciata anzitempo sullo stradone della vita? Oppure, donnina ancora vivace, si era sfilata dalla vedovanza svicolando per una statale dove l’aspettava un’auto a motore acceso? Sapevo poco di Genesio e di più non volevo saperne. Per un po’ tacemmo, la bestia non aveva bisogno di essere guidata.
1 aprile. A. è seduto nei giardini del Lussemburgo. Non lontana, una giovane, anch’essa seduta, legge. A. la guarda. La desidera. Ma non può fermarsi. A. si alza e se ne va. Arriva B. che si siede dove era seduto A. Guarda la giovane donna che continua a leggere. La desidera. A. e B. sono lo stesso uomo che è seduto là: A., che fino a poco fa osservava e desiderava la giovane donna, assomigliava molto più a B. (che osserva e desidera la giovane donna), di quanto non assomigli a se stesso, ora, che sta camminando per strada pensando a tutt’altro. Allo stesso modo, anche B. assomiglia molto più ad A. quando era seduto al suo posto, di quanto non assomigli a quel se stesso che camminava per strada, prima di mettersi a sedere ai giardini del Lussemburgo. Ciascuno di noi vive sotto molte identità, che sono le stesse per tutti.
Éric Chevillard, L’Œuvre posthume de Thomas Pilaster, Éditions de Minuit
Cretide era molto brava a raccontare storielle e sempre pronta ai bei giochi, e molte ragazze di Samo la cercavano. Era simpatica e chiaccherina. Ma ora lei dorme il sonno a cui tutti siamo costretti.
Che racconta un viaggio del quale il Narratore non riesce a fornire prove certe.
Non si può vedere ciò che non è. Così chi narra il passato non narrerebbe certamente il vero se non lo vedesse con l’immaginazione. Agostino, Le confessioni, XI
Passavo sempre più tempo in casa. Aprivo una finestra solo quando il fumo delle sigarette diventava troppo denso. Mi sembrava impossibile che quello spazio circostante fosse stato, un tempo, di mia proprietà; gli esemplari che continuavano ad atterrare da chissà dove lo avevano reso irriconoscibile. Qualcuno mi diceva: «Perché non li fai sbattere fuori? Non ci vuol niente, basta una telefonata. Articolo 64, violazione di proprietà privata.» «Ci penserò», dicevo, ma non era vero. Mi immaginavo la scena. Le camionette della polizia. Gli esemplari afferrati per le braccia e per i capelli che si divincolavano gridando: – Quale proprietà privata? Si fa presto a dirlo, deve dimostrarlo! Il buon senso dei poliziotti: – Questo è vero. Può esibire il contratto d’acquisto? – Credo di sì, ma dovrei cercarlo. – Strano modo di custodire i documenti, un contratto d’acquisto non è lo scontrino di un bar. Ci risentiamo quando l’avrà trovato. Sarebbero ripartiti di malumore, senza sirene. Eccitati dalla vittoria, gli esemplari avrebbero danzato, spogliandosi e ostentando le loro escrescenze giovanili, più turgide e scarlatte del solito. Una prova del genere era molto al di là delle mie forze, così il contratto d’acquisto non lo cercai mai. Oggi, dopo tanti anni, non sono sicuro di essere stato il legittimo proprietario di quel terreno, ma non ho nessuna voglia di accertarlo; quando un bene non c’è più, che importanza ha sapere se e in quale misura l’abbiamo posseduto? Presto scoprii che non stavo affatto male chiuso dentro casa. Per qualche mese indossai dei tappi antirumore, mi aiutavano a riflettere. Doveva esistere, ne ero certo, una stagione perduta, molto lontana da quella degli esemplari, alla quale desideravo ritornare cancellando tutti i periodi successivi: le salette dei drammaturghi, gli anni della scrittura nella Grande Azienda e soprattutto i fuochi senili del teatro. Mi figuravo che i reperti di quella stagione fossero raccolti in un unico luogo, certo non in una biblioteca (il loro interesse letterario era nullo); forse erano finiti nel museo poco interessante di una località sconosciuta, di quelli sempre sul punto di chiudere per mancanza di visitatori ma che alla fine rimediano un piccolo finanziamento in nome di un presunto interesse antropologico.
