Giuseppe Berto, Un dito (frammento)

Trovo la moglie a letto un po’ pallida ma tanto contenta col professore ginecologo che è venuto a visitarla dopo il lavoraccio e dice quanto è stata brava questa piccola deliziosa signora, e io penso ma guarda un po’ sta’ a vedere che ha funzionato pure il parto indolore questa mia moglie è davvero capace di tutto, d’altra parte si vede che non sta nella pelle per l’elogio ricevuto dall’alto e quando quello se ne va finalmente vuole prendersi una mano mia e mi guarda commossa e mi dice ne voglio subito un’altra, e io come un lampo penso stai fresca che te ne faccio un’altra siamo mica matti per caso e vorrei dirle di calmarsi ma intanto mi viene in mente che se ha detto un’altra vuol dire che è nata una femmina e le dico è femmina vero, e lei sorridendo con occhi e bocca estenuati che sembra non abbia mai fatto altro che amarmi e amarmi senza darmi alcuna seccatura dice tu la volevi femmina, e poi dice però non ha gli occhi azzurri e i capelli biondi non sono stata brava abbastanza, e io le dico non fare la stupida e quasi quasi mi metto a piangere, per fortuna viene dentro una suora la quale saputo che io sono il padre si congratula fervidamente e dice che non si potrebbe ma se voglio dare un’occhiatina alla neonata me la fa dare, io per la verità non è che ne abbia gran voglia oggi o domani fa lo stesso secondo il mio intendimento anzi meglio domani che oggi dato che forse ancora per una notte si può far finta che non sia nata, però a quanto pare ci sono consuetudini abbastanza rigorose per i nuovi padri ed una di queste consiste nel guardare con compiacimento e commozione i nuovi figli sicché vado in corridoio seguendo la suora e quella mi fa segno di aspettare e poco dopo mi porta mia figlia, vestita a trine di mussola come una principessa ma per il resto del tutto simile agli altri neonati dell’universo che non sono certo belli, anzi direi sono proprio brutti e congestionati e mia figlia di sicuro non fa eccezione, però noto che ha le mani bianche con dita lunghissime chissà mai se è normale che abbia le dita tanto lunghe essendo appena nata comunque se non è normale tanto meglio mia figlia deve pur avere qualche segno di eccellenza dopotutto, perciò mi viene il compiacimento di rigore e desiderio di toccare una di quelle mani per sentire anche come sia la pelle di questo essere tuttora in bilico sull’estraneità per ciò che mi riguarda, ed ecco che lei non so come mi afferra un dito non è che un piccolo mostriciattolo che muove bocca e mani senza saperlo e tuttavia solo ad afferrarmi un dito ha stabilito con apparente naturalezza un rapporto anche affettivo indissolubile, mi ha preso insomma per tutta la mia vita collocandomi al suo servizio, un bell’affare a pensarci bene, per i prossimi vent’anni o anche venticinque se non di piú il mio lavoro e le mie fatiche sapranno dove andare a finire, con l’aiuto di Dio.

Giuseppe Berto, Il male oscuro, Neri Pozza

Gad Lerner, Se questo è uno Stato. Intervista a Primo Levi (1984) Doppiozero

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Francesca Rigotti, Specchio: storia simbolica di un’immagine (Doppiozero)

Lo specchio è un artefatto antico: ne sono stati trovati esemplari in tutto il mondo, alcuni dei quali risalenti al VI millennio a.C. Oltre allo specchio artefatto, prodotto dall’azione e dall’intenzione di qualcuno, c’è però anche lo specchio naturale, la superficie liquida, l’acqua. Noi che in genere non ci specchiamo mai sulla superficie dell’acqua potremmo considerare sfocata l’immagine che riflette, senza sapere che può dare invece risultati di altissimo nitore e grande precisione.

