Le figurine di Radiospazio. Reputazioni

Tua mamma, beh, si è fatta qualche storia e poi si è piazzata con Tony Odgers. Dopo lui è andato a farsi sette anni per estorsione. Alla fine è uscito Teddy Ambrose, e lei si è messa assieme. Ma Teddy l’hanno fatto a pezzetti in una rissa davanti al World Upside Down. Tua mamma si è fatta qualche altra storia e dopo si è data una regolata e per un po’ ha provato con Ian Thorogood. Questo poi è rimasto strozzato da un cravattone mentre era in custodia della polizia. Le cose non stavano andando male fra tua mamma e Frank Purdom. Ma dopo Nick Odgers è uscito, per una settimana circa, ma abbastanza da fargli le scarpe a Frank Purdom, e tua mamma è tornata alla vecchia musica. Keith Room si è comportato benissimo con lei fino a quando non gliene hanno dati dodici, e dopo lei ha fatto strabuzzare gli occhi andando a vivere con Thelonius Curtly. E quando l’hanno accoppato anche a quello lei ha fatto una caduta di stile, han pensato in tanti, ed è andata a vivere con Lon Chang You. Però a quel punto beveva, e anche peggio. A essere sincerissimo del tutto con te, la sua reputazione iniziava a patirne.

Martin Amis, Cane giallo, Einaudi, Traduzione Massimo Bocchiola

Le scimmie di mare, 19ª puntata

Capitolo II
Che potrebbe essere l’ultimo.

Ciò che lei dice non è che un sogno, tanto spaventoso quanto impossibile. Villiers de l’Isle-Adam, L’Eva futura

Uomini bianchi si aggiravano per il Paese in piccole formazioni di tre o quattro elementi. Piantavano lunghi termometri nel terreno per rilevare la temperatura del sottosuolo, il suo grado di acidità e chissà cos’altro. Sigillati in tute refrattarie, si immergevano nei rigagnoli e riempivano bottigliette di acque torbide. Per lo più scuotevano la testa e allargavano le braccia per dire: «Ma come si fa?». Fino a che non interveniva a brutto muso un uomo ugualmente bianco ma più grande di due taglie: «Cosa scuotete la testa… cosa allargate le braccia?… Pensate a trascrivere i numeri esatti e basta!»
Sugli uomini bianchi, gli abitanti del paese non si pronunciavano, erano ancora tramortiti dal mistero del mare inscatolato nella Grande Arena di cui sapevano solo l’esistenza. I più svegli avevano notato che sulle tute degli uomini bianchi spiccavano due arcane lettere d’oro, SM.
–  … Sua Maestà…?
–  Mmm…–  Suore della Misericordia…?–  Targa automobilistica di Myslowice…?–  E dove sarebbe?–  Dalle parti della Polonia, credo …–  Vedi? Non lo sai neanche tu.–  … Singolare Maschile…?–  … Stato Maggiore…? Dovette intervenire la maestra:–  Società per l’allestimento dei Mari
–  Ah, ecco!, fecero i più svegli, e smisero di interrogarsi.

Dopo gli uomini dentro le tute, vennero i furgoni bianchi. Arrivavano sempre col buio, a passo d’uomo, alimentati da un’energia misteriosa. I pochi nottambuli un po’ bevuti si trovavano davanti uno di quei musi candidi che li fissava coi fari spalancati e che subito scivolava via lasciando appena intravedere le sue lettere d’oro sulle fiancate, SM. Qualcuno più scoppiato degli altri pretendeva che si trattasse di un’apparizione e la inseguiva brancolando tra i fumi:
– Fermati, puttana d’una troia!… Se ti lasci prendere giuro che mi converto!…
Ma l’apparizione non era mica scema, accelerava e imboc- cava il viale della Grande Arena mentre l’inseguitore inciampava nei suoi propositi di redenzione e andava a scorticarsi sull’asfalto.

Sono io, e non sono io. Mi ritroverai e di nuovo mi perderai.
Marcel Schwob, Il libro di Monelle

Scena: esterno giorno, poco prima dell’alba. Totale della Grande Arena. Ponteggi e gru.
Una quarantina di operai sta montando un’insegna smisurata che fra poco illuminerà a giorno alcuni chilometri quadrati di territorio. Ma il Paese ancora non lo sa e dorme il suo sonno senza idee.
Stacco: il bordo dell’Arena. La Signora osserva l’acqua. È inquieta. Percorre a piccoli passi lo stesso metro quadrato di piastrelle avanti e indietro.
Bob, giacca verdemare, pantaloni blu, è a disposizione. LA SIGNORA: – … Un’idea geniale. Complimenti!
BOB: – Quale?
LA SIGNORA : – La sua! Come le è venuto in mente di far montare l’insegna luminosa proprio oggi, nel momento più delicato!
BOB: – Volevo solo guadagnare tempo.
LA SIGNORA: – Lei sarebbe capace di dare appuntamento all’idraulico la prima notte di nozze.
(In pubblico ostentano il lei: la conferma che sono davvero amanti).
Stacco: un operaio a cavalcioni di un traliccio si apre una birra.

L’OPERAIO: –Auch auf dem höchsten Thron sitzt mab auf dem eigenen Hintern!
Ilarità del collettivo.
LA SIGNORA: – Cos’hanno da berciare a questo modo?! BOB: – Non saprei, sono tedeschi. Una squadra molto specializzata. Credo che Hintern voglia dire culo.
LA SIGNORA: – Lei è un incosciente, Bob. Questa gazzarra può essere deleteria per le creature, lo capisce?
Stacco: il bordo dell’Arena. Seduti a un tavolino, i professori Chen Yan Yan, docente della Zeijang Ocean University, e Bhim Kapoor, ricercatore presso l’inStem di Bangalore. La dottoressa Amira Hosseini, dottoranda all’Università di Teheran, prende appunti.
Stacco: la Signora al tavolino degli scienziati.
I dialoghi sono coperti da una colonna musicale (Shostakovic, Quartetto n. 8 in Do minore, Op. 110, Allegretto).
La Signora gesticola, indica gli operai, il cielo, l’acqua, il mondo. Si torce le mani.
KAPOOR: – Nessun pericolo, gli elementi esterni non pos- sono influire sull’esperimento.
LA SIGNORA: – Ha detto esperimento? Vuol dire che potrebbe non riuscire? Sappiamo come vanno a finire gli esperimenti.
CHEN: – Ma no, ma no… Lo chiamiamo così perché gli individui che nasceranno sono pezzi unici, tutti diversi uno dall’altro. Non è fantastico? D’altra parte, se ci pensa, ogni vita assomiglia molto a un esperimento.
LA SIGNORA: – (senza entusiasmo) Beh, sì, è abbastanza fantastico.
Con la spensieratezza di una bimba, Amira ha immerso le mani nell’acqua e le muove dolcemente avanti e indietro.
KAPOOR: – Cosa combina, dottoranda Hosseini!?
AMIRA: – Scusi professore, non ho resistito alla tentazione di toccarle. Senta, sono di una morbidezza soprannaturale.
Breve consulto fra i due scienziati:
KAPOOR: – Ma questa, chi ce l’ha mandata?
CHEN: – È l’allieva prediletta di Rahmani, quella di turno. KAPOOR: – Rahmani sarà anche un luminare ma esagera…
Ormai ha ottant’anni… è una malattia! Non gli sono bastati quattro processi. Con questa ragazza, capace che se ne becca un altro.
CHEN: – Beh, per una così mi farei processare anch’io. KAPOOR: – Professore…!
La dottoranda Hosseini sorride statuaria. La camicetta a grandi pavoni bagnati le modella il busto persiano.
Nei professori Kapoor e Chen si accendono due immagini simultanee: per il primo, Amira è la reincarnazione di Anahita, la dea iraniana delle fertilità; per il secondo, la ragazza dello spot Chanel Rouge Coco Flash. L’immagine di Kapoor è la più pertinente: sulle palme aperte della giovane divinità pulsano dodici minuscole forme ovoidali, cuoricini smarriti:
LE FORME OVOIDALI: – Ma non si doveva nascere più tardi?
KAPOOR: – È impazzita dottoressa? Le rimetta subito in acqua!
AMIRA: – Sì professore.
CHEN: – Ormai è inutile. A contatto con l’epidermide umana, sia pure quella della dottoressa Hosseini, si devitalizzano.
LA SIGNORA: – Lo sapevo, me lo sentivo!
KAPOOR: – Non è affatto grave, signora. Ce ne sono molte altre, per così dire.
CHEN: – Molte?…, moltissime altre… moltissimissime! I DUE PROFESSORI: – Hihihihihi!
CHEN: – … Sempre che la dottoressa Hosseini non le ripeschi una per una.
I DUE PROFESSORI: – Hihihihihi!
LA SIGNORA: – Questa ilarità non mi sembra per niente scientifica.
KAPOOR: – Ha ragione. È un riso nervoso, lo stress dell’attesa
LA SIGNORA: – A chi lo dice! Dovremo aspettare ancora molto?
CHEN: – Hihihihihi!
KAPOOR: – Si contenga, professor Chen! (alla Signora) Più o meno una trentina di ore. Non sono molte, se pensa alla complessa fusione degli organismi che si stanno formando.
LA SIGNORA: – Quante saranno le uova?
KAPOOR: – A parte che non si tratta propriamente di uova, è impossibile calcolarlo. Alcuni trilioni, direi.
LA SIGNORA: – Trilioni. Affascinante. In questo momento, mentre parliamo, sotto la calma apparente dell’acqua…
AMIRA: – Eh sì! Quei trilioni si stanno dando un gran daffare, può scommetterci. È tutto un godi-godi cellulare che nemmeno se l’immagina,.
KAPOOR: – (Precisando) Sono microrganismi liofilizzati.
AMIRA: – Non ha importanza… Dicevo: in questo momento tutti quei liofilizzati si annusano, si toccano, si strofinano, si slinguano, ingroppano il primo che capita e sotto a chi tocca. Non so ancora come funziona il trombamento perché sono solo a metà della tesi.
Kapoor prende in disparte il collega. La telecamera li segue.
KAPOOR: – Bisogna rispedire la ragazza a Teheran. È urgente.
CHEN: – Come la prenderà il professor Rahmani?
KAPOOR: – La prenda come vuole, dovrà farsene una ragione. Questa, come apre bocca, ci sputtana.
CHEN: – Non drammatizziamo, è soltanto un po’ giovane. Vede come se la intende bene con la Signora? Sono diventate amiche.
KAPOOR: – Intanto me la tolga di mezzo. Ne riparliamo domani.
– Stop! Mezz’ora di pausa!