Ci sono tanti musei immaginari quanti sono gli autori (ma non sono altrettanti quanti sono i visitatori?) Stéphane Audeguy, Un musée imaginaire
Di questa immagine del museo, sempre più insistente, parlai al Dottore. Fu un’imprudenza, me ne accorsi subito, ma da quando si era insinuato nella mia vita dovevo trovare qualche spunto per alimentare la terapia. L’argomento lo eccitò. – Bene, siamo a una svolta! La ricerca del museo è già uno stimolo. Prepari subito le valigie. Inseguire un pensiero è il genere di viaggio di cui lei ha bisogno in questo momento. Non mi dica niente, so già; la prospettiva di partire senza una meta prefissata le provoca angoscia, vero? Ragione di più per andare. Deve smetterla di considerare l’Ignoto come una divinità cieca e demente che dispensa punizioni a casaccio. Gli parlai con fermezza. Era inutile che si eccitasse così, non sarei partito. Quel viaggio avrebbe comportato un gran traffico di biglietti e traghetti, di prenotazioni e pensioni, di sveglie all’alba e di barbecue accompagnati da noiose nenie etniche, di mercati col pesce e senza il pesce, di appostamenti sotto la luna senza motivo. Sapevo che l’avrebbe presa male. – Peccato, lei spreca una bella occasione per uscire dal suo bugigattolo interiore e aprirsi ai grandi spazi. Vede, la fisiologia umana è molto simile a quella del mare; in ciascuno di noi c’è tutto un periodico su e giù – chiamiamolo così per semplificare. Quando si sente montare l’onda del desiderio bisogna approfit- tarne e salpare subito. – Una specie di surf. – Diciamo così, sempre per semplificare. – Beh, io non ho sentito nessuna onda, era solo un pensiero come un altro. – E da dove crede che nascano i pensieri, se non dal desiderio? Si rende conto? Finalmente è salita la marea, e una voce dentro di lei, la sua voce, che le dice: «Alzati e vai! Perditi, se necessario. È il momento!» La assecondi. – Io questa voce non l’ho sentita. – Certo, se lei non si ascolta non potrà mai assecondare niente. Faccia come le pare, rimanga nel suo stanzino buio, con il pianto e il rimpianto. Infine, non sono fatti miei. Ci vediamo giovedì. Invece il giovedì seguente non andai, e nemmeno quelli successivi.
Non diversamente da certi sogni che ci accompagnano anche dopo il risveglio, quel viaggio immaginario era diventato permanente. Lo potevo leggere e rileggere come se fosse già avvenuto. Le sequenze si sviluppavano da sole, una dopo l’altra, con una facilità che mi sorprendeva. L’arrivo in un paesucolo anonimo appena spolverato di Medio Oriente. La ricerca. Di che cosa? – … Le musée…?, avevo chiesto. Il tabaccaio del paese non si era neanche voltato e aveva continuato a tirar giù la serranda: – Y a pas de musée, ici. Perché parlavano in francese? Tutti, me compreso. Si mascheravano. Gli indigeni pativano l’inconsistenza del luogo, io quella del viaggio che mi aveva portato lì. La prima settimana. Le notti soffocate sotto il tetto di un rifugio che non si poteva chiamare albergo, a qualche chilometro fuori dall’abitato e gestito da una vedova. I giorni dispersi nella ricerca di un tesoro che, se l’avessi trovato, si sarebbe rivelato solo imbarazzante. Avrei poi scoperto che la vedova era stata allontanata dal paese per una vicenda oscura riguardante il marito; l’avrebbe evocata lei stessa durante i lunghi dopocena all’ombra di una bottiglia verdastra, un distillato oleoso di erbe fatto in casa, forse non immediatamente letale ma capace di distruggere i visceri di un uomo in qualche anno di convivenza. In quei racconti lo sposo fantasma si affacciava tra il fumo delle nostre sigarette. Era stato un attore di cui si era infatuata molti anni prima, da ragazza, nell’età stupida, la prima volta che era andata a teatro. Lui l’aveva sedotta per come portava la divisa sulla scena. Subito dopo un matrimonio lampo, si era rivelato per quello che era, un topolino dai baffetti pretenziosi, anche ben fatto, ma tutto bagnato e smarrito nel mondo. «Non si dovrebbe mai scartare il cioccolatino», ripeteva la vedova succhiando il suo veleno vegetale. Avevo poi finito per trovarlo, il museo. In paese non lo chiamavano in nessun modo, dicevano: «Ah, là-bas!», stupiti e un po’ sospettosi che qualcuno fosse venuto da fuori per visitare quel niente. Avevano ragione. Il fabbricato a due piani era giallino e insipido come quelli che i geometri costruiscono d’impulso, poi si chiedono: «E adesso cosa ne facciamo?».