Ben lo sapeva il giovinetto Narciso, il cui mito ci viene subito alla mente se pensiamo al gesto di specchiarsi nell’acqua e alle sue, per Narciso, terribili conseguenze. Tutti conoscono Narciso, la cui struggente vicenda è narrata da Ovidio nelle Metamorfosi. Forse non tutti sanno però che il suo destino equoreo era in qualche modo predestinato dalla natura dei suoi genitori, un fiume (il Cefíso) e una ninfa acquatica, la cerulea Liríope (dagli occhi sfacciati, da lirós, sfacciato, e ops, opós, femm., occhio). Occhi sfacciati che la madre trasmise in eredità al figlio, dal momento che questi li usò in maniera sfacciata, per innamorarsi cioè della sua immagine riflessa nell’acqua di una fonte. Eppure l’indovino, il cieco Tiresia, interrogato dalla madre se Narciso sarebbe giunto a vedere una lunga vecchiaia, l’aveva avvertita. Ci arriverà, aveva risposto, «se non conoscerà se stesso» (si se non noverit, v. 348).

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Le figurine di Radiospazio. Bambole e nuvole

La bambola in negozio pareva viva; non appena in camera, Emanuela la trasse dalla scatola, la prese in braccio, la strinse a sé, la scostò, tornò ad abbracciarla, credendo così di suscitare in sé un po’ di tenerezza: inutilmente. Da bambina le accadeva lo stesso. S’estasiava davanti alla vetrina, affascinata da una bambola, la voleva, la otteneva, se la portava a casa in braccio, fieramente; ma quando poi rimaneva sola con lei, non sapeva che cosa farne. Le bambole d’allora avevano gli occhi fissi e un freddo sorriso di porcellana. «Stupida!» Emanuela le diceva piano: «Stupida, perché non parli?» La spogliava, la rivestiva senza divertimento; infine l’abbandonava. Delusa, andava alla finestra: rimaneva per ore a seguire i voli delle rondini, le nuvole che vagavano, mutando forme. Era il suo giuoco preferito.

Alba De Céspedes, Nessuno torna indietro, Mondadori

Un racconto di Italo Svevo, La tribù (1897)

I


La tribù s’era fermata! Aveva trovato in mezzo al deserto un vasto paese ricco d’acqua, di prati e d’alberi e, involontariamente, senza che nessuno lo proponesse, invece di farvi una delle solite soste fugaci, aveva messo radice in quel paradiso, era stata avvinghiata dalla terra e non aveva più saputo staccarsene. Pareva fosse giunta a quel grado superiore di evoluzione ch’esclude la vita nomade; riposava della marcia secolare. Le tende lentamente si mutarono in case; ogni membro della tribù divenne proprietario.

Corsero gli anni. Alì, un guerriero inquieto, refrattario alla nuova vita, sellò il cavallo e galoppò da una parte all’altra di quello ch’egli s’ostinava di chiamare accampamento, gridando:

– Io proseguo, seguitemi.

– E chi ci porterà dietro la nostra amata terra? – domandarono i più.

Soltanto allora tutti ebbero coscienza d’essere legati per sempre a quel pezzo di terra, e Alì partì solo.


II


Il vecchio Hussein era chiamato a decidere una questione insorta fra due proprietari di terreni limitrofi. La questione era complessa di molto. Uno dei due diceva spettargli anche una parte del raccolto dell’altro, perché per errore l’aveva lavorato; la colpa poteva essere dell’altro, che non aveva saputo imprimere sul terreno i segni del proprio diritto.

Hussein lungamente meditò, poi disse:

– Consulterò le leggi della tribù.

Il giorno appresso, nel Consiglio degli anziani, dovette dichiarare che la legge non prevedeva quel caso. Era la prima volta che un coltivatore chiedeva giustizia, perché prima non c’erano stati coltivatori.

Gli anziani si portarono alla piazza dei comizi pubblici e convocarono l’intera tribù:

– Noi non sappiamo fare giustizia; se qualcuno sa dettarcela, parli franco.

Tutti tacquero. L’intera tribù non aveva saputo sciogliere il difficile problema.


III


Hussein allora parlò:

– Fratelli! La nostra tribù è ricca di tutto fuorché di leggi! Per avvicinarmi il più possibile, nel caso concreto, alla giustizia che ignoro, decido che il raccolto, che diede luogo al litigio, sia diviso in parti uguali fra i due contendenti. Acché in avvenire i nostri giudici possano evitare anche la piccola ingiustizia da noi quest’oggi commessa, la tribù invii un suo membro a studiare l’organizzazione dei popoli che vivono da secoli nell’assetto che noi conosciamo soltanto da anni. Costoro hanno certamente leggi che regolano i diritti di chi lavora e di chi possiede.