Kevin Romanek si annoia. È arrivato tre giorni fa con una troupe della AT&T per documentare l’evento e non è successo ancora niente. Solo chiacchiere di scienziati che saranno tutte tagliate in montaggio. Per il resto, acqua e sonno. Un’immensa piscina di acqua addormentata.
Romanek ripensa agli ultimi due video che si è autofinan- ziato (come i precedenti): un matrimonio zombie e un gruppo di ragazze che giocavano al voo-doo in un negozio di animali.
Un critico indipendente voleva segnalarli per gli Awards ma gli avevano riso in faccia. Seimila dollari sputtanati. Quasi gli ultimi. Qui, per cinque giorni di lavoro gliene sganciano ventimila più le spese. È una bella paccata di soldi ma anche una gigantesca presa per il culo di tutto il suo lavoro consacrato alla ricerca più crudele. La sua compagna Gwenda era stata molto felice di quell’ingaggio – per il bene di lui, naturalmente. «Lo vedi anche tu, Kevin, se ti fai passare le scalmane sperimen- tali è tutta un’altra vita.» Al ritorno, l’avrebbe lasciata. Era più di un anno che ci pensava.
– Potete smontare, per oggi non giriamo più!

Se le regioni si fondessero le une con le altre senza alcuna demarcazione, cosa che resta da dimostrare, è possibile che tante volte io sia uscito dalla mia, credendo sempre di esservi ancora dentro.
Samuel Beckett, Molloy

Ma in questo Paese non ci sono i dintorni?
Incontravo solo quartieri nuovi, uno dopo l’altro. Interminabilmente. Si riproducevano da soli sotto i miei passi. Erano confortevoli, mica angosciosi, quartierini freschi di giornata. Piccoli hotel prestige, zimmer, motel, bed&breakfast. Tutti sorridenti anche se appena un po’ tesi, come chi sta aspettando da ore, forse da giorni o settimane.
Una dozzina di operai si arrampicavano lungo scale tele- scopiche e tendevano cavi d’acciaio per montare uno striscione pubblicitario. I pochi passanti non ci facevano caso. Forse sapevano già. Anch’io temevo di sapere già, per questo volevo mettere il maggior spazio possibile fra me, la Grande Arena e quei quartieri vuoti che presto sarebbero stato invasi non sapevo da chi. Il Vuoto attira, è inevitabile, così come, sciocca- mente, anche il Pieno.
Finalmente montato e dispiegato, lo striscione lanciò il suo grido rosso carminio:

SEA-MONKYES (STADIUM)

Lungo il viale, altre squadre di operai sincronizzati avevano montato nuovi striscioni, uno ogni cinquanta metri:

WONDERFUL WORLD OF AMAZING SEA-MONKEYS!

Possiede il bambino, come noi, la credenza in un mondo reale, e la distingue dalle diverse finzioni del suo gioco e della sua immaginazione?
Jean Piaget, La rappresentazione del mondo nel fanciullo

Lo sbarco delle Scimmie di mare in versione americana punto 2 era ormai imminente. Il Nuovo le aveva ribattezzate Sea Monkies per spacciarle ancora sul mercato – un trucco dozzinale che aumentava il mio sgomento di fronte a uno spettro, un fantasma infantile che diventava corpo,
che un giorno avrebbe suonato alla mia porta: «Sorpresa!»,
che io avrei finto un impegno urgente senza riuscire a togliermelo di dosso,
che mi sarei messo a correre tentando di seminarlo,
che mi sarei rifugiato in un bar, ingenuamente,
che avrei trovato lo spettro già seduto al tavolino prima di me,
che avrebbe ordinato un’aranciata San Pellegrino amara
che un tempo mi piaceva tanto,
che mi avrebbe guardato con languore (niente è più ripugnante di uno spettro che fa il sensuale),
che l’aranciata amara avrebbe contenuto un filtro tipo quello dello stupro,
che mi sarei ritrovato su un grande pagliericcio, nudo, incosciente e abusato da una ridda di creature cosparse di antennine e pinne dorsali,
che, una volta saziati, i mostricini si sarebbero seduti per terra, in circolo, tutti seri come gli attori di Grotowski prima della prova aspettando un mio cenno,
che un dio beffardo si era divertito a realizzare il desiderio di una compagnia teatrale tutta mia, ma con molti decenni di ritardo,
che me l’aveva creata proprio su misura, orripilante come la volevo allora – i bambini sono attratti dal Disgustoso, lo si sa,
che saremmo stati una cosa sola, io e le Scimmie di mare punto 2,
che sarei stato ricordato come un povero addestratore di pulci o qualcosa di simile.

Guardai l’orologio. Se i calcoli del professor Kapoor erano esatti, le creature si erano già formate. Forse in quell’istante le prime antennine stavano spuntando dall’acqua, poi sarebbero emersi i peduncoli, le pinne, i corpi lunghi e piatti. Forse nella nuova versione gli avevano fatto i seni. Forse la Signora aveva preparato un buffet. Sicuro, un grande buffet per cento, duecento invitati, cornice indispensabile per un’occasione come questa – mica avrebbe passato la serata a mangiare tramezzini in compagnia di Bob e delle Scimmie. Sicuramente la Signora voleva che io partecipassi, anzi era proprio indispensabile. Dovevo assistere al suo trionfo. Nel quale avrebbe ritagliato una fettina per me: La Signora (presentandomi a un direttore di teatro vestito da maestro di tennis) : – Pensi che la prima idea di un teatro delle Sea Monkies era venuta a lui.
IL DIRETTORE DI TEATRO: – Ah, ecco. E poi…?
LA SIGNORA: – E poi niente, ha lasciato perdere. Ma parliamo di tanti, tantissimi anni fa. Era troppo in anticipo sui tempi.
IL DIRETTORE DI TEATRO: – Sapesse come mi stanno sui coglioni quelli che sono in anticipo sui tempi!
(No, il direttore non sarebbe stato così volgare, avrebbe semplicemente ripetuto «Ah, ecco.»)
Mentre mi stavo rappresentando l’inaugurazione alla quale tentavo di sfuggire, comparvero piccole comitive di turisti fra i quali spuntava qualche divisa azzurra, gli steward del Sea Monkyes Stadium. Certamente mi stavano cercando. Mi vedevo già sollevato per le ascelle da un paio di quei ragazzoni che mi issavano su un’auto dalla targa truccata per poi scaricarmi nel pieno della festa come un discolo evaso dal collegio.
Mi venne in soccorso l’Ombra che incominciava a calare sulle case e sulle colonne dei turisti con i quali cercavo di confondermi. A intervalli regolari eravamo illuminati da due luci intermittenti, una bianca e una rossa, che indirizzavano verso il Sea Monkyes Stadium una folla sempre più fitta. Altoparlanti improvvisati diffondevano una voce a singhiozzo che annunciava, per quel che si riusciva a capire, uno spettacolo epocale e totale. Il serpentone dei corpi si era compattato al punto che ormai ci si doveva fermare ogni due passi, ma a tutti sembrava normale procedere così, con i piedi a strascico e gli occhi ipnotizzati dalle luci bicolori.