Un uomo anziano e massiccio venne a presidiare la porta d’ingresso. Trascinava la gamba destra e si appoggiava a un bastone. Era seccato. Forse l’avevo interrotto mentre era impegnato a sistemare un cadavere dentro un baule o in una faccenda del genere. «È lei il custode?» Improvvisamente la gamba prese a fargli male. Se ne lamentava con una vocina da guitto che recita la parte del vecchio. «Il museo è aperto?» Sempre lamentandosi, mi guardò come un insensibile; le mie gambe erano tutte e due sane… cosa potevo capire? Feci per andarmene. «No, aspetti!» I dolori erano improvvisamente scomparsi. Se ne poteva parlare. Non esistevano né orari né biglietti, sarebbero stati inutili visto che prima di me non si era mai presentato nessun visitatore. – Io sarei il primo? – L’unico. Dovevamo trovare un accordo privato, a quattr’occhi. Dalla somma che mi estorse, una banconota sull’altra, dedussi che era un professionista, pregiudicato per una serie di reati finanziari. Appagato, mi fece segno che potevo salire. Naturalmente non sarebbe salito, per via della gamba.
L’immagine percepita e l’immagine creata sono due istanze psichiche assai differenti e ci vorrebbe una parola apposita per designare l’immagine immaginata. Gaston Bachelard, La Terra e le fantasticherie della volontà
La sala d’ingresso. Forse qualche tinteggiatore magrebino aveva dato una ripulita alla buona in tempi recenti; forse il sindaco se li era trovati davanti con i loro fagotti e i loro bambini smunti che avrebbero turbato gli indigeni. Da uomo timoroso, più che di cuore, aveva disposto che gli venissero dati pennelli e biacca, e poco importava se erano analfabeti della tintura, non dovevano mica affrescare la chiesa. Ma nemmeno un’impresa specializzata sarebbe riuscita a eliminare l’umore del già vissuto stagnante nelle stanze. Sotto quelle pennellate rudimentali affioravano dei personaggi che mi ero lasciato indietro da più di mezzo secolo. Figure collaterali uscite di scena senza mai esserci davvero entrate – ma il marginale e l’inutile riaffiorano sempre, con la tenacia delle tappezzerie che invecchiano attraversando le generazioni. Erano proprio sgorbi, non avevano nemmeno la delicatezza ipocrita dei fiori da parete: poveri volti tirati giù in fretta come se il Tempo, colto dalla frenesia di finire tutto subito, li avesse sparsi qua e là senza nessuna attenzione alla cronologia, alle affinità, ai rapporti che potevano aver collegato quelle esistenze irrilevanti.