Tutti consentirono. Avevano capito che la tribù doveva creare la propria giustizia.

Hussein disse ancora ai querelanti le generose parole:

– Uno di voi due è stato oggi tradito dalla tribù che gli doveva la giustizia esatta. Non vi dolga! Forse il vostro litigio sarà ricordato con riconoscenza dai posteri.


IV


Achmed partì. Gli anziani lo elessero a delegato della tribù, all’unanimità. Era giovanissimo ma, per la sua età, sorprendentemente attivo ed assennato. I profeti (nella tribù ve n’erano ancora) dicevano ch’era destinato ad aumentare il benessere e la gloria della tribù; e gli anziani, per rispetto ai profeti, agirono in modo che la profezia si avverasse.

Achmed partì. Conscio dell’importanza della missione affidatagli, quando si trovò solo sulla via, ripetè a se stesso il giuramento fatto poco prima agli anziani: – Patria mia, io ti porterò la giustizia.

Giunto in Europa, per lunghi anni studiò, tanto che di lui si diceva: Achmed studia come un’intera tribù.


V


Quando, dopo sì lunga assenza, ritornò in patria, non ancora sceso da cavallo, passando per le vie della piccola città, s’accorse subito che le condizioni della tribù s’erano mutate di molto. Non ne fu sorpreso. Era troppo naturale che così fosse. La legge economica non perdeva della sua forza neppure nel centro del deserto; e le piccole linde casette, che avevano da prima sostituite le tende, erano scomparse per far posto a sontuosi palazzi e a luride catapecchie. Passavano uomini seminudi ed altri coperti di stoffe preziose.

Achmed si rizzò sulla sella per guardare lontano. No! Il comignolo della fabbrica non era ancor giunto fin lì.

“Arrivo in tempo per importarlo io” pensò Achmed.

Gli anziani si radunarono per ricevere le comunicazioni di Achmed.

Ma la prima assemblea non fu che una lezione di giustizia pratica che Achmed diede ai suoi compatrioti. Egli aveva trovato i suoi beni occupati da altri. O che lo si aveva mandato via per derubarlo con comodità?

Gli anziani riconobbero la giustezza dell’osservazione e deliberarono di versare ad Achmed tanto oro quanto egli avrebbe potuto trarre dalla vendita dei suoi terreni.

Ad Achmed però non bastava:

– E come sarò retribuito di tutto il tempo che dedicai esclusivamente al bene della tribù? Io oggidì avrei aumentato considerevolmente quel mio patrimonio; possederei altre terre e palazzi se, nell’epoca in cui la proprietà fra voi andava formandosi, io non fossi stato assente. Esigo che all’importo, che mi sarà destinato ad indennizzo, vengano aggiunti gl’interessi degl’interessi in base ad un computo ch’io v’insegnerò.

Gli anziani dimostravano di consentire.


VI


Ma il decrepito Hussein s’alzò per manifestare un’opinione ben differente:

– Il tuo computo noi lo conosciamo già, disgraziatamente. Sappi, Achmed, che la tribù non è più quella che tu lasciasti. Ho paura che il tuo viaggio sia stato inutile, perché noi, oramai, di leggi ne abbiamo anche troppe. Non si potè attendere il tuo ritorno per compilarle, e furono fatte giusta i bisogni che ci parevano urgenti, e seguendo assiomi che ci sembravano naturali. Pareva che queste leggi dovessero condurci alla felicità, e invece la tribù di eroi, che hai lasciata, s’è mutata in un agglomerato di vili schiavi e di prepotenti padroni. Oh! beato Alì, che non volle fermarsi con noi a coltivare questa terra traditrice! Sappi che io non dormo una sola notte intera dal rimorso di aver consigliata la tribù ad abbandonare la vita nomade. Ho voluto attendere il tuo ritorno per prendere una decisione che ci tolga a questo stato. Se tu ci saprai raccontare di un popolo, che, toltosi alla vita nomade, abbia saputo vivere più felicemente di noi, allora ti farò contare i tuoi interessi degli interessi. Altrimenti tu non riceverai nulla, e noi, così almeno io spero, torneremo alla vita nomade.