Uno, due… suggeriva la grande insegna.
… Tre e quattro… rispondevano le scarpe dei processionanti.

Dovevo sottrarmi a quella morsa. La moltitudine si faceva sempre più densa, eravamo a un passo dalla fusione totale; in breve, sarei stato completamente inghiottito da quel corpo mistico che mi avrebbe riportato, un passetto dopo l’altro, al Sea Monkyes Stadium.
Quando un racconto finisce in un cul de sac, ci si aspetta che il Narratore risolva la situazione con un’invenzione ingegnosa. Questo non è sempre possibile per svariate e a volte buone ragioni. Nel nostro caso il Narratore si è pericolosamente confuso con i suoi personaggi ed è finito in una mischia dalla quale rischia di essere stritolato.
In una situazione così scomoda non è facile farsi venire un’idea passabile, infatti quella a cui ricorse il Narratore fu modesta – d’altra parte, diciamolo, anche il Destino, che secondo me è molto sopravvalutato, ha spesso delle trovate banali, eppure tutti si mostrano sorpresi e cadono in ginocchio folgorati.
Per evadere dal muro umano in cui era imprigionato, il Narratore decise di giocare la carta del Gatto del Museo – non pensava che un giorno gli sarebbe ancora tornato utile, quindi lo aveva abbandonato insieme a tanti altri personaggi di cui non ricordava più nemmeno il nome.
Ecco dunque che Il Gatto, catapultato nel racconto senza preavviso e senza un perché, si ritrova in una selva di scarpe, di stivaletti, di sandali, di piedi callosi. È un tipo che di solito sa controllarsi, ma qui vogliono essere pestoni e calci più o meno volontari che finiranno per schiacciarlo come una rana. Per quanto filosofo e ormai di mezza età, in quell’anonimo Felis Catus si risveglia la bestia che dorme in lui da sei milioni di anni, il Felis Silvestris – non la versione libica, incline ai rapporti con gli umani, bensì quella europea, un piccoletto che in quanto a ferocia se la giocava con il Thyloacoleo carnifex, secondo i paleontologi.
Come la mietitrebbia sfugge al controllo dell’operatore e impazza per il campo decapitando le spighe a casaccio poi, sempre mulinando le sue lame, irrompe in paese e recide tutti quelli che incontra, compresi i fedeli in processione con la statua del Patrono, così il Gatto affetta, lacera, amputa, strazia e infine disperde la folla degli inebetiti che si trascinano verso il Sea Monkyes Stadium.
Quando il Narratore ebbe riletto la carneficina appena terminata, gli venne qualche dubbio. Non era un po’ debole? Forse avrebbe dovuto calcare di più la mano, creare un grande, orrido affresco ricco di dettagli forti, per esempio gli artigli e le zanne del Felis Silvestris primordiale mentre aggredivano visi, polpacci, occhi, parti molli, guance innocenti di bambini che le mani sanguinanti delle madri tentavano di proteggere. Ma al Narratore non gli andava di riscrivere, per pigrizia e anche perché lo splatter non era nelle sue corde. Guardò Il Gatto satollo. Si leccava le zampe e il muso come un pensionato dopo una mangiata di pesce alla bocciofila. Anche volendo, sarebbe stato impossibile ripetere la scena; dentro quel corpo abbandonato al torpore del dopopranzo il sanguinario Felis Silvestris aveva ripreso il suo sonno. Non si sarebbe risvegliato prima di qualche altro milione di anni.


Da dove venivano? Dal posto più vicino. Dove andavano? Sappiamo forse dove stiamo andando?
Denis Diderot, Jacques il fatalista e il suo padrone

Il Gatto mi seguiva. Di solito lo fanno i gatti sfrattati o quelli che sperano di migliorare il loro tenore di vita. Gli basta un’occhiata per valutare chi hanno di fronte; se è abbiente, se è single, se è affittuario o proprietario, se è iperattivo o sedentario. Hanno i loro parametri, vanno a colpo sicuro.
Invece il Gatto, che non aveva capito niente, seguiva la persona sbagliata. Era escluso che io tornassi all’Holiday Inn per finire in pasto alla Signora, ai direttori di teatro, ai registi specializzati in Monkie’s Dramaturgy, ai laboratori per aspiranti Scimmie di mare, così com’era difficile che potessi affittare un bilocale appartato in cui farmi dimenticare. Quanto al ritorno, neanche pensarlo; il Paese era diventato irriconoscibile, chissà quale nome gli avevano dato, e se non sai nemmeno da dove parti mancano anche i minimi presupposti del viaggio.
Dunque andavamo, io e il Gatto, così, tanto per andare, e l’andare era un declinare facile che mi sarei goduto volentieri da solo.
Ogni tanto facevo un tentativo per togliermelo dai piedi:
– Mi dia retta, è una stupidaggine, io e lei non abbiamo nulla a che spartire. Se crede all’unione di due solitudini o cose simili vada su un sito di incontri e mi lasci perdere.
Gli stratagemmi del Gatto per non rispondere erano penosi, come quelli di chi parla tenendo il cellulare spento; fingeva di esaminare un sasso qualunque con la faccia del geologo che studia un meteorite misterioso, oppure si avvitava con un balzo nell’aria per catturare farfalle inesistenti.
A mano a mano che scendevamo lungo il declivio, i bead and breakfast e le strutture alberghiere si diradavano. Anche il paesaggio perdeva gradualmente i pezzi, come se il disegnatore, stanco di miniare arbusti e alberelli, avesse incominciato tirar via. Scendevamo fra piccoli scarabocchi rotondi che rimpicciolivano a ogni nostro passo, finché ci ritrovammo su una distesa di ciottoli levigati disegnati di fresco.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
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9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/
13ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23477&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=1c1693b818&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
14ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23497
15ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23526
16ªpuntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23547
17ª puntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23617
18 puntataª https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23655

Philip Roth, La lametta nuova (frammento)

Ci ho pensato bene. I miei figli hanno finito gli studi. La mia casa è pagata. Sono coperto con la Blue Cross e la Major Medical. Ho una Ford del ’56. Ieri ho ricevuto un assegno di quarantacinque dollari in diritti d’autore dal Brasile, soldi piovuti dal cielo. Buttala via, mi sono detto, e fatti la barba con una lametta nuova. Poi ho pensato: no, con questa lametta posso farmi la barba almeno un’altra volta, forse anche due. Perché essere sciuponi? Ma poi ho fatto un’altra riflessione: Ho sette libri negli scaffali dei tascabili, ho editori in venti paesi, sulla casa c’è un tetto di tegole nuove, in cantina c’è una caldaia nuova e silenziosa, nel bagnetto di Hope c’è un impianto nuovo di zecca. Le fatture sono tutte pagate e, ciò che piú conta, in banca ci sono dei soldi avanzati che fruttano un interesse del tre per cento, per la vecchiaia. Al diavolo, ho pensato, basta con queste riflessioni… E ho messo nel rasoio una lametta nuova. E guardate come mi sono massacrato. Mi sono quasi tagliato un orecchio.