Sala uno. L’impresario Scanavino Nonostante i tratti approssimativi, riuscii a decifrare il volto dell’impresario Scanavino. Lo avevo conosciuto sul finire della carriera, quando si occupava esclusivamente della moglie, la pianista Andorra, la cui grazia tondeggiante, rivestita della peluria impalpabile di certi bruchi, s’imperlava mentre eseguiva la Polacca opera 53 di Chopin, l’Eroica. Portava sempre i capelli biondi tirati violentemente all’indietro e li faceva mordere da un fermaglio di duro argento, così che non si scomponessero mai, nemmeno quando saltava sullo sgabello per aggredire i tasti dall’alto con gli accordi che scolpiscono il tema a martellate: pam-pampàm… (pausa: /8) … pappapappapappampàm… (pausa: 1/8) … e così via. L’impresario Scanavino se ne compiaceva accucciato accanto alle colonnine impero del pianoforte; non ci pensava neanche a farla esibire in pubblico, nemmeno in una sala parrocchiale. Se la teneva in casa: tanto più giovane di lui, voleva che razzolasse solo sullo strumento domestico, così paffuta, apparentemente così poco artistica – era il suo piacere segreto contemplare la forma ovoidale della moglie e strizzarla dopo cena con due dita, così che schizzasse fuori il martellato di Chopin tutto per lui. Quando l’estasi a due incominciava a diventare noiosa, Scanavino apriva le porte a qualche piccolo nucleo familiare compresi anche i bambini – erano un fastidio, ma gli sembrava che la loro presenza avrebbe inibito nei padri la concupiscenza per la sua Andorra. Tuttavia sottovalutava la lussuria dei piccoli. Io posso testimoniare di essere stato iniziato all’erotismo musicale, a otto anni, proprio da quell’Eroica, una volta che i miei genitori avevano deciso di portarmi con loro a un dopocena pianistico. Fino a quella sera non conoscevo il desiderio – di un essere umano, dico. Un attimo prima di iniziare, l’Andorra in persona si era chinata sulla mia piccolezza e mi aveva mormorato: «Dimmi la verità, io ti piaccio?.» Più che una domanda, era stato un alito di mentolo uscito da due labbra socchiuse. Me lo ero figurato? Guardai di nuovo. La bocca si era messa a parlare con non so chi. Nel dubbio, mi ero sentito precettato a seguirla per sempre, probabilmente fino alla dannazione, mi dissi. Alla battuta 8, la pianista, piegata sulla tastiera, mi aveva sbirciato dal basso. Era la conferma della nostra relazione. Alla battuta 13 credetti di ricordare delle figure di donne pomeridiane senza vestiti disseminate in grandi stanze semivuote. Se ne stavano appoggiate sopra vecchi divani imbarazzati mentre la Fecondazione si aggirava per le stanze; la si percepiva dall’odore, ma le donne non ci facevano caso; se ne stavano dentro i loro nudi bianchi come una piccola colonia di anellidi impegnati a contarsi le pieghe, e quell’indolenza mi eccitava più di qualunque invito – nel bambino, niente provoca la vertigine come l’immobilità cedevole della donna. Il Tema si rovesciò su di me poco dopo, alla battuta 18, inaspettato. Il famoso martellato dell’Andorra (e anche di Chopin, certo). Era un’onda che cancellava le prime diciassette battute e sgretolava l’intero l’uditorio maschile: uomini di buona stazza, mica scriccioli, gente concreta, ben piantata sulle gambe e nella Società, primari che fatturavano un centinaio di appendi- cectomie l’anno; avvocati che reggevano con una mano i fallimenti e con l’altra le aste giudiziarie; imprenditori che si tenevano il sindaco nelle tasche insieme agli spiccioli – improvvisamente il Tema li aveva tutti trasformati in tanti cuoricini smarriti fra le trine del Sentimento come le piccole segretarie dei loro studi che deridevano e desideravano. Poi l’Andorra non guardò più nessuno, tanto meno me. Navigava nelle alte quote rimbalzando sullo sgabello impero; di lassù, poteva solo intuire la nebbia dei desideranti. Sorrideva. A se stessa, non a loro. Quel distacco era la sua vittoria e il suo premio. Anche gli applausi del dopo Eroica non li sentiva; l’intimità con Chopin l’aveva lasciata tutta sconnessa. Ansimava – mi venne in mente – come quando si fa la lotta tra ragazzi; ci si rotola per terra digrignando e ridendo per arrivare insieme a quello sfinimento oltre il quale si intuisce che esiste uno sprofondo cui si tende senza raggiungerlo mai. Il marito Scanavino s’interponeva fra la moglie e gli adoratori con le braccia un po’ larghe così come si fa con uno svenuto che ha bisogno d’aria. I maschi soppesavano quel corpo femminile abbandonato sul pianoforte. Si scambiavano occhiate che non riuscivo a decifrare – strano, perché ero maschio anch’io, ma forse lo ero da troppo poco tempo, mi dicevo. Accanto a me qualcuno commentava: «Bisogna dire che il suo incontro con Chopin è stato una svolta decisiva.» «Sì, è un’artista che ha trovato il suo autore.» Sul viso dell’Andorra ritornava il colore. I suoi occhi si guardavano intorno smarriti con l’aria di chi chiede: «Dove siamo?» Qualche anno più tardi, leggendo i primi romanzetti sen- suali, nei quali lo scintillio degli occhi femminili permaneva per qualche minuto dopo l’amplesso, avrei ripensato all’Andorra che si era lasciata possedere pubblicamente da Chopin per la gratificazione di tutti, compreso il marito. Dopo dieci minuti, il corpo della pianista era ritornato intatto alla sua banalità di base; si muoveva fra gli invitati con la disinvoltura crudele delle brave padrone di casa, decantava il buffet, rideva con questo e con quello. Mi sembrava incomprensibile che l’Eroica, dopo avere devastato me, non avesse lasciato nessuna traccia su di lei. Non eravamo fatti l’uno per l’altra. Sapevo che la pianista avrebbe continuato la sua tresca con Chopin, ormai era scritto. Con me, certamente aveva chiuso.