Achmed chiese un giorno di tempo per riflettere. La cosa era troppo importante per venir risolta su due piedi; gli interessi degli interessi del suo capitale dovevano produrre una somma elevata.


VII


Egli lesse le leggi della tribù e vi trovò in embrione tutto quanto esisteva negli stati moderni più perfetti. Avrebbe potuto qua e là correggere o completare. Sentiva un gran desiderio di ostentare la propria dottrina dettando nuove leggi che la tribù ignorava perché il suo stato economico, ancora rudimentale, non le chiedeva. Ma egli non era uno sciocco e non volle esporsi ad essere deriso.

Il vecchio Hussein gl’incuteva un grande rispetto. Costui, che nei tempi passati era stato l’uomo più eroico e più generoso della tribù, ne era ora il più perspicace, il più acuto. Quelle leggi, che certamente erano opera sua, erano chiare, semplici. Dettate per regolare conflitti avvenuti sotto gli occhi stessi del legislatore, non contenevano alcuna contraddizione. Uno spirito superiore e semplice aveva precisato nei singoli casi le affinità e le diversità.

Perciò Achmed non credette di poter mentire per salvare il proprio denaro. Doveva dire la verità; e la verità o quella ch’egli pensava tale – non poteva soddisfare Hussein.

Passò la notte insonne. Verso mattina gli balenò un’idea: “Forse mi riuscirà di salvare il mio denaro e fondare con esso la mia fabbrica”.


VIII


Il dì appresso, presenti tutti gli anziani, cominciò dal dichiarare che la storia della tribù non era altro che la storia stessa dell’umanità. Prima, finché nomade, la tribù costituiva un solo individuo che lottava per la vita; ora, nel progresso, ogni suo membro era divenuto un lottatore per proprio conto. I più forti vincevano e soggiogavano i più deboli. Ed era bene che così fosse. Hussein non si mostrava degno del suo posto, piangendo sulla sorte dei vinti. Ogni membro ragguardevole sarà un vero e proprio trionfatore e l’intera razza diverrà più forte e sosterrà facilmente il paragone con gli altri popoli nel conflitto economico. – La via sulla quale vi trovate è la buona e qualunque altra vi è interdetta. Le nostre leggi non sono ancora perfette ed io voglio aiutarvi a renderle più sicure, ma non a mutarle. Invano Hussein vorrebbe ricondurvi alla vita nomade; nessuno lo seguirebbe.

— E non ci porti altro? – chiese Hussein con mestizia. – L’infelicità di tanta parte di noi è dunque decretata irrevocabilmente?


IX


– Vi porto ancora qualche cosa! – disse l’accorto Achmed. – Vi porto la speranza. Nella tribù si lotterà ancora per lunghi secoli. Essa si trova appena all’inizio della lotta, che diverrà sempre più fiera. Una parte dei vostri simili sarà, senza colpa, condannata a passare la metà della giornata in ambienti malsani, a lavorare in modo da perdervi la salute, l’ingegno, l’anima. Diverranno dei bruti, disprezzati e spregevoli. Per essi non i canti dei vostri poeti, non il giuoco d’idee dei vostri filosofi. Sarà loro tolta ogni cultura che non sia puerile, e neppure potranno vestirsi e nutrirsi da uomini. La sventura attuale dei vostri poveri, obbligati a coltivare le vostre terre, è felicità e ricchezza in confronto alla sorte dei loro discendenti. E soltanto allora la tribù sarà giunta all’altezza dei tempi. Di là soltanto – dunque fra secoli – si vedrà albeggiare una nuova era. L’uomo, elevato da tanta sventura, aspirerà a un nuovo ordine di cose. I diseredati, uniti dalle fabbriche – la loro sventura – si coalizzeranno e, pieni di speranza, vedranno avanzarsi i nuovi tempi e vi si prepareranno. Poi, giunti i nuovi tempi, il pane, la felicità e il lavoro saranno di tutti.

– E questi nuovi tempi, li sai tu predire nei particolari, nelle leggi? – domandò Hussein ansioso.