Philip Roth, Lo scrittore fantasma, Einaudi, Traduzione di Vincenzo Mantovani

Martin Amis, Equivoci (frammento)

C’è un postino vedovo che ha lavorato tutta la vita in una piccola città. Una cittadina con un clima pessimo. La pensione è vicina. Una notte il postino rimane alzato fino a tardi. Per scrivere un commosso addio alla comunità. Qualcosa come: «Ho fatto il mio dovere con il ghiaccio e con la pioggia, con il temporale e con il sole, sotto i tuoni e sotto l’arcobaleno…» Se lo fa stampare. E il penultimo giorno di servizio ne mette una copia in tutte le cassette della posta del suo giro. La mattina dopo è fredda e ventosa. Ma la reazione alla sua lettera è calda e cordiale. Qui gli offrono una tazza di caffè, là una fetta di torta appena sfornata. Il postino respinge con un gesto le modeste mance che gli vengono offerte. Stringe qualche mano, passa alla casa successiva. Un po’ deluso, forse, che nessuno sia stato commosso dalla… dalla qualità della sua dedica. Dalla sua poesia, Mike. Ultima tappa del suo giro è la casa di un avvocato di Hollywood in pensione e della moglie diciannovenne. Prima faceva la guardarobiera. Fantastica. Tutta curve. Con due occhioni cosí. Il postino suona alla porta e gli apre la ragazza. – Lei è il signore che ha scritto quella lettera? Dove parla del tuono e del sole? La prego, entri. In sala da pranzo c’è un tavolo che geme sotto il peso di cibi e vini costosissimi. La ragazza gli dice che il marito è appena partito per andare a giocare a golf in Florida. Gli chiede se ha voglia di fermarsi a pranzo. Dopo il caffè e i liquori lo conduce per mano sul tappeto di pelliccia bianca davanti al caminetto acceso. Fanno all’amore per tre ore. Nella luce ambrata. Il postino è sbalordito dall’intensità e dalla forza di questa esperienza. Che sia stata quella lettera poetica a conquistare la giovane donna? Che siano stati gli arcobaleni? Pensa che, come minimo, la ragazza sarà sua per sempre. Si riveste, ancora stordito. Indossando una vestaglia trasparente, lei lo accompagna alla porta. Poi prende la borsa dal tavolino dell’ingresso. Gli porge un biglietto da cinque dollari. E lui: – Perché? Scusa ma non capisco. E lei: – Ieri mattina, a colazione, ho letto la tua lettera ad alta voce a mio marito. Dove parli del ghiaccio e della pioggia e dei lampi. E gli ho chiesto: «Che cosa devo fare se passa questo tizio?» E mio marito ha risposto: «Ma fatti fottere, dàgli cinque dollari». Il pranzo è stato un’idea mia.”

Martin Amis, Il treno della notte, Einaudi, Traduzione Gaspare Bona

Jorge Luis Borges, Il filo di Arianna

Il filo che la mano di Arianna lasciò nella mano di Teseo (nell’altra c’era la spada) perchè egli si inoltrasse nel labirinto e ne scoprisse il centro. l’uomo con la testa di toro o, come vuole Dante. il toro con la testa d’uomo. e lo uccidesse e potesse, eseguita la prodezza, disfare le reti di pietra e tornare da lei, al suo amore.
Le cose accaddero in questo modo, Teseo non poteva sapere che dall’altro la to del labirinto c’era un altro labirinto, quello del tempo, e che in qualche luogo prestabilito c’era Medea.
Il filo s’è perduto; il labirinto pure si è perduto.
Ora non sappiamo neanche se ci circonda un labrinto , un segreto cosmo, o un caos azzardato.
Il nostro meraviglioso compito è immaginare che esistano un labirinto e un filo.
Non rintracceremo mai il filo; forse lo incontriamo e lo perdiamo in un atto di fede, in una cadenza, nel sogno, nelle parole
che si chiamano filosofia o nella pura e semplice felicità:


Jorge Luis Borges, Cnossos 1984

Le figurine di Radiospazio. La felicità

Philip pensò che abbandonando il desiderio di felicità egli abbandonava l’ultima delle sue illusioni. La sua vita era orribile se misurata col metro della felicità, ma ora gli sembrava di trarre forza dal rendersi conto che si poteva misurarla con qualcos’altro. La felicità non contava, come non contava la sofferenza. L’una e l’altra contribuivano, come ogni dettaglio della vita, all’elaborazione del disegno. Gli sembrò per un attimo di essere al disopra dei casi della sua esistenza, e sentì che essi non avrebbero più potuto toccarlo come in passato. Qualunque cosa gli accadesse sarebbe stata un motivo in più da aggiungere alla complessità del disegno, e all’avvicinarsi della fine egli avrebbe gioito del compimento di quest’ultimo. Sarebbe stato un’opera d’arte, e non meno bella perché lui soltanto ne conosceva l’esistenza, e perché con la sua morte il disegno avrebbe cessato di esistere. Philip era felice.

Somerset Maugham, Schiavo d’amore, Adelphi, Traduzione F. Salvatorelli

Le scimmie di mare, 18ª puntata

E finalmente iniziarono gli arrivi.
Camion autocisterna Howo, tutti gialli, altezza sette metri, capienza 35.000 litri ciascuno, guidati da autisti giapponesi impermeabili alla folla festante, ai bambini che ruzzolavano fra le ruote giganti, al sindaco che venne travolto mentre leggeva un breve discorso di benvenuto.
Le vecchie contavano i camion come fossero i grani di un rosario che non finiva più:
– 111… 112… 113…
– Ma quali 113? Sono già 127.
– Zitta, che perdo il conto!
– Fa’ un po’ come ti pare. 128…129… 130…
Alla fine, la maestra decise che gli Howo gialli erano 200.
Problema: moltiplicando la capienza di ogni singolo camion (35.000 litri) per il numero dei veicoli, a quanto ammontava il totale dei liquidi trasportati?
In groppa a una Suzuki 1000, Bob coordinava l’invasione delle autocisterne, coadiuvato da una dozzina di teppisti motorizzati che si divertivano un sacco a zigzagare fra i mostri giapponesi mentre li scortavano fino all’Arena Smisurata dove li aspettava la Signora insieme a un’équipe di ingegneri idraulici.
Dopo tre giorni di travaso ininterrotto, all’alba del quarto, l’ultimo Howo fece retromarcia e raggiunse la colonna degli altri centonovantanove.
La Signora licenziò gli ingegneri e andò a sedersi in una cabina di vetro sul gradone più alto dell’Arena. Tutta sola, contemplò i sette milioni di litri d’acqua azzurro-verde ancora immobili nel sonno che precede la vita.
Come una primipara all’ultimo mese, combattuta fra l’impazienza di stringere al petto la sua creatura e il piacere di prolungare l’attesa, la Signora rimase a lungo incerta se premere un grande pulsante rosso con su scritto START.
Dopo un’ora di spasmi e delizie, decise che ne aveva abbastanza. Premette.
La superficie inerte delle acque prese ad animarsi con un su e giù pigro come il respiro di un gigante addormentato sul fondo, poi con affanno crescente, così che si formarono piccole onde sormontate da crestine bianche e leggere.

La macchina funzionava.
Verso le cinque del mattino, la Signora venne a bussare alla mia camera. Doveva essere molto eccitata, perché di solito comunicava con me solo tramite l’ufficio stampa. Bussava e scalciava la porta.
– Su, presto, si alzi!
– Che ore sono?
– Non ha importanza, lei deve essere il primo a vedere! – Che cosa?
– Il mare!
–…
– Ricorda quando le dissi, un pomeriggio: “Sarebbe straordinario se il mare arrivasse fin qui.”
–…
– Non ci credeva, vero? Mi guardava come un rottame di vedova che si era bevuta il cervello.
– Beh, a quei tempi ci dava piuttosto dentro con la bottiglia.
La serratura cedette, era inevitabile.
La Signora entrò, mi sollevò così com’ero e mi trascinò fino all’Arena. Salì nella cabina di vetro e spinse i comandi al massimo. I seni immaturi delle ondine si gonfiarono fino a trasformarsi nei pettorali di cavalloni membruti che eseguivano un adagio sontuoso e sempre uguale.