Nel suo esilio, Casanova diceva a chi voleva ascoltarlo: «Io sono Casanova, il falso Casanova.» Henri Michaux, Conseils
Dopo l’esibizione della moglie, l’impresario si abbandonava a una poltrona damascata verde, soddisfatto come un patrizio veneto che presenta la sua nuova mantenuta agli amici. L’Andorra stava semisdraiata su un bracciolo. Contemplandola, il marito scopriva i denti, era il suo modo di sorridere, ma anche la minaccia – ci avrei giurato – che se la sarebbe fatta più tardi. Rivedendo la scena, credo che lo Scanavino avesse gli anni che ho io oggi, quindi ai miei occhi di bambino sembrava sconveniente che un vecchio fosse così lascivo con la moglie. La dentatura dell’impresario era importante, fuori misura, come progettata per una bocca di due taglie più grandi della sua – di qui una fama di pescecane mordace che doveva aver pizzicato chissà quanti reggiseni e mutandine. Ma erano fantasie dei suoi scritturati. (Da quando i tiranni sono scomparsi dal repertorio teatrale, gli attori ne inventano sempre delle versioni aggiornate per il loro bisogno di subalternità). Temendo di essere respinto, l’impresario ci andava cauto con le attrici: si concedeva qualche incontro fra le scrivanie con le più abboccone, e subito dopo si ritraeva, licenziandole. Solo qualche volta, in gioventù, era uscito dalle mura dell’ufficio esponendosi pubblicamente a tutti i rischi della donna, ma le sue avventure erano state poche, almeno rispetto a quelle dei colleghi impresari.
Sala due. Le amanti dell’impresario Scanavino. Alda Rovani, (190-1997) Feci fatica a identificarla. Stava sulla parte bassa della parete, vicina alla presa della corrente. Per me che l’avevo conosciuta, quegli sgorbi erano ingenerosi; la Rovani vivente non aveva quel nasone da strega; era un po’ grifagnona, ma tutti la consideravano riposante, almeno rispetto alle sue colleghe in tournée – infatti qualche attore, stanco del solito poker dopo lo spettacolo, aveva esplorato l’oasi della Rovani e si era trovato bene – purtroppo, dopo i primi tempi, aveva scoperto che tutto quel comfort preludeva a un accasamento duraturo. Soprattutto per questo, il soggiorno di Scanavino nell’oasi non superò il gennaio del 195 (l’ingresso essendo avvenuto nel novembre dell’anno precedente).
Isabella Benzoni (1941 – ?) Era spuntata dal nulla in una produzione del 1969, La signorina Julie. Scanavino ce l’aveva un po’ con Strindberg perché qualche mese prima lo avevano costretto a vedere Verso Damasco. Tre ore e mezza sulla conversione di San Paolo. Fortunatamente, in quella Signorina Julie Strindberg si era dato una regolata, durava non più di un’ora e mezza. E poi c’erano seduzione, carne, notte, sottomissione. La Benzoni, così nera di suo, era già nella parte. I capelli, gli stivaletti pieni di bottoni, l’ombretto, la calzamaglia, le labbra. Tutto nero: «Come la sua anima», sperava Scanavino dentro di sé. Fuori, sorrideva per farsi coraggio. Gli piaceva soprattutto la scena in cui la contessina sottometteva il servo Jean. JULIE– Fai un brindisi per me! (Jean esita) Ma come, un maschio grande e grosso e così timido! JEAN – (s’inginocchia, come recitando una parodia scherzosa; leva il bicchiere) Brindo alla mia regina! JULIE – Bravo! – Baciami anche la scarpa, così la scena sarà perfetta! (Jean esita, poi afferra audacemente il piede e lo bacia con grazia) Ottimo! Avresti dovuto fare l’attore!