X


Ho tanto viaggiato – rispose Achmed – e non trovai sinora alcun paese che fosse giunto a tale elevata organizzazione. So dirvi questo soltanto: In quel lontano avvenire la terra sarà della tribù e tutti i validi dovranno lavorarla. I frutti saranno di tutti. Non cesserà la lotta, perché dove è vita è lotta, ma la lotta non avrà per iscopo la conquista del pane quotidiano. Questo sarà il diritto, come oggi l’aria. Il vittorioso nella lotta non avrà altra soddisfazione che d’aver servita la tribù.

E dovremo attendere sì a lungo per raggiungere tanta felicità? – gridò Hussein con voce tonante. – Ti sei meritati i tuoi interessi degli interessi – aggiunse rivolto ad Achmed. – Sappi che la tribù vuole incominciare dalla fine.

Achmed si felicitò d’essere stato tanto abile e incassò il proprio oro. Lo contò, e pensò che bastava per fondare la fabbrica, l’oggetto dei suoi sogni, e proprio in mezzo alla tribù che lo pagava nel convincimento d’essere sfuggita alla fabbrica.


XI


Un europeo, stanco della sventura del proprio paese, bussò un giorno alla porta di Hussein e chiese d’essere ammesso a far parte di quella tribù felice.

– Impossibile! – disse Hussein. – Abbiamo sperimentato che la nostra organizzazione non fa per voi europei.

Offeso, l’europeo osservò: – Non siamo stati noi a immaginare le vostre leggi?

– Le avete immaginate, ma non sapete comprenderle né viverle. Abbiamo dovuto scacciare da noi persino un arabo, certo Achmed, che aveva avuto la sfortuna di essere educato da voi.

Robert Musil, Il mestiere della canzonettista

Evidentemente il mestiere di canzonettista le appariva come una parte necessaria della vita, e a quello riconnetteva tutto ciò che di bello e di grande aveva udito dire sull’arte e sugli artisti; cosicché le sembrava giusto, educativo e signorile uscir fuori ogni sera su un piccolo palcoscenico velato dal fumo denso dei sigari e cantare canzoni il cui valore emotivo era per lei fuori di discussione. S’intende che non rifuggiva dall’intercalarvi qualche scurrilità, com’è necessario per ravvivare un po’ ciò che è decente, ma era convintissima che anche la prima cantante dell’Opera Imperiale dovesse fare altrettanto. Certo, se si vuole assolutamente definire prostituzione il vendere per denaro soltanto il proprio corpo, e non, com’è costume, l’intera persona, allora bisogna dire che Leona occasionalmente esercitava la prostituzione. Ma quando per nove anni, come era toccato a lei dal sedicesimo anno in poi, si conosce l’esiguità delle paghe nei varietà d’infimo ordine, i prezzi delle toilettes e della biancheria, le ritenute, l’avarizia e l’arbitrio dei tenutari, percentuali su cibi e bevande consumati dai clienti messi in uzzolo e sul prezzo delle camere dell’albergo vicino, quando si deve giornalmente combattere con tutto ciò, litigare, calcolare, quello che per il profano è giocondo libertinaggio diventa un mestiere pieno di logica e di obiettività, con un suo codice professionale. La prostituzione è appunto una di quelle questioni che appaiono molto diverse a seconda che si considerino dal di sopra o dal di sotto.

Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi
Traduzione di Anita Rho, Gabriella Benedetti, Laura Castoldi

Stefano Massini, Perché a me nessuno ha mai chiesto se sono signore o signorino?

https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/perche-a-me-nessuno-ha-mai-chiesto-se-sono-signore-o-signorino-le-domande-che-non-dobbiamo-smettere-di-farci-secondo-stefano-massini/457713/458678

Le figurine di Radiospazio, I polizia

Tutti i polizia sono razzisti. Fa parte del nostro lavoro. La polizia di New York odia i portoricani, la polizia di Miami odia i cubani, la polizia di Houston odia i messicani, la polizia di San Diego odia gli amerindi, e la polizia di Portland odia gli eschimesi. Qui da noi odiamo piú o meno tutti quelli che non sono irlandesi. O che non sono polizia. Chiunque può diventare un polizia – ebrei, neri, asiatici, donne – e una volta che ci sei dentro diventi membro di una razza chiamata polizia, che è costretta a odiare tutte le altre razze.