Il mare, il mare, sempre ricominciato!
Paul Valéry, Il cimitero marino

Tema: “La prima volta che avete visto il mare.”
La prima volta che ho visto il mare, tutto sapeva di malaticcio, l’acqua, le poche case ancora in piedi, la rotonda e i muri del bar Milano, la signora affittacamere che ci aveva rimediato due stanze.
La cosa più in salute era un bunker dell’alleato germanico che sembrava bruciato di fresco. Sotto una botola c’erano ancora i soldati morti, dicevano.
Tuttavia, su quella spiaggia spenta dalla guerra spuntava qualche pallone a spicchi bianchi e blu inseguito da un bimbetto smunto, ma con un costumino così rosso che sembrava uno squillo di bandiera. Sulle sabbie se ne stavano appoggiate alcune madri, floride come le aveva plasmate il Duce, con i seni che gemevano dentro un costume a fioroni.
Non era ancora una vita, ma insomma.
Poi i bagnini impugnarono picchetti e mazzuoli e piantarono le prime tende rettangolari come vele fenicie.
Poi con i primi guadagni incominciarono a curare il loro aspetto.
Poi impararono a sorridere coi nuovi denti d’oro alle matrone mussoliniane, e quel brillio di incisivi e molari ammiccava a una nuova età ancora indecifrabile ma già leggendaria.
Poi il mare riprese un po’ di colore, così che i bagnanti abituali dicevano: «Per essere l’Adriatico, ha qualcosa del Mar di Sardegna, non trovi?»
Poi i grandi hotel fecero un restyling radicale, così da sembrare meno fascisti di vent’anni prima.
Poi nacque una miriade di pensioncine settimine che fornivano pulizia, lasagne e buonumore a prezzi stracciati, così che pareva di stare in una riviera socialista.
Poi vennero le famiglie, di corsa, con i bambini piccoli perché non c’erano pericoli, tutto appariva liscio e piatto, e il mare declinava dolcemente, così che ci potevi passeggiare dentro come in città.
Poi, in alta stagione, tre ragazze furono violentate nella pineta a distanza di dieci giorni una dall’altra, così che molti giovani attirati dall’odore del sangue giunsero da ogni parte del Paese cavalcando le moto dai grandi tubi incandescenti.
Poi, da sotto gli ombrelloni, i bagnanti videro spuntare piedi neri che aravano le sabbie bollenti del litorale avanti e indietro, e alzando gli occhi scoprirono interi corpi dello stesso nero nascosti da pesanti tappeti.
–  Pensa tu il caldo che devono avere là sotto, dice lei.
–  Ieri è affondato un altro barcone, si vede che non era il loro, dice lui.
Poi non so, non sono più andato.

Nonostante gli stupri, i gelati dai gusti tutti uguali, i padri di famiglia a passeggio col pacco in rilievo, le figlie trasudanti olio solare, i tramonti di seconda mano, le luci di 40 watt nelle pensioni, era un mare più accettabile di quello ricreato nella Grande Arena, immobile e composto in un rigor mortis deprimente. Si animava solo quando arrivava la Signora che ci passava delle mezze giornate tutta sola nella cabina di vetro. Aveva subito imparato a smanettare sul quadro comandi e governava le onde secondo il suo capriccio; ne determinava la lunghezza (distanza fra due creste successiveg l); l’altezza (distanza tra il livello delle creste e quello delle gole: h), la ripidità (rapporto fra altezza e lunghezza: h/l). Ma, come molti virtuosi della tastiera, la Signora spesso cadeva preda dei suoi umori, spegneva tutto e se ne andava senza neanche voltarsi. Le onde rimanevano lì come delle stupide, poi non sapendo che fare si sgonfiavano e ritornavano semplice acqua.
Non gli passava neanche per la testa, a quelle schiumette vuote, che il comportamento della padrona nascesse dall’insoddisfazione di chi anela all’alto, un Alto vertiginoso e troppo complesso per la loro piatta superficie. Io però me ne accorsi e incominciai a temere.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
hp?post=23224&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=7f3ecf24d8&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/
13ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23477&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=1c1693b818&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
14ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23497
15ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23526
16ªpuntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23547
17ª puntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23617

Ivano Dionigi, La faccia e il volto (frammento)

Noi siamo tempo. Lo dice la finitudine del nostro corpo, che è «il libro del tempo»2; lo dice il nostro «volto», al quale ormai da tempo preferiamo la «faccia»: aspetto esteriore, sembianza, apparenza. Parola simbolo dei nostri giorni, così fortunata e pervasiva da eclissare e sostituire «volto», parola ben più ricca e dinamica, che evoca la sfera dell’animo e lo svolgersi del tempo (da volvere, «far girare, far scorrere»). È il volto che manifesta, misura e ritma l’età non solo anagrafica ma anche interiore, i moti di gioia e dolore, di serenità e turbamento, di bontà e cattiveria. Pensiamo al volto luminoso e miracoloso di un bimbo, di una giovane donna, di un vecchio. Volontà e sentimenti sono testimoniati dal volto e non dalla faccia. Questo dice la lingua con Isidoro: «Tra faccia e volto è dunque una differenza; faccia designa semplicemente l’aspetto naturale di ciascuno, mentre volto esprime gli stati d’animo» (Etimologie 11, 1, 34: Et differunt sibi utraque. Nam facies simpliciter accipitur de uniuscuiusque naturali aspectu; vultus autem animorum qualitatem significat); questo dice l’etica con Lévinas: «Noi chiamiamo volto il modo in cui si presenta l’Altro […]. Il volto […] introduce una nozione di verità».

Ivano Dionigi, Segui il tuo demone, Laterza

Cormac McCarthy, Tiro al piccione (frammento)

Mi ricordo che molti anni fa c’era un tizio che sfidava chiunque al tiro al piccione. Lui con un fucile a un colpo, tu con un fucile da caccia caricato a pallettoni. O qualsiasi altra arma volessi. Doveva averne una camionata, di piccioni. Un ragazzo che era con lui stava in mezzo a un campo con una cesta piena di piccioni, lui gridava e il ragazzo ne lasciava uscire uno, lui alzava il fucile e bang, lo faceva secco. Diavolo, era letteralmente capace di fargli volar via le penne. Non avevamo mai visto nessuno sparare così. C’erano un sacco di buoni cacciatori di uccelli, fra noi, e persero tutti parecchi soldi sfidandolo prima di capire il trucco. Ecco come faceva, il ragazzo, infilava nel culo dei piccioni un piccolo petardo. Loro prendevano il volo come se fossero finalmente liberi, salivano su, su, e bang, gli scoppiava il culo. Lui non faceva altro che sparare appena vedeva le penne volare via. Era impossibile accorgersene. Anzi, mi correggo, qualcuno alla fine se ne accorse, sì. Non mi ricordo chi fu. Allungò un braccio e strappò il fucile dalle mani di quel tizio prima che potesse sparare, ed ecco che quel dannato piccione salta in aria ugualmente. Lo coprirono di pece e di piume, qualcosa del genere, per quell’imbroglio.

Cormac McCarthy, Figlio di Dio, Super ET, Traduzione Raul Montanari

Valerio Miselli, Fine della sanità pubblica (Doppiozero)

Il Servizio Sanitario Nazionale potrà continuare a garantire cure gratuite a tutti? Il nostro sistema universalistico, basato sull’articolo 32 della Costituzione («La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti»), regge ancora e potrà essere sostenibile nel prossimo futuro? Sotto finanziato, minato dalla crisi degli organici medici e infermieristici, alle prese con mille difficoltà malgrado la prova straordinaria che ha dato durante le fasi più acute della pandemia, il SSN è a rischio implosione. Aumentano le liste di attesa, anche per interventi importanti, i Pronto Soccorso esplodono, il territorio non risponde mentre i medici di famiglia sono sempre meno, così il ricorso al privato diventa una via spesso obbligata.