L’incontro decisivo con la Benzoni avvenne nel camerino di lei. Scanavino conservò a lungo il ricordo di una donna alta infilata in una tuta nera con una gualdrappa di agnelli gettata sulla schiena, alla pastora. Un attimo dopo le presentazioni, la Benzoni si era accasciata a terra in preda a un’emicrania molto rara che richiedeva l’intervento immediato del balsamo di tigre, scatoletta rossa. Timoroso di tutto ciò che aveva a che fare anche alla lontana con la morte, l’impresario dovette impegnarsi in un massaggio d’emergenza. I gemiti dell’attrice, il grasso della belva che gli sfrigolava sotto le dita surriscaldate e i denti della tigre sulla scatoletta rotonda lo intrappolarono in un’avventura da cui sarebbe uscito solo dopo due anni, con qualche cicatrice.
Lidia Occhipinti (1938-2017) A Scanavino parve subito perfetta. Non sapeva per che cosa, perfetta e basta. I particolari del viso erano lavorati con precisione iperrealistica, la voce ben modulata – ecco, forse un po’ troppo modulata: manteneva sempre un alone tremulo, come se provenisse da un chiostro o da una cripta. La componente democristiana dell’impresario se ne compiaceva, ma dopo qualche minuto quei rintocchi conventuali gli guastavano le fantasie. Decise che l’avrebbe laicizzata e le affidò la parte di Belisa ne L’amore di don Perlimplìn. Erano gli anni in cui Garcia Lorca andava molto; quella sensualità inzuppata nel lirico sembrava al pubblico una sciccheria che faceva passare in secondo piano la noia del testo. Per l’occasione fu scritturato Rodolfo Gamerra, un regista giovane ma già praticone che aveva messo in scena un Boccaccio con Tamara Baroni. Prima delle prove, Scanavino aveva parlato chiaro: «Con un testo così pesante, bisogna puntare sul fisico della Occhipinti… Questa Belinda è una che mette le corna al vecchio marito fin dalla prima notte. A parte la poesia, questo è il succo, quindi diamoci dentro, senza arrivare al nudo integrale, natural- mente…» Il Gamerra aveva recepito. Già durante il prologo la Occhipinti, muta, mostrava un mezzo seno fuori dalla finestra. L’impresario sentiva che le fantasie gli ritornavano. Ma alla battuta “Amore, amor! Tra le mie cosce strette guizza come un pesce il sole!” tornava anche il tremulo conventuale, così quel pesce finiva per ricordare tristemente i cristiani delle catacombe. La relazione con la Occhipinti durò sei mesi scarsi, fino a quando lei lasciò la compagnia per andare a interpretare Paul Claudel a San Miniato.
Alma Privitera. (1950…). Una mattina del luglio 1976, in seguito alle insistenze del suo segretario, Scanavino si era ritrovato a una rassegna di teatro d’avanguardia. In auto, nonostante, il caldo d’agosto, l’impresario aveva quasi sempre dormito. Si era risvegliato in un piazzale fra il cittadino e il paesano che lo aveva innervosito – gli pareva che la semplicità di quelle facciate così umili e gialline dovesse nascondere una trappola. In fondo al piazzale, i tubi innocenti e le assi di un palco in allestimento. Sulla destra, un’aiuola troppo colorata, di quelle che le amministrazioni progressiste curano con maniacalità ideologica. In mezzo all’aiuola, un irrigatore ruotava con moto sindacale semicircolare. Davanti all’irrigatore, una ragazza si faceva nebulizzare. Di malumore com’era, Scanavino l’aveva scambiata per un cespuglio. In effetti, i capelli della ragazza, molto corti e neri, le stavano piantati sulla testa tutti dritti. «Che peccato!», pensò quando si accorse che era una donna. Un peccato e uno sfregio architettonico; senza il padiglione superiore della capigliatura, tutta la volumetria della ragazza era compromessa e la bocca risultava troppo sbilanciata in avanti. Fu con molta cautela che l’impresario salì sul verde scivoloso dell’aiuola. (Confronto Scanavino/ragazza che si qualifica