Martin Amis, Il treno della notte, Einaudi, Traduzione Gaspare Bona

Il Kitsch: Tra Storia dell’Arte e Fenomeno di Massa

L’incisiva definizione di William I. Miller, “Il kitsch disturba una persona dalla sensibilità evoluta ma, al tempo stesso, induce sensazioni piacevoli in coloro che hanno meno sensibilità,” apre le porte a una riflessione sulla dualità insita in questo concetto. Il Kitsch è una provocazione visiva, una collisione di stili e significati, eppure, paradossalmente, riesce ad attingere a un’audience più ampia, sfidando la nozione stessa di gusto artistico.

Leggi l’intero articolo: http://©http://www.kreativehouse.it/kitsch-vs-trash-lestetica-del-cattivo-gusto-dellarte-contemporanea/?utm_source=newsletter-mensile&utm_medium=email&utm_campaign=coconino

Le figurine di Radiospazio. L’insalata

– Alle femmine piace l’insalata.
– Che?
– Alle femmine piace l’insalata. Questa è una vera differenza tra i sessi. Alle femmine piace l’insalata.
– Tu la mangi l’insalata.
– Esatto, ma non mi piace l’insalata. A nessun uomo piace l’insalata. Alle femmine piace l’insalata. E posso dimostrarlo.
Lei attese. – Come?
– Le femmine mangiano l’insalata quando sono cannate. Il maschio vuole la sua tavoletta di cioccolato, o il suo pane e burro con lo zucchero. Niente pomodori del cazzo. Le femmine mangiano insalata al mattino. Direttamente dal frigo. Solo una femmina può fare questo. Pensa quanto sono malate, le femmine”

Martin Amis, Cane giallo, Einaudi, Traduzione Massimo Bocchiola

Editori a pagamento di un secolo fa

Giovanni Morgeson, il mio editore – l’egregio uomo che aveva prima rifiutato il mio libro e che ora, mosso dal proprio tornaconto, dedicava tutte le sue energie a lanciarlo nella veste più in voga – non era già, come il Cassio di Shakespeare, assolutamente “un uomo onorato”. E nemmeno era il capo di un’antica Casa editoriale, il cui sistematico sfruttamento degli autori fosse stato consacrato dal tempo. Era un uomo nuovo, con nuovi metodi, e con buona provvista di nuova iniziativa e di nuova impudenza. Intelligente, furbo e diplomatico, era riuscito, per un verso o per l’altro, ad accaparrarsi il favore di una parte della stampa. Molte gazzette, quotidiane e settimanali, mettevano in evidenza le sue pubblicazioni, anche a detrimento di altre Case più giustamente note e stimabili. Mi spiegò in qualche modo i suoi metodi, quando mi recai da lui per aver notizie del mio libro. – Tutto è pronto per la settimana prossima, – disse, fregandosi le mani e con tutta la ossequiosità dovuta al mio conto corrente. – E siccome voi non badate al danaro, vi dirò subito quel che intendo fare. Farò pubblicare innanzi tutto una specie di preavviso, una cinquantina di righe nebulose anzi che no, per informare il pubblico che il libro è destinato a segnare una nuova era del pensiero; ovvero che non passerà molto e ogni persona che si rispetti sarà costretta a leggere quest’opera singolare; o anche: un tal lavoro sarà certo bene accolto da chiunque voglia e sappia intendere il corso di una fra le più delicate e ardenti questioni del tempo. Sono frasi fatte, capite, e non c’è privativa. L’ultima poi è di effetto sicuro, appunto perché vecchissima, visto che ogni allusione ad una questione ardente e delicata fa pensare a molti che il libro sia immorale, e per conseguenza lo fa andare a ruba! Ebbe un gorgoglio di soddisfazione per la propria perspicacia, ed io stetti muto a contemplarlo con un senso di curiosità e di diletto. Quest’uomo, la cui sentenza avevo aspettato con ansia umile e febbrile, era adesso mio strumento, pronto ad ogni mio capriccio purché pagato, ed io lo ascoltavo con indulgenza mentre egli mi andava svolgendo i suoi piani per il trionfo della mia vanità e del suo tanto per cento. – La pubblicità, – così continuava, – è stata fatta senza lesinare. Le commissioni sono ancora scarse, ma non mancheranno. L’annunzio che v’ho detto lo farò inserire in un migliaio di giornali qui e in America. Vi costerà su per giù cento sterline, fors’anche qualche cosa di più. Voi non ci tenete? – Nemmeno per ombra! – risposi, più che mai divertito. Stette un momento indeciso, poi mi si accostò con la sedia e abbassò la voce. – Capirete, spero, che la mia prima sfornata sarà soltanto di duecentocinquanta esemplari. Questo numero mi sembrò assurdo e mi strappò un grido di protesta. – Che idea! – esclamai. – E come volete far fronte alle richieste del pubblico? – Adagio, caro signore, adagio! Voi siete troppo impaziente. Lasciate che mi spieghi. Tutti questi duecentocinquanta esemplari saranno distribuiti in omaggio il giorno stesso della pubblicazione… – Perché? – Perché? – e il degno Morgeson rise cordialmente. – Mi avvedo, caro signor Tempest, che voi siete come molti uomini di genio… non capite gli affari. Il motivo dell’omaggio sta in questo: che si possa subito annunziare in tutti i giornali che la prima copiosa edizione del nuovo romanzo di Goffredo Tempest essendo esaurita il giorno stesso della pubblicazione, una seconda è in corso di stampa. A questo modo, capite, la diamo a bere al signor pubblico, il quale non può sapere se un’edizione è di duecento esemplari o di duemila. Naturalmente, la seconda edizione è pronta da un pezzo, e sarà anch’essa di duecentocinquanta copie. – E cotesto processo voi lo considerate onesto? – domandai con la massima calma. – Onesto! – esclamò con una ingenua espressione di virtù oltraggiata. – Onestissimo, mio caro signore!