Leggi l’intero articolo: https://www.doppiozero.com/fine-della-sanita-pubblica

Martin Amis, Lo zoccolo duro dei lettori dell’Ulisse

Da chi è composto, al giorno d’oggi, lo zoccolo duro dei lettori dell’Ulisse? Chi lo legge? Chi si accoccola con l’Ulisse tra le mani? Questo libro viene studiato da cima a fondo, viene aperto e scucito da tutte le parti, è stato ampiamente decostruito. Ma chi legge l’Ulisse per puro piacere? Conosco un poeta che lo porta sempre con sé nella valigetta. Conosco un romanziere che la sera, prima di coricarsi, lo consulta brevemente. Conosco un saggista che lo ostenta spiritosamente sulla mensola del bagno. Queste persone l’hanno letto – ma l’hanno letto come si legge un libro, dall’inizio alla fine? Perché la verità è che l’Ulisse non va incontro al lettore. Tutti sanno che James Joyce è uno scrittore per scrittori. E forse non si esagera dicendo che James Joyce è in realtà uno scrittore per uno scrittore solo. Va incontro solo a se stesso; James Joyce va incontro solo a James Joyce. È anche un genio. E lo si può dire con una certa sicurezza: al suo confronto Beckett appare prosaico, Lawrence laconico, Nabokov ingenuo. Nell’intero corpus della sua opera si vede Joyce che si lava diligentemente le mani del semplice talento: gli accessibilissimi racconti di Gente di Dublino, il piú o meno comprensibile Ritratto dell’artista da giovane, poi l’Ulisse, prima che Joyce si prepari per quell’immolazione di ostilità, di sterminio del lettore che è Finnegans Wake, dove ogni parola è un pun multilingue. Genio esemplare, Joyce è anche un Moderno esemplare, prolisso fino al fanatismo, innovativo e astruso, e libero dall’obbligo di accontentare il lettore (al posto dei contributi governativi o della protezione delle università, Joyce aveva il mecenatismo). Senza redini, senza catene, si è involato per portare a compimento il destino del suo genio; o, se preferite, ha scritto perché gli piaceva, punto e basta. È una cosa che tutti gli scrittori fanno, o aspirano a fare, o farebbero se ne avessero il coraggio. Joyce è l’unico che l’ha fatto con tanta dissennata maestria. È un dettaglio al contempo divertente e appropriato il fatto che all’inizio l’Ulisse dovesse figurare come un racconto in Gente di Dublino. E in un certo senso, l’Ulisse alla fine non è altro che un racconto di trecentomila e passa parole nel quale Joyce ha messo tutto quello che sapeva. La folle inclusività del romanzo viene presentata come un ironico sacramento, una versione umana della conoscenza divina: Joyce è davvero il Narratore Onnisciente. Ma si può comunque immaginare la piega che il racconto avrebbe preso se fosse stato narrato con la decorosa evasività dei primi lavori. Un garbato signore ebreo sulla quarantina passeggia per le strade di Dublino tormentato dalla gelosia per l’infedeltà sessuale che sua moglie si prepara a consumare; un ventenne cattolico, un giovane imprudente, prende un percorso parallelo, tormentato da un senso di colpa retrospettivo nei confronti della madre morta; i due si incontrano, scambiano qualche parola, si salutano. Fine. Nella quiete e nell’austerità di questa storia, nelle sue costrizioni di tempo e luogo, Joyce ha visto – o è riuscito a evocare – la struttura dell’epica: un’epica degradata, un’epica moderna. C’è un unico evento nell’Ulisse: l’incontro tra Bloom e Stephen. (È un anticlimax di cento pagine; ma in fondo stiamo parlando di un antiromanzo). Tutto il resto è «Vita. Vita», per dirla con Bloom. «Ogni vita è fatta di molti giorni, giorno dopo giorno», come dice Stephen: «Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli in amore. Ma incontriamo sempre noi stessi».

Amis, Martin, La guerra contro i cliché, Einaudi, traduzione Federica Aceto

John Callahan, il poeta del cattivo gusto (Internazionale)

“Cerco di non soffermarmi sulla paralisi”, mi ha detto John Callahan una volta. “A meno che non voglio mangiare cinese e la persona che sta con me non vuole andarlo a comprare perché piove. Allora porto abilmente la conversazione sul fatto che sono tetraplegico. Ci sono dei lati positivi nell’essere su una sedia a rotelle. Puoi piantarti una forchetta nella gamba e non sentire niente. E se vuoi fare il vignettista, hai il vantaggio di essere già seduto”. Callahan è stato un grande umorista, ma la sua opera non è per tutti.

“Se qualcuno ride dicendo: ‘Non è divertente’, sai che sta leggendo John Callahan”, ha scritto P.J. O’Rourke. Nel 1992, quando ci siamo conosciuti, aveva appena rinunciato all’assistenza pubblica. Siamo rimasti in contatto per i successivi diciotto anni, durante i quali ha pubblicato le sue vignette in più di cinquanta giornali, tra cui il New Yorker e l’Independent (e in Italia Internazionale). Si è comprato una bella casa in una ricca zona della città e ha avuto un’assistente ventiquattr’ore su ventiquattro. Callahan teneva una bacheca in cucina, dove appendeva le lettere di protesta che riceveva dai lettori.
Uno s’infuriò per un disegno di Stanlio e Ollio ricoverati in un reparto per sieropositivi con la didascalia: “Ecco un altro bel pasticcio in cui mi hai cacciato”. Un altro lettore ebbe da ridire su una vignetta con due del Ku Klux Klan che indossano le tipiche lenzuola e uno dice: “Non ti piace quando sono ancora calde dell’asciugabiancheria?”. Ma Callahan non era sempre così provocatorio. Qualche anno fa mi ha mandato un disegno con due cani che bevono acqua in bottiglia. “Sai”, dice uno, “probabilmente questa roba non viene nemmeno da un cesso. Forse arriva da un fresco torrente di montagna, o qualcosa del genere”.

Leggi l’intero articolo: https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23765

Gesualdo Bufalino, Di pensieri e umori sbagliati

“Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita?”

Leggi l’intero articolo https://formicaleone.wordpress.com/2020/08/06/di-pensieri-e-umori-spaiati-gesualdo-bufalino-dialoga-con-alessandro-chiappanuvoli/