come attrice provvisoria di una compagnia sperimentale presente alla rassegna, forse il Camion di Carlo Quartucci. Cosa vuol dire attrice provvisoria? Chiarimenti. Lei si dedica anche alla danza, alla fotografia, al documentario, alla body art, ecc. Amici internazionali di tammuriata e di performance. Irrequietezza. Addormentarsi a Metaponto e svegliarsi a Zagabria. Le labbra parlanti. Falso racconto autobiografico della ragazza. Disagio di Scanavino costretto nel suo completo di lino bianco ingessato. Irrealtà mattutina del piazzale deserto e del palcoscenico incompiuto. Metallico avanti e indietro dell’irrigatore che allude a una sessualità robotica.) UNO DEI DUE: – Hai la macchina? LA RAGAZZA: – Ho una cinquecento qui fuori. Scanavino è sorpreso: se la ragazza ha risposto, deve essere stato lui a formulare la domanda. È la logica del dialogo. I dialoghi sono pericolosi, lo ha sempre pensato; qualunque idiota è capace di iniziarne uno, ma poi bisogna sostenerlo. Pausa. L’impresario dice la prima cosa che gli viene in mente. – Andiamo? – Dove? – Dove vuoi, non ha importanza. L’asfalto finisce quasi subito. Il paesaggio diventa selvatico. Arriva lo sterrato con i ciottoli che rimbalzano sulla carrozzeria grigio usato. Poi la terra nuda, screpolata dal sole zotico. La cinquecento esita. Si ferma. Era quella l’avanguardia? Scanavino se lo chiedeva. (Quel posacenere di cicche schiacciate. Quel cambio di caramello trasparente. Quell’essenziale fatto di soli gesti. Quell’elefantino rosa oscillante dal portachiavi. Quelle mezze nudità che scappavano fuori dai vestiti.) «Non credi che qui potrebbero vederci?» Senza interrompersi, Alma lo guardò con un’occhiata simile a quelle con cui Eduardo annichiliva durante lo spettacolo gli attorini freschi d’accademia (secondo la leggenda). I famosi tempi scenici di Eduardo. E anche di lei, a quanto pareva. Poi rise (l’Alma), senza interrompersi. Nei mesi seguenti, quando Scanavino si trovava a Roma per i suoi maneggi teatrali, la cinquecento di Alma spuntava davanti a qualche ministero. – Ah, sei qui… – Ma sei tu che mi hai telefonato! – Già, è vero. Lei entrava nella scatolina grigia con un salto. Lui stentava ad aprire lo sportello, era impicciato dalla cartella di cuoio, dall’impermeabile, dall’ombrello. Lei pensava che l’unica nota sexy di lui era la goffaggine. Lui si diceva che quella era l’ultima volta. Gli uscieri lumaconi guardavano le gambe dell’Alma da sotto le visiere ministeriali e seguivano la macchinetta fino a quando non veniva inghiottita dagli squali del traffico romano. Ma era diventata un’altra storia, senza più tracce d’avanguardia, infatti le serate si concludevano sempre al ristorante. Il Narratore entra in una minuscola sala d’attesa con un divanetto di velluto identico a quelli sparsi nei corridoi dei vecchi teatri, accanto ai camerini. Ha sempre patito i camerini e le visite agli attori. Soprattutto alle attrici. – Un momento, sono nuda… Interno del camerino, dopo qualche secondo. Orsetti (di péluche), braccialetti (indiani scaramantici), foto (di bambini anonimi, forse nipoti – niente figli, ma è stato meglio così). Le vestaglie a ramage troppo ampie. Il contorno inutile delle bocche ormai prive di rossetto, quelle davvero nude, con qualche nuovo solco a ogni tournée. Salì il figlio del filibustiere: bisognava chiudere. Così di punto in bianco? E perché no? Mancando un orario, non c’era nessuna ragione di stare aperti – d’altra parte la stessa esistenza di quel luogo era irragionevole. Scesi la scala e uscii sul piazzale. Nelle altre stanze avrei trovato solamente attrici della collezione Scanavino? Qualcuna l’avevo conosciuta ancora in vita, ma molte erano soltanto nomi, fantasime di quel racconto che va accumulandosi sera dopo sera a ogni morte di spettacolo. Cosa può restare delle attrici e degli attori privati del teatro? Poca cosa. Una catasta di corpi mescolati a una massa di amministratori, sarte, registi, truccatrici, addetti ai magheggi con l’assessora, direttori di scena, macchinisti. Forse fra i tanti detriti umani c’era anche qualcosa di me, ma vai a trovarlo in un mucchio di quelle dimensioni. Incominciai a pensare al ritorno e mi resi conto che non è facile andarsene da un luogo immaginato. Dobbiamo aspettare che la fascinazione si esaurisca, cosa che può richiedere un tempo molto lungo, più lungo di quello che ci resta da vivere. Stabilito che il ritorno non dipendeva dalla mia volontà, tornai a quella camera in affitto che chiamavo il mio albergo. La Vedova aveva da fare. Lo ripeteva sempre che aveva da fare, mentre mi voltava le spalle e scendeva nel fazzoletto maleodorante dell’orto. La studiavo dalla finestra. Non si ammazzava di fatica; dava un’annaffiata di malavoglia a qualche pianticella e scavalcava il bordo di una smisurata vasca in cemento che sorgeva dietro le file delle insalate. Apparentemente la ispezionava, ma senza impegno, come chi abbia perso qualcosa e sollevi un angolo del tappeto solo per scrupolo, sicuro che sotto non c’è niente. La Vedova guardava molto più lontano, lo si capiva quando accendeva una sigaretta e incominciava a fissare un punto indeterminato oltreconfine. Sentendosi osservata, faceva gli occhi radiosi come le attrici dei film sovietici; in questa versione non la sopportavo proprio, quindi rientravo e andavo a sedermi nella poltrona accanto alla finestra. Secondo lei, di lì si vedeva il mare, ma solo in certi giorni, bisognava stare seduti e aver pazienza – credo che fosse un’invenzione ad uso dei turisti, dei quali non c’era mai stata l’ombra, a parte me. A volte, quando rientrava, le dicevo che l’avevo visto. LA VEDOVA – Che cosa? IL NARRATORE – Il mare. LA VEDOVA – Che stupidaggine! Oggi è il ventidue marzo. IL NARRATORE – E il ventidue marzo non si può vedere? LA VEDOVA – No, in certi giorni è tecnicamente impossibile. Nei mesi seguenti riprovai altre volte. Non era mai la data giusta. – Non cerchi di barare, con me casca male. Gliel’ho detto, ci vuole pazienza, quindi stia seduto e aspetti. Che poi vedere il mare non è tutta questo granché. Una volta che l’ha visto, cosa cambia? Se invece un giorno il mare arrivasse fin qui… questo sì sarebbe straordinario. Potrebbe anche succedere, no? La Vedova tornava spesso su questa fantasia del mare; dalla finestra mi illustrava come tutto il paesaggio sarebbe stato ridisegnato. Il porticciolo. I ristorantini. I cinquantenni asciutti e le loro ragazze con le schiene nude. Le ali bianche delle barche a vela (banditi i motori, niente suburra arricchita). L’andirivieni degli intellettuali inglesi (no russi, no americani). Gli onori di casa li avrebbe fatti lei. Nonostante l’età, certo. Lei. Ma non con quel vestitino da tutti i giorni, dovevo immaginarla infilata in un caffetano bianco écru lungo sino alle caviglie, con un filo di corallo rosso acceso al collo. Nessun altro gioiello. Lei. Non era impresa da affidare a una di quelle ventenni al silicone, strafatte di coca. Un pomeriggio, dopo aver succhiato una metà di quel suo liquore di erbe, la vedova prese la bottiglia e mi condusse nella grande vasca di cemento, proprio dentro. Sottolineò la circostanza eccezionale. «Non è mai venuto nessuno, qui.» La vasca era uno sterrato polveroso interrotto da qualche pozza dalle quale schizzavano le ranocchie. LA VEDOVA – È bello, vero? IL NARRATORE – Un po’ umido. LA VEDOVA – Lasci perdere i dettagli, va tutto sistemato. Lo spazio, dicevo. Fa venire molte idee, non trova? L’unica idea che avevo era di andarmene. Mi chiedevo se e quando io e quel luogo senza nome ci saremmo stancati uno dell’altro, quindi lasciati.