Marie Corelli,.Le angosce di Satana (1895), Parole d’Argento Edizioni

Francesca Zanette. Tina Modotti: la fotografia vivente (Doppiozero)

Tina era bella. Indiscutibile: lo si vede nei ritratti di Edward Easton a lei dedicati in cui appare abbandonata, oppure intensa e consapevole, o ancora adagiata in una malinconia sognante mentre guarda la strada dal balcone di una finestra. A confermarlo sono anche i tanti personaggi (scrittori, artisti, politici, rivoluzionari) che ne hanno subito l’influenza e testimoniano di lei un fascino ben oltre l’aspetto. 

Il poeta Germán List Arzubide, esponente dell’estridentismo, un movimento messicano d’avanguardia degli anni Venti, fu tra i primi a riconoscere la sua attività di fotografa. Così ne scrive: «Non la definirei carina, ma bella. I suoi tratti erano molto italiani, voglio dire che c’era sempre una punta di tragico, di drammatico, nella sua espressione». E ancora Rafael Carrillo, membro del partito comunista: «Notai subito il suo grande interesse, la sua sete di sapere. […] Era straordinariamente bella, e tutti gli uomini – io non rappresento un’eccezione – si innamoravano di lei, nonostante non fosse affatto civetta, e non facesse niente per provocare queste reazioni. Aveva solo quella stupenda grazia naturale… La parola “innamorarsi” non è quella giusta; non c’era uno sfondo sessuale. Si sentiva solo il desiderio di starle vicini, di guardarla, di attirare la sua attenzione e di parlare con lei».

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Le figurine di Radiospazio. Il lettore di storie

C’era chi si laureava in letteratura per passare poi a giurisprudenza. Altri volevano fare i giornalisti. Lo studente più brillante del suo corso di laurea, Adam Vogel, figlio di accademici, intendeva prendere un dottorato in filosofia e seguire le orme dei genitori. Rimaneva un folto contingente di studenti che si laureavano in letteratura in mancanza di meglio. Perché l’emisfero sinistro del loro cervello non era abbastanza sviluppato per le materie scientifiche, perché storia era troppo arida, filosofia troppo astrusa, geologia troppo legata al petrolio e matematica troppo matematica. Dato che non erano portati per la musica o per l’arte, non erano motivati dall’ambizione di far soldi o non erano così intelligenti, questi ragazzi cercavano di prendere una laurea facendo qualcosa che non era troppo diverso da quello che avevano fatto sin dalla prima elementare: leggere storie.

Jeffrey Eugenides, La trama del matrimonio, Mondadori, Traduzione K. Bagnoli