Le scimmie di mare, 17ª puntata

Nel cinema non c’è una grammatica.
Yasujirō Ozu, Scritti sul cinema

Andavo ogni giorno al Museo in ore sempre diverse, come per coglierlo di sorpresa. Il cartello sul portone permaneva, insensato: chiuso per restauri interiori.
Poi smisi di bussare. Mi limitavo a fare qualche giro intorno all’edificio guardandolo con disprezzo.
Fu durante una di queste ispezioni inutili che notai sul retro una minuscola finestrella del tutto anomala e asimmetrica. Sembrava costruita apposta perché qualcuno vi mettesse l’occhio. Mi accostai come al mirino di una cinepresa.
L’inquadratura mostra solo parzialmente un vano che dev’essere molto ampio.
Scarsa illuminazione da una fonte imprecisata.
Due anziane poltrone con l’aria spaesata.
Casse di bottiglie gettate sul pavimento alla meno peggio da un magazziniere canaglia.
Fioriscono le piccole imprese dei ragnetti lavoratori.
Il set è suggestivo, fra un deposito di contrabbandieri e il soggiorno di un Robinson Crusoe poco più abbiente dell’originale.
Cinque minuti. Nessuno entra nell’inquadratura.
Mi innervosisco come quegli spettatori che se la prendono con la moglie: «Ma non succede niente in questo cazzo di film!», neanche lo avesse prodotto lei.
Finalmente qualcosa accade, ma fuori campo.
Effetti sonori.
Ruggiti (del custode invisibile).
Legni si schiantano, tramezzi crollano, vetri si infrangono. Risate di trionfo.
Fumi e bagliori di piccoli incendi. Il vecchio (che continua a rimanere fuori campo) dev’essere un piromane esperto, non vuole incendiare l’intero edificio ma solo eliminare il superfluo. Con la mazza e col fuoco.
La finestrella esercitava su di me un’attrazione simile alla dipendenza. Andavo a dare una sbirciata tutti i giorni, con l’ottusità di quei registi senza idee che girano chilometri di pellicola così come viene, sperando che durante il montaggio tutto acquisti un senso, non si sa perché.
A volte, il vecchio custode entrava nell’inquadratura con la mazza ancora calda di massacro, si lasciava cadere su una delle poltrone sbilenche e si attaccava alla prima bottiglia che trovava. Tirava lunghe sorsate tenendo gli occhi chiusi, li riapriva, constatava che tutto era uguale a prima e si rimetteva giù a poppare.
Dopo le pause alcoliche più lunghe, si gettava su una brandina e dormiva – impossibile prevedere quanto, dipendeva dai bicchieri e dai sogni; quando ne trovava uno che gli piaceva non lo lasciava più, lo spremeva fino all’ultimo. Allora si svegliava nel malumore e nel rimpianto.
Fra i suoi sogni preferiti c’era quello dei gatti, che ambientava in appartamenti di un cattivo gusto orientale e sempre molto costoso. Gatti maschi tigrati e gatte femmine bianche.
Dio, come lo desideravano quelle gattine, nessuno lo aveva mai amato così! I maschi tigrati gli sfilavano davanti con un inchino, gli si strusciavano sulle scarpe in segno di sottomissione; le femmine bianche perdevano la testa per la sua gamba di legno, l’abbrancavano e miagolavano di piacere mentre la unghiavano per ricavarne lunghi fili che cadevano sul pavimento formando delle ricciolute collinette di Venere; e il piacere delle gatte si irradiava in tutto il corpo di lui come se quell’arto non fosse più un povero pezzo di legno ma un conduttore amoroso che lo congiungeva a corpi femminili furibondi e ansiosi di possederlo. Quando il sogno svaniva, gli occhi del custode incontravano il muso del suo vecchio gatto tarlato che aveva assistito al baccanale nel silenzio di chi ha già visto tutto. Quella fissità mandava in bestia il vecchio che sturava la bottiglia delle recriminazioni: quando mai lui (il gatto) si era strofinato contro la sua gamba? In tutti quegli anni era stato solo capace di chiedere, chiedere e basta, con quegli occhi di vetro, chiuso in quel suo mutismo così femminile – (insensato, visto che era un esemplare maschio); non aveva nessun diritto di essere geloso di quelle gattine così giovani ma già capaci di apprezzare il fascino di un uomo maturo.
Da anni, il gatto aveva deciso di non lasciarsi trascinare nelle discussioni di coppia; gli avevano causato un’alopecia nervosa che lo faceva assomigliare a un péluche dimenticato in soffitta, oltre ad avergli rovinato l’appetito. E adesso quel suo padrone decerebrato credeva di rimediare mostrando la scatola delle crocchette Bozita e facendo la voce felina: “Non parliamone più. Guarda cosa ti ho preso…”.
Tampinava il gatto per tutta la casa come un marito con la coda fra le gambe. Al gatto, già la sola vista delle Bozita gli faceva saltare i nervi; il custode non le comprava mica per le vitamine e i sali minerali ma solo per la suggestione del nome. Nella giungla marcita del suo cervello, Bozita doveva evocare una qualche danzatrice brasiliana, forse fantasma di gioventù. Il vecchio fuori controllo ne imitava le movenze, ancheggiava perfino, e scuoteva la scatola come una maraca solitaria mentre improvvisava una canzoncina demente, sul genere di: “Quant’è bbona la Bozita!”.
Il gatto s’incupiva e più ancora si preoccupava; certe cose sono brutte da pensare ma bisogna tenere i piedi per terra: aveva appena compiuto dieci anni, che per un gatto sono la soglia della terza età; quella del padrone non la sapeva esattamente. Difficile indovinare chi sarebbe morto prima. Se fosse toccato al vecchio scimunito, la qualità della vita sarebbe migliorata senza tutte quelle petulanze e quelle arroganze, quelle violenze e quelle escandescenze. Rimaneva però l’incognita del sostentamento; in paese non tirava buona aria per i randagi. Viceversa, sarebbe potuto morire lui prima del padrone, allora l’avrebbero gettato nella discarica appena fuori dall’abitato come un vecchio televisore. Meglio così, si diceva nei momenti più bui, almeno sarebbe finita quella routine degradante. Tanto più (si consolava) che gli animali non temono la morte – lo aveva sentito dire tante volte sia dagli uomini che dagli altri gatti e si sforzava di crederci a tutti i costi. Non la temono, percepiscono solo il suo passo leggero all’ultimo momento, quando si avvicina, e si limitano a dire: “Ah, eccola.”
Ma questa faccenda non lo convinceva, gli sembrava così incredibile starsene tranquilli in poltrona mentre la morte entrava nella stanza. Cosa ne potevano sapere quei suoi amici gatti, ben vivi e pasciuti, che filosofeggiavano durante il pasto, tra un rognone e una mousse di anatra? Per approfondire, aveva consultato svariati manuali, ma erano tutte stupide pubblicazioni destinate alle vecchie svanite che cercano solamente lettiere e tronchetti per le unghie.
Oppresso dai pensieri, esasperato dalla reincarnazione della ballerina brasiliana, il gatto infilava di corsa il suo sportello ritagliato nel portone per prendere una boccata d’aria, ma il padrone lo perseguitava anche lì con le sue smancerie.
A volte, capitavo sul piazzale del museo durante queste sceneggiate domestiche e affrettavo il passo per entrare, ma in quattro salti il gatto infilava il suo sportellino inseguito dal padrone che riusciva sempre a sbattermi il portone in faccia.
I miei tentativi di entrare al museo erano diventati inutili; il vecchio aveva fatto piazza pulita di tutti i reperti di tutte le stagioni teatrali, comprese le mie. Ogni tanto compariva alla guida di un furgoncino carico di barattoli di vernice. Guidava euforico, derapava, zigzagava, il finestrino abbassato, la radio accesa al massimo. Con in testa un cappelluccio di carta di giornale come i manovali di una volta, giocava all’allegro imbianchino. Appena mi vedeva, incominciava a cantare forte. Voleva provocare. Dovevo immaginarlo che era stupido, fin dal primo incontro, quando mi aveva estorto tutte quelle banconote per farmi entrare. Avido come uno stupido. Credeva di farmi rabbia, non capiva che mi aveva sollevato da un compito penoso.
Tutto andato. Tutto perduto. Pazienza. Tutto sepolto sotto quattro mani di bianco. Cosa ne potevo io? Avevo fatto il possibile. Una fatalità. Mi sentivo leggero.
Gli stupidi sono lo strumento dell’imperscrutabile che decide i fatti nostri, possono anche produrre effetti positivi.
Lo studiavo mentre portava nel museo sempre nuovi carichi di colore. Saliva e scendeva dal furgone con un’agilità sospetta. Volteggiava sul pianale, si caricava quattro o cinque latte di vernice, saltava e atterrava a piedi pari come i ginnasti.
Il lettore ne è testimone: fino a qualche pagina fa, il custode aveva una gamba di legno, adesso non ce n’era più traccia. Sparita dalla sera alla mattina. Forse l’aveva sostituita con una protesi di ultima generazione che imitava perfettamente i muscoli e la carne.
Oppure la gamba di legno era stata un trucco ben riuscito.
I misteri del custode non si limitavano alla gamba; tutta la sua persona era in preda a una metamorfosi progressiva e inspiegabile. Le rughe del viso si spianavano in tempo reale come negli spot delle creme anti-età; ogni mattina il suo corpo appariva più sodo, più snello.
Era diventato anche più alto.
Quando il vecchio rottame ebbe risalito il corso degli anni fino alla soglia della trentina, la sua rigenerazione fu compiuta.
Me ne accorsi una mattina, verso mezzogiorno, quando scese da una Mazda decappottabile bluette intonata al suo vestito carta da zucchero; mi attraversò con lo sguardo, si diresse al portone del Museo, che era stato sostituito da una vetrata a rettangoli colorati (triste imitazione di Mondrian) e lo aprì strisciando una tessera magnetica.
In pochi minuti la Mazda decappottabile si riempì di ragazze a fiori.
Masticavano gomma, erano impazienti. Aspettavano lui, il filibustiere ristrutturato.
Una magra magra con in cima un cappello di paglia da turista, si allungò tutta e cacciò uno strillo:
– Sbrigati Bob!…
L’ex vecchio si faceva chiamare Bob, senza pudore.
Incontrandolo nella sua versione precedente, la magra magra gli avrebbe allungato una monetina e subito si sarebbe disinfettata le mani. Ma alle ragazze della Mazda non interessa il prima, hanno solo voglia che lui le porti via, non importa dove. Andare. Adesso. Subito. Molta voglia, e fanno suonare il clacson perché si sbrighi.
Uno zefiro leggero prende a soffiare sulle gonne. Le ragazze a fiori stormiscono, si sentono belle, fresche, e soprattutto nuove come tanti germogli
Loro non lo sanno, ma sono le spore di una Primavera- madre che riempie tutto il cielo che fa esplodere il piazzale abbandonato alla polvere in un festival di verzure e di uccellini colorati
che guarisce le piaghe dei cani randagi invasi dalle larve e li restituisce al vivere civile in forma di quadrupedi brizzolati, ben portanti, sulla cinquantina, più che dignitosi
che raddrizza le catapecchie sbilenche e le riscatta dall’anonimato pitturandole come donnine allegre degli anni Venti
che impasta gli abitanti con un’argilla nuova e rigenerante.

La Mazda bluette del sedicente Bob (che d’ora in poi verrà indicato come Bob) mi sorpassò con una mitragliata di clacson e scomparve insieme al suo carico di ragazze mentre mi trovavo davanti alla vetrina di un Armani Store.
La Primavera fecondatrice lo aveva fatto nascere quella notte insieme a tanti altri fratellini e sorelline.
Versace Store,
Cavalli Store,
Krizia Store,
Coveri Store,
Prada Store.
Tutta la via era una nursery di Store appena nati che si affacciavano alla vita sgambettando in una nuvola di borotalco.
Nell’open space dell’Armani Store trottavano commesse con i capelli tirati all’indietro e le code di cavallo. Dovevano essere sorelle perché papà Armani le aveva truccate e vestite tutte uguali.
Ho sempre saputo che non si devono sbirciare le commesse, anzitutto perché sono lavoratrici che faticano, e poi per ragioni di stile. Lo sapevo ma quella volta l’ho fatto. E sono stato punito. Infatti, mentre le guardavo, così solamente per guardare, mi sono visto riflesso nella vetrina. Unico in tutto il paese, la Primavera non mi aveva rigenerato per niente, al contrario mi aveva scaricato addosso un numero esagerato di anni.
Adesso erano le commesse nel negozio che guardavano me, così poco nuovo da risultare indecente.
Armana, la direttrice, era inquieta; la mia presenza davanti allo Store poteva deprezzare l’intera via. Ma la ragazza aveva fatto i corsi professionali e applicò la strategia della buona Samaritana.
– Si sente bene?
– Insomma. Dopo questa scarica di anni, è già tanto se sono ancora in piedi.
– Bene, è una buona notizia. Abita in paese?
– Diciamo di sì. Provvisoriamente.
– Bene. Il Provvisorio aiuta a restare giovani! Anche noi ragazze siamo qui solo di passaggio. Come uccellini sul ramo. (Ride. Ha denti belli). Appena avremo avviato questa nuova, meravigliosa avventura ci trasferiranno non si sa dove. Sono cinquant’anni che traslochiamo così da uno Store all’altro e non siamo per niente stanche. Non trova che sarebbe ora di tornare a casa?
Un ronzio segnalò che si stava aprendo la bocca di un garage. Ne uscì un minuscolo veicolo Armani guidato da un autista in scala uno a dieci.
– Dovrà adattarsi, i pulmini di taglia media li hanno spediti, ma arriveranno solo fra qualche giorno.
Intanto, le altre ragazze Armani erano uscite e aiutavano la direttrice a stipare il mio corpo nell’abitacolo; senza quelle manine specializzate in imballaggi sarebbe stato impossibile. Quando finalmente l’omino avviò il motore, riuscii a rigirarmi e sbirciai dal lunotto posteriore. Le commesse mi facevano ciao e tiravano sospiri di sollievo.
Nonostante il trabiccolo fosse firmato Armani, l’arrivo alla pensione non accrebbe il mio prestigio. Anzi. Come seppi in seguito, tutti gli Store ne tenevano una piccola flotta destinata ad accompagnare (a casa, se ne avevano una, oppure alla discarica) gli spaesati come me che non rientravano nel piano di rigenerazione del Nuovo.
Intorno al fabbricato originario era spuntata una piccola selva di altri parallelepipedi che ostentavano l’avanguardia dei loro materiali, resina, carbonio, e persino Fiber Reinforced Plastics, che nel mondo era ancora in fase di sperimentazione.
Sulle facciate dei nuovi edifici le finestre si aprivano generose.
La filosofia degli architetti filantropi era improntata all’inclusione, che consideravano un dovere morale, un risarcimento sociale. I passanti, derelitti per definizione, si sarebbero svagati gratuitamente guardando i personaggi più o meno famosi che transitavano da una finestra all’altra. Un sapiente gioco di luce e di buio li faceva apparire come incarnazioni di un immaginario sottratto alle leggi del tempo.
Antiche popstar planetarie, notoriamente defunte da decenni, si sballavano insieme ai rapper foruncolosi delle radio private.
Sottosegretari di pochi capelli, comparsi in qualche talk televisivo, prendevano sottobraccio un De Gaulle e un Arafat come vecchi compagni di scuola.
Le finestre sotto le quali si assembrava il pubblico erano quelle che lasciavano intravedere famosi personaggi femminili assortiti in una sorellanza molto libera.
Una Sharon Stone trentenne sparava raffiche di champagne su giornaliste contegnose, strafatte per l’occasione.
Tagli di luce balenavano su una femmina sacra che aveva spopolato a Hollywood in un tempo lontano.
– E quella chi sarebbe?
– Boh.
– Cosa si è messa sulla testa? – Sembra un serpente.
– Che schifo!
– Senza contare il pericolo!
– Ma non vedete che è morto?
– Peggio! Un serpente imbalsamato.
– Pensa la puzza!
– Per non dire l’igiene!
– Dev’essere malata.
– Con quella faccia da sepolcro, non è certo il ritratto della salute!
– Ahahahahah!
– E tutto quel nero intorno agli occhi? – Avrà consumato un chilo di carbone. – Ahahahahah!
– Che stronza!
– Perché?
– Dicevo così per dire.
– Attenzione, è arrivata la Ilary.
– Finalmente un po’ di gioventù!
– Insomma… anche lei ha i suoi anni.
– Sì, ma vuoi mettere con la serpentona?
– La serpentona non è mica tanto vecchia, è solo un po’… – … Defunta.
– Ahahahahah!
– Guarda te come se la intendono!
– Forse Ilary la vuole scritturare per il suo nuovo show,“La morte in vacanza”. – Ahahahahah!
La serpentona era Theda Bara, la più famosa vampira di Hollywood, scomparsa oltre sessant’anni prima, che adesso faceva casino, oltre che con la Ilary in fiore, con le Antonelle, le Alessie, le Barbare, le Michelle televisive, tutte vive e vitali nel sogno del presente.
Conoscevo bene la commistione dei vivi con i morti, in teatro è cosa di tutti i giorni; mi chiedevo dove stesse il trucco. Come ogni virus, il Nuovo ne conosce di ogni genere, dai più sofisticati a quelli così banali che quando li scopri ti senti un idiota.
Il trucco me lo rivelò la stessa Signora della pensione, che nel frattempo era stata ribattezzata Holiday Inn.
– Ha visto, ieri, che serata? Un po’ costosa, ma per la première bisognava fare le cose come si deve. Io francamente ero a corto di idee, l’illuminazione è venuta a Bob. Bob è pieno di risorse. Oltre che di contatti.
(Ride. Bob è il suo amante. Sicuro. Lei gli lascia la briglia lenta perché coltivi le sue relazioni perverse. Complici e amanti. Niente di strano. I corpi dei due ristrutturati erano ritornati giovani ed elastici – logico che ora vibrassero. Ma forse la tresca risaliva a molto prima, quando erano ancora la Vedova il Vecchio Filibustiere. Forse lui si smontava la gamba di legno prima di immergersi nel corpo molle di lei sciolto fra le lenzuola).
L’illuminazione di Bob era stata rivolgersi un’agenzia di sosia. La Signora ci teneva a mostrarmi il catalogo patinato.
– Vede? Tutti Top Selection. Da Jennifer Aniston a Catherine Zeta Jones. Alcuni sembrano dei veri e propri cloni e sono piuttosto cari, ma Bob ha detto che per una serata di promozione popolare andavano bene anche le seconde scelte.
Ci sono degli sventurati privi di tutto che fingono di essere Elton John. È la loro ultima risorsa, hanno perso il lavoro, e la madre si è portata nella fossa la pensione. La mattina, davanti allo specchio, mentre si ritocca la frangetta bionda, Elton non si chiede “Chi sono io?” (è una domanda da reddito medio-alto), ma: “Posso sembrare ancora a lui?”
Si pesa. Cristo! impreca, e cade in ginocchio ai piedi della bilancia. Due chili in un mese nonostante abbia mangiato solo pasta e tonno in scatola.
Più un chilo che aveva preso il mese scorso.
Tre in sessanta giorni.
Quelli dell’agenzia erano stati chiari:
– Mi dispiace, Elton, ma se continui così dobbiamo metterti fra i sosia amatoriali, lo sai come funziona qui.
Lo sa bene, e sa cosa significa: cachet dimezzati, ingaggi pochi, giusto alle convention di ultimo livello con i concessionari più incazzati:
– Quello lì ci ha soltanto le chiappe di Elton John. Verificare per credere!”
– Ahahahahah!
Poi l’estromissione dal catalogo e la fine.
Proverà ad abolire la pasta, ma riuscirà a vivere di solo tonno?

La storia dei sosia è antica come il teatro, ma il Nuovo se ne fotte della Storia. L’importante è riciclare. Una verniciata a spruzzo, un packaging sottovuoto, e i sosia sono pronti, freschi di giornata.
Tutto odorava di Nuovo. Il grande embrione di cemento accanto all’Holiday Inn era stato terminato nella notte e si presentava come una smisurata arena vuota ma già risonante di un pubblico invisibile.
Gli abitanti del Paese (dove si erano nascosti per tutto questo tempo?) stazionavano con i vestiti della domenica davanti alla porta di casa, gli occhi fissi sull’unica strada asfaltata.
Poiché dal curvone continuava a non spuntare nulla, gli abitanti capirono che dovevano aver fiducia e credere, credere fortemente. Si scatenò una caccia affannosa alla fede. Alcuni se ne fecero una posticcia, alla buona, altri ricorsero al baratto e alle minacce. Solo i vecchi se ne stavano seduti tranquilli e li guardavano come tanti scemi; era da mo’ che loro non si aspettavano più niente.

(Continua